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Siamo razzisti?

razzismo

In Italia, nella classifica della discriminazione e dell’odio al primo posto si posiziona il razzismo, al secondo l’omofobia: è quanto emerge dai dati dell’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori istituito presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. Al 31 dicembre 2013, sono pervenute all’Oscad 611 segnalazioni: 253 riguardano atti discriminatori costituenti reato. In particolare, 99 segnalazioni riguardano atti discriminatori costituenti reato, che hanno portato all’arresto di 4 persone, mentre altre 67 sono state deferite all’autorità giudiziaria in stato di libertà. Tra queste, il 57% è motivato dalla razza (etnia, il 27% dall’orientamento sessuale), l’11% dal credo religioso ed infine il 2% dalla disabilità.

Oggi possiamo dirlo con certezza: di fatto le razze non esistono. Esistono però altri razzismi, che dall’idea di razza biologicamente data e dal razzismo “classico” hanno tratto linfa, ma si basano più in generale sulla paura o l’odio per il diverso (ovvero, sulla xenofobia), sulla supposta esistenza di un “noi” da contrapporre a un “loro” (come se fosse facile identificarci e identificare gli altri in gruppi omogenei e definiti una volta per tutte), sull’incrollabilità di certi pregiudizi, accompagnati da “processi di deculturazione”, di disgregazione e perdita di saperi, culture, valori di riferimento. Razzismi alimentati da forme di nevrosi individuali e collettive che ci portano a riversare sugli altri, spesso per compensare quella che il sociologo Marco Revelli ha definito “ansia da declassamento”, inquietudini, invidie, frustrazioni.

Esistono parole che escludono: non ce ne si rende conto, talmente si è abituati ad utilizzarle senza pensare al loro significato profondo e alle conseguenze che possono avere sugli individui. Parole che possono alzare muri, invece di favorire ponti, a cui il discorso pubblico attribuisce significati che si sedimentano nella società, orientandone le scelte. Sono parole messe in circuito sia da chi sul rifiuto dello straniero ha costruito la propria identità, soprattutto politica, sia da chi, pur dichiarandosi anti-razzista, rischia di essere subalterno alle paure e ai pregiudizi contro gli immigrati, dando vita a quello che Giuseppe Faso, fondatore della Rete Antirazzista, definisce una sorta di “razzismo democratico”. Sono parole utilizzate soprattutto da giornalisti, intellettuali e politici, classificando e stigmatizzando in questo modo i migranti e tutto ciò che si riferisce ad essi, sottintendendo razzismo e alimentando l’intolleranza.

Proprio per operare in questa direzione, per un uso corretto delle parole, nel 2008 è nato il sito Giornalisti contro il razzismo, tra i primi a proporre una messa al bando di alcune parole, proponendo delle valide alternative:

  • Clandestino: il termine ha un’accezione fortemente negativa. Evoca segretezza, vite condotte nell’ombra, legami con la criminalità. Viene correntemente utilizzato per indicare persone straniere che per varie ragioni non sono in regola, in tutto o in parte, con le norme nazionali sui permessi di soggiorno, per quanto vivano alla luce del sole, lavorino, conducano esistenze “normali”. Alternative: all’estero si parla di sans papiers (Francia), non-documented migrant workers (definizione suggerita dalle Nazioni Unite) e così via. A seconda dei casi, e avendo cura che l’utilizzo sia il più appropriato, è possibile usare parole come “irregolari”, “rifugiati”, “richiedenti asilo”.
  • Extracomunitario: letteralmente dovrebbe indicare cittadini di paesi esterni all’Unione europea, ma questo termine non è mai stato usato per statunitensi, svizzeri, australiani o cittadini di stati “ricchi”; ha finito così per indicare e stigmatizzare persone provenienti da paesi poveri, enfatizzando l’estraneità all’Italia e all’Europa rispetto ad ogni altro elemento (il prefisso “extra” esprime un’esclusione). Ha assunto quindi una connotazione dequalificante, oltre ad essere poco corretto sul piano letterale. Alternativa: è possibile usare “non comunitario” per tutte le nazionalità non Ue, o fare riferimento, quando necessario, al paese di provenienza.
  • Vu cumprà: è un’espressione che storpia l’italiano “Vuoi comprare” ed è usata da anni per definire lavoratori stranieri, specialmente africani, che esercitano il commercio ambulante. E’ una locuzione irrispettosa delle persone alle quali si riferisce e stigmatizzante, oltre che inutile sul piano lessicale. Alternative: “ambulante”, “venditore”.
  • Nomade e campi nomadi: il nomadismo, nelle popolazioni rom e sinte, è nettamente minoritario, eppure il termine nomade è continuamente utilizzato come sinonimo di rom e sinti. Un effetto perverso di questo uso scorretto è la derivazione “campi nomadi”, che fa pensare a luoghi adatti a gruppi umani che si spostano continuamente e quindi a una forma d’insediamento tipica di quelle popolazioni e in qualche modo “necessaria”. Non è così. In Europa l’Italia è conosciuta come “il paese dei campi” per le sue politiche di segregazione territoriale; solo una piccola parte dei sinti e dei rom residenti in Italia non sono sedentari. Parlare di nomadi e campi nomadi è quindi improprio e fuorviante, ha esiti discriminatori nella percezione comune e “conferma” una serie di pregiudizi diffusi in particolare nella società italiana. Alternative: i termini più corretti sono rom e sinti, a seconda dei casi (sono due “popoli” diversi), e in aggiunta alla eventuale nazionalità. Al posto di “campi nomadi” è corretto utilizzare, a seconda degli specifici casi, i termini “campi”, “campi rom/campi sinti” (gran parte dei rom venuti dalla ex Jugoslavia sono fuggiti da guerre e persecuzioni).
  • Zingari: è un termine antico, diffuso con alcune varianti in tutta Europa, ma ha assunto una connotazione sempre più negativa ed è ormai respinto dalle popolazioni rom, sinte, etc. E’ spesso percepito come sinonimo di “nomadi” e conduce agli stessi effetti distorsivi e discriminatori. Alternative: rom, sinti.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione dei cittadini per una corretta informazione, stando attenti all’utilizzo di termini discriminatori e razzisti. Proprio in quest’ottica sono nati diversi siti internet con l’obiettivo di porsi come una sorta di “sentinelle” del giornalismo, monitorando i mezzi di informazione e segnalando contenuti che possono apparire razzisti, xenofobi, discriminatori ed irrispettosi delle minoranze etniche, soprattutto rom e sinti. In generale gli articoli sono corretti e rispettosi nella dignità della persona, ma il tutto è rovinato dalla titolazione, effettuata non da chi scrive l’articolo, ma da altri componenti della redazione. Senza contare che a volte la titolazione non ha nulla a che fare con il corpo stesso dell’articolo: serve solo per attirare l’attenzione dei lettori e così facendo si utilizzano terminologie sbagliate. A questo proposito i media italiani, negli ultimi anni, si sono comportati in maniera pessima: dalla pigrizia intellettuale al desiderio di massimizzare le vendite, certe volte senza dubbio anche dal fatto che i giornalisti condividono molti dei pregiudizi dei lettori, derivano messaggi oltraggiosi di intolleranza e di odio che circolano quotidianamente attraverso i giornali e gli altri media. Sarebbe ovviamente impossibile riportare tutte queste realtà: ho selezionato le più significative.

  • Occhio ai media è una giovanissima redazione di Ferrara, composta prevalentemente da ragazzi di seconda generazione, nata per iniziativa di associazioni culturali e cittadini immigrati, con l’obiettivo di affrontare la questione della comunicazione “avvelenata” sul tema della convivenza tra le culture.
  • Cronache di ordinario razzismo è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria, associazione di promozione sociale, senza fini di lucro, laica, indipendente e autonoma dai partiti.
  • Articolo 3 è un’associazione nata a Mantova nel maggio del 2008 su iniziativa della Comunità ebraica di Mantova, dell’Istituto mantovano di storia contemporanea, dell’Istituto di cultura sinta, di Sucar Drom e dell’Arcigay “La salamandra” di Mantova, a cui si è aggiunta l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il progetto è sostenuto dal Comune e dalla Provincia di Mantova.
  • L’Osservatorio 21 luglio, ovvero l’Osservatorio nazionale sull’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale, è nato su iniziativa dell’omonima associazione al fine di tutelare le minoranze da condotte discriminatorie e incitanti all’odio, con una particolare attenzione verso le comunità rom e sinte. E’ finanziato dall’Open Society Foundations con il contributo della Fondazione Migrantes.

‘L’Italia non e’ un paese razzista”, spiega Francesco Cirillo, presidente dell’Oscad e vicedirettore generale della pubblica sicurezza, “ma occorre far crescere ancora di più la cultura del vivere insieme e della naturale integrazione. L’esempio più bello lo danno i bambini di ogni nazionalità, colore della pelle o religione, frequentando insieme con gioia le scuole del nostro paese”.

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L’omofobia non riguarda solo la Russia



Non c’è niente di male nel dare solidarietà agli omosessuali e ai transessuali russi. Ma gli altri paesi non meritano una medaglia solo perché sono meno omofobi dei russi.

Prendersi gioco degli omofobi è diventato uno sport nazionale che posso anche condividere. Da quando sono cominciate le Olimpiadi invernali 2014, a Soci in Russia, i mezzi d’informazione di tutti i paesi hanno sfornato una marea di articoli per manifestare la loro solidarietà agli omosessuali russi perseguitati. Il numero di questi articoli ha sfiorato il ridicolo: in soli due giorni ho contato almeno dieci inviati di vari giornali del mondo nello stesso bar gay di Soci, il Mayak. In un bar gay perfino un solo giornalista deve fare un bello sforzo per non dare nell’occhio, perciò i poveri russi che sono andati lì venerdì 7 e sabato 8 febbraio per bere un bicchiere in pace e flirtare un po’ devono essersi sentiti come animali allo zoo.

Ma anche se hanno condannato all’unanimità l’ omofobia di stato russa, i giornalisti dei paesi occidentali si sono guardati bene dal raccontare quello che succede più vicino a noi. L’Istituto canadese per la diversità e l’inclusione ha postato su YouTube un breve video sfacciatamente erotico che ha come protagonisti due uomini e si conclude con la frase “Le Olimpiadi sono sempre state un po’ gay”. La polizia di frontiera canadese, però, non si è dimostrata altrettanto tollerante. La settimana scorsa l’attrice inglese transgender Avery Edison, che era andata a Toronto a trovare la sua compagna, è stata fermata all’aeroporto perché aveva superato il periodo di soggiorno previsto dal visto di studio che le era stato rilasciato in precedenza. E dopo ore di domande ossessive è stata spedita in un carcere maschile. In un tweet spedito dall’aeroporto mentre stavano per portarla via, Edison ha scritto di essere stata trattata in modo “deplorevole”. Viaggiare senza i documenti in ordine non è un reato. E lei non aveva nessuna intenzione di emigrare in Canada. Ma se l’avessero lasciata passare tranquillamente ci sarebbe stato il rischio di vedere da qualche parte due lesbiche che si baciavano.

Non c’è assolutamente niente di male nel manifestare la propria solidarietà alle transessuali e agli omosessuali russi, che sono discriminati in modo grottesco. Ma gli altri paesi non meritano certo una medaglia per il semplice fatto di essere meno omofobi dei russi. Per questo tipo di falsa simpatia per i gay, gli attivisti lgbt usano la parola pinkwashing, costruita sul modello di greenwashing, l’ambientalismo di facciata di stati e aziende che vogliono dare di sé un’immagine positiva.

Al Regno Unito piace pensare di essere un paese tollerante, ma la Uk border agency, l’agenzia addetta al controllo delle frontiere, è stata accusata dall’organizzazione per la difesa dei diritti degli omosessuali Stonewall di “omofobia sistematica”. Da alcuni documenti del ministero dell’interno emerge chiaramente che le persone bisessuali che presentano domanda di asilo sono sottoposte per ore a interrogatori degradanti da parte di funzionari che fanno domande del tipo: “Cosa ci trova di tanto attraente nel sedere di un uomo?”.

Un portavoce del ministero ha dichiarato al nostro giornale: “Non espelliamo nessuno che rischia di essere perseguitato per le sue inclinazioni sessuali”. Questa affermazione lascerebbe molto perplessa Jacqueline Nantumbwe, una lesbica che ha fatto richiesta di asilo e che quello stesso ministero vuole rimandare in Uganda, dove per il reato di omosessualità è previsto il carcere a vita. Ho parlato con la sua compagna, anche lei ugandese, secondo la quale se tornassero in patria sarebbero “linciate dalla folla”. Il Regno Unito è indubbiamente meno omofobo dell’Uganda, ma questo non significa che può permettersi di trattare i richiedenti asilo omosessuali come criminali.

Personalmente, non ho niente contro i mezzi d’informazione, le aziende e i singoli individui che prendono in giro gli omofobi o sventolano la bandiera arcobaleno. È una manifestazione di solidarietà divertente e non costa nulla. Ma il problema è proprio che non costa nulla. Appena c’è qualcosa da pagare, si tirano subito indietro. La bandiera arcobaleno dovrebbe essere un simbolo di protezione. Se un locale la espone, vuol dire che è un rifugio sicuro. Per i paesi occidentali è un’ipocrisia appropriarsene per poi umiliare e arrestare gli omosessuali alle loro frontiere.

Mentre sventolano la simbolica bandiera arcobaleno in faccia ai russi, quando le lesbiche, i gay, i bisessuali e le transessuali in carne e ossa arrivano alle loro frontiere e chiedono di essere accolti e protetti, i paesi occidentali li maltrattano e li insultano. Difendere i loro diritti in tutto il mondo è encomiabile ma, se nasce da una convinzione profonda, dovrebbe essere accompagnato da comportamenti coerenti anche in patria.

Mentre stava per essere portata in un carcere maschile dell’Ontario, dopo l’umiliante interrogatorio all’aeroporto, Avery Edison ha scritto su Twitter: “Questo rovinerà la mia immagine di ragazza allegra e spensierata”. E i governi occidentali che alle loro frontiere continuano a trattare gli omosessuali come se non fossero esseri umani potrebbero dire la stessa cosa.

(Fonte: Laurie Penny – Internazionale del 21 febbraio 2014)

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