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Krugman: “Per uscire dalla crisi la Grecia deve abbandonare l’euro”

Grecia-Euro

Alla luce della vittoria del “no” alla troika in Grecia, P. Krugman sostiene che i veri europeisti dovrebbero esultare. Fortunatamente, si è evitato che le istituzioni europee rovesciassero un altro governo democratico, imponendo politiche che loro stesse ammettono fallite. Come sottolinea il Nobel, l’unica plausibile uscita dalla crisi per la Grecia è un’uscita dall’eurozona, uscita per la quale i maggiori costi – la crisi bancaria e finanziaria – sono ormai stati pagati.

“Domenica l’Europa ha schivato un proiettile. Smentendo molte previsioni, gli elettori greci hanno fortemente sostenuto il rifiuto alle richieste dei creditori da parte del loro governo. E anche i più ardenti sostenitori dell’Unione europea dovrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Naturalmente, i creditori non la metterebbero in questo modo. La loro versione dei fatti, ripresa da molti nella stampa finanziaria, è che il fallimento del loro tentativo di costringere la Grecia alla sottomissione è un trionfo dell’irrazionalità e dell’irresponsabilità sui buoni consigli dei tecnocrati.

Ma la campagna di sopraffazione — il tentativo di terrorizzare i greci privando le loro banche di finanziamenti e minacciando il caos generale, il tutto con l’obiettivo quasi dichiarato di disarcionare l’attuale governo di sinistra— è stato un episodio vergognoso per un’Europa che afferma di credere ai principi democratici. Se quella campagna fosse riuscita, si sarebbe stabilito un terribile precedente, anche se i creditori avessero avuto ragione.

Per di più, non ce l’hanno. La verità è che i sedicenti tecnocrati europei sono come medici medievali che insistono nel salassare i loro pazienti — e quando il loro trattamento fa ammalare ancor di più i pazienti, essi chiedono di togliere ancora più sangue. Una vittoria del “Sì” in Grecia avrebbe condannato il paese ad altri anni di sofferenza nell’attuare politiche che non hanno funzionato e addirittura, come dice l’aritmetica, non possono funzionare: l’austerità probabilmente riduce il PIL più velocemente di quanto si riduce il debito, quindi tutta la sofferenza non serve a niente. La schiacciante vittoria del “no” offre almeno una possibilità di una via di fuga da questa trappola.

Ma come gestire questa fuga? C’è un modo per la Grecia di rimanere nell’euro? E questo è in ogni caso auspicabile?

La questione più immediata riguarda le banche greche. Prima del referendum, la Banca Centrale Europea ha tagliato il loro accesso a ulteriori fondi, facendo precipitare il panico e costringendo il governo a imporre la chiusura delle banche e i controlli di capitali. La Banca Centrale deve ora affrontare una scelta difficile: se riprendesse il normale finanziamento sarebbe come ammettere che il congelamento precedente era politico, ma se non lo facesse, in pratica costringerebbe la Grecia ad introdurre una nuova moneta.

In particolare, se il denaro non inizia a scorrere da Francoforte (la sede della Banca centrale), la Grecia non avrà altra scelta se non cominciare a pagare salari e pensioni con i.o.u.s, (in inglese I Owe You, ossia “pagherò”, cambiali NdVdE) che sarebbero de facto una valuta parallela — e che potrebbero presto trasformarsi nella nuova dracma

Supponiamo che, al contrario, la Banca centrale riprenda la normale erogazione dei prestiti, e che la crisi bancaria si risolva. Rimane ancora la questione di come rilanciare la crescita economica.

Durante i negoziati falliti che hanno portato al referendum di domenica, il punto critico centrale era la richiesta della Grecia di una riduzione permanente del debito, per rimuovere le incertezze che gravavano sulla sua economia. La troika — le istituzioni che rappresentano gli interessi dei creditori — ha rifiutato, ma ora sappiamo che un membro della troika, il Fondo Monetario Internazionale, aveva concluso in modo indipendente che il debito della Grecia non può essere ripagato. Cambieranno atteggiamento ora che è fallito il tentativo di deporre la coalizione di sinistra al governo?

Immaginate, per un momento, che la Grecia non avesse mai adottato l’euro, che avesse semplicemente fissato il valore della dracma a quello dell’euro. Cosa suggerirebbero di fare le semplici analisi economiche di base? La risposta, a stragrande maggioranza, sarebbe che dovrebbe svalutare — lasciare scendere il valore della dracma – sia per incoraggiare le esportazioni sia per uscire dal ciclo della deflazione.

Naturalmente, la Grecia non ha più una propria moneta, e molti analisti erano soliti affermare che l’adozione dell’euro era una decisione irreversibile— dopo tutto, ogni accenno di uscita dall’euro avrebbe scatenato una devastante crisi bancaria e una crisi finanziaria. Ma a questo punto la crisi finanziaria c’è già stata, così che i maggiori costi di un’uscita dall’euro sono stati pagati. Perché, allora, non godere dei benefici?

L’uscita greca dall’euro avrebbe lo stesso, grande successo della svalutazione dell’Islanda nel 2008-09, o dell’abbandono dell’Argentina della sua politica un-peso-un-dollaro nel 2001-02? Forse no — ma consideriamo le alternative. A meno che la Grecia non ottenga davvero una grossa cancellazione del debito, e forse anche se la ottenesse, lasciare l’euro offre la sola via di fuga plausibile dal suo incubo economico senza fine.

E cerchiamo di essere chiari: se la Grecia alla fine lascia l’euro, non significa che i greci sono cattivi europei. Il problema del debito della Grecia comporta che ci siano dei creditori irresponsabili tanto quanto dei debitori irresponsabili, e in ogni caso i greci hanno pagato per i peccati del loro governo molte volte. Se non riescono a prosperare all’interno della moneta comune europea, è perché quella moneta comune non offre nessun aiuto ai paesi in difficoltà. La cosa importante ora è fare tutto il necessario per terminare l’emorragia”. Paul Krugman – traduzione vocidallestero


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Stiglitz: l’Europa è in recessione e la colpa è della politica

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Un severo monito contro l’Europa, un appello che si unisce al coro di tutti quegli economisti, Paul Krugman compreso, che chiedono all’Europa di smetterla con le misure di austerity. Intervistato dal “The European” questa volta a dire che l’Europa sta sbagliando tutto è Joseph Stiglitz, anche lui come Krugman Premio Nobel per l’economia. Sono mesi che Stiglitz afferma che ci aspettano ancora anni molto difficili. 

“L’austerity di per sé sarà quasi sicuramente disastrosa, e ci sta portando a una recessione double dip che potrebbe rivelarsi piuttosto grave. Probabilmente la crisi dell’euro peggiorerà e nel breve termine le conseguenze saranno molto negative per l’Europa”, spiega Stiglitz. Che non risparmia poi critiche nei confronti di Mario Draghi, che recentemente ha fatto capire che non è possibile ridurre il debito, come scrive The European, senza tagliare fondamentalmente i costi del welfare nel lungo termine.

“Ma è assurdo – afferma Stiglitz – La qustione della protezione sociale non ha nulla a che vedere con la struttura della produzione. Ha a che fare con la coesione sociale o la solidarietà. Ecco perchè sono molto critico anche nei confronti di quanto ha detto Draghi, (numero uno della Bce), secondo cui la protezione sociale dovrebbe essere eliminata. Non ci sono basi per suffragare questa tesi. I paesi che stanno andando molto bene in Europa sono quelli scandinavi. La Danimarca è diversa dalla Svezia, la Svezia è diversa dalla Norvegia, ma tutte queste economie dispongono di una protezione sociale molto forte e stanno tutti crescendo. Il suggerire che la crisi possa essere risolta diminuendo la protezione sociale riguarda quell’1% che dice “Dobbiamo afferrare la fetta più grande della torta”. Ma se non è la maggioranza delle persone a beneficiare della torta economica, allora il sistema è fallimentare. Non voglio parlare più del Pil, voglio parlare di quanto sta accadendo alla gente”.

Stiglitz rimane pessimista sul futuro della crisi in tutto il mondo. “Se le mie stime sulle conseguenza delle misure di austerity sono corrette, assisteremo a un nuovo round di movimenti di proteste. Abbiamo avuto una crisi nel 2008. Ci troviamo al quinto anno della crisi e non abbiamo risolto nulla. Non c’è neanche una luce alla fine del tunnel”. Alla domanda se la situazione debba diventare molto negativa prima di migliorare, l’economista risponde: “Temo di sì”.

Ma qual è la radice della crisi? Il Premio Nobel: la diagnosi è che è la politica all’origine dei problemi. E’ lì (nella politica) che si decidono le regole del gioco, è in quell’ambito che si decide a favore di politiche che favoriscono i rischi e che hanno permesso al sistema finanziario di ammassare un enorme potere economico e politico.

Sugli Stati Uniti, il paese “è divorato dai parassiti“. Di fatto “stiamo facendo fronte a una transizione molto difficile da una economia manifatturiera a una dei servizi, e abbiamo fallito nel garantire che tale transizione avvenisse facilmente. Se non correggeremo quello sbaglio, pagheremo un prezzo molto alto. Siamo già in presenza dell’americano medio che sta soffrendo a causa di quella transizione fallita”.

“La mia preoccupazione è che abbiamo messo in moto un’economia avversa e da una politica avversa”. Stiglitz aggiunge infatti che gran parte delle ineguaglianze esistenti negli Stati Uniti sono causate da situazioni di monopoli, dalla spesa militare, dalle industrie estrattive.

“Abbiamo alcuni settori economici molto buoni, ma anche molti parassiti. La speranza è che l’economia possa crescere nel momento in cui ci liberiamo dei parassiti e ci concentriamo sui settori produttivi. Ma in ogni malattia c’è sempre il rischio che i parassiti divorino le parti sane del corpo.

(Fonte wallstreetitalia.com)

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Il suicidio economico dell’Europa

 

Sabato scorso il Times ha parlato di un fenomeno apparentemente in crescita in Europa: “il suicidio per crisi economica”, vale a dire persone disperate a causa di una maggiore disoccupazione e del fallimento economico. E’ stata una storia straziante. Ma sono sicuro che non ero l’unico lettore, in particolare tra gli economisti, a chiedersi se la questione più rilevante non riguardi tanto gli individui quanto l’apparente determinazione dei leader europei nel commettere il suicidio economico di un intero continente.

La buona volontà della BCE

Solo pochi mesi fa sentivo qualche speranza per l’Europa. Si può ricordare che alla fine dello scorso autunno il vecchio continente sembrava essere sull’orlo del tracollo finanziario, ma la Banca Centrale Europea, controparte UE della Fed, è arrivata in soccorso. Ha offerto alle banche europee ampie linee di credito, purché garantissero di acquistare i titoli dei governi. Questo è arrivato a sostegno diretto per le banche e indiretto per i governi, e ha messo fine al panico.

La domanda allora è se questa azione coraggiosa ed efficace possa essere l’inizio di un ripensamento più ampio, se i leader europei abbiano utilizzato o meno lo spazio di respiro creato dalla banca per riconsiderare le questioni politiche.

Ma non lo hanno fatto. Hanno piuttosto raddoppiato le loro politiche e le loro idee fallimentari. E sta diventando sempre più difficile credere che la situazione possa cambiare rotta.

Il fallimento dell’austerità

Si consideri la situazione in Spagna, che ora è l’epicentro della crisi. Non importa parlare di recessione: la Spagna è in piena depressione, con un tasso di disoccupazione complessivo al 23,6%, paragonabile in America solo alla Grande Depressione, e il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 50%. Questa situazione non può andare avanti – e il fatto che si stia capendo che non può andare avanti è proprio ciò che sta portando gli oneri finanziari spagnoli sempre più in alto.

In un certo senso, non importa come la Spagna sia potuta arrivare ​​a questo punto – la vicenda spagnola del resto non ha niente a che fare con i racconti morali così diffusi tra i funzionari europei, soprattutto in Germania. La Spagna non era un paese fiscalmente dissoluto – alla vigilia della crisi aveva un debito basso e un avanzo di bilancio. Purtroppo, aveva anche una enorme bolla immobiliare, una bolla resa possibile in gran parte da enormi prestiti dalle banche tedesche ai loro omologhi spagnoli. Quando la bolla è scoppiata, allora l’economia spagnola è rimasta a bocca asciutta. I problemi fiscali della Spagna sono una conseguenza della sua depressione, non la causa.

Tuttavia, la prescrizione proveniente da Berlino e Francoforte è stata di procedere ancora con più austerità fiscale.

Questo è, senza mezzi termini, un’assoluta follia. L’Europa ha vissuto per diversi anni l’esperienza di duri programmi di austerità, e i risultati sono esattamente ciò che gli studiosi di storia avevano detto che sarebbe successo: tali programmi spingono le economie depresse ancora di più nella depressione. E, dal momento che gli investitori guardano lo stato economico di un paese per valutare la sua capacità di ripagare il debito, i programmi di austerità non hanno nemmeno funzionato come espediente per ridurre gli oneri finanziari.

Fine dell’unione monetaria?

Qual è l’alternativa? Ebbene, nel 1930 – un’era che sta ritornando nell’Europa moderna in maniera sempre più fedele e dettagliata – la condizione essenziale per il recupero era l’uscita dal gold standard. La mossa equivalente adesso sarebbe l’uscita dall’euro e il ritorno delle monete nazionali. Si può dire che questo sia inconcepibile e sarebbe davvero un evento estremamente distruttivo sia economicamente che politicamente. Ma, proseguendo sulla strada attuale, imponendo sempre più misure di austerità per i paesi che già soffrono di depressione occupazionale, è veramente inconcepibile.

Se dunque i leader europei avessero davvero voluto salvare l’euro, sarebbero già alla ricerca di un percorso alternativo. E la forma di una tale alternativa è in realtà abbastanza chiara. Il continente ha bisogno di politiche monetarie più espansive, sotto forma di una volontà – una volontà già annunciata – della Banca Centrale Europea di accettare un’inflazione leggermente più elevata; ma ha bisogno anche di politiche fiscali più espansive, sotto forma di bilanci in Germania che possano compensare l’austerità in Spagna e in altri paesi in difficoltà alla periferia del continente, piuttosto che rafforzarla. Anche con tali politiche, però, le nazioni di periferia si troverebbero a dover affrontare anni duri. Ma almeno ci sarebbe qualche speranza di recupero.

Quello che stiamo vedendo, in realtà è una completa mancanza di flessibilità. Nel mese di marzo, i leader europei hanno firmato un patto fiscale che in effetti sostiene in maniera serrata l’austerità fiscale come la risposta a qualsiasi problema. Nel frattempo, i principali funzionari della banca centrale sottolineano la volontà dell’istituto di alzare i tassi al minimo accenno di un rialzo dell’inflazione.

Quindi è difficile evitare un senso di disperazione. Piuttosto che ammettere che hanno sbagliato, i leader europei sembrano decisi a guidare le loro economie – e le loro società – contro uno scoglio. E il mondo intero ne pagherà il prezzo.

Paul Krugman

(Fonte The New York Times – Tradotto da Raffaele Guerra per Forexinfo.it )

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