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Quanto guadagnano i capi di Stato e di governo nel mondo?

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Il nostro presidente della Repubblica guadagna poco meno di 240 mila euro all’anno. Quanto guadagnano invece gli altri capi di Stato? Ecco un breve quadro dei principali Paesi:

– Tony Tan, presidente di Singapore: un milione e mezzo di euro all’anno.

– Barack Obama, presidente degli Stati Uniti: 315 mila euro all’anno.

– Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa: 92.448 euro all’anno.

– David Cameron, primo ministro del Regno Unito: 142 mila sterline, pari a 178 mila euro all’anno.

– Stefan Löfven, premier svedese: 190 mila euro all’anno.

– Francois Hollande, presidente francese: 225 mila euro all’anno.

– Angela Merkel, cancelliera della Germania: 290 mila euro all’anno.

– Mariano Rajoy, premier spagnolo: 80 mila euro all’anno.

– Charles Michel, primo ministro del Belgio: 247 mila euro lordi all’anno.

– Jacob Zuma, presidente del Sudafrica: 237 mila euro all’anno.

Hifikepunye Pohamba, numero uno della Namibia: 110.604 euro all’anno.

Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya: 101.904 euro all’anno.

– Ernest Bai Koroma, presidente della Sierra Leone: 760 euro al mese (9.084 all’anno).

– Paul Biya, presidente del Camerun: 200 euro al mese (2.400 euro all’anno).

– Mulatu Thesome, presidente dell’Etiopia: 246 euro al mese (quasi 3 mila all’anno).

– Xi Jinping, presidente della Cina: 228 mila euro all’anno.


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Napolitano, il discorso di fine anno che non farà mai

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Sono uno speechwriter, un professionista della comunicazione che scrive discorsi per politici. Questo è il discorso di fine anno che ho scritto per il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano.

 “Care italiane, cari italiani.

Non dovrei pronunciare questo discorso. Lo scorso 31 dicembre credevo di aver dato alla nazione il mio ultimo messaggio di fine anno e che questo lo avrei ascoltato come molti di voi a tavola, con la mia famiglia.
Non è stato così: gli eventi mi vogliono ancora da quest’altra parte, ma sappiate che mi sento ugualmente accanto a voi. Data l’eccezionalità dell’occasione, visto che dovrei essere un cittadino comune, è da cittadino comune che voglio parlarvi.
Il ruolo del Presidente della Repubblica è quello di interpretare i sentimenti condivisi da tutti. Non rinuncio a questo nobile ruolo pur nella mia veste da cittadino. Rinuncio piuttosto alla forma istituzionale imposta a un presidente. Non chiuderò quindi i miei occhi e le mie labbra sui sentimenti degli italiani che non mi reputano più loro rappresentante, di coloro che hanno deciso di non ascoltare il mio messaggio, di quei leader, politici e giornalisti che mi attaccano quotidianamente.
Le loro coscienze sanno se a muoverli è l’amore per l’Italia. Se così fosse, sappiate che quell’amore è la stessa forza che muove le mie azioni, seppur in direzioni talvolta diverse dalle vostre. Che sia dunque alla meta e non sul percorso, il nostro punto d’incontro.
E così, non dovrei pronunciare questo discorso, eppure lo faccio. E non potrebbe esserci in realtà discorso più rappresentativo del momento storico che vive l’Italia, di un discorso che non dovrebbe esserci, ma c’è. Infatti troppe cose in Italia oggi non dovrebbero, ma sono.
Come la crisi economica. Da almeno due anni sentiamo parlare di ripresa, eppure le famiglie sono sempre più povere.
Come la disoccupazione. In quanto garante della Costituzione italiana non avrei dovuto essere indulgente verso la perdita di posti di lavoro in Italia. Non è un caso che la Costituzione Italiana, la più bella del mondo, nel suo primo articolo dica ‘L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’. Se manca il lavoro, manca il fondamento su cui la nazione è stata costruita. Se manca il fondamento, la nazione affonda. Come una casa costruita sulla sabbia.
Ci impegniamo tanto affinché la Costituzione non venga cambiata, ma non vediamo che il primo articolo, il più importante, è stato modificato de facto. Col venir meno del fondamento, il lavoro in Italia, l’articolo 1 della Costituzione è diventato: ‘L’Italia è una Repubblica democratica, affondata sul lavoro’.
Questa è la più grave colpa che non potrò mai perdonarmi: aver permesso di modificare la Costituzione.
L’energia e il tempo che mi restano, a partire da questo nuovo anno, li dedicherò quindi soprattutto ai lavoratori. Desidero che il 2014 passi alla storia come ‘l’anno dei lavoratori italiani’.
A tutti voi, lavoratori, che nonostante tutto non vi siete arresi. Che lavorate ogni giorno in condizioni precarie per sostenere la vostra famiglia e la nostra patria; a voi imprenditori che avete rinunciato al vostro guadagno pur di non licenziare i vostri dipendenti. A tutti voi dico, grazie!
A voi disoccupati. Padri di famiglia che avete perso il lavoro,  giovani laureati che volete ancora credere nel vostro paese natale; a tutti voi che ogni giorno bussate a mille porte che restano chiuse, eppure continuate ad alzarvi presto al mattino perché sapete che se doveste fermarvi lo sconforto potrebbe raggiungervi. A tutti voi dico, coraggio!
Ai più fortunati. Tutti voi che al riparo di ciò che avete meritevolmente costruito nella vostra vita godete della ricompensa dei vostri sforzi anche in questo momento di crisi. A voi dico, non dimenticate. Non dimenticatevi di ciò che questa nazione, che è l’insieme dei suoi cittadini, ha donato a voi. Ora è giunto il momento di ricambiare: concedete opportunità ai vostri compatrioti e alle famiglie in difficoltà. Tendere la mano in questo momento è doveroso. Far finta di non vedere rende colpevoli.
Avrete sentito negli ultimi mesi me, il Presidente del Consiglio e altri uomini di Stato, italiani ed esteri, pronunciare più spesso del solito una parola: Europa.
Ho detto che rinuncio alla forma istituzionale e che voglio interpretare il sentimento di tutti. Non vi chiedo pertanto di credere nell’Europa come soluzione ai problemi dell’Italia. Vi chiedo invece di restare uniti in quanto italiani. Siamo cittadini europei è vero, ma prima di tutto cittadini italiani!
Unite collaborino anche tutte le forze politiche, europeisti e non, per soddisfare prima di tutto i bisogni dei cittadini italiani e dell’Italia.
L’Europa deve saper aspettare una sorella rimasta indietro. L’Europa non dimentichi che l’Italia è tra i paesi che l’hanno fondata e costituita. Abbiamo crediti morali, non solo debiti. È ora di riscattarli, è ora di riscattarci.
Come vedete, cari italiani, gli auguri li ho lasciati alla fine. Quest’anno vorrei che non fossero auguri di circostanza. Quest’anno i miei auguri sono sentiti più che mai. Auguri che non riguardano solo le festività del periodo. La mia speranza è che sia veramente un felice anno nuovo.

Auguri per un nuovo buon anno. Auguri per una nuova, buona, Italia!”

P.S. Sono uno speechwriter. Ma non sono lo speechwriter di Napolitano. Sono un freelance, chiunque può chiedermi di scrivere un discorso per se stesso. Giorgio Napolitano non lo ha fatto. Questo è il discorso non richiesto che ho scritto per Napolitano e che lui non leggerà mai.
Sono comunque convinto che questo sia il tipo di discorso sincero che ogni italiano che ha bisogno di onestàsperanza e coraggio, in un momento così difficile, vorrebbe ascoltare domani dal suo Presidente. E magari, tornerebbe ad esserne orgoglioso.

(Fonte ilfattoquotidiano)

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Informazione, conoscenza e dissenso. Sveglia Italia!

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“Bisogna ripartire da dove tutto questo è iniziato, e non a caso. Dalla corretta, semplice, lineare, oggettiva, INFORMAZIONE.

La nostra gente nuota nell’ignoranza. Ci saranno sempre politici truffatori se questi saranno gli italiani chiamati a votarli. Si riprenda il controllo della televisione pubblica e la si conduca come fosse la BBC spiegando agli italiani come stanno le cose. Le forze dell’ordine o il popolo rimuovano chi ostacola questo processo prima che si arrivi a qualcosa di grave e più serio. La gente è esausta e il governo immobile. Il Presidente della Repubblica nomini immediatamente un vero consiglio di amministrazione Rai non lottizzato che riporti le lancette indietro di 30 anni e si ricostruisca la coscienza con la conoscenza. Ora tutto il piano di Gelli e della P2 di controllare il popolo attraverso il controllo dell’informazione, è tragicamente compiuto e nessuno in 20 anni di governo, così come all’opposizione, per non parlare del governo D’Alema, ha fatto nulla per fermarlo. Si è demonizzato Berlusconi per 20 anni quando bastava staccargli la spina. Tutto ciò ora sarebbe diverso. La spina la inserì Craxi con la concessione delle Tv Mediaset e la loro diffusione su scala nazionale. Ora si riattacchi la spina dell’informazione alla TV pubblica e si interrompa questo piano di annebbiamento delle menti che è peggio di un cancro. E’ la conoscenza l’arma più forte. 

Se apprezzate i miei sfoghi, condivideteli, condivideteli e condivideteli ancora. Mandateli ai vostri amici e conoscenti. Se la pensate allo stesso modo, dal momento che siamo tutti collegati e l’unico strumento da cittadini che abbiamo per risvegliare il nostro paese, è la conoscenza di chi siamo e potremmo essere per realizzare che non siamo un paese normale e dobbiamo invece diventarlo in fretta. Usiamo anche il dissenso. Io dissento. Ditelo in faccia a chiunque faccia davanti ai vostri occhi qualcosa che non considerate onesto e per il bene comune. Facciamone un uso macroscopico. Il dissenso di un popolo ingessa qualunque oligarchia e qualunque cattiva abitudine. Il dissenso da chi ci usa e non ci ascolta, da chi non crede nella meritocrazia ma ancora nella raccomandazione, nella corruzione piuttosto che su vinca il migliore. La competitività è sana e il vero propulsore a spingerci dove non sappiamo nemmeno noi di saper arrivare. Sotto la pressione della competitività, siamo costretti a dare il massimo e, credetemi, la competitività accende tutti i neuroni, li fa brillare e ti fa sentire vivo perché in controllo del tuo destino. Non si possono vincere gare d’appalto ancora con le bustarelle, perché così non sarà il migliore a vincere ma il più furbo e il paese non si evolverà ma appassirà sempre più ripiegato su sé stesso. La ribellione pacifica che ferma un intero paese o lo costringe a pensare è nelle nostre mani, nel nostro coraggio e nella nostra forza che sottovalutiamo immensamente. E’ il dissenso del popolo che ha liberato Mandela di prigione, lo ha eletto presidente nel paese più razzista del mondo e cancellato l’apartheid, ed è sempre il dissenso che ha cacciato gli inglesi dall’India senza che grazie a Gandhi, un solo sasso venisse lanciato.

Abbiamo il sacro dovere di risvegliare gli italiani dalla privazione che hanno subito della conoscenza, della reale informazione neutrale e del rispetto di se’ stessi come cittadini. I criminali vanno in galera. Punto. Non ci sono negoziazioni possibili per tenere ancora Berlusconi in parlamento nonostante una condanna definitiva. I suoi profitti decuplicati. Che cosa vuole ancora, dopo vent’anni in cui si parla solo di lui?! Vuole evitare la galera? Bene! Lasci il paese cantando Vincerò, si goda la vita con trenta concubine in giro per il mondo e tutti i miliardi che ha accumulato e potrebbero sfamare l’intera Africa. Si goda la vita alla faccia nostra come ha sempre fatto. Ma lontano. Non possiamo mai più girare la testa e scrollare le spalle! Se lo facciamo, vergogniamocene perché significa che siamo molli, inerti, deboli e ancora incapaci di infuriarci davanti a ciò che è male e genera male. Il futuro è nelle nostre mani e le mazzate e pietrate che Pertini suggeriva di dare a chi mal governava, oggi sono state sostituite da un click sulla tastiera che aggrega le menti, le sintonizza in un secondo e può cambiare tutto. Nulla è impossibile mai. Mai come oggi nella storia. Ma bisogna ricostruire l’orgoglio, la reattività verso ciò cui non siamo eticamente d’accordo. Svegliamoci dall’omertà che oggi si traduce con “tanto sono tutti uguali”. Perché non è affatto così. Non sono affatto tutti uguali. E’ che quelli che noi vorremmo come leader e rappresentanti, hanno spesso bisogno di noi per venir fuori dal sistema Italiano che li vuole all’angolo perché non consolidati con gli apparati dei loro stessi partiti, Ma noi è proprio dei politici che i politici ossidati e polverosi, corrotti e truffatori non vogliono, che abbiamo bisogno.

Siamo noi a decidere! E possiamo farlo. Iniziate subito e non smettete più. Non insultate chi non la pensa come voi, nemmeno i crociati leghisti o i più violenti provocatori, urlatori, insultatori perché quello è il medioevo da cui dobbiamo uscire. E non si esce combattendolo a colpi di spada, ma ignorandolo e vedendolo appassire come una pianta senz’acqua. Come Bossi che parla di impugnare le armi per la secessione in tendoni con 400 persone rimaste ad ascoltarlo. Quella che abbiamo subito è solo ignoranza. Ignoranza metodicamente elaborata. E la si combatte con l’informazione e la vigilanza. La fiducia nel futuro è nelle nostre possibilità, parte dagli occhi, passa per il cuore e si si esprime sui social network e Internet in generale. Magnifico. Cogito ergo sum. Se penso esisto e se esisto ho il dovere di fare qualcosa per il mio bene e quello degli altri. Così torneremo ad essere un grande popolo. Pensando, riflettendo e reagendo”. Gabriele Muccino

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Finti questionari per una finta politica

Governo e Popolo

Chi volesse avere un’idea degli obiettivi ai quali punta la “grande riforma” costituzionale può connettersi al sito www.partecipa.gov.it, nel quale troverà ben due questionari, uno breve per le persone comuni, l’altro “di approfondimento” per i sapienti. Sarà un esercizio forse poco utile, ma sicuramente istruttivo su dove si voglia andare a parare. Intanto è evidente che la questione di fondo è quella del cambiamento della forma di governo, tema al quale sono riservate la domanda iniziale in entrambi i questionari e la maggior parte dei quesiti contenuti in quello lungo. Gli ispiratori dei questionari si sono guardati bene dal porre una domanda iniziale su quali fossero le opinioni sulle riforme istituzionali ritenute più urgenti. Se lo avessero fatto, avrebbero avuto una risposta netta sulla necessità di cambiare un sistema elettorale incostituzionale e antidemocratico come il Porcellum, che invece è totalmente ignorato. E poi, per quel che riguarda la Costituzione, si poteva chiedere un giudizio sulla sua validità complessiva e se fossero necessari revisioni puntuali e per parti omogenee oppure una grande riforma di quasi tutta la seconda parte, che avrebbe inevitabili ricadute sull’insieme della Costituzione. Ma la scelta è già stata operata dal Governo nel momento in cui ha proposto un d.d.l. costituzionale di deroga dell’art. 138 Cost., che ha come scopo quello di rendere possibile anche ciò che l’art. 138 non consente, cioè un cambiamento di Costituzione.

Ma torniamo ai questionari. La “polpa” del cambiamento è, come si è detto, la forma di governo. Come viene affrontata la questione? In entrambi i questionari si pone l’alternativa tra parlamentarismo e presidenzialismo. Ma in che modo? Con alcuni accorgimenti truffaldini. Intanto in quello breve la prima risposta possibile è “no” a qualsiasi modifica. Si potrebbe ritenere che si tratta di un passo avanti rispetto al d.d.l. costituzionale proposto dalla prima commissione permanente del Senato alla fine della scorsa legislatura, relatori Rutelli e Viespoli, che proponeva un “referendum di indirizzo” nel quale si sarebbe chiesto agli elettori di scegliere tra “forma di governo del Primo ministro” e “forma di governo semi-presidenziale”, senza neppure interrogarli sul mantenimento di quella parlamentare. In pratica il termine “parlamentare” spariva dall’orizzonte del referendum e si preferiva fare ricorso ad una categoria ambigua e priva di valenza scientifica, come quella di “governo del Primo ministro”, che l’allegato al d.d.l. rinveniva non nella forma di governo “neo” o “semi” parlamentare  basata sull’elezione popolare del Primo ministro (come quella praticata in Israele tra il 1992 e il 2001 e che ha avuto in Italia vari sostenitori, quasi tutti oggi convertiti al semipresidenzialismo francese), ma in alcune misure di razionalizzazione riprese in gran parte dall’esperienza tedesca, che si colloca a pieno titolo tra le forme di governo parlamentari.

Il termine “parlamentare” ricompare  nei questionari, ma per chi volesse introdurre qualche cambiamento al testo della Costituzione l’alternativa che il questionario breve propone è tra una forma di governo parlamentare che rafforzi i poteri del Governo o una di tipo presidenziale fondata sull’elezione popolare del Presidente della Repubblica. Insomma chi ritiene che si debba  razionalizzare la forma di governo parlamentare (e quindi adottare alcuni meccanismi di tipo tedesco, come la sfiducia costruttiva), ma anche e soprattutto rifondare il Parlamento irrobustendo le sue funzioni di indirizzo e di controllo e rinsaldando la fiducia tra gli elettori e l’organo rappresentativo del pluralismo, non resta che segnare la casella “altro”. Che non ha alcuna valenza anche perché può rientrarvi di tutto e di più. Si potrebbe obiettare che i quesiti successivi si occupano del Parlamento, ponendo le questioni del superamento del bicameralismo perfetto, dell’età richiesta per diventare parlamentari, delle misure necessarie per garantire l’“efficienza del Parlamento” (numero dei parlamentari, indennità, tempi di approvazione delle leggi, trasparenza). Questioni certo importanti, ma che non risolvono il problema delle funzioni che deve essere chiamato a svolgere l’organo rappresentativo, che nelle ultime legislature è stato ridotto a ratificare le decisioni adottate dal Governo. E per chi lamenta la lentezza delle Camere emerge dalle note esplicative che nella scorsa legislatura il tempo medio di approvazione delle leggi di iniziativa del Governo è stato di 116 giorni, cioè meno di quattro mesi, un tempo non certo storico come si vuol far credere, derivante in parte dal fatto che si trattava in molti casi di leggi di conversione dei decreti legge varati dal Governo.

Ma a quale razionalizzazione della forma di governo parlamentare si pensa? Qui viene in soccorso il questionario lungo. Tutto è giocato sui poteri del “Capo del Governo”, necessari ad evitare “l’instabilità politica derivante” da un assetto parlamentare. Le parole pesano come pietre. Per gli estensori del questionario il parlamentarismo non può che provocare l’instabilità politica. L’unico antidoto sta nel riconoscimento di maggiori poteri al “Capo del Governo”. Come se non incidessero per nulla sul funzionamento di una forma di governo parlamentare la configurazione del sistema dei partiti e la formula elettorale. E come se la questione di fondo non fosse quella dell’esistenza di una maggioranza parlamentare coesa e in sintonia con il paese e del riconoscimento del ruolo della opposizione. Ancora più pesante è la qualificazione del vertice del Governo non come Presidente del Consiglio o Primo ministro, ma come “Capo del Governo”, che riprende senza ritegno il termine impiegato nella legge “fascistissima” n. 2263 del 1925. Può darsi che sia sfuggito alla penna degli estensori. Ma è indicativo di un modo di concepire il ruolo della persona posta alla direzione del Governo. Non a caso quel termine viene costantemente riproposto in tutti i quesiti successivi, discendenti dall’ipotesi in cui si preferisca una forma di governo parlamentare. Dai quali emerge che il “Capo del Governo” possa essere nominato dal Presidente della Repubblica in quanto “leader del partito o della coalizione vincente”, cioè di quella “che nelle ultime elezioni ha ottenuto il maggior  numero di voti” (quindi anche una maggioranza relativa risicata) senza un voto di fiducia iniziale del Parlamento. Che possa direttamente nominare e revocare i ministri, senza dover sottoporre la sua scelta al prudente apprezzamento del Presidente della Repubblica (che in passato ci ha risparmiato scelte infauste, come nel 1994 quella di Previti come ministro della giustizia nel primo governo Berlusconi). Che possa chiedere lo scioglimento delle Camere al Capo dello Stato “in caso di crisi politica”, termine ben più ampio e vago di quello di “crisi di governo”, che può consentire la più ampia discrezionalità. Insomma si ripropone qui un sistema simile al “premierato assoluto” previsto dalla legge costituzionale approvata nel 2005 dalla maggioranza di centro-destra e sonoramente bocciato dall’elettorato nel referendum del 25/26 giugno 2006. Certo, manca l’incredibile norma “antiribaltone” contenuta nel testo del 2005, anche perché il “Capo del Governo” risulta già sufficientemente blindato. Inoltre sono prospettate anche ipotesi di razionalizzazione condivisibili, mutuate dal sistema tedesco, come la concessione della fiducia al solo Primo ministro e la sfiducia costruttiva. Ma sono annegate nel quadro dell’attribuzione al “Capo del Governo” di un insieme di poteri che lo renderebbero superiore gerarchico nel Governo, padrone della durata del Parlamento e nel contempo sminuirebbero il ruolo del Presidente della Repubblica sia nella nomina del Governo sia nello scioglimento delle Camere.

Ma qual è l’alternativa che viene prospettata? Qui c’è un vero e proprio gioco delle tre carte. Infatti le note esplicative del questionario lungo affermano che “nell’ambito delle forme di governo di tipo presidenziale rientra anche la forma di governo cosiddetta “semi-presidenziale”, come ad esempio quella francese”. Anche qui c’è la massima ambiguità e la distorsione di una categoria scientifica. Che si distingue sia da quella parlamentare, perché prevede un Presidente eletto dal popolo titolare di importanti poteri propri, sia da quella presidenziale, perché contempla un Governo con un Primo ministro legato al Parlamento da un rapporto di fiducia. Una forma di governo che può dare vita ad esiti molto diversi. Ad un funzionamento di tipo parlamentare, come quello che caratterizza tutte le democrazie indicate da Duverger come rientranti nel modello (Austria, Irlanda, Islanda, ma ormai da vari anni anche Finlandia e Portogallo). O ad uno di tipo “ultrapresidenziale ad eccezione coabitazionista”, per usare una terminologia impiegata da tanti costituzionalisti e politologi francesi, come quella che si è verificata nella Quinta Repubblica francese. Ma perché mescolare capre e cavoli? Per lasciare intendere che il modello americano e quello francese sono equivalenti, mentre non è affatto così. Da una parte c’è un sistema presidenziale fondato sull’equilibrio tra i poteri nel quale il Presidente non può essere sfiduciato, ma non può sciogliere le Camere e vi sono “pesi e contrappesi”, come il veto presidenziale sulle leggi da un lato e i forti poteri di indirizzo e di controllo parlamentari dall’altro. Per non parlare del potere del Congresso di decidere prima la messa in stato d’accusa poi la destituzione dalla carica del Presidente colpevole di “tradimento, corruzione e altri gravi reati”. Dall’altra parte c’è un sistema, come quello francese, squilibrato nel quale il Presidente, che di regola è sostenuto dalla maggioranza parlamentare, assomma nelle sue mani le funzioni di Capo dello Stato e di Primo ministro effettivo, può sciogliere liberamente l’Assemblea nazionale, ricorrere al referendum anche per modificare la Costituzione, impugnare una legge di fronte al Consiglio costituzionale, utilizzare poteri di emergenza …. e non è politicamente responsabile nel corso del mandato.

I quesiti successivi, relativi alla scelta tra forma di governo presidenziale e semi-presidenziale, solo in minima parte chiariscono le differenze. E soprattutto non c’è una parola sulla responsabilità del Presidente eletto dal popolo. L’unico contrappeso adombrato è quello dell’eventuale limite dei mandati, punto sul quale gli estensori prevedono anche la risposta negativa che consentirebbe la rieleggibilità illimitata. È stupefacente, visto che negli Stati Uniti il Presidente non può essere eletto più di due volte e in Francia il Presidente non può svolgere più di due mandati consecutivi e il limite dei mandati è previsto in tutti gli ordinamenti democratici che prevedono l’elezione popolare del Capo dello Stato. Ma evidentemente quel che conta non sono i contrappesi, ma l’affidamento del governo del paese ad un uomo, sia questi il “Capo del Governo” o il Presidente eletto dal popolo, titolare di poteri prevalenti nei confronti degli altri poteri dello Stato e per nulla o poco responsabile. Questo è il cuore dei questionari. E la presentazione di quesiti relativi agli strumenti di democrazia diretta e di partecipazione figura come una foglia di fico che serve a coprire l’essenziale. In definitiva i questionari, lungi dall’essere uno strumento di partecipazione popolare, assumono una valenza plebiscitaria nel momento in cui, anche con accorgimenti truffaldini, pretendono di condizionare e di orientare in una precisa direzione le persone interrogate.

(Fonte costituzionalismo – Mauro Volpi)

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Discorso di insediamento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,

lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. E’ un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.

So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.

Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.

A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.
E’ emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.
La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”. Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente.

Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
E’ a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna. Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione : quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme.

Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.

La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.
Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.

Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.

Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto. Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.”
Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.

E’ un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive. E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.

Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi. Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti.

Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.

La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione Europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici.

E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa. E’ la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili. Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.

Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”. Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.

Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea.

Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.

La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.

Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità. Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.

Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.
E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale.

D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti.

Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.
Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza” : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.

Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono.

Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni ; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà. Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.

Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

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