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Virus Ebola, un po’ di giusta informazione

Ebola-mappa

L’Ebola è un virus che causa una febbre emorragica. Il primo ceppo di tale virus fu scoperto nel 1976, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Finora sono stati isolati quattro ceppi del virus, di cui tre letali per l’uomo. Pur considerando l’alto tasso di letalità, la rapidità del decesso, la localizzazione geografica delle infezioni (frequentemente in regioni isolate), il potenziale epidemiologico tuttavia è considerato di basso livello.

Dal mese di dicembre 2013 è in corso la prima epidemia documentata di malattia da virus Ebola (Evd) in Africa occidentale. Si tratta della più grande epidemia di Ebola mai riscontrata, sia per il numero di focolai attivi di infezione che per il numero di casi e di decessi riportati. È anche la prima volta che Evd si trasmette in aree urbane densamente popolate, tra cui città capitali come Freetown, Conakry e Monrovia.

Questo evento non è del tutto inatteso in quanto la Guinea condivide un ecosistema già associato con epidemie da Evd e infezioni umane da virus Ebola sono state in passato sierologicamente documentate in questo Paese.

Schermata 2014-09-15 alle 14.53.45I primi casi segnalati di Evd si sono verificati nella regione boschiva della Guinea sud-orientale vicino al confine con la Liberia e la Sierra Leone. L’eziologia è stata confermata il 22 marzo 2014. In seguito, l’epidemia si è estesa e – al 6 settembre 2014 – sono stati segnalati casi sospetti e/o confermati di Evd in Guinea, Liberia, Serra Leone, Nigeria e Senegal.

L’origine dell’epidemia non è nota, tuttavia si sospetta che i casi primari possano essere stati esposti a cacciagione locale infetta (bush meat). La maggior parte dei casi secondari ha partecipato a cerimonie funebri, entrando in contatto con pazienti deceduti e/o persone infette. Per questo si ritiene che la trasmissione interumana diretta costituisca la principale via di trasmissione. Sono stati individuati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tre fattori che contribuiscono a favorire la trasmissione dell’infezione:

  1. credenze e pratiche tradizionali nei paesi colpiti che contrastano con le azioni di prevenzione individuale e di sanità pubblica raccomandate. Questo contrasto genera un clima di sfiducia, apprensione e resistenza.
  2. la mobilità della popolazione all’interno dei singoli paesi e transfrontaliera favorita dalla presenza di comunità omogenee insediate lungo i confini che condividono attività socio-culturali.
  3. la difficoltà di realizzare in modo capillare misure di contenimento efficaci data l’eccezionale estensione dell’epidemia.

Schermata 2014-09-15 alle 14.57.22I Paesi colpiti hanno intensificato le attività di sorveglianza e identificazione attiva dei casi, il controllo delle infezioni nosocomiali e le misure di prevenzione individuali e di salute pubblica con il supporto di organizzazioni internazionali, governative nazionali e Ong. Il 28 agosto 2014, l’Oms ha prodotto una “Ebola response roadmap” per la gestione della risposta all’epidemia ed ha iniziato a produrre rapporti periodici sulla sua attuazione che includono aggiornamenti epidemiologici ed un monitoraggio delle misure di controllo in atto.

L’Oms non raccomanda restrizioni a viaggi o a rotte commerciali tranne per:

  • individui con Evd sospetta o confermata, e
  • individui che abbiano avuto contatti con casi di Evd (gli operatori sanitari e il personale di laboratorio se adeguatamente protetti non vengono considerati contatti).

Emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale

L’8 agosto 2014, il Direttore generale dell’Oms, ha dichiarato questa epidemia un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (come sancito nel Regolamento sanitario internazionale).

La decisione è stata presa dopo una valutazione effettuata dal Comitato di emergenza riunitosi appositamente il 6 e 7 di agosto 2014. Questa è la terza volta nella storia dell’Oms (dopo la pandemia influenzale 2009-10 e la dichiarazione di emergenza sanitaria in relazione alla diffusione del virus Polio nel 2014) che viene dichiarato questo tipo di emergenza.

Tra le difficoltà nel contrastare l’epidemia di Evd negli Stati colpiti, il Comitato di emergenza ha sottolineato: la fragilità dei sistemi sanitari, l’inesperienza nel fronteggiare Evd, la presenza di diverse generazioni di trasmissione nelle città capitali della Guinea, Liberia e Sierra Leone e l’alto numero di infezioni registrate tra il personale sanitario che mette in evidenza l’inadeguatezza delle misure di controllo delle infezioni in ambito nosocomiale.

Le raccomandazioni temporanee emanate per la gestione dell’epidemia di Evd in Africa occidentale individuano azioni di prevenzione e controllo distinte in tre categorie: misure rivolte a Stati in cui è presente la trasmissione di virus ebola, misure rivolte a Stati con casi potenziali o confermati di Evd/Stati non affetti dall’epidemia ma confinanti con Stati affetti, e misure rivolte a tutti gli altri Stati.

Per maggiori informazioni sulla dichiarazione di emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale consulta il comunicato stampa del ministero della Salute, la circolare “Malattia da virus Ebola, Africa Occidentale – Aggiornamento 8 agosto 2014 – misure di profilassi internazionale – raccomandazioni per viaggiatori” del ministero della Salute e il commento pubblicato sul New England Journal of Medicine il 20 agosto 2014.

Aggiornamento epidemiologico

La distribuzione dei casi di Evd segnalati al 6 settembre 2014 è illustrata nella mappa inclusa nel “Situation report update – 8 September 2014”  prodotto dall’Oms.

Paesi con diffusa ed intensa trasmissione di Evd

Dall’inizio dell’epidemia al 6 settembre 2014 sono stati segnalati all’Oms dai ministeri della Salute di Guinea, Liberia, e Sierra Leone, 4269 casi clinici (sospetti, probabili e confermati) di Evd e 2288 decessi.

La letalità complessiva osservata in questi tre paesi dall’Oms al 29 agosto 2014 era del 51%.

L’epidemia si sta espandendo. Il 49% dei casi clinici di Evd sono stati segnalati dai ministeri della Salute di Guinea, Liberia, e Sierra Leone tra la metà di agosto e il 5 settembre 2014. Per maggiori informazioni sul numero di casi di Evd e decessi notificati all’Oms per paese consulta il “Situation report update – 8 September 2014” prodotto dall’Oms.

Al 5 settembre 2014, Oms segnalava che la maggior parte dei casi di Evd notificati era concentrata in poche località (l’80% dei casi si erano infatti verificati in 9 dei 42 distretti coinvolti dall’epidemia in Guinea, Liberia e Sierra Leone). Tuttavia per la prima volta, la maggioranza dei casi (55,3%) era stata segnalata al di fuori delle località maggiormente colpite (Gueckedou e Macenta – Guinea; Lofa – Liberia; Kenema e Kailahun – Sierra Leone). Per maggiori informazioni consulta il “Situation report update – 5 September 2014” prodotto dall’Oms.

Paesi con un caso/i iniziale/i o con trasmissione localizzata di Evd

Il 25 luglio 2014 è deceduto nella capitale della Nigeria un cittadino liberiano risultato positivo ad Evd ad un esame preliminare di laboratorio. La vittima era giunta in aereo il 20 luglio dalla Liberia nella città di Lagos viaggiando via Lomé (Togo) e Accra (Ghana). Al 6 settembre 2014, erano stati segnalati all’Oms dal ministero della Salute della Nigeria 21 casi clinici di Evd e 8 decessi.

Il 27 agosto Evd è stata confermata in un medico nella città di Port Harcourt, nella zona del Delta del Niger. Il medico, deceduto il 22 agosto, aveva assistito un paziente fuggito da Lagos dove era in quarantena in quanto era stato a stretto contatto con il cittadino liberiano deceduto. Le indagini epidemiologiche hanno evidenziato multiple opportunità di esposizione ad alto rischio nella città di Port Harcourt e, al 5 settembre 2014, sono stati notificati all’Oms 4 casi di trasmissione nel contesto questo focolaio. Per maggiori informazioni leggi il rapporto Oms “Ebola situation in Port Harcourt, Nigeria” del 3 settembre 2014 e il “Situation report update – 5 September 2014” prodotto dall’Oms.

Al 6 settembre 2014, erano stati segnalati all’Oms dal ministero della Salute del Senegal tre casi clinici di Evd, di cui uno confermato, e nessun decesso. Il caso confermato di Evd a Dakar è stato segnalato il 30 agosto 2014 . Si tratta di un uomo di 21 anni originario della Guinea che aveva raggiunto la capitale Senegalese il 20 agosto via terra.

Per maggiori informazioni sul numero di casi di Evd e decessi notificati all’Oms per paese consulta il “Situation report update – 8 September 2014”  prodotto dall’Oms.

Epidemia da Evd nella Repubblica Democratica del Congo

Contemporaneamente è in corso una epidemia di malattia da virus Ebola (Evd) nella provincia di Equateur, Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Dall’inizio del mese di agosto al 4 settembre 2014 sono stati segnalati 72 casi di malattia e 48 decessi. Le indagini epidemiologiche e la caratterizzazione del virus hanno permesso all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di stabilire che questa epidemia è un evento indipendente e non correlato alla concomitante epidemia di Evd in africa occidentale. Per maggiori informazioni consulta la dichiarazione dell’Oms “Virological analysis: no link between Ebola outbreaks in west Africa and Democratic Republic of Congo” del 2 settembre 2014 e il Rapid Risk Assessment “Outbreak of Ebola virus disease in Equateur province, Democratic Republic of the Congo” del 9 settembre 2014 pubblicato dal centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc).

Per maggiori informazioni sull’epidemiologia dell’epidemia Evd in Africa occidentale leggi i rapporti periodici prodotti dall’Oms e “Epidemiological update: Outbreak of Ebola virus disease in west Africa and Democratic Republic of the Congo” del 5 settembre prodotto dal centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc).

Il rischio per l’Europa e le misure di prevenzione e controllo in Italia

Ecdc ha rilasciato l’8 aprile un Rapid Risk Assessment “Outbreak of Ebola virus disease in West Africa” per valutare se questo evento possa costituire un rischio di introduzione e trasmissione di virus Ebola nell’Unione europea (Eu). Aggiornamenti del Rapid Risk Assessment sono stati pubblicati il 1 agosto 2014 e il 3 settembre 2014 e forniscono informazioni aggiornate, ulteriori dettagli sul rischio di infezione nei paesi affetti e sul rischio di importazione in Ue, e indicazioni su procedure di prevenzione e controllo appropriate.

Il rischio di infezione per turisti, visitatori o residenti nelle aree affette è considerato molto basso se viene evitato il contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di persone infette (vive o decedute). In aggiunta si raccomandano precauzioni generali come evitare il contatto con animali selvatici vivi e/o morti e il consumo di cacciagione locale. Si raccomanda inoltre il regolare lavaggio delle mani, di consumare frutta e verdura solo se precedentemente lavata e sbucciata e di evitare rapporti sessuali a rischio. La tabella riportata di seguito, elaborata sulla base del Rapid Risk Assessment dell’Ecdc, fornisce ulteriori dettagli sull’analisi del rischio.

Tabella 1 – Sintesi schematica dell’analisi del rischio di introduzione e trasmissione di ebolavirus nell’Unione Europea (Eu) condotta da Ecdc, aprile 2014.

Tratto da: Rapid Risk AssessmentOutbreak of Ebola virus disease in West Africa

Situazione analizzata

Analisi del rischio

Rischio che un turista si infetti durante un viaggio in un Paese affetto e sviluppi la patologia una volta rientrato in Eu.

Il rischio è considerato estremamente basso, anche nel caso in cui il viaggio avvenga in località in cui si sono verificati i casi primari. Il contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti) è considerato improbabile per un turista medio.

Rischio che un viaggiatore si infetti durante una visita ad amici e familiari nei Paesi affetti.

Il rischio è considerato basso a meno che non vi sia un contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti). In questo caso, la ricerca attiva dei contatti dovrebbe consentire l’identificazione dell’esposizione e prevenire l’ulteriore diffusione dell’infezione.

Rischi per cittadini europei residenti in Paesi affetti

Il rischio è considerato molto basso, tranne nel caso di un contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti). Esiste un rischio di trasmissione in caso di rapporti sessuali non protetti con un paziente Evd in fase di convalescenza.

Rischio per gli operatori sanitari in Paesi affetti

Esiste un rischio specifico per gli operatori sanitari e volontari che operino presso servizi sanitari nei paesi affetti, in particolare se coinvolti nell’assistenza a pazienti affetti da Evd. L’applicazione delle precauzioni raccomandate dovrebbe efficacemente prevenire la trasmissione.

Campioni inviati a laboratori Ue

Esiste un rischio teorico in caso di mancata applicazione dei regolamenti e delle precauzioni perviste per il trasporto di campioni possibilmente infetti.

Per maggiori informazioni consulta il Rapid Risk Assessment Ecdc “Outbreak of Ebola virus disease in West Africa” dell’8 aprile 2014 e successivi aggiornamenti del 1 agosto 2014 e del 3 settembre 2014.

Leggi anche la definizione di caso per la notifica di Evd in Eu pubblicata il 10 settembre 2014 da Ecdc.

In Italia, dal mese di aprile 2014, il ministero della Salute ha emanato circolari per rafforzare la sorveglianza ai punti di ingresso internazionali, la segnalazione e la gestione di eventuali casi sospetti di Evd. Sono state inoltre emanate raccomandazioni per viaggiatori internazionali. Negli ultimi due mesi, casi sospetti di Evd sono stati segnalati da diverse Regioni italiane, che hanno attivato le procedure previste dalle circolari suddette, recepite a livello regionale. Tutti questi casi sono poi risultati negativi ai test di laboratorio per virus Ebola. Per maggiori informazioni consulta il comunicato stampa del ministero della salute del 10 settembre 2014, la circolare del ministero della salute “Malattia da virus Ebola in Africa Occidentale: Misure di sorveglianza ai punti di ingresso internazionali in Italia” del 4 aprile 2014 e suo aggiornamento dell’8 aprile 2014; la circolare del ministero della Salute “Segnalazione e gestione di eventuali casi sospetti di Malattia da Virus Ebola (Mve).” del 13 agosto 2014 e la circolare del ministero della Salute “Malattia da virus Ebola, Africa Occidentale – Aggiornamento 8 agosto 2014 – misure di profilassi internazionale – raccomandazioni per viaggiatori”.

Leggi anche la scheda informativa per i viaggiatori, pubblicata in italiano dall’Ecdc ed i materiali informativi rivolti a viaggiatori internazionali prodotti dal ministero della Salute.

Consultazione Oms su potenziali terapie e vaccini contro il virus Ebola

Al momento non vi sono medicinali autorizzati all’uso umano per trattare o prevenire Evd. Ricerche sono state condotte con risultati promettenti in laboratorio e su modelli animali negli ultimi dieci anni. Tuttavia le molecole studiate non sono state valutate sull’uomo per la sicurezza e l’efficacia nel trattamento o nella prevenzione di Evd.

Il 4 e 5 settembre 2014 si è svolta una ampia consultazione dell’Oms volta ad accelerare la valutazione di potenziali terapie e vaccini contro il virus Ebola. Gli esperti hanno concluso che l’uso di terapie con sangue intero e con sieri da soggetti convalescenti debba essere considerato prioritario. Studi di sicurezza verranno iniziati nel mese di settembre 2014 negli Stati Uniti, in Europa e in Africa su due vaccini candidati. Per maggiori informazioni consulta il comunicato stampa dell’Oms “Statement on the WHO Consultation on potential Ebola therapies and vaccines” del 5 settembre 2014 e la nota “Istituzioni Regolatorie: una collaborazione internazionale per fronteggiare l’Ebola” del 5 settembre 2014 dell’Agenzia italiana del farmaco.

*Fonte Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute


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Video: Il grande bluff della Pandemia suina



Pandemia suina, uno spettro che ha preoccupato il mondo intero. L’onda è ormai passata. Dietro di sé ha lasciato un numero ridotto di vittime, una valanga d’interrogativi, e pericolose certezze sui danni vaccinali provocati dall’adiuvante AS03 e un aumento esponenziale della narcolessia nei bambini correlato alla vaccinazione con Pandemrix.

E’ un fatto che le previsioni dei catastrofisti non si sono realizzate: il pianeta l’ha vissuta come una comune Influenza. Gli Stati hanno però acquistato milioni di dosi di vaccino pandemico, rimaste per lo più inutilizzate. L’hanno fatto su indicazione dell’OMS.

Al Consiglio d’Europa di Strasburgo, la Commissione Sanità ha accusato l’OMS di avere creato una “falsa pandemia”, che ha trasformato una comune influenza in un business miliardario – diffondendo ingiustificata paura nella popolazione e nei governi di tutto il mondo che, per prepararsi e difendersi da quella che sembrava una imminente emergenza sanitaria, hanno speso un patrimonio.

Considerato che in Italia non esistono televisioni e quotidiani capaci di proporre simili inchieste a tutela dei consumatori, dove trionfano i fatti scomodi agli interessi di bottega che invece albergano incontrastati nel nostro paese, vi proponiamo un documento filmato molto interessante della trasmissione svizzera Falò [settimanale d’approfondimento dell’Informazione RSI, in onda ogni giovedì in prima serata] che ha raccolto le voci dei protagonisti internazionali di questa controversia, ripercorrendo le tracce di un anno di pandemia.

(Fonte autismovaccini)

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Giornata mondiale malattie rare aiutiamo la ricerca

Spot Giornata Mondiale delle Malattie Rare

 

Oggi 29 Febbraio si celebra la Giornata Mondiale delle Malattie Rare, evento coordinato da Eurordis. L’obiettivo principale è quello di sensibilizzare il grande pubblico e il Mondo, sulle malattie rare e il loro impatto sulla vita dei pazienti. La campagna si rivolge principalmente al grande pubblico, ma è progettato anche per i pazienti e rappresentanti dei pazienti, così come politici, autorità pubbliche, responsabili politici, rappresentanti dell’industria, ricercatori, operatori sanitari e chiunque abbia un genuino interesse per le malattie rare. Lanciata, nel 2008, da Eurordis e dal Council of National Alliances , si è arrivati a più di 1000 eventi in tutto il mondo, raggiungendo centinaia di migliaia di persone e causando una grande copertura mediatica. La Giornata ha contribuito a sensibilizzare il Mondo, al progresso della ricerca e delle politiche nazionali per le malattie rare. Anche se la campagna è iniziata come un evento europeo, è progressivamente diventato un evento mondiale, gli Stati Uniti si sono uniti nel 2009 insieme alle associazioni di pazienti in 56 altri paesi partecipanti nel 2011.

Per alcune di queste patologie negli ultimi anni si è registrato un netto miglioramento delle prospettive dei pazienti: è il caso delle Malattie da Accumulo Lisosomiale, una famiglia di circa 40 patologie genetiche che esordiscono prevalentemente in età infantile.Una diagnosi precoce di queste malattie consente ai pazienti di avvalersi della Terapia Enzimatica Sostitutiva (ERT), trattamento in grado di fermare la progressione della malattia.

In Italia il prossimo traguardo invece sara’ quello di inserire altre 109 patologie nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza.

L’obiettivo è che l’OMS riconosca l’ultimo giorno di febbraio come il giorno ufficiale delle Malattie Rare.

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Lasciate stare gli antibiotici

Sono armi potentissime. Ma servono solo contro batteri specifici. L’abuso li ha resi inefficaci. Ed e’ allarme globale.

E’ l’uso maldestro degli antibiotici, il fatto che li prendiamo alle prime febbri o ai primi eccessi di tosse senza verificare che ci siano infezioni batteriche e quali, a rendere questi farmaci sempre meno efficaci. E l’abuso è tale, da creare un allarme sanitario per l’intero pianeta. Possibile che sia l’apprensione di una mamma o la fretta di tornare in uffico a mettere a repentaglio il pianeta? Sì, e vediamo perché. A partire proprio dall’abuso casalingo. Annota Alberto Ferrando, pediatra di famiglia a Genova: «Solo tre casi su dieci di mal di gola richiedono l’antibiotico e anche nell’otite media acuta e nella bronchite l’uso dell’antibiotico viene limitato ad alcune situazioni che presentano fattori di rischio o in caso di particolare gravita. Il problema è convincere le famiglie che un antibiotico non serve a guarire tutte le malattie. La maggior parte di bambini guarisce da un’otite anche senza antibiotico, mentre altri sviluppano una mastoidite anche se sottoposti a terapia. Non solo: a contribuire all’avanzata delle resistenze è anche il fatto che molti, una volta terminati 1 sintomi, smettono il farmaco pur se il trattamento non ha eradicato l’iniezione. Così si aiutano solo i germi a diventare resistenti». Resistenza è la parola chave per capire che l’abuso rende inutili queste armi altrimenti potentissime. L’ultima conferma viene da una ricerca apparsa su “Microbial Drug Resistance“. La quale dimostra che, se ci si cura bene e con la giusta indicazione, gli antibiotici sono ancora veri salvavita. Ma che purtroppo essi stanno perdendo potere, in un mondo dominato in misura crescente dai germi. Dove l’aumento delle resistenze ai farmaci si traduce sempre di più in casi di morte legati a infezioni che solo qualche anno fa potevano essere curate senza soverchie difficoltà. Nella sola Unione europea la resistenza agli antibiotici è responsabile di 25 mila decessi e di circa 200 mila ricoveri prolungati in ospedale con un’impennata delle spese sanitarie. Oggi in Italia il 40 per cento circa dei ceppi di stafilococco aureo isolati nei nosocomi è resistente a molti antibiotici. Lo pneumococco, potenziale responsabile di polmoniti, meningiti e setticemie diventa sempre più resistente agli antibiotici di scelta, come le penicilline e i macrolidi. Solo il 43 per cento dei ceppi di escherichia coli, batterio tristemente famoso per l’epidemia scatenatasi in Germania e legata ad un ceppo mutato, rimane sensibile a tutti gli antibiotici. Infine la klebsiella pneumoniae, responsabile di polmoniti, cistiti e gravi setticemie, è oggi “multiresistente” in Italia in oltre il 12 per cento dei casi. «Le difficoltà a trattare le infezioni batteriche non si riflettono solo sui pazienti, ma anche sulla spesa sanitaria, precisa Giovanni Fadda, docente di • Microbiologia all’Università Cattolica di Roma: «Abbiamo pubblicato uno studio su “Antimicrobial Agents and Chemotherapy ” che dimostra come in assenza di complicazioni infettive un paziente in media va a casa in 3-5 giorni e il costo del ricovero si aggira intorno ai 5.500 euro. Se però compare una setticemia si allungano i tempi di degenza da 5 a 13 giorni e i costi salgono a 8.500 euro. Se poi il malato contrae un’infezione da escherichia coli resistente il ricovero può arrivare anche a tre settimane e i costi lievitare fino a 13.700 euro». E al propagarsi di ceppi di batteri resistenti a ogni farmaco possibile contribuisce di gran lunga anche l’uso improprio di antibiotici negli animali d’allevamento. Perché in molti casi è proprio attraverso questa via che i germi assumono le caratteristiche genetiche che li rendono inattaccabili. Abuso dei farmaci, eccesso di antibiotici per proteggere e far crescere animali da macello o pesci d’acquacoltura…. Quali che siano le cause, ormai è una vera e propria gara tra apparati unicellulari che si modificano e assumono caratteristiche genetiche che li rendono immuni ai farmaci e ricerca impegnata a proteggere un organismo complesso come quello umano. E tocca a Susanne Jakab, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, dire che «siamo ad un punto critico in cui la resistenza agli antibiotici sta raggiungendo livelli senza precedenti e nuovi antibiotici non saranno prodotti». Perché, se in passato i medici erano abituati ad avere a disposizione sempre nuove pillole per contrastare i batteri resistenti, oggi non è più così. Basta guardare i numeri: i nuovi antibiotici sono stati 16 nel quinquennio 1983-1987,solo dieci nello stesso periodo degli anni ’90 e cinque tra il 2003 e il 2007. Poi il crollo. Se tutto va bene, tra il 2008 e il 2012 saranno due i nuovi antibiotici approvati dalle autorità regolatorie. Sotto accusa ci sono l’industria farmaceutica e le istituzioni. La prima perché ormai sta abbandonando la ricerca in questo ambito, le seconde perché non offrono significativi sostegni, in termini di investimento per nuovi studi, prolungamento dei brevetti per le aziende e di agevolazioni nello sviluppo dei farmaci. La scarsa attenzione di Big Pharma a questo settore è fin troppo evidente. Nel 1990 erano 18 le grandi compagnie che ricercavano antibiotici, nel 2010 soltanto quattro.

La ragione è ovvia: un ciclo di trattamento con antibiotico che preveda l’impiego dei farmaci più moderni può costare al massimo 2 mila dollari e dura sette giorni; un moderno medicinale anti-cancro, al contrario, ha un prezzo dieci-venti volte maggiore e soprattutto va assunto per alcuni mesi, se non per anni. Il mercato degli antibiotici offre quindi profitti poco soddisfacenti, anche perché le istituzioni sanitarie pretendono che questi farmaci non siano solo efficaci, ma anche poco costosi. D’altro canto anche la ricerca pubblica in questo ambito langue. Nel 2009 l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive degli Usa ha speso ben 94 milioni di dollari per individuare nuovi approcci per malattie rare. E per sviluppare nuovi antibiotici capaci di rispondere all’emergenza dei ceppi resistenti di batteri comuni? Solo 16 milioni. Una proposta viene da Matthew Cooper e David Shlaes che, sulle pagine di “Nature”, avanzano l’ipotesi di una sorta di accordo tra le agenzie regolatorie principali per studiare un percorso comune di sviluppo di nuovi antibiotici. Dal 2006 ad esempio la Food and Drugs Administration (Fda) americana prevede ricerche ampie e molto costose per valutare l’efficacia di un nuovo antibiotico, mentre l’European Medicinal Agency (Ema) accetta studi più semplici ed economici da realizzare per registrare un nuovo antibiotico. Questo porta le aziende a puntare diritto sul Vecchio continente e magari su Cina, India e Brasile quando hanno a disposizione un farmaco promettente, tralasciando il mercato americano.

Il business, quindi, continua a guidare le scelte della ricerca ed è proprio la necessità di superare le logiche di mercato la chiave degli appelli degli scienziati per non ritrovarci completamente inermi di fronte ai batteri. Purtroppo però sono poche le prospettive a breve termine per invertire un trend che rischia davvero di riportarci indietro nel tempo, quando ancora bastava un batterio qualsiasi per mietere migliaia di morti.

(fonte L’Espresso – FEDERICO MERETA)
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La classifica delle città più inquinate del mondo

Le città più inquinate del mondo si trovano per lo più nei Paesi in via di sviluppo. A dirlo e’ una recente ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che ha studiato l’inquinamento dell’aria nei principali centri urbani del mondo.

A colpire e’ che al top della lista non ci sono megalopoli come Città del Messico e Pechino, ma cittadine minori vessate da automobili e fabbriche altamente inquinanti, e dove gli abitanti non solo bruciano enormi quantità di carbon fossile ma ignorano ogni standar ambientale. Molte di questi centri di degrado urbano si trovano in Iran o in Asia meridionale. 

La peggiore di tutte e’ Ahwaz, in Iran, dove l’inquinamento deriva da una concentrazione di polveri sottili. Al secondo posto si colloca Ulan Bator in Mongolia, saguita da un’altra città iraniana, Sanadaj, e dall’indiana Ludhiana, la maggior città dello Stato del Punjab e una delle più ricche della regione. Qui, come a Gaberone in Botswana, sono soprattutto i fumi di scarico delle macchine oltre alle aziende locali a soffocare gli abitanti. Al quarto posto della classifica troviamo la pakistana Quetta, al quinto Kermanesh, ancora un’iraniana, e poi Peshawar in Pakistan, Gaberone in Botswana, Yasouj in Iran e Kanpor in India.

A queste cittadine il Blacksmith Institute, l’Agenzia per la Protezione Ambientale e il sito OurAmazingPlanet.com affiancano anche Cernobyl in Russia, che a 26 anni dal disastro ancora non e’ abitabile in un raggio di 19 miglia intorno all’impianto nucleare, e, sempre in Russia, Norilsk, sede della più grande fonderia di metalli pesanti al mondo e centro urbano associato al triste primato di bambini affetti da malattie respiratorie.

Dall’altra parte del globo, in Perù, invece e’ La Oroya ad avere la quasi totalità dei suoi bambini affetti da avvelenamento da piombo a causa della sua nefasta fonderia, che pur essendo quattro volte più grande della sua consorella americana inquina 31 volte di più di questa.

Ma non solo i bambini. Secondo Oms circa due milioni di persone muoiono ogni anno solo a causa dell’inquinamento dell’aria dopo aver sofferto di malattie cardiovascolari, polmonari e, in alcuni casi, patito seri danni al cervello.

Un problema che non è solo etico, ma economico: investendo nella tutela dell’ambiente, infatti, i governi riuscirebbero a ridurre le spese sostenute per la sanità pubblica, recuperando fondi da investire altrove… Se fosse un Mondo non alla Rovescia…

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