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A distanza di 40 anni, torna in Italia il “vuoto a rendere“

vuoto a rendere

Più di quaranta anni fa in Italia per tutti i prodotti commercializzati in bottiglie di vetro, si pagava una sorta di cauzione, un sovrapprezzo per portare a casa il contenitore oltre che il contenuto alimentare.

Dopo l’impiego, l’acquirente aveva la possibilità di restituire il contenitore e riscattare la cauzione oppure acquistare un nuovo prodotto pagando solamente il contenuto e non il contenitore di vetro (al netto della cauzione già versata). Continue Reading


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Trasformare i rifiuti plastici in posti di lavoro e denaro

Plastic Bank

David Katz e Shaun Frankson, co-ideatori di Plastic Bank (banca della plastica), società canadese fondata nel 2013 con sede a Vancouver, hanno ideato un sistema per recuperare i rifiuti di plastica abbandonati sulla spiagge, e trasformarli in soldi destinati alle popolazioni del Terzo mondo. “Nel mondo sono dispersi migliaia di miliardi di dollari in plastica”, afferma Katz, “che invece si dovrebbe riusare e far fruttare, quando possibile”. Continue Reading

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Sopravvivere in un mondo di plastica

La plastica è un mostro apparentemente inarrestabile, indistruttibile e che si insinua persino nella catena alimentare dell’uomo.

Ogni anno nel mondo si producono 300 milioni di tonnellate di plastica. Di questi, solo 140 milioni di tonnellate, meno della metà, dopo l’uso finiscono in discarica o vengono riciclate. I restanti 160 milioni di tonnellate o sono ancora in uso oppure finiscono nell’ambiente: in spiaggia, in un bosco o in mare. Almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno. È come se, ogni minuto per 365 giorni, un camion della spazzatura riversasse tutto il suo contenuto in acqua. Continue Reading

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Il continente di plastica e l’economia circolare



“Charles Moore, lo scopritore del continente di plastica nell’Oceano Pacifico è un uomo che ama raccontare quello che i suoi occhi hanno visto lì dove nessuno si era mai spinto ad andare, in quell’angolo del globo, laggiù; prima svolta a destra e poi a sinistra, lì in fondo. Capitan Moore, pioniere nella ricerca degli effetti della contaminazione delle microplastiche nel mare, ha creato a Long Beach in California nel 1999 l’ “Algalita Marine Research and Education“, dove con un team di esperti porta avanti le sue ricerche.

Ho incontrato Charles Moore a Parma durante il tour di conferenze dello “Zero Waste Dream Team” organizzato da Zero Waste Italy, il Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune di Capannori e l’associazione ‘Ambiente e Futuro’.

Capitan Moore, che mi aveva già impressionata nel suo racconto nel film documentario “Trashed”, sin dal primo momento in cui l’ho incontrato mi ha trasmesso uno stato d’animo che conosco molto bene, tipico degli ambientalisti; quella frizzante voglia di informare, di far sapere a tutti ciò che si è visto. L’ho ascoltato un giorno intero con molta attenzione durante la conferenza tenuta a Parma agli studenti, alla presentazione del suo libro “L’oceano di plastica” e la sera durante il convegno.

Ho scambiato anche qualche parola con lui a pranzo e negli spostamenti in auto; così ho appreso che Charlie, come lo chiamano affettuosamente gli altri componenti dello Zero Waste Dream Team, era già stato in Italia, proprio a pochi passi da casa mia, nel 2006 invitato da Antonio Zichichi, al Centro Scientifico Ettore Majorana di Erice. Non ne sapevo nulla.

Moore ha raccontato, con immagini raccapriccianti, della sua spedizione nella pattumiera del pianeta.

Ieri ascoltandolo, ho immaginato per un istante come potevano essere i grandi navigatori del passato al ritorno dalle loro spedizioni, con gli occhi carichi di luce, a testimoniare di terre e mari lontani. Capitan Moore non ci ha illustrato immagini di pietre preziose e tesori trovati in nuove terre, ma plastiche, frammenti dei nostri stili di vita, cadaveri galleggianti del nostro consumismo in un mare diventato di plastica. Moore ha parlato agli studenti con una collana al collo fatta di resti di rifiuti presi dal continente di plastica, quali tappi di penne biro e di bottiglie, palline colorate, resti di oggetti rosicchiati da pesci e plasmati dal mare.

La plastica non si dissolve, resta nell’acqua, si rompe, si spezza, ma non è biodegradabile, ci ha sottolineato Moore. Gli organismi si nutrono di questi pezzettini di plastica e analizzandoli si possono trovare questi frammenti nel loro corpo. Tutti gli organismi che consumano queste particelle di veleno plastico traggono da questo nutrimento, che Moore definisce ingannevole, sostanze tossiche.

Sapevo dei pesci al mercurio della baia di fronte ad Augusta, in Sicilia; pesci con la lisca deformata da sostanze tossiche. Ma sono rimasta sconvolta nel vedere le immagini che Capitan Moore ci ha mostrato; la plastica diventa parte integrante degli esseri viventi.

Il racconto di Moore sulla sua spedizione al largo dell’isola di Midway nell’Oceano Pacifico, mi ha turbata perché è sconvolgente vedere come noi umani così come possiamo dare la vita possiamo anche determinare la morte subdola, possiamo distruggere, alterare l’ambiente e gli organismi viventi con un’inaccettabile indifferenza.

Alla fine del suo intervento Moore ci ha mostrato l’ultima isola di plastica scoperta lo scorso anno, fatta da grandi boe usate per la coltivazione di molluschi provenienti dal Giappone, che dopo lo tsunami si sono staccate dalle coste e sono giunte lì. A questo isolotto si sono ancorati oggi altri detriti rigorosamente in plastica. Un vero disastro per l’habitat marino.

Ma quello che mi ha sconvolto di più è sapere che è impossibile ripulire veramente gli oceani e non è economicamente immaginabile. Moore ha citato il progetto del giovane olandese, che si è inventato una tecnologia per ripulire gli oceani, ma mi è sembrato un po’ scettico.

Una sola speranza. Una sola strada. Zero Waste Strategy. Moore ha infatti affermato con convinzione che l’unica strada da percorrere è quella dell’economia circolare, produrre beni di consumo che siano riutilizzabili e riciclabili.

Come non sentirsi impotenti. Come non pensare alla quantità di rifiuti che recupero ogni estate sulla spiaggia vicino casa. Penso subito al Mar Mediterraneo, alle isole di plastica che potrebbero esserci, da qualche parte, in un mare che sta diventando anche cimitero.  Sono triste. Non resta che svoltarsi le maniche, unirsi per creare un flusso di potenza motrice che spingendo dal basso possa favorire il vero cambio di rotta. Rifiuti Zero, qui e ora”.  Patrizia Lo Sciuto, vicepresidente e coordinatrice di Zero Waste Italy
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Plastica, mozziconi di sigaretta e metalli invadono le nostre spiagge

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Le spiagge italiane sono invase da “Una marea di plastica”. I rifiuti più frequenti sulle nostre spiagge sono bottiglie, contenitori di plastica, tappi e coperchi (a pari merito con i mozziconi di sigaretta), stoviglie usa e getta di plastica, cotton fioc, mattonelle e calcinacci. È quanto emerge dai risultati dell’indagine sulla beach litter curata Legambiente secondo il protocollo scientifico del ministero dell’Ambiente e di Ispra, nell’ambito della campagna Spiagge e Fondali puliti – Clean up the Med. L’obiettivo dello studio è indagare la quantità e la tipologia di rifiuti presenti sulle spiagge italiane e del mediterraneo al fine di contribuire all’applicazione della direttiva europea sulla Marine Strategy. Per rifiuto da spiaggia (beach litter), si intende quello rinvenuto sulla linea di costa. Questo tipo di rifiuto può avere diverse provenienze, come ad esempio l’abbandono in loco o lo spiaggiamento dovuto a mareggiate o vento. La beach litter può essere inoltre anche originata dalle attività dell’entroterra, quali abbandono di rifiuti lungo i fiumi o una cattiva depurazione.

Sui litorali monitorati, 24 spiagge situate nei comuni di Genova, Viareggio (Lu), Orbetello (Gr), Scarlino (Gr), Fiumicino (Rm), Anzio (Rm), Pozzuoli (Na), Pollica (Sa), Giardini Naxos (Me), Palermo, Agrigento, Gela (Cl), Ragusa, Pachino (Sr), Noto (Sr), Catania, Policoro (Mt), Pisticci (Mt), Casalabate (Le), Tricase (Le), Brindisi, Polignano a Mare (Ba), San Benedetto del Tronto (Ap),  la plastica è la categoria di rifiuto che batte tutti gli altri, con una percentuale del 65% sul totale di 15.215 rifiuti rinvenuti. Plastica di tutte le forme e dimensioni, dalle bottiglie agli shopper, dai tappi, al polistirolo, i secchi, le stoviglie usa e getta ma anche molti oggetti derivanti dal comparto della pesca. Il 9% degli oggetti plastici rinvenuti (più di 1.500), infatti, è costituto da reti, galleggianti, nasse, fili da pesca, senza contare l’ingente quantitativo di frammenti di polistirolo (che potrebbero essere i resti di cassette per il pesce). A seguire, ricoprono a tappeto le nostre spiagge i mozziconi di sigaretta (7%). Sono stati contati 1.035 mozziconi, il residuo di oltre 50 pacchetti di sigarette. Non mancano ai primi posti in classifica i metalli (6%) con lattine, barattoli e bombolette spray, seguiti dai rifiuti sanitari (5%) come cotton fioc, assorbenti, preservativi, blister. Poi materiali di costruzione al 4% (mattonelle e calcinacci), vetro al 3% (specie bottiglie), rifiuti di gomma (pneumatici, guanti) e tessili (scarpe, vestiti) entrambi al 2%.

Le spiagge con maggiore densità di rifiuti sono risultate: Barcarello a Palermo, quella del Golfo di Talamone a Orbetello (Gr), la spiaggia del Porto di Scarlino (Gr), la spiaggia Babbaluciara di Agrigento e la spiaggia Coccia di Morto/Pesce Luna di Fiumicino (Rm). In queste 5 spiagge, è possibile contare in media ben 4 rifiuti nella sola superficie occupata da un ombrellone.

I rifiuti hanno un impatto pesante sugli ecosistemi ma anche sull’economia e sul turismo. Uccelli, tartarughe e mammiferi marini possono restare intrappolati nelle reti da pesca o morire per soffocamento dovuto all’ingestione accidentale di rifiuti. Inoltre, le microplastiche ingerite dagli organismi acquatici sono la causa principale del disequilibrio della catena alimentare e dell’intero ecosistema marino. Sul fronte economico vanno considerati i danni meccanici alle imbarcazioni e alle attrezzature da pesca, allo stock ittico, i costi di pulizia delle aree costiere e le conseguenze sull’appeal turistico.

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