1

La società attuale è davvero il Mondo alla rovescia

Viviamo in un mondo alla rovescia. Chi ci comanda ha fatto un ottimo lavoro. Ha costruito un mondo alla rovescia dove tutto è ormai in vendita, anche la morale, l’etica, la civiltà, il buon senso, l’affetto, i valori sociali.

Un mondo a testa in giù fatto di persone che vivono con l’ansia addosso e che non sanno più dove sia il cielo e dove la terra, il mare. Dove andremo a finire? Proviamo ad immaginare, supponiamo che…

Supponiamo che l’Italia perda all’improvviso tutti i suoi migliori cittadini

Parabola. Supponiamo che l’Italia perda all’improvviso i suoi cinquanta migliori fisici, i suoi cinquanta migliori chimici, i suoi cinquanta migliori fisiologi, i suoi cinquanta migliori matematici, i suoi cinquanta migliori poeti, i suoi cinquanta migliori pittori, i suoi cinquanta migliori scultori, i suoi cinquanta migliori musicisti, i suoi cinquanta migliori letterati, i suoi cinquanta migliori meccanici, i suoi cinquanta migliori ingegneri civili e militari, i suoi cinquanta migliori artiglieri, i suoi cinquanta migliori architetti, i suoi cinquanta migliori medici, suoi cinquanta migliori chirurghi, i suoi cinquanta migliori farmacisti, i suoi cinquanta migliori marinai, i suoi cinquanta migliori orologiai, i suoi cinquanta migliori banchieri, i suoi duecento migliori commercianti, i suoi seicento migliori agricoltori, i suoi cinquanta migliori fucinatori, i suoi cinquanta migliori fabbricanti d’armi, i suoi cinquanta migliori conciatori, i suoi cinquanta migliori tintori, i suoi cinquanta migliori minatori, i suoi cinquanta migliori produttori di panno, i suoi cinquanta migliori produttori di cotone, i suoi cinquanta migliori fabbricanti di seta, i suoi cinquanta migliori produttori di tela, i suoi cinquanta migliori fabbricanti di chincaglierie, i suoi cinquanta migliori fabbricanti di ceramiche e porcellane, i suoi cinquanta migliori fabbricanti di cristalli e vetrerie, i suoi cinquanta migliori armatori, le sue cinquanta migliori ditte di trasporto, i suoi cinquanta migliori tipografi, i suoi cinquanta migliori incisori, i suoi cinquanta migliori orafi e altri specialisti nella lavorazione dei metalli, i suoi cinquanta migliori muratori, i suoi cinquanta migliori carpentieri, i suoi cinquanta migliori falegnami, i suoi cinquanta migliori maniscalchi, i suoi cinquanta migliori coltellinai, i suoi cinquanta migliori fonditori, e le tante altre persone di professione non designata più abili nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e nei mestieri che nel loro complesso rappresentino i tremila migliori scienziati, artisti e artigiani d’Italia. Continue Reading


Condividi:
0

I politici e l’isteria modaiola di Twitter

hashtag-Twitter-politici

“È tempo di liberarsi dell’isteria Twitter. Ossia, di quel fenomeno per cui o la politica è ridotta alla sua grammatica in 140 caratteri o non è 2.0, cioè digitale, e dunque nuova. Perché non è questo il miglior contributo che Internet può dare al rinnovamento della partecipazione politica e in particolare al tentativo di riannodare il filo spezzato tra cittadini e istituzioni. A che servono concretamente, per esempio, hashtag come #lavoltabuona (Renzi), #unastonanuova (Passera) e #lastradagiusta (Vendola e, con gaffe, Alfano)? Quale fantastica innovazione starebbe in un presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che di domenica mattina annuncia, rispondendo via Twitter imprecisate sorprese sull’economia digitale? Un annuncio spot resta un annuncio spot, fuori e dentro la Rete. E non si era detto che era ora di smetterla? Ma Twitter è ovunque, nella narrazione mediatico-politica del Paese, come fosse la cifra di una nuova era e di un nuovo governo il cui mantra è la velocità a ogni costo, anche a discapito dei contenuti. Ecco, se la politica da Internet ha imparato solo questo senso deteriore del procedere spediti, l’annegare nel flusso continuo di promesse, smentite e analisi sommane, ha imparato male: il Web offre strumenti di dialogo col cittadino ben più strutturati e utili per i decison, e troppo spesso vengono accantonati, o usati a loro volta in modo incostante e opportunista per assecondare l’isteria modaiola di essere su Twitter, e di esserlo sempre. Ma quella non è contemporaneità: ne è la caricatura.” Fabio Chiusi

Condividi:
0

La politica secondo Trilussa

fantozzi-mangia-spaghetti

Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso
pe’ via de ‘sti principî benedetti:
chi vò qua, chi vò là… Pare un congresso !

Famo l’ira de Dio ! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.

Carlo Alberto Salustri in arte Trilussa

Condividi:
0

Mafia e politica: Mauro De Mauro 43 anni di bugie

Mauro-De-Mauro

Sonia Alfano (Presidente della Commissione Antimafia Europea e dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia) ricorda il giornalista Mauro De Mauro, scomparso il 16 settembre del 1970 e mai ritrovato. “Chi oggi si occupa di informazione – aggiunge Sonia Alfano – ha il dovere di onorare la memoria di De Mauro e degli altri coraggiosi e onesti giornalisti uccisi per essere stati troppo vicini alla verità sui legami tra mafia e politica”. “Sono passati 43 anni dalla scomparsa di Mauro De Mauro, 43 anni di depistaggi, misteri e bugie che hanno coperto i responsabili politico-mafiosi di questa scomparsa. De Mauro pagò con la vita il suo essere un giornalista libero e indipendente, che conosceva troppe scomode verità, che non rispondeva ai dettami di quel potere politico-affaristico-mafioso che, al contrario, denunciava”. La storia di Mauro De Mauro tratta da un articolo di Antimafia Duemila del 16 Settembre 2010.

Palermo, Via delle Magnolie 58, ore 21 e 10 del 16 settembre 1970. Il giornalista del quotidiano ”L’Ora”, Mauro De Mauro, parcheggia e sul portone scorge la figlia Franca ed il fidanzato Salvatore, anche loro appena giunti. Avrebbero dovuto mangiare assieme a pochi giorno dal loro matrimonio. Anche loro si accorgono di lui e lo aspettano davanti all’ascensore. Passa qualche attimo. Franca torna sui suoi passi perché il padre, che avrebbe dovuto averli raggiunti, non arriva. Giusto in tempo per sentire qualcuno dire “Amuninni!” e vedere il padre “con la faccia tirata”, allontanarsi in macchina in compagnia di altre persone. “Amuninni”, una parola detta con tono fermo, quasi di comando. E’ l’ultima volta che Franca vede il padre. Undici ore dopo la famiglia denuncia la scomparsa ed iniziano le indagini. Da allora sono passati 40 anni e la scomparsa di De Mauro è ancora avvolta nel mistero. Un caso che scotta e che nel tempo è stato studiato sempre a singhiozzo. Le indagini infinite, scenari contorti, archiviazioni e riaperture d’indagini. Ogni tanto qualche giornale lo ricorda dando voce alla famiglia, lasciata senza giustizia, non rassegnata, ma stanca, segnata da una ferita sempre aperta. Nel 2001, finalmente, una nuova svolta. Sul giornale “La Repubblica” vengono pubblicate le dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo, ex padrino di Altofonte, ai magistrati: “De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe. Lo seppellimmo alla foce dell’Oreto”. Tali dichiarazioni sono similari a quelle fatte qualche anno prima dal pentito Gaspare Mutolo, ma allora venne vagliato senza trovare risconti. Anche per questo la Procura di Palermo sobbalza ed immediatamente chiede al gip la riapertura dell’inchiesta, soprattutto alla luce delle nuove dichiarazioni dell’ex boss di Altofonte. Durante le indagini preliminari vengono rispolverati tutti gli atti riguardanti la scomparsa del giornalista. Dalla Procura di Pavia vengono inviate le carte sul caso Enrico Mattei, presidente dell’Eni, sulla cui morte stava indagando lo stesso De Mauro nel lontano 1970. Vengono così ripercorse tutte le tappe che segnarono le prime indagini degli anni successivi a quel 16 settembre e rianalizzate le tre piste che portavano ai già citati “Caso Mattei” e “Golpe Borghese” oltre al traffico di droga. Su quest’ultima nel 1970 indagò soprattutto il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa convinto che De Mauro avesse scoperto i luoghi dove cocaina ed eroina sbarcavano e ripartivano verso altri lidi, dato che in passato lo stesso giornalista aveva scritto più volte sul tema. Nel giugno del 2005 l’inchiesta su uno dei primi delitti eccellenti di Palermo viene conclusa con la richiesta, da parte dei pm Antonio Ingroia e Gioacchino Natoli, di rinvio a giudizio per Totò Riina, al tempo al vertice di Cosa Nostra come sostituto di Luciano Liggio, congiuntamente a Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, entrambi morti. Era l’epoca del famoso triunvirato.

Il processo. Martedì 4 Aprile 2006 si è aperto il processo d’innanzi alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino che è tutt’oggi in fase di dibattimento. Imputato unico Totò Riina, difeso dagli avvocati Luca Cianferoni e Riccardo Donzelli. Dall’altra parte l’accusa, rappresentata dal pm Antonio Ingroia, le parti civili (famiglia e quotidiano “l’Ora”) rappresentate dall’avvocato Francesco Crescimanno, e la Provincia di Palermo rappresentata dall’avvocato Concetta Pillitteri. E’ toccato proprio ad Ingroia esporre il filone d’indagine che condurrà il processo di questo “giallo senza soluzione”. Il sequestro e l’omicidio di Mauro De Mauro si colloca in un periodo storico di grande fermento segnato da due particolari eventi come il tentativo di colpo di Stato (Golpe Borghese) e la morte di Enrico Mattei. “L’eliminazione di De Mauro faceva gola non solo a Cosa nostra” ha detto Ingroia. Un riferimento ai burattinai senza nome e senza volto che favorirono i depistaggi nel corso delle indagini. Poi il pm, all’apertura del processo, ha evidenziato come il boss corleonese Riina fosse sì in cabina di regia, ma non l’unico a dirigere determinati eventi dato che c’erano dietro interessi precisi “della destra eversivo – golpista, della massoneria deviata, oltre a quelli della finanza, dell’economia e della politica corrotta”. Pochi dubbi quindi vi sarebbero che De Mauro sia stato sequestrato e ucciso per le sue inchieste giornalistiche, quelle già archiviate o che avrebbe potuto ancora scrivere. Durante il processo è emersa anche un’ulteriore movente, seppur complicato, per la scomparsa del giornalista. Secondo le testimonianze dell’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada (sentito a più riprese come testimone per esigenze della Corte, naturalmente tenendo conto della condanna definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), e ancor prima del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, dietro la scomparsa e la morte del cronista giudiziario de “L’Ora” ci sarebbe stato l’interesse di Nino Salvo. Lo scorso 2 luglio, dopo quattro anni di dibattimenti, si e’ conclusa l’istruttoria del processo.

La corte d’assise ha quindi rinviato al 22 ottobre l’inizio della requisitoria dei pm Sergio De Montis e Antonio Ingroia. Forse con la conclusione del processo la famiglia potrà avere un minimo di giustizia grazie all’individuazione delle responsabilità concrete sulla morte di De Mauro. Golpe Borghese, caso Mattei, gli interessi dei cugini Salvo. Uno scoop che avrebbe fatto tremare l’Italia. Difficile, forse impossibile, dire quale fosse la notizia che il giornalista de “L’Ora” stesse seguendo. Troppi i pezzi mancanti per chiudere il puzzle. Anche per questo il caso De Mauro resta un mistero di Stato.

“… Quel rompicoglioni di De Mauro aveva ficcato il naso negli affari dei Salvo e nel legame con i fascisti di Borghese. Il 9 agosto (1970) Vito Guarrasi, che morì del tutto impunito due anni or sono (nel 1999), dopo aver parlato a Roma col principe Junio Valerio Borghese, coi generali del SID Vito Miceli e Gianadelio Maletti. Al ritorno, in una riunione tenuta a casa del boss Giuseppe Giacomo Gambino, assieme ai capimafia Bernardo Provenzano, Pippo Calderone,Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Totò Riina, Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina, decisero per la sua eliminazione.”
Testimonianza ai magistrati di Palermo di Francesco Di Carlo boss pentito.

Condividi:
0

Pericle – Discorso agli Ateniesi

democrazia

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Condividi: