La verità sui droni militari

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La “guerra dei Droni” compie 15 anni. Ormai sono diventati l’arma chiave delle guerre asimmetriche contemporanee e stanno cambiando il modo di intendere una guerra, riducendola ad una serie di attacchi unilaterali. Inoltre, dal momento che l’opinione pubblica è oggi sempre meno disposta a tollerare gli interventi armati, i droni rappresentano lo strumento idoneo a condurre azioni militari senza affrontarne i costi sociali e politici. Ma il costo, non solo umano, di questi droni qual è? I fatti hanno smentito la presunta precisione di queste macchine che doveva limitare i cosiddetti “danni collaterali”, cioè le vittime civili. Continue Reading


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I video propaganda di al Qaeda creati dagli Stati Uniti

Nemmeno la mente più contorta avrebbe potuto ipotizzare che i famigerati filmati di al Qaeda potessero essere un prodotto del Pentagono. In realtà, se si studia bene la storia degli Stati Uniti, si evince che il casus belli di molti conflitti, come per esempio la seconda guerra mondiale, il Vietnam e quella all’Iraq, si basava sufandonie architettate per convincere l’opinione pubblica che era indispensabile mettere in moto l’ipertrofica macchina da guerra a stelle e strisce. Continue Reading

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Isis, al-Qaeda e le strategie mediatiche del terrorismo

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La strategia del terrore attraverso le decapitazioni dei kuffar contraddistingue IS ed è destinata a continuare perché è parte della sua identità, del suo brand e delle sue origini.

“Noi dobbiamo partire da un presupposto: il terrorismo è comunicazione, ma è molto chiaro. Se noi vogliamo fare paura, dobbiamo minacciare. E questo è un punto fondamentale che il terrorismo conosce bene e da sempre utilizza le strategie della comunicazione come strategie di guerra che si muovono su un campo diverso da quello di battaglia. Come ci sono combattenti capaci sul campo, ci sono combattenti formati nelle nostre università – molto probabilmente – che si preoccupano di fare comunicazione in Is per Is. E questo è un aspetto. Quindi, non servono tanti soldi, ma comunque Is è l’organizzazione che ha più soldi in questo momento. E’ difficile stimare, ma ci sono stime che si attestano attorno ai 5-6-7 milioni di dollari al giorno, come entrate. Da dove? Bè, dal petrolio, primo aspetto: Is controlla buona parte di Siria e Iraq che ha grandi pozzi di petrolio. Oggi viene venduto sottocosto: 25-30 dollari a barile contro i 100. E la prima grande domanda che faccio a tutti è: ma se viene venduta sottocosto, chi lo compra? E questa è una grande domanda, perché non vorrei che quel petrolio girasse attorno a canali strani che poi lo portino comunque alle nostre pompe di benzina: perché staremmo finanziando Is. E questo è un aspetto. Poi, ha conquistato una parte di Iraq: dalla banca centrale di Mosul conquistata sono entrate diverse centinaia di milioni di dollari nelle tasche di Is. E infine, wahabiti arabi sono la testa del serpente da sempre. Soldi, da quelle parti ne arrivano! Ma anche le collocazioni strane di alcuni Paesi del Golfo, come il Qatar in particolar modo: il sostegno che questo Paese sta dando a tutti i movimenti, dal Nordafrica ai mediorientali, è altamente problematico. Sicuramente, ci sono connessioni poco pulite. Dipende da che punto di vista si guardano, ma diciamo molto interessate al finanziamento di Is da parte di istituti nazionali. Il terrorismo “fa cassetta”, rende. Vuol dire che il terrorismo rende comunicativamente e l’esempio più chiaro torna indietro di un po’ di anni, a Osama bin Laden, quando ricordiamoci che spesso venivano annunciati suoi proclami con dei trailer – quindi, con delle “promozioni” – di 20 secondi… Queste promozioni di 20 secondi occupavano i giornali e i media per due giorni, e poi il vero discorso di Osama non compariva. Ma per due giorni, tutto il mondo occidentale era in allarme, in allerta, bloccato per quello che Osama avrebbe potuto dire. Bastava la minaccia, senza realizzare di per sé l’evento. Questo il terrorismo lo sa: lo sa molto bene. Is – oggi la più problematica e più pericolosa organizzazione terroristica che ci troviamo ad affrontare – usa la comunicazione in maniera perfetta per i suoi obiettivi. Le decapitazioni – ricordiamo Berg, ricordiamo Pearl – non sono una novità ed entrano nella strategia comunicativa. Che cosa rappresentano? Una minaccia. E’ una minaccia che Is fa ai suoi nemici. Sono trasmesse con filmati molto semplici e brutali, proprio quelli che vanno a occupare il pubblico più vasto dei media. Ma accanto a questo, infatti, ci sono altri filoni di comunicazione. Abbiamo citato i social: nei social troviamo i profili dei combattenti. Questa è una comunicazione virale: guardatemi, come sono bravo, bello, con una K47, ad ammazzare la gente! Seguitemi! E’ una comunicazione che promuove imitatori per andare a combattere nell’Is. Accanto, c’è il terzo filone della comunicazione: Is, da un mese, ha incominciato a produrre brochure e volantini bellissimi per far vedere come sia bello andare a vivere nello Stato Islamico. Non ci sono fucili: ci sono campi di grano, fiumi che scorrono e panetterie che sfornano pani fumanti. Servono ad attrarre le famiglie. Sono tre linee comunicative in parallelo, strategicamente organizzate, che Is sta utilizzando per organizzare al meglio e stabilizzare al meglio il suo “califfato”. I media fanno parte del gioco, vengono spesso utilizzati – i media occidentali – per le loro caratteristiche, dalle strategie mediatiche del terrorismo”. Marco Lombardi, professore di Sociologia e comunicazione presso l’Università Cattolica e direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’ateneo milanese.

ISIS opera in modo indipendente e in opposizione agli altri gruppi del teatro siriano, quali Jabhat al-Nusra, il Fronte Islamico e l’Esercito Libero Siriano con i quali ha avuto frequenti scontri a fuoco con perdite. Inoltre, ISIS è accredito di significative risorse finanziarie derivanti da attività connesse al crimine organizzato nelle aree che controlla, da sovvenzioni della diaspora islamica nel mondo e dalle sponsorizzazioni di alcuni Stati del Golfo. Fino a ottobre 2013, queste risorse finanziarie erano utilizzate da ISIS anche per provvedere a buona parte delle necessità di al-Nusra ma con l’irrigidirsi del conflitto tra le due fazioni, ISIS ha di fatto “tagliato i fondi”, creando serie difficoltà di mantenimento ai combattenti di al-Nusra. Con tali risorse a disposizione il progetto di ISIS, in continuità con ISI, ha da subito mirato alla realizzazione di un Califfato su scala globale: immagine che spesso si ritrova nelle sue comunicazioni sintetizzata in un mondo sotto la bandiera nera.

E’ nell’aprile del 2013 che ISIS cerca di cambiare “pelle” diventando appunto Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS/ISIL): ciò venne rifiutato decisamente da al-Nusra per ottenere da Abu Bakr al-Baghdadi (Abu Dua) una ancora più dura risposta espansiva delle attività in Siria. Nell’agosto del 2013, l’intelligence americana valuta ISIS/ISIL ben radicato in Siria, con circa 5.000 combattenti a disposizione molti dei quali stranieri, con controllo diretto delle province di Aleppo, Idlib e Raqqa. Proprio al-Zawhiri, in un messaggio trasmesso da Al-Jazeera nel novembre del 2013 tornava a ordinare lo scioglimento di ISIS riconoscendo Al-Nusra come la fazione del jihad globale legittimata in Siria.

Come si può notare la realtà del jihad combattente, e di conseguenza politico, in Siria è complessa e conflittuale. Ed è conseguenza della profonda ristrutturazione di AQ (al-Qaeda) nel suo complesso.

E’ nota la caratteristica del branding AQ e della sua organizzazione in movimento flessibile, opportunista, in franchising avviata nel 2006 ma arrivata nelle forme ultime dopo la morte di Osama Bin Laden, con la leadership di Al Zawhairi.

Tale riorganizzazione è proprio avviata da Zawahiri nel 2006, con l’idea di rendere operativamente più autonome le componenti regionali di AQ e diminuire la pressione economica su AQ Centrale da parte di queste: in quel tempo i denari cominciavano a scarseggiare. Oggi, come si vede, AQ è frammentata in componenti indipendenti in Medio Oriente, Nord Africa, Penisola Arabica orientate e ispirate dal comando centrale. La conseguenza della autonomia si è concretizzata sia sul piano operativo sia sul piano economico, lasciando maggiore indipendenza a ciascun comandante di definire piani e meccanismi di attrazione delle risorse e del personale combattente. In questo contesto ISIS ha conseguito una serie di vantaggi, che si ricordano: capacità di attrazione di denari, anche con traffici più vicini alla criminalità, con la possibilità di spenderli anche per finanziare i viaggi e la formazione dei combattenti e forza ideale per attrarre seguaci, disponendo dell’unico teatro del jihad direttamente connesso al sogno del Califfato: il Levante (in Sham), dunque in una sorta di terra “mitica”.

jjIl 9 luglio del 2005, al-Zawahiri scriveva una lettera di circa 6000 parole al rivale, combattente Abu Musab Zarqawi: la “discussione” tra i due, sulla interpretazione delle strategie e delle politiche di Al-Qaeda era evidente. Nella lettera, Zawahiri (ala politica ideologica) illustrava a Zarqawi (ala combattente dura) gli obiettivi a lungo termine di AQ in Iraq e Medio Oriente e criticava il comandante militare per il suo modo di fare la guerra agli americani e ai civili iraqeni. Tutte cose che suono molto attuali se lette nel dettaglio.

Infatti, Zawhairi suggeriva di essere pronti, non appena le truppe straniere avessero lasciato l’Iraq, a occupare quanto più territorio iracheno nell’inevitabile vuoto che avrebbero lasciato, per dichiarare un “emirato”, prodomo al futuro esteso “califfato”.

Nella medesima lettera, Zawhairi scriveva a Zarkawi che i musulmani non avrebbero mai trovato di loro gradimento, né accettabili, le scene violente della decapitazione degli ostaggi trasmesse nei video di Zarkawi. Dunque di evitarle.

Come si vede, nel 2005 i due leader di AQ discutevano di avvenimenti che si realizzano, o tornano a realizzarsi, quasi dieci anni dopo.

Eventi comprensibili alla luce della storia di IS, e della linea diretta di successione da al-Zarkawi ad al-Baghdadi. Eventi che ormai confermano l’indipendenza di IS da AQ, il suo brand e la sua identità che si fonda sul sangue e che, pertanto, in questa fase di consolidamento chiamerà ancora più sangue e atrocità nel futuro prossimo. La contesa tra Zawhairi e Zawrkawi finì solo perché un attacco preciso dall’aria eliminò il comandante.

Fonti:

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L’evoluzione della guerra al terrorismo

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Mentre diversi settori di produzione soffrono da un’astinenza causata della recessione, altri settori non possono permettersi di andare in vacanza, perché la domanda persiste, la produzione continua in modo incessante ed i profitti si moltiplicano.

Tra questi settori fanno sicuramente parte quelli che sono in qualche modo legati al mondo agli armamenti. Sebbene tutti convergono che la guerra sia indecorosa, sembrerebbe prevalere l’idea che la pace sia una diretta conseguenza della guerra, che la guerra sia “padre, madre e regina di tutte le cose”, oppure necessaria “come il vento”, perché “preserva il mare dalla putrefazione nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole”. Ciò che pare scontato, è che “non si possa fare ricorso alla guerra se non come estrema possibilità”, come asseriva Papa Giovanni Paolo II. Giustificazione del mezzo alquanto discutibile, visto il ruolo di chi l’ha espressa, eppure, esiste anche chi ha detto peggio di ciò. Secondo Obama, Nobel per la pace, “ci saranno momenti in cui le nazioni troveranno l’uso della forza non solo necessario, ma moralmente giustificato”, perché “affermare che la forza sia a volte necessaria, non è un invito al cinismo”, ma bensì “un riconoscimento della storia, dell’imperfezione umana e dei limiti della ragione”.

Il giorno dopo la demolizione delle Torri Gemelle, fu purtroppo accertato che la forza non fosse solo necessaria, ma moralmente giustificata. Un’obiettiva persecuzione fu intrapresa, facendo pensare che sarebbe terminata quel 2 maggio del 2011, quando si ebbe notizia della morte di Osama Bin Laden, eppure così non fu, sebbene la battuta di caccia sembrava avere una missione mirata ed un obiettivo definito, e definitivo. Il barbuto longilineo, vestito con un lenzuolo bianco, ornato dal turbante, col sandalo ai piedi, doveva essere il bersaglio. Colui che armato di AK-47, si aggira furtivamente per le colline ed attraverso le grotte della steppa, che si prostra diverse volte al giorno a pregare. Il pecoraio costantemente imbottito di esplosivo, che  freme, pregustando il momento in cui sarebbe morto, per il suo credo. Dal 2001, dieci infiniti anni di guerra contro una definita religione, una definita appartenenza territoriale ed a una definita civiltà. Dall’Afghanistan, addentrandosi per il Pakistan e l’India, prima di dirigersi verso il Medio Oriente, per poi fare una visita di cortesia alla Primavera Araba, prima di proseguire la crociera verso l’Africa. Il tutto, con la complicità di Nazioni che hanno concesso i loro spazi aerei, terrestri e marittimi, non a beneficio della libertà di parola, come  auspicabile per Snowden, ma a beneficio di personaggi intenti a cacciare barbuti e turbanti, intenti ad attuare ambigui processi di democratizzazione.

Ognuno ha fatto la sua parte in Mali. La missione SERVAL è stata avviata il 10 gennaio 2013, composta da 3’200 soldati francesi, ed è stata attivamente sostenuta dai paesi dell’Africa occidentale, con un contribuito di 6’237 soldati. Gli Stati dell’Ue invece, oltre sostenere l’offensiva franco-africana con personale, aerei cargo, logistica ed armamenti, hanno avviato una missione di addestramento delle forze armate del Mali, la cosiddetta EUTM. Con 550 formatori, l’Ue ha voluto sostenere, attraverso una Riforma del Sistema di Sicurezza in Mali, ed in questo modo, gli Stati Uniti, forti della dottrina promossa da Obama, colui che “riconosce l’imperfezione umana e i limiti della ragione”, hanno trovato il modo di “pensare” ed attuare una nuova “nozione di guerra giusta e l’imperativo di una pace giusta”. Vegliare l’iniziativa colonialista del Vecchio continente, aspettare che il lavoro sporco venga svolto, in attesa del successivo intervento delle Nazioni Unite. Anche se non massicciamente presenti ed effettivamente visibili, come d’abitudine, gli Stati Uniti sono sempre stati lì, come ovunque, d’altronde. Ogni giorno, dalla base di Niamey nel vicino Niger, si alternano due droni americani con destinazione Mali, per compiere la loro abituale routine, le ormai famose missioni di sorveglianza e di pattugliamento, che così bene padroneggiano.

Il 1° luglio, mentre le elezioni presidenziali in Mali si avvicinano, è stato dispiegato in totale sordina la missione MINUSMA delle Nazioni Unite composta da 12’600 soldati e 1’440 agenti di polizia, per il –mantenimento della pace–. Il mandato, il ripristino della democrazia e dello Stato di diritto in Mali, attraverso eque, libere e trasparenti elezioni, fornendo un’assistenza logistica, tecnica, adeguata ed efficace. E per consentire il libero e costante svolgimento delle sue mansioni, le truppe francesi sono autorizzate ad utilizzare tutti i mezzi necessari per intervenire a sostegno dell’unità MINUSMA, qualora fosse sotto minaccia.

E mentre i quesiti sulle reali motivazioni di questo rapido e massiccio dispiegamento si susseguono, l’Ue si dimostra capace di verità, asserendo che “è fondamentale l’importanza che il continente africano riveste per la sicurezza dell’Unione”, per “l’approvvigionamento energetico, creando un mercato dell’energia unificato, attuando meccanismi anti-crisi per fronteggiare eventuali interruzioni, avendo una maggiore diversificazione dei combustibili, delle fonti e delle rotte di transito”. E mentre un’intellettuale locale, Aminata Traoré, denuncia gli altri motivi della ri-colonizzazione, ovvero proteggere le multinazionali come AREVA e monopolizzare il traffico di droga e quello di armi nella regione, è ormai di dominio pubblico che una certa società Corvus Resources Management Ltd ha avuto la concessione per l’esplorazione, lo sfruttamento, il trasporto ed il raffinamento di idrocarburi gassosi e liquidi nel bacino di Taoudeni per i prossimi 4 anni. Anche se il governo conosce con chi ha concluso questo affare, pare che la società sia stranamente attiva soltanto dal 2012, che la sua sede legale sia stranamente presso le isole Cayman e che stranamente, il suo sito internet non sia consultabile. Sembrerebbe che lo scopo dell’invasione sia col tempo mutato. La guerra ad Al-Qaeda incominciata quel 12 settembre 2001, divenuta poi guerra al terrorismo globale, è giunta in Mali con un ulteriore evoluzione. Secondo la risoluzione adottata per il dispiegamento delle Nazioni Unite in Mali, ora “il terrorismo non può e non deve essere” più “associato ad alcuna religione, nazionalità o civiltà”. Perché ora non si combattono soltanto i pecorai barbuti in sandalo, quelli con l’AK-47 come orecchino. Non soltanto loro, anche loro, qualora se ne incontrino. Ora i terroristi potranno anche avere occhi azzurri, essere negri o magari bianchi, anche con passaporto americano, proprio come Snowden. Necessario tutto ciò, cosicché il 14 luglio Hollande, in occasione della tradizionale parata per la festa nazionale francese, ha potuto usufruire di ulteriori lattine, che saltelleranno dietro al perfido padrone, come fossero i titoli di coda dopo un sontuoso matrimonio di vintage. Potrà esibire vecchi e nuovi trofei di guerra, senza provare alcun ribrezzo nel rivelarsi un tiranno, semplicemente perché gli manca un copricapo di pelle di leopardo, in stile Sese Mobutu.

Ma le future generazioni che, come effetto della guerra, cresceranno orfani, che con i loro innocenti sguardi hanno veduto abominevoli nefandezze, degne del miglior Valhalla Rising, come esprimeranno il loro profondo riconoscimento verso l’impossibilità di possedere e vivere appieno le grandi gioie della vita? Indossando il sandalo ed ornandosi del turbante, perché nulla di più possono permettersi, a parte la barba. Perché la barba non si compra. E non ha prezzo.

Chris Richmond N’zi

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