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Chi è più presente in Senato? Il Movimento 5 Stelle

Presenze in Senato

I dati sulle presenze si riferiscono alle votazioni elettroniche che si svolgono nell’Assemblea del Senato dall’inizio della legislatura. Le presenze dunque non si riferiscono a tutte le possibili attività parlamentari (lavori preparatori nelle Commissioni), ma solo al totale delle presenze nelle votazioni elettroniche in Aula. Le assenze dovute a malattia o infortunio figurano come normali assenze e vengono rettificate due mesi dopo la chiusura del mese in corso. Curiosità: Sono 58 le proposte di riforma della legge elettorale presentate alla Camera e al Senato in questa legislatura. Il Parlamento non ha neppure iniziato la discussione di nessuna di queste. Sembra proprio che il Porcellum, in vigore da 3 elezioni, 5 Governi e 8 anni, sia pronto a superare nuovi traguardi.
*Dati Openpolis


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A.A.A. cercasi riforma elettorale

legge elettorale

La funzione della legge elettorale è di produrre rappresentanza e governabilità. Essa non agisce nel vuoto, ma in un determinato contesto, costituito, da un lato, dalla forma di stato e dalla forma di governo, cioè il sistema istituzionale, e, dall’altro, dal sistema partitico, inteso non solo come dato strutturale, ma più ampiamente come cultura politica. Tra questi elementi e la legge elettorale vi è un rapporto di interazione e non avrebbe senso parlare del rendimento di una legge elettorale e di una sua riforma astraendosi dal contesto. Non intendo difendere l’indifendibile legge Calderoli (il famigerato porcellum), ma solo per esemplificare quel che ho detto ci si potrebbe chiedere quale sarebbe il dibattito sul suo funzionamento e sulla sua riforma se essa avesse trovato applicazione in una realtà caratterizzata dall’esistenza di due solidi partiti stabilmente attestati intorno al 40 %; se i partiti avessero fatto un uso diverso delle liste bloccate, inserendo persone capaci, competenti e attente al bene comune, invece di un personale politico di legislatura in legislatura sempre più dequalificato; se il nostro bicameralismo non fosse paritario; se il capo del governo avesse maggiori poteri, in particolare riguardo allo scioglimento delle camere. I difetti strutturali della legge sarebbero ancora lì, ma avremmo sicuramente assistito ad un altro film e probabilmente il finale, che si spera venga girato nei prossimi mesi, avrebbe altri ritmi ed altre sequenze.

All’origine dell’attuale situazione vi è stata la sottovalutazione della interdipendenza di cui ho detto. Vi è stata una sopravvalutazione della capacità della legge elettorale da sola a modellare il regime politico e a produrre un efficiente sistema maggioritario bipolare. Solo oggi si riconosce appieno questo errore di prospettiva, di cui peraltro era già da anni era avvertita l’analisi dei politologi. Riguardo all’influenza delle leggi elettorali sul sistema partitico, lo stesso Duverger, che nel 1951 aveva formulato le famose tre leggi che enunciavano uno stretto collegamento (tra cui quella secondo la quale lo scrutinio maggioritario uninominale produce bipartitismo), aveva successivamente modificato la sua posizione. Aveva precisato che l’azione delle leggi elettorali può essere comparata a quella del freno e dell’acceleratore, che esse non hanno un ruolo propriamente di motore e che sul sistema partitico l’azione più decisiva è quella delle realtà nazionali, delle ideologie e delle strutture socio-economiche. D’altra parte, il sistema bipartitico inglese è nato prima del plurality system. Continue Reading

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Finti questionari per una finta politica

Governo e Popolo

Chi volesse avere un’idea degli obiettivi ai quali punta la “grande riforma” costituzionale può connettersi al sito www.partecipa.gov.it, nel quale troverà ben due questionari, uno breve per le persone comuni, l’altro “di approfondimento” per i sapienti. Sarà un esercizio forse poco utile, ma sicuramente istruttivo su dove si voglia andare a parare. Intanto è evidente che la questione di fondo è quella del cambiamento della forma di governo, tema al quale sono riservate la domanda iniziale in entrambi i questionari e la maggior parte dei quesiti contenuti in quello lungo. Gli ispiratori dei questionari si sono guardati bene dal porre una domanda iniziale su quali fossero le opinioni sulle riforme istituzionali ritenute più urgenti. Se lo avessero fatto, avrebbero avuto una risposta netta sulla necessità di cambiare un sistema elettorale incostituzionale e antidemocratico come il Porcellum, che invece è totalmente ignorato. E poi, per quel che riguarda la Costituzione, si poteva chiedere un giudizio sulla sua validità complessiva e se fossero necessari revisioni puntuali e per parti omogenee oppure una grande riforma di quasi tutta la seconda parte, che avrebbe inevitabili ricadute sull’insieme della Costituzione. Ma la scelta è già stata operata dal Governo nel momento in cui ha proposto un d.d.l. costituzionale di deroga dell’art. 138 Cost., che ha come scopo quello di rendere possibile anche ciò che l’art. 138 non consente, cioè un cambiamento di Costituzione.

Ma torniamo ai questionari. La “polpa” del cambiamento è, come si è detto, la forma di governo. Come viene affrontata la questione? In entrambi i questionari si pone l’alternativa tra parlamentarismo e presidenzialismo. Ma in che modo? Con alcuni accorgimenti truffaldini. Intanto in quello breve la prima risposta possibile è “no” a qualsiasi modifica. Si potrebbe ritenere che si tratta di un passo avanti rispetto al d.d.l. costituzionale proposto dalla prima commissione permanente del Senato alla fine della scorsa legislatura, relatori Rutelli e Viespoli, che proponeva un “referendum di indirizzo” nel quale si sarebbe chiesto agli elettori di scegliere tra “forma di governo del Primo ministro” e “forma di governo semi-presidenziale”, senza neppure interrogarli sul mantenimento di quella parlamentare. In pratica il termine “parlamentare” spariva dall’orizzonte del referendum e si preferiva fare ricorso ad una categoria ambigua e priva di valenza scientifica, come quella di “governo del Primo ministro”, che l’allegato al d.d.l. rinveniva non nella forma di governo “neo” o “semi” parlamentare  basata sull’elezione popolare del Primo ministro (come quella praticata in Israele tra il 1992 e il 2001 e che ha avuto in Italia vari sostenitori, quasi tutti oggi convertiti al semipresidenzialismo francese), ma in alcune misure di razionalizzazione riprese in gran parte dall’esperienza tedesca, che si colloca a pieno titolo tra le forme di governo parlamentari.

Il termine “parlamentare” ricompare  nei questionari, ma per chi volesse introdurre qualche cambiamento al testo della Costituzione l’alternativa che il questionario breve propone è tra una forma di governo parlamentare che rafforzi i poteri del Governo o una di tipo presidenziale fondata sull’elezione popolare del Presidente della Repubblica. Insomma chi ritiene che si debba  razionalizzare la forma di governo parlamentare (e quindi adottare alcuni meccanismi di tipo tedesco, come la sfiducia costruttiva), ma anche e soprattutto rifondare il Parlamento irrobustendo le sue funzioni di indirizzo e di controllo e rinsaldando la fiducia tra gli elettori e l’organo rappresentativo del pluralismo, non resta che segnare la casella “altro”. Che non ha alcuna valenza anche perché può rientrarvi di tutto e di più. Si potrebbe obiettare che i quesiti successivi si occupano del Parlamento, ponendo le questioni del superamento del bicameralismo perfetto, dell’età richiesta per diventare parlamentari, delle misure necessarie per garantire l’“efficienza del Parlamento” (numero dei parlamentari, indennità, tempi di approvazione delle leggi, trasparenza). Questioni certo importanti, ma che non risolvono il problema delle funzioni che deve essere chiamato a svolgere l’organo rappresentativo, che nelle ultime legislature è stato ridotto a ratificare le decisioni adottate dal Governo. E per chi lamenta la lentezza delle Camere emerge dalle note esplicative che nella scorsa legislatura il tempo medio di approvazione delle leggi di iniziativa del Governo è stato di 116 giorni, cioè meno di quattro mesi, un tempo non certo storico come si vuol far credere, derivante in parte dal fatto che si trattava in molti casi di leggi di conversione dei decreti legge varati dal Governo.

Ma a quale razionalizzazione della forma di governo parlamentare si pensa? Qui viene in soccorso il questionario lungo. Tutto è giocato sui poteri del “Capo del Governo”, necessari ad evitare “l’instabilità politica derivante” da un assetto parlamentare. Le parole pesano come pietre. Per gli estensori del questionario il parlamentarismo non può che provocare l’instabilità politica. L’unico antidoto sta nel riconoscimento di maggiori poteri al “Capo del Governo”. Come se non incidessero per nulla sul funzionamento di una forma di governo parlamentare la configurazione del sistema dei partiti e la formula elettorale. E come se la questione di fondo non fosse quella dell’esistenza di una maggioranza parlamentare coesa e in sintonia con il paese e del riconoscimento del ruolo della opposizione. Ancora più pesante è la qualificazione del vertice del Governo non come Presidente del Consiglio o Primo ministro, ma come “Capo del Governo”, che riprende senza ritegno il termine impiegato nella legge “fascistissima” n. 2263 del 1925. Può darsi che sia sfuggito alla penna degli estensori. Ma è indicativo di un modo di concepire il ruolo della persona posta alla direzione del Governo. Non a caso quel termine viene costantemente riproposto in tutti i quesiti successivi, discendenti dall’ipotesi in cui si preferisca una forma di governo parlamentare. Dai quali emerge che il “Capo del Governo” possa essere nominato dal Presidente della Repubblica in quanto “leader del partito o della coalizione vincente”, cioè di quella “che nelle ultime elezioni ha ottenuto il maggior  numero di voti” (quindi anche una maggioranza relativa risicata) senza un voto di fiducia iniziale del Parlamento. Che possa direttamente nominare e revocare i ministri, senza dover sottoporre la sua scelta al prudente apprezzamento del Presidente della Repubblica (che in passato ci ha risparmiato scelte infauste, come nel 1994 quella di Previti come ministro della giustizia nel primo governo Berlusconi). Che possa chiedere lo scioglimento delle Camere al Capo dello Stato “in caso di crisi politica”, termine ben più ampio e vago di quello di “crisi di governo”, che può consentire la più ampia discrezionalità. Insomma si ripropone qui un sistema simile al “premierato assoluto” previsto dalla legge costituzionale approvata nel 2005 dalla maggioranza di centro-destra e sonoramente bocciato dall’elettorato nel referendum del 25/26 giugno 2006. Certo, manca l’incredibile norma “antiribaltone” contenuta nel testo del 2005, anche perché il “Capo del Governo” risulta già sufficientemente blindato. Inoltre sono prospettate anche ipotesi di razionalizzazione condivisibili, mutuate dal sistema tedesco, come la concessione della fiducia al solo Primo ministro e la sfiducia costruttiva. Ma sono annegate nel quadro dell’attribuzione al “Capo del Governo” di un insieme di poteri che lo renderebbero superiore gerarchico nel Governo, padrone della durata del Parlamento e nel contempo sminuirebbero il ruolo del Presidente della Repubblica sia nella nomina del Governo sia nello scioglimento delle Camere.

Ma qual è l’alternativa che viene prospettata? Qui c’è un vero e proprio gioco delle tre carte. Infatti le note esplicative del questionario lungo affermano che “nell’ambito delle forme di governo di tipo presidenziale rientra anche la forma di governo cosiddetta “semi-presidenziale”, come ad esempio quella francese”. Anche qui c’è la massima ambiguità e la distorsione di una categoria scientifica. Che si distingue sia da quella parlamentare, perché prevede un Presidente eletto dal popolo titolare di importanti poteri propri, sia da quella presidenziale, perché contempla un Governo con un Primo ministro legato al Parlamento da un rapporto di fiducia. Una forma di governo che può dare vita ad esiti molto diversi. Ad un funzionamento di tipo parlamentare, come quello che caratterizza tutte le democrazie indicate da Duverger come rientranti nel modello (Austria, Irlanda, Islanda, ma ormai da vari anni anche Finlandia e Portogallo). O ad uno di tipo “ultrapresidenziale ad eccezione coabitazionista”, per usare una terminologia impiegata da tanti costituzionalisti e politologi francesi, come quella che si è verificata nella Quinta Repubblica francese. Ma perché mescolare capre e cavoli? Per lasciare intendere che il modello americano e quello francese sono equivalenti, mentre non è affatto così. Da una parte c’è un sistema presidenziale fondato sull’equilibrio tra i poteri nel quale il Presidente non può essere sfiduciato, ma non può sciogliere le Camere e vi sono “pesi e contrappesi”, come il veto presidenziale sulle leggi da un lato e i forti poteri di indirizzo e di controllo parlamentari dall’altro. Per non parlare del potere del Congresso di decidere prima la messa in stato d’accusa poi la destituzione dalla carica del Presidente colpevole di “tradimento, corruzione e altri gravi reati”. Dall’altra parte c’è un sistema, come quello francese, squilibrato nel quale il Presidente, che di regola è sostenuto dalla maggioranza parlamentare, assomma nelle sue mani le funzioni di Capo dello Stato e di Primo ministro effettivo, può sciogliere liberamente l’Assemblea nazionale, ricorrere al referendum anche per modificare la Costituzione, impugnare una legge di fronte al Consiglio costituzionale, utilizzare poteri di emergenza …. e non è politicamente responsabile nel corso del mandato.

I quesiti successivi, relativi alla scelta tra forma di governo presidenziale e semi-presidenziale, solo in minima parte chiariscono le differenze. E soprattutto non c’è una parola sulla responsabilità del Presidente eletto dal popolo. L’unico contrappeso adombrato è quello dell’eventuale limite dei mandati, punto sul quale gli estensori prevedono anche la risposta negativa che consentirebbe la rieleggibilità illimitata. È stupefacente, visto che negli Stati Uniti il Presidente non può essere eletto più di due volte e in Francia il Presidente non può svolgere più di due mandati consecutivi e il limite dei mandati è previsto in tutti gli ordinamenti democratici che prevedono l’elezione popolare del Capo dello Stato. Ma evidentemente quel che conta non sono i contrappesi, ma l’affidamento del governo del paese ad un uomo, sia questi il “Capo del Governo” o il Presidente eletto dal popolo, titolare di poteri prevalenti nei confronti degli altri poteri dello Stato e per nulla o poco responsabile. Questo è il cuore dei questionari. E la presentazione di quesiti relativi agli strumenti di democrazia diretta e di partecipazione figura come una foglia di fico che serve a coprire l’essenziale. In definitiva i questionari, lungi dall’essere uno strumento di partecipazione popolare, assumono una valenza plebiscitaria nel momento in cui, anche con accorgimenti truffaldini, pretendono di condizionare e di orientare in una precisa direzione le persone interrogate.

(Fonte costituzionalismo – Mauro Volpi)

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In attesa di una nuova classe politica

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Mai come in questa fase storica i costi delle mancate riforme in Italia si fanno sentire, ma si continua a parlare di riforme per poi fare poco o nulla. Esiste però un insieme di cittadini pronti a sostenere un programma di cambiamento, opposti alla difesa di rendite non più sostenibili, che andrebbe mobilitato a sostegno delle riforme da realizzare. Riforme illustrate e spiegate nel libro “Non ci resta che crescere. Riforme: chi vince, chi perde, come farle” (Università Bocconi editore, 2011, 194 pagg. 16 euro), curato da Tommaso Nannicini e da una serie di esperti tra cui Pietro IchinoTito BoeriMaurizio FerreraCarlo Scarpa, Dario Di Vico, Giorgio Vittadini e Chicco Testa. Tommaso Nannicini è docente di Econometria e Political economy all’Università Bocconi e ha svolto periodi di ricerca a Harvard, MIT e IMF. Qui un estratto dal libro.

È necessaria una classe politica con le carte in regola. Idee giuste e visione d’insieme, da sole, non bastano. Serve una risorsa che in politica è un bene prezioso: la credibilità. Una risorsa che l’attuale classe politica sembra aver esaurito. Come rendere credibili, allora, politici chiamati a far passare nel paese una terapia shock di selezione? Innanzitutto, mettendo ordine a casa propria. Perché, francamente, è difficile convincere il paese che servono più merito e concorrenza, mentre si è immersi nella difesa delle proprie rendite e posizioni di potere. Prima di abbozzare qualsiasi delle riforme discusse in questo libro, la classe politica dovrebbe (senza altri annunci): dimezzare il numero dei parlamentari; ridurre gli enti territoriali; introdurre controlli a tutti i livelli sulle spese per collaboratori, sedi di rappresentanza e affini; instituire una commissione indipendente che valuti costi e benefici di enti e istituzioni sotto il controllo della politica e degli interessi organizzati (per esempio, le camere di commercio sono davvero utili?); realizzare ulteriori privatizzazioni che, ancor prima che far cassa, riducano gli spazi di potere discrezionale dei politici nazionali e locali.

L’attuale classe politica è prigioniera di vecchi tic: il gioco distributivo della Prima Repubblica o le scorciatoie populiste della Seconda sono le uniche vie di ricerca del consenso che conosce. Ogni tanto infiocchetta i propri discorsi con parole come «concorrenza », «meritocrazia», «innovazione», ma non ne coglie appieno la portata per il semplice fatto che non ha mai sperimentato nessuna di queste dimensioni. Occorre riaprire, quindi, i canali dell’impegno politico e della selezione della classe dirigente. Un messaggio politico è convincente solo se le persone che lo propongono ne sono convinte, perché, nel nostro caso, hanno vissuto sulla propria pelle i costi del mancato dinamismo.

La Lega Nord ci è in parte riuscita nel suo campo: se si guardano i dati sulla provenienza professionale degli amministratori locali in Italia, si vede che l’avvento della Lega nel sistema politico ha creato una rottura evidente, portando nelle istituzioni categorie e professioni prima quasi assenti (piccoli imprenditori, professionisti). Anche questa forma di reclutamento sta dietro alla capacità della Lega di parlare con il popolo delle partite IVA. Chi si proporrà di far passare nel paese l’opera di selezione abbozzata in questo libro dovrà fare qualcosa di simile: aprendo le porte dell’impegno politico agli italiani che hanno voglia di crescere, a giovani, donne e apolidi dei flussi. Un modo per farlo è rendere più aperta e concorrenziale la selezione delle candidature che contano. I meccanismi istituzionali che influenzano la selezione politica, a cominciare dalla legge elettorale, devono essere rivisti. C’è bisogno di più competizione anche nella scelta dei politici. Sull’attuale legge elettorale, il famigerato Porcellum, è già stato detto tutto il male possibile, da chi non l’ha né proposta né approvata, ma l’ha comunque usata per difendere le oligarchie di partito, e finanche da chi l’ha partorita, proposta e approvata. Il proporzionale con liste bloccate rimette la scelta dei parlamentari nelle mani delle segreterie di partito e non consente agli elettori di «punire» quei parlamentari che si sono contraddistinti in negativo, se non votando per un altro partito. Con partiti chiusi e autoreferenziali, e in un quadro politico polarizzato, il Porcellum fornisce incentivi perversi nella selezione della classe politica. Purtroppo non esistono ricette magiche. Il ritorno al sistema maggioritario uninominale, in vigore al 75 per cento ai tempi del Mattarellum, non avrebbe poteri taumaturgici visto che, anche allora, nei collegi blindati si poteva far eleggere anche il cavallo di Caligola. Ma proprio questo ci suggerisce un’ultima «riforma» che potrebbe aumentare la competizione anche in politica. In uno studio scientifico con Vincenzo Galasso, abbiamo trovato che ai tempi del Matterellum i candidati migliori (più istruiti, con maggiori esperienze amministrative o successi professionali) erano eletti nei collegi contestabili, mentre i funzionari di partito tendevano a essere eletti nei collegi sicuri. Ecco quindi la proposta: tornare ai collegi uninominali (come propone un’iniziativa referendaria di cui c’è da augurarsi il successo) e, nello stesso tempo, incaricare una commissione indipendente di disegnare i nuovi collegi tenendo conto della composizione dell’elettorato, così da rendere il più competitivo possibile l’esito atteso dello scontro elettorale in ogni collegio. Il risultato sarebbe quello di disciplinare i partiti a scegliere candidati migliori e più appetibili per gli elettori mobili e portati al voto d’opinione (soprattutto giovani).

Lo so: al momento non c’è traccia di tutto questo. I meccanismi di selezione della classe politica sono bloccati. E le misure per ridurre l’invadenza della politica sono proposte in un mese e rinviate quello dopo. Torna alla mente la descrizione delle classi dirigenti di una democrazia in crisi fatta da Ignazio Silone, per bocca di Tommaso il Cinico, nel libro La scuola dei dittatori: «Una classe dirigente in declino vive di mezze misure, giorno per giorno, e rinvia sempre all’indomani l’esame delle questioni scottanti. Costretta a prendere decisioni, essa nomina commissioni e sottocommissioni, le quali terminano i loro lavori quando la situazione è già cambiata. Arrivare in ritardo significa chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Significa anche illudersi di evitare le responsabilità, lavarsene le mani, per mostrarle bianche e pure agli storici futuri. Il colmo dell’arte di governo per i democratici dei paesi in crisi sembra consistere nell’incassare degli schiaffi per non ricevere dei calci, nel sopportare il minor male, nell’escogitare sempre nuovi compromessi per attenuare i contrasti e tentare di conciliare l’inconciliabile». Sembra, purtroppo, la cronaca degli ultimi anni. Ma questo circolo vizioso può essere spezzato. Ne esistono le condizioni, perché i costi economici e sociali dell’immobilismo stanno crescendo e si sta formando nel paese una constituency delle riforme. Abbiamo risorse umane e materiali che pochi paesi possono vantare, che aspettano una prospettiva credibile per rimettersi a rischiare e crescere. Manca solo un imprenditore politico (leader o partito) che accenda la miccia. Un Tony Blair italiano che trovi il coraggio di rischiare di prendere qualche calcio, pur di smettere di stare immobile e inebetito a ricevere ceffoni. L’esito potrebbe essere dirompente. Sì, nonostante le insidie del dolce declino, c’è da essere ottimisti sul futuro dell’Italia.

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