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Io il richiestissimo Black Bloc

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“Salve, sono un black bloc. Vengo da fuori, ma non vi dico da dove, tanto lo sapete benissimo (mi riferisco all’intelligence italiana, che è sempre molto intelligente). E niente, vorrei parlarvi un po’ del mio lavoro, che mi dà tante soddisfazioni, soprattutto in Italia. È un bell’impiego, non c’è che dire, specie con questi chiari di luna. Ben pagato, anche. Io peraltro sono una vocazione precoce: sognavo di spaccare tutto fin da piccolo. I miei matusa, ingenui, mi dicevano: “Così non vai da nessuna parte, devi smetterla di sfasciare ogni cosa che vedi, fatti una posizione”. Ho fregato anche loro: mi son fatto una posizione sfasciando tutto. Sono richiestissimo, indosso una divisa strafica (il nero della tuta mi slancia e acchiappo un casino), giro il mondo. Prima, ai tempi del G8 di Genova, avevo un contratto Co.Co.Co (acronimo di Cosa Colpire a Cottimo), poi trasformato in Co.Co.Pro (Cosa Colpire a Progetto). Ora invece, grazie al Jobs Act, mi han fatto un tempo indeterminato a tutele crescenti: più vetrine sfascio, più macchine incendio, più negozi devasto, più poliziotti meno,più le autorità italiane mi proteggono.

Avete mai visto un black bloc manganellato o arrestato in Italia? Io mai (parlo di noi col marchio Doc, diffidate dalle imitazioni e dai franchising). È una sensazione eccitante: accendi un fumogeno, ti cambi d’abito nella nuvola di gas, metti a ferro e a fuoco la città, e sfili indisturbato fra due ali di folla, di polizia, di cameramen e di fotografi professionisti e dilettanti: nessuno ti tocca, neppure una pieghina sulla tuta, bello lindo e liscio come l’olio. Meglio di Mosè tra le acque del Mar Rosso.

Nel 2001, quando ho debuttato a Genova, non ci volevo credere. I miei istruttori mi avevano detto: “Andiamo là, sfasciamo tutto, non ci fanno niente e torniamo a casa”. Parlavano anche di un contratto nero su bianco, ma io quando vidi tutta quella polizia in tenuta antisommossa pensai a una frottola per convincermi a partire. Invece avevano ragione loro: la polizia menava i ragazzini, i vecchietti, persino qualche suora, ma a noi non ha torto un capello. Non per nulla avevamo la divisa: per farci riconoscere. Alcuni dei nostri entravano e uscivano dalla Questura e fuori le solite zecche coi telefonini filmavano la scena. Ho detto: “Siamo fritti”. Invece poi le zecche sono andate a dormire alla Diaz e la polizia ha distrutto tutto: crani, nasi, ossa, cartilagini, braccia, gambe, toraci, e naturalmente cellulari e filmati. Un lavoro da manuale, roba che mi son sentito un dilettante: però ho imparato molto. Da allora, con un po’di amici, abbiamo messo su un’agenzia, la GEPI: Grandi Eventi Pronto Intervento. Siamo richiestissimi.

In Italia facciamo sempre comodo a qualcuno per sputtanare quelli che nei movimenti antagonisti si battono pacificamente (pensa quanto sono coglioni) contro le mafie e le bande nascoste dietro le sigle Tav Torino-Lione, Expo Milano 2015, Mose, ecc. Appena si muovono, arriviamo noi e sfasciamo tutto. All’inizio era un secondo lavoro, ora è diventato il primo: abbiamo proprio una tessera-coupon con lo strappino da staccare di volta in volta. E i capi dei No-Qualcosa ci lasciano fare. Un po’ perché non hanno ancora capito che a noi non frega una beneamata cippa del Tav, di Expo, del Mose (veniamo da Belgio, Germania, di qua e di là e manco sappiamo che roba è, quella). Un po’ perché non hanno ancora capito che noi lavoriamo contro di loro. O, se l’hanno capito, fanno pippa perché hanno paura di noi, o perché gli facciamo comodo, li facciamo sentire importanti e temuti, con tutti quei titoli sui tg e i giornali. Se sfilassero pacificamente, non se li filerebbe nessuno. E la stampa parlerebbe d’altro: dei disoccupati che aumentano, delle bugie del governo sulla crescita, dell’Expo tutto calcinacci e cartongesso per nascondere i cantieri mai finiti, degli inquisiti candidati alle Regionali.

Noi siamo l’offerta a una domanda di mercato: facciamo comodo a tutti, al governo e agli antagonisti. Non c’è neppure bisogno che ci chiamino: lo sappiamo noi quando serviamo, partiamo da soli senz’avvertire nessuno. Tanto lo sanno tutti che arriviamo: gli antagonisti come il governo.

Scusate, ma che altro han mai fatto i servizi segreti italiani dagli anni 60 a oggi se non infiltrare i gruppi antigovernativi di destra e di sinistra? Nel 1969 sapevano che i fascisti avrebbero piazzato la bomba in piazza Fontana, e gliela lasciarono piazzare. Nel 1978 sapevano che le Br avrebbero rapito Moro, e glielo lasciarono rapire. Nel 2001 sapevano che avremmo distrutto Genova, e ce la lasciarono distruggere. È una tecnica vecchia come l’Italia: si chiama “destabilizzare per stabilizzare”. E funziona ancora: dopo 50 anni, la pista anarchica è un evergreen.

L’altro ieri lo sapevano benissimo che avremmo fatto quei danni a Milano, e ce li hanno lasciati fare. Non parlo dei poveri e ignari poliziotti da strada, mandati allo sbaraglio con l’ordine di non caricare (tant’è che sono riuscito a incendiarne uno così, en passant). Parlo di chi, dietro e sopra di loro, sapeva da mesi del nostro arrivo, e l’ha pure fatto scrivere dai giornali e dire dai tg per fare bella figura, poi ci ha spianato la strada come sempre. Con la differenza che con Berlusconi l’ordine era di menare qualcuno purchessia, a caso (esclusi noi, ci mancherebbe). Ora invece, dopo la sentenza di Strasburgo sulle torture alla Diaz, la consegna è non menare più nessuno: prenderle e basta. Così poi le vostre solite teste di Twitter possono dare la colpa a Fedez (un rapper mandante nostro? Uahahahahah). E quel genio di Alfano può dire che “abbiamo evitato il peggio”. Ma come si permette di svilire così il nostro onesto lavoro? Che si aspettava, i bombardamenti di Dresda? Comunque, messaggio recepito: al prossimo grande evento, faremo meglio”. Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano del 03 Maggio 2015.


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I poliziotti vorrebbero spesso stare dalla parte di chi protesta

Il malumore delle forze di polizia è alto. Il dibattito e le discussioni che si stanno aprendo sono aspre e giustamente meritano considerazioni. La polizia si sta stancando. E’ giusto ricordare che il celerino difende i palazzi della politica per 1300€ al mese, lavorando anche per 12 ore consecutive senza che gli paghino lo straordinario, deve prendere schiaffi, sputi, insulti, sampietrini in faccia per tutto il giorno. “Facciamo queste manifestazioni senza la Polizia”, ha dichiarato Felice Romano segretario generale Siulp. I Reparti Mobili hanno chiesto un giorno di ferie per sabato prossimo per lanciare un segnale corretto ma forte. La polizia è giustamente stanca di difendere istituzioni assenti. E chiaro il disegno politico. Chiedono 2000 uomini per garantire l’ordine pubblico e il Ministro ne manda solo 800. Si vogliono gli scontri c’è poco da fare, per distrarre l’opinione pubblica. Di seguito riporto la lettera del segretario generale Siulp  Felice Romano:

 

“Sento la necessità, come rappresentante del Siulp, il primo tra i sindacati di polizia, di prendere la parola in un momento drammatico per la gestione dell’ordine pubblico nel nostro Paese, e non solo a nome del sindacato, ma di molti poliziotti che in questo periodo vivono sulla propria pelle il dramma di una situazione paradossale, generata dall’obiettiva responsabilità di una parte consistente della classe dirigente che per anni, in vari settori della vita pubblica ha badato davvero poco all’interesse generale, ma aggravata anche da una obiettiva crisi dei valori posti a fondamento della nostra società civile, quali il lavoro, la dignità del lavoratore e la solidarietà.
C’è il rischio, già da oggi, che si ripeta tutto quello che abbiamo visto sulle piazze italiane negli anni ottanta, forse in maniera molto più grave, atteso quello che è accaduto a Milano, e cito la civilissima Milano non il luogo sperduto del sud dove impazza la criminalità dove un giovane è stato aggredito per il solo sospetto che fosse un poliziotto. Desidero che si sappia, senza se e senza ma, che il nostro modello di gestione dell’ordine pubblico è raffigurato da quel collega, non a caso con i capelli bianchi, che a Milano, in occasione della visita del Presidente Monti alla Bocconi, senza casco e senza manganello, è riuscito ad evitare lo scontro tra reparti e manifestanti, restando ferito a sua volta. Sarebbe bello se una volta soltanto il Capo della Polizia premiasse lui, o i tanti come lui che quotidianamente operano nelle piazze e in val di Susa, per dare un segnale a tutti quei colleghi che ogni giorno, in tutt’Italia, assicurano a rischio proprio e con disagi incredibili il diritto di manifestare dei cittadini. E forse, conoscendo Manganelli, lo farà. Ma noi chiediamo di più, al nostro Capo, e al ministro Cancellieri. Proprio non ci va giù l’idea che passa su questi giorni in tivù, sulla stampa, e soprattutto sulla rete, e cioè che quando le cose vanno bene il merito sia dei capi, e quando invece vanno male la colpa sia del singolo. Di due persone io voglio prendere pubblicamente le difese, di due situazioni io voglio parlare, col coraggio della verità scomoda che mi viene dalla voglia di non vedere ripetere gli errori della storia.
Di quel collega, l’unico per ora sui 4500 impiegati in quella giornata che ha segnato oltre 40 feriti alcuni dei quali anche gravi, che è stato indagato dopo essere stato identificato sempre da altri poliziotti come l’autore del pestaggio ai danni di un manifestante già a terra, innanzitutto io voglio parlare. Non si tratta di un criminale, questo è certo ma di un poliziotto, che ha sicuramente sbagliato in servizio e, visto che lavorato per oltre 15 ore consecutive in mezzo ad una vera e propria guerriglia, a causa dello stesso: ma appare oggi troppo facile scaricarlo, abbandonarlo al suo destino, senza uno straccio di processo, senza sentire la sua versione, con l’ipocrita presunzione di fatto che sia stato l’unico a sbagliare in un sistema in cui tutto funziona alla perfezione, che sia insomma l’unica pecora nera in un gregge di pecore bianche, anzi candide, come vorrebbe la buona creanza degli addetti alla stampa di Capo e Ministro. Noi sappiamo, come lo sa il Capo della Polizia, che di queste cose succedono, talvolta, in ordine pubblico, che, come si sa, non è mai un pranzo di gala. E sappiamo, per certo, che questo non è l’unico caso “sbagliato” di quel giorno. Tutti noi sappiamo che la colpa più grave di quel poliziotto consiste nel fatto che la sua azione, per quanto scellerata, è stata ripresa da una telecamera e trasmessa in rete, mentre altre azioni, forse altrettanto scellerate, non hanno avuto questa “ sfortuna”. Non sarà la prima né l’ultima volta, ma non basta scaricare la pecora nera e ricondurre il gregge candido nell’ovile.
Facile tuonare contro un povero Cristo che col suo stipendio da fame non potrà neanche permettersi una difesa decente, e perderà il posto di lavoro, mentre Capo e Ministro dell’Interno faranno le loro scuse, sempre più frequenti, sempre più frettolose, all’opinione pubblica, come se l’incidente fosse attribuibile unicamente alle intemperanze di uno squilibrato e non alla oggettiva inadeguatezza di un sistema, il sistema sicurezza. Oggi più che mai stremato da quasi dieci anni di tagli, di mancanza di investimenti e di risorse, da mancanza di equipaggiamenti, e da un morale, quello della truppa, che è oramai ridotto ai minimi termini a causa di uno stipendio da fame, da turni di lavoro esasperanti, e da una demotivazione senza precedenti derivante dal pessimo esempio della politica e dell’alta burocrazia dipartimentale. Che fanno, di recente, assomigliare il Viminale più che ad una casa di vetro ad una casta di vetro, talmente fragile da andare in frantumi al minimo incidente. Non si porti allora il discorso a livello tecnico, riducendosi a discutere di traiettorie di proiettili e di fermi preventivi, quando il vero problema è di carattere politico, e riguarda il malessere profondo che oggi, di nuovo per le cause dette, serpeggia tra le forze dell’ordine, con la minaccia di una nuova separazione dalla società civile; la noncuranza dei governi succedutesi negli ultimi dieci anni e la miopia dei tecnocrati, che per risparmiare hanno tagliato sulla sicurezza, hanno alla fine trionfato, annullando il processo di ammodernamento della funzione di polizia, e riducendo nuovamente i poliziotti a quei “poveri cristi” sottopagati, demotivati, isolati e rancorosi verso il mondo intero che Pasolini, tristemente tornato di moda in questi giorni, citava decenni fa. Vorremmo allora che il Capo e soprattutto il Ministro, così inclini a dire bene dei poliziotti quando i poliziotti fanno bene il proprio dovere, non li scaricassero alla prima avvisaglia di bruciato, quasi come avessero paura di restare contaminati dal lezzo che penetra nei piani alti del palazzo, e si assumessero più correttamente le proprie responsabilità, oltre che a chiedere scusa.
La colpa delle pecore nere va ascritta sempre di più ai cattivi pastori, giacché questa è la polizia che stanno regalando al Paese in uno dei momenti più drammatici per la vita della nostra democrazia; una polizia di poliziotti demotivati a causa di uno stipendio da fame, costretti a fare da scudo ad una politica sorda ai bisogni della gente e di dubbio spessore morale, e arrabbiati per essere ancora una volta costretti a fare da bersaglio alle giuste proteste di cittadini inferociti. Se vogliamo guardare all’Europa per il numerino identificativo, e allora si guardi a quel modello senza se e senza ma e lo si mutui: ma in tutto però, compreso gli idranti, gli schiumogeni, i gas urticanti e soprattutto la legislazione che punisce in modo esemplare chi aggredisce lo Stato, i suoi rappresentanti cioè anche i poliziotti, che, sempre in Europa insieme al codice identificativo, sono utilizzati per tutelare chi manifesta nel rispetto delle regole e per chi serve lo Stato e la democrazia. Se questo serve a rinforzare il rispetto dei cittadini e il senso di trasparenza dell’azione di polizia, lo si faccia. Ma contestualmente vogliamo che il Ministro ed il Capo riescano a ripristinare condizioni economiche dignitose, equipaggiamenti decenti, addestramenti rigorosi, e soprattutto le necessarie sostituzioni degli anziani poliziotti con nuove leve. Giacché uno dei motivi che inibisce, da parte del Dipartimento, il numero identificativo, si sappia, è che tale è la crisi, che non è possibile assegnare un casco ed un giubbetto ad ogni poliziotto, e i pochi che ci sono girano a turno. Siamo come quei soldati di Stalingrado che al momento di armarsi si presentavano in coppia, uno prendeva il fucile e l’altro le munizioni, e solo quando il primo veniva colpito l’altro poteva avere il suo fucile. A questo siamo ridotti, siamo sempre più simili ai mendicanti della corte dei miracoli, ma ospitiamo riunioni internazionali da milioni di euro come fossimo alla corte di Versailles. Ringraziamo allora le offerte generose di alcuni giornali disposti ad una colletta per pagare le difese del poliziotto-pecora nera, ma a questo ci pensiamo noi, con l’autotassazione, perché alla dignità non sappiamo rinunciare, ancora no malgrado tutto e tanti.
La seconda difesa va fatta, e questo richiede ancora più coraggio, per quel ragazzo che in un’altra foto prende a calci un poliziotto, vittima anche lui, sebbene di questo si parli meno, di un sistema malato. Cattivi maestri, dei quali questo Paese non fa mai a meno. Gli hanno insegnato che i poliziotti sono il braccio armato di quei governanti arroganti ed inconcludenti che sono la causa principale dei suoi mali, e della sua misera condizione, per cui prendendo a calci un poliziotto si prende a calci uno di loro.
Non è così, e i poliziotti ora più che mai, vorrebbero spesso stare dalla parte di chi protesta, e darebbero molto per poter protestare al loro fianco, ed urlare tutta la loro rabbia contro chi ha ridotto il Paese in questo stato. Ma non lo fanno, e stanno nonostante tutto a guardia dei Palazzi, perché sanno, responsabilmente, che in quei Palazzi ci sono prima di tutto e di tutti le Istituzioni, c’è il nostro Paese, c’è il nostro passato, ed il nostro futuro. E sanno pure, i poliziotti, tra un calcio dato e uno preso in faccia, che anche se, in questo momento, gli uomini che li rappresentano non sono i governanti migliori che possiamo avere, va salvaguardata ad ogni costo la possibilità che un giorno ve ne possano essere altri che, magari siano quelli giusti e all’altezza del compito che spetta loro. Perché nella difesa di questa possibilità, e quindi delle Istituzioni sta la difesa della nostra democrazia.
Nei prossimi giorni i poliziotti d’Italia sfileranno in corteo per protestare, con rabbia e con dignità, contro chi vorrebbe usare, un’altra volta, la polizia come scudo per respingere il disagio incontenibile di un intero Paese e i manganelli come arma per reprimere il dissenso.
Il Siulp non ci sta, i poliziotti non ci stanno e presto lo diranno ad alta voce.”


Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. Manifesto generazionale per non rinunciare al futuro. “Se torno per qualche giorno in Italia, mi sento subito ingombrante. A 56 anni ho l’età sbagliata? Governi, imprese, esperti descrivono i miei coetanei come un “costo”. Guadagniamo troppo, godiamo di tutele anacronistiche, e quando andremo in pensione faremo sballare gli equilibri della previdenza. Per i trentenni e i ventenni, invece, siamo “il tappo”. Ci aggrappiamo ai nostri posti, non li facciamo entrare. Non importa se ci sentiamo ancora in forma, siamo già “gerontocrazia”. Nessuno trova una soluzione a questa crisi, ma molti sembrano d’accordo nell’individuarne la causa: il problema siamo noi, i baby boomer. Siamo nati nell’ultima Età dell’Oro, quel periodo (1945-1965) che coincise con un boom economico in tutto l’Occidente ed ebbe un effetto collaterale forse perfino più importante: l’esplosione delle nascite. Come se non bastasse, poi, lo straordinario allungamento della speranza di vita ci ha resi una delle generazioni più longeve. E di questa nostra inusitata sopravvivenza si parla quasi come di una sciagura annunciata, un disastro al rallentatore. Ma un evento individualmente così positivo – vivere di più – può trasformarsi in una calamità? No, noi baby boomer siamo un’enorme risorsa anche adesso che diventiamo “pantere grigie”. La sfida, di cui s’intravedono i contorni in America, è quella di inventarci una nuova vita e un nuovo ruolo, per i prossimi venti o trent’anni.”

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E se la polizia toglie gli elmetti e marcia con i manifestanti?

L’Europa scende in piazza contro l’austerità e le politiche di rigore dei governi. In Italia la Cgil ha convocato una mobilitazione di quattro ore e circa 100 manifestazioni in tutto il Paese. E come al solito è scontro, guerriglia tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Scontri a Roma, Torino, Milano, Genova, ovunque. Guerra tra poveri. Una guerra che sta stancando anche le stesse forze dell’ordine costrette a difendere le politiche di governanti che penalizzano anche loro. Proprio questo, evidente e logico malessere, in una dichiarazione del  Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia Franco Maccari, in riferimento alla guerriglia di Napoli in occasione del vertice italo-tedesco dove era presente la Fornero: “Presto la Fornero non potrà più dare per scontato di stare al sicuro quando andrà agli incontri pubblici, a meno che non si organizzi autonomamente i servizi d’ordine privati. Intanto, non ci aspettiamo che il Ministro, oramai famosa per la sua insensibilità al di là delle lacrime finte versate a favore di telecamere, ringrazi pubblicamente gli uomini che oggi hanno impedito che la folla inferocita si accanisse su di lei, né che offra quantomeno un pensiero ai Colleghi rimasti feriti per difendere l’Istituzione che rappresenta, ma chissà se questa ennesima occasione in cui le Forze dell’Ordine sono state bersaglio di rabbia cieca e tentati omicidi servirà per indurla a riflettere. Prossimamente saranno i Ministri a dover accorrere in aiuto dei Tutori dell’Ordine per salvargli la pelle, visto che saranno più giovani e più in forze di loro” ed aggiunge “se in Italia avessero ancora un senso le parole specificità, giustizia sociale e umanità, avrebbero tutto il diritto di stare a casa a godersi i nipotini dopo una vita logorante come la nostra invece che andare a farsi spaccare le ossa?”. Ecco proprio questo ci hanno tolto il senso delle parole.

Vogliono la guerra tra poveri, ma non si rendono conto che sono rimasti solo le forze dell’ordine a difenderli. Non è accettabile che ragazzi con divisa e senza divisa debbano fare la guerra del buono contro il cattivo. Quando i cattivi sono le istituzioni italiane ed europee che ci stanno affondando. E poi si fa presto a dire che sono pochi delinquenti che devono essere isolati. Il problema è la rabbia ormai arrivata oltre il limite. Niente giustifica queste violenze. Ma non è giustificabile non ascoltare le grida di protesta, di disperazione. E continuare a prendere per il culo gli italiani. Si avvicina il giorno in cui  la polizia toglie gli elmetti e marcia al fianco dei manifestanti aprendo loro la strada.

Questo è l’appello a cui hanno aderito centinaia di studentesse e degli studenti per lo sciopero generale europeo. I giovani, il futuro dell’Italia. Un non-futuro. Di fronte ad una situazione disastrosa, a politiche europee, come il Fiscal Compact, che costringono a ridurre i diritti, impoverire il lavoro, distruggere l’istruzione pubblica, gli studenti di questo Paese portano in piazza la necessità di invertire la rotta in cui l’Europa e l’Italia in particolare stanno andando.

Sono uno studente del 2012. La mia scuola è il liceo classico “Cavour”, è l’istituto tecnico “Volta”, è il professionale “Marconi”. La mia scuola cade a pezzi e da anni mi dicono che non ci sono soldi per ristrutturarla. Ogni anno però la mia famiglia spende centinaia di euro per farmi di studiare, anche se non può permetterselo. Se passasse la Legge 953, ex Aprea, verrebbe cancellata la rappresentanza studentesca e aboliti i diritti democratici miei e dei miei compagni di scuola. Scendo in piazza il 14 novembre per bloccare questo progetto di legge e rivendico fondi straordinari per l’edilizia scolastica, una legge quadro nazionale per il diritto allo studio, più borse di studio, il diritto ad una mensa accessibile.

Sono una studentessa universitaria. La mia università è a Roma, a Milano, a Cosenza. Studio lettere, studio ingegneria, studio scienze. Questi sono i luoghi nei quali io mi sento estranea. Non so più a cosa serva la mia università, non avendo nessuna certezza per il futuro, sul lavoro che andrò a fare e nessuna sicurezza per il presente, perché studio in aule sovraffollate, con una didattica sempre peggiore a causa del blocco del turn over, pago tasse sempre più alte, mentre i servizi che ricevo sono sempre più scadenti.

Sono una studentessa e questa didattica non mi piace. Voglio che nella mia scuola e nella mia università studiare non significhi solo apprendere velocemente nozioni. Voglio che le aule siano luoghi di discussione e dibattito. Voglio che i saperi siano liberi e non al servizio del mercato, della fondazione che finanzia la mia scuola e la mia università. Voglio saperi che non discriminano, che parlino di donne e di uomini, di ambiente, di lavoro, che aprano la mente, non voglio saperi che indottrinano e che presentano visioni univoche e assolute delle realtà.

Sono uno studente escluso. Uno di quelli che voleva studiare medicina, ingegneria, lingue. Ma una stupida legge sul “numero chiuso” o le tasse troppo alte mi impediscono di avere il diritto di studiare ciò che voglio. E’ per questo che il 14 novembre voglio liberare il diritto di studiare, abbattendo le barriere all’accesso all’istruzione.

Sono una giovane come tante, ma non posso permettermi di accedere ai luoghi della cultura, so che oggi la scuola e l’università non sono più gli unici luoghi dove apprendere, che si apprende anche al cinema, a teatro, in un museo o leggendo libri. Ed è per questo che manifesto il 14 novembre, perché voglio che l’accesso al sapere sia libero.

Sono uno studente indebitato. Sono un idoneo non vincitore e per pagarmi gli studi ho chiesto un prestito. Dovrò restituire i soldi che ho preso in prestito a tassi elevati non appena avrò un lavoro. Sarò più ricattabile dei miei colleghi e delle mie colleghe, sarò due volte precario. Per questo il 14 novembre scendo in piazza per un reddito per i soggetti in formazione che non mi obblighi ad indebitarmi per studiare.

Sono una studentessa fuorisede, lavoratrice. Lavoro in nero per pagare 300 euro per un posto letto in doppia, senza contratto; spesso lavoro nei fine settimana, a volte d’estate perché gli studi costano troppo e non voglio e non posso pesare sulle spalle della mia famiglia. Manifesto il 14 novembre perchè pretendo una vita dignitosa, un diritto all’abitare realmente garantito.

Sono un pendolare. Per studiare sono costretto a spendere centinaia di euro l’anno per raggiungere la mia scuola o la mia università. Nessuna legge tutela la mia condizione per garantirmi l’abbassamento del costo dei trasporti. E’ per questo che voglio manifestare il 14 novembre.

Sono uno studente fuoricorso, ma non me ne vergogno. Lavoro per studiare, prendo i miei tempi per apprendere e non credo che studiare sia una gara contro gli altri studenti, ma un mio percorso di crescita individuale, che non lede in nessun modo quello degli altri. Scendo in piazza il 14 novembre perché sono contro chi vuole alzare le tasse ai fuoricorso definendoli un costo sociale, riversando su di loro le cause dell’inefficienza del sistema universitario.

Sono uno studente omosessuale, una giovane  migrante, una ragazza  madre. Sono discriminato/a per la mia storia, il mio orientamento sessuale e le mie passioni. Vorrei che le scuole e le università fossero un luogo di incontro, in cui ognuno possa essere se stesso, arricchire e essere arricchiti dagli altri; un luogo dove costruire l’uguglianza di genere e per uscire da questa società patriarcale ed eteronormotiva.

Sono uno studente di Taranto, Iglesias, Mirafiori. Mi hanno detto che per continuare ad avere lavoro sul mio territorio dovevamo sacrificare i diritti: quello al salario dignitoso, quello alla salute, quello alle pause. Voglio che nella mia università si studino modelli alternativi di mobilità,  e modelli per produrre acciaio o carbone garantendo diritti, lavoro e salute. Il mio sapere è un’opportunità per il mio territorio, per questo il 14 novembre lotterò per maggiori investimenti in ricerca e innovazione, per un lavoro dignitoso e la salute dei cittadini e delle cittadine e per il rispetto dell’ambiente.

Non sono uno studente ma desidero studiare con tutto me stesso. Ho deciso di andare a fare l’apprendista per prendermi il diploma guadagnandomi da vivere. Mi avevano detto che avrei imparato come a scuola, ma ho dovuto lavorare incessantemente. E’ per questo che anch’io manifesto il 14 novembre, perché anche per me studiare sia un diritto.

Sono un neet, uno dei  giovani  tra i 15 e i 29 anni che “né studia e né lavora” , sono una disoccupata neolaureata e faccio parte del 36% di giovani italiani che non riesce a trovare un lavoro.

Ci chiamano “choosy” perchè non ci accontentiamo del lavoro, precario, sottopagato che ci propongono. Ma spesso non troviamo nemmeno quello. Qui in Italia docenti, ministri, amici mi dicono di andare all’estero per non dover continuare a pagare le conseguenze di questa crisi.

Eppure io voglio restare per cambiare questo paese, voglio riconquistare il mio presente per liberare il mio futuro tenuto in ostaggio dalla precarietà. Per questo il 14 novembre lotto contro l’attacco ai diritti dei lavoratori, per un reddito, per l’articolo 18 e i miei diritti, i diritti dei miei genitori, dei miei fratelli.

Sono una studentessa italiana, sono uno studente greco, sono una studentessa spagnola, sono uno studente portoghese. Per uscire dalla crisi il mio governo sta smantellando il welfare e i diritti: tagli ai fondi per le scuole, le università, la ricerca, tagli ai sussidi di disoccupazione ai miei genitori e la sanità alla mia famiglia. Nonostante ciò la condizione di tutti è peggiorata e non siamo usciti dalla crisi. La disuccupazione giovanile in Europa è aumentata al 22% .  Io sono una risorsa per l’Europa, per questo voglio che ciò che apprendo a scuola e all’università sia un’opportunità per uscire dalla crisi. Per questo anche io sarò in piazza il 14 Novembre nel mio paese in occasione dello sciopero generale europeo, per lottare per il mio presente e per il mio futuro, insieme ai miei coetanei e le lavoratrici e i  lavoratori europei.

Sono uno, nessuno e centomila. Ho mille facce, ma rappresento una sola condizione.

Per questo che scendo in piazza il 14 novembre, in occasione dello sciopero generale in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia contro le politiche di austerity dell’Unione Europea, contro un’Europa senza democrazia e governata dai poteri forti.

Scendo in piazza perchè voglio costruire, insieme a chi si sta mobilitando negli altri paesi, un’idea d’Europa differente, inclusiva, giusta ed eguale a che metta al centro i saperi, il welfare, i diritti  e il futuro delle persone.

E’ per questo che organizzo giornate di partecipazione e mobilitazione studentesca verso il 17 novembre, giornata Internazionale delle studentesse e degli studenti.

Faccio questo perché cambiare la scuola e l’università, significa cambiare l’Europa e la società tutta.

Uno studente, una studentessa

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