I nuovi “Dieci comandamenti” del buon comunista

Partito Comunista Cinese

“I membri del Partito devono separare gli interessi privati da quelli pubblici, mettendo quelli pubblici al primo posto”, afferma il nuovo decalogo del Partito comunista cinese (Pcc), che prosegue: niente sesso fuori del matrimonio, niente banchetti, niente partite di golf. Sono alcune delle novità introdotte dal comitato centrale nel nuovo decalogo di comportamento dei militanti, circa 88 milioni, del Partito comunista cinese (Pcc).

L’obiettivo è quello di sradicare la corruzione e l’avidità tra i membri, una mossa che rientra nella campagna contro i corrotti avviata nel 2012 dal presidente cinese Xi Jinping e che ha visto cadere grandi nomi dell’apparato politico.

L’agenzia Xinhua sottolinea che il divieto di “abitudini stravaganti nel bere e nel mangiare” di “sesso fuori dal matrimonio” e quello di giocare a golf non erano contenuti nella precedente versione del “decalogo”. Nuova anche la norma che condanna l’adulterio e impone ai militanti del Partito di “gestire delle famiglie armoniose”. L’accusa di adulterio o di praticare il libertinaggio sono frequenti nei processi per corruzione che sempre più spesso vengono celebrati in tutto il Paese. Non solo: i membri del Partito devono evitare di formare “cricche” che hanno l’obiettivo di spaccare il partito e di cercare di ottenere delle posizioni di potere e di ricchezza per propri familiari.

Cancellati alcuni articoli nei quali si parlava di corruzione, di mazzette e di omissione nell’applicazione delle leggi, proprio perché questi reati sono puniti dalla legge. Per controllare che i milioni di iscritti seguano questo decalogo è stata istituita una Commissione Centrale per le Ispezioni di Disciplina (Ccid) presieduta da Wang Qishan, un alleato del presidente Xi Jinping.


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Cina: lavaggio del cervello nazionale

Un giornalista dell’Apple Daily di Hong Kong ha partecipato sotto copertura, come studente universitario, ad un tour in Cina continentale, organizzato da dei gruppi giovanili di Hong Kong. Nel suo articolo per l’Apple Daily, il giornalista ha raccontato un “tour di lavaggio del cervello”, descrivendo un itinerario pieno di attività atte ad incoraggiare un fervente nazionalismo e a promuovere la propaganda del regime cinese.

Il tour è stato programmato da 10 organizzazioni locali, inclusi gruppi di giovani dell’Associazione Unita di Promozione degli Scambi dei Giovani di Hong Kong e dell’Associazione di Promozione degli Scambi dei Giovani di Hong Kong-Taiwan. Wang Zhimin, vice direttore dell’ufficio liaison ad Hong Kong, è il consigliere onorario. L’ufficio di collegamento è equivalente ad una Ambasciata ed è un organo del regime comunista cinese.

Il tour di sette giorni era chiamato Amo la mia Cina; vi hanno partecipato 400 giovani da Hong Kong, Taiwan, Macau e dalla Cina continentale.

Il giornalista dell’Apple Daily, il cui nome non è stato rivelato, ha raccontato come i partecipanti fossero frequentemente indotti a gridare lo slogan Amo la mia Cina. Alla loro prima fermata nella città di Taiyuan, capitale della provincia centro-nordica dello Shanxi cinese, i partecipanti si sono seduti ad un banchetto con dei funzionari comunisti locali, inclusi due rappresentanti del Congresso Nazionale del Popolo.

Quando il capo squadra del tour ha iniziato a pronunciare lo slogan, dicendo “Amo la mia …” e i partecipanti al tour dovevano rispondere con “Cina!”, il giornalista non ha voluto aggiungersi, ma un capo squadra nelle vicinanze gli ha intimato di gridare insieme agli altri.

Secondo il capo squadra del tour, “Amo la mia Cina” è già un marchio e durante gli ultimi 11 anni ci sono stati molti tour di scambio simili per alimentare l’amore degli studenti di Hong Kong verso la patria.

Il gruppo ha anche visitato quattro fabbriche statali modello. Hanno prima visitato un’industria di acciaio e ferro a Taiyuan. La guida del tour della fabbrica ha elogiato i successi del Partito Comunista dopo l’inizio delle politiche di “apertura e riforma”.

Il gruppo ha anche visitato un museo del carbone. La guida del museo ha detto ai partecipanti che le miniere di carbone della Cina sono molto sicure, senza menzionare affatto gli incidenti che sono spesso apparsi sui giornali.

Le miniere cinesi sono generalmente considerate le più mortali al mondo, nonostante ci sia una grande discrepanza tra le testimonianze ufficiali e non ufficiali sul bilancio dei morti. Nel 2007, Robin Munro, attivista dei diritti umani che lavorava per il Bollettino del Lavoro Cinese ha stimato che il settore delle miniere di carbone cinese conta 20.000 morti all’anno. Un articolo del 2012 di Xinhua, portavoce del regime, ha riferito che nella prima metà del 2011, vi erano stati 1.973 incidenti mortali nelle miniere di carbone in Cina.

Il giornalista ha potuto registrare un video delle attività del gruppo, che è stato inserito in un servizio dell’Apple Daily. Un altro partecipante al tour ha detto nel video: “Le fabbriche e le miniere di carbone saranno anche descritte come molto potenti, ma non si fa menzione delle esplosioni o dei danni ai lavoratori. Sento che ci trattano come se avessimo dei pensieri arretrati e come se ci potessero facilmente fare il lavaggio del cervello.

Centoventi studenti universitari dalla città di Xian, inclusi alcuni giovani membri del Partito Comunista, sono stati anche loro invitati ad avere uno “scambio” con gli studenti di Hong Kong. Il reporter ha ricordato che un membro del Partito gli ha detto che il governo monopartitico è l’unico modo per mantenere la stabilità a lungo termine.

“Il potere del Partito Comunista Cinese (PCC) viene dalla canna di un fucile. Non si può semplicemente consegnare lo Stato ad altri”, ha affermato il membro del PCC.

I membri del PCC hanno anche affermato che la gente di Hong Kong non conosce la verità sul massacro di Piazza Tiananmen del 1989. Un membro del PCC avrebbe detto al reporter che la polizia era stata costretta a sopprimere gli studenti perché molti di loro avevano ucciso dei poliziotti.

“Loro [gli studenti] hanno scuoiato i poliziotti e li hanno appesi ai cancelli della città. Quindi i soldati sono stati costretti ad agire”, ha detto il membro del PCC.

Il tour ha anche organizzato delle foto con il Segretario del Partito della provincia dello Shanxi. Quando è arrivato, ai giovani è stato ordinato di gridare lo slogan Amo la mia Cina.

Appena due settimana fa, il 29 luglio, 90.000 residenti ad Hong Kong sono scesi per le strade per protestare contro l’aumento dell’influenza comunista cinese nei loro affari. In precedenza, il governo della regione a statuto speciale di Hong Kong, ha annunciatol’aggiunta di un “corso di educazione morale e nazionale” al programma della scuola elementare, con lo scopo di insegnare agli studenti l’ideologia comunista.

(Fonte EpochTimes)

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Anche a Pechino la macchina del fango

 

Un alto dirigente della polizia cinese, famoso per essere implacabile contro la mafia, perde repentinamente il potere. Sparisce per un po’ e riemerge in un consolato americano, dove resta 24 ore nell’apparente tentativo di ottenere asilo politico. Quando lascia il consolato statunitense con destinazione Pechino, è accompagnato da due funzionari di alto rango l’equivalente cinese del Kgb. Non passa molto tempo e i media cinesi annunciano che da quel momento l’esaurito capo della polizia «godrà di ferie». Parallelamente, il suo ex sponsor politico, un ambizioso segretario del Partito comunista cinese di una importante provincia, la cui candidatura a membro del più potente gruppo di uomini politici della Cina sembra garantita, è dato come politicamente finito. Nemmeno Hollywood concepirebbe una trama così piena d’intrigo misto a farsa.

L’alto grado di corruzione tra i responsabili della polizia cinese è noto, ma anche così, la caduta ignominiosa, per non dire comica, di Wang Lijun, il capo della polizia della città di Chongqing, non può essere considerata una vicenda comune. Il motivo è che Wang è stato messo a capo della polizia di Chongqing, una città che fino a poco tempo fa si pregiava di avere imboccato un nuovo modello di sviluppo, dal suo boss nel Partito, Bo Xilai, per sovraintendere a una molto severa campagna antimafia qualche anno prima. Ciò che è successo ora non solo ha seppellito per sempre l’ambizione di Bo di entrare a fare parte del Comitato permanente del Politburo, il super gabinetto cinese, ma ha anche gettato in aria le carte del delicato processo di successione del Partito.

IL PARTITO COMUNISTA sceglie ogni cinque anni un nuovo gruppo di dirigenti. Solitamente si cambiano quattro o cinque dei nove membri del Comitato permanente del Politburo. Quest’anno invece il partito sceglierà sette nuovi membri. La competizione per le poltrone è accanita perché i membri del Comitato permanente hanno un enorme potere sulle nomine degli altri dirigenti e in certe decisioni politiche chiave.

Hanno, per esempio, il potere di veto sulle richieste di sottoporre a giudizio i vecchi funzionari del Partito sospettati di corruzione. Il numero dei potenziali candidati è relativamente ristretto. Sono favoriti in particolare i membri del Politburo di meno di 67 anni, perché l’età massima consentita per restarvi prima del pensionamento obbligato è 68 anni. Oltre al limite di età, non ci sono purtroppo regole chiare su chi possa essere promosso e chi no.

DI NORMA, CHI HA SPONSOR POTENTI nel Partito ha maggiori opportunità in questa gara per il potere. Bo aveva invece tentato una strada insolita per un uomo di apparato che aspira a un posto nel Comitato permanente: una campagna pubblica che lo presentava come un dichiarato neopopulista, con tanto di manifestazioni dove s’intonavano inni rivoluzionari dell’epoca di Mao. La campagna antimafia da lui lanciata vantava l’arresto di varie migliaia di presunti criminali, molti dei quali funzionari del governo. Per un certo tempo la strategia di Bo ha funzionato. Tutti erano convinti che egli sarebbe diventato uno dei nove uomini che veramente governano la Cina. A quanto pare, i suoi rivali erano di un altro parere. Nessuno conosce i dettagli, ma quel che è certo è che per tagliargli la strada qualcuno è riuscito a buttare addosso a Wang sufficiente fango da persuadere l’agenzia contro la corruzione del Partito ad avviare una indagine. Poiché Bo era lo sponsor politico di Wang, l’indagine richiedeva inevitabilmente il consenso unanime del Comitato permanente. Se già questo danneggiava gravemente il futuro politico di Bo, la vicenda ora si è complicata con la permanenza di Wang in un consolato degli Stati Uniti. Si può presumere che, nella speranza di ottenere asilo politico, egli abbia fornito ai diplomatici statunitensi informazioni di grande valore. Politicamente, il tradimento implicato nella mossa di Wang ha reso Bo ancora più vulnerabile. Insomma la lotta per il potere all’interno del Partito è agguerrita come non mai, ora che si avvicina il momento della successione.

Minxin Pei

(Fonte L’Espresso 15 marzo 2012 –  traduzione di Guiomar Parada)
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