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Le banche italiane sono piene di crediti marci

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“La prossima crisi finanziaria arriverà dalle banche italiane. L’Europa è fregata. Voi siete fregati.

La colpa è delle banche italiane, le peggiori dell’intera Europa, che sono imbottite non già di “Cdo”, come le americane ai tempi della grande crisi, ma di crediti deteriorati, i cosiddetti Npl (Non performing loans), frutto di finanziamenti concessi dalle banche a famiglie e imprese finite male. Il problema è che le banche non li hanno svalutati del tutto ma oggi li tengono in bilancio con un valore che si aggira tra il 45 e il 50% del valore all’origine. In parole povere: per ogni 100 euro che gli istituti hanno prestato, ne riusciranno recuperare 20. In pratica è quanto contano di recuperare.

Se le banche facessero pulizia nei bilanci prendendo davvero atto di questa montagna di sofferenze, dovrebbero radere al suolo il loro capitale da un giorno all’altro, e dunque andare a gambe all’aria. Si ritroverebbero “insolventi” nel giro di un niente. 

Il sistema bancario italiano è appesantito da 360 miliardi di “bad debts”, e gli stress test dell’Autorità Bancaria Europea hanno mostrato tutte le debolezze del Monte dei Paschi di Siena, che è alle prese con un difficilissimo aumento di capitale”. Dichiarazione di Steve Eisman, banchiere americano ed ispiratore del film “The big short – La grande scommessa”, colui che aveva previsto la crisi finanziaria del 2007, in un’intervista al Guardian


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Morire di derivati e di usura bancaria

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Anche questi sono i derivati. La storia di Annalisa Faglioni, tratta da disastroderivati.it, titolare di una piccola azienda con sette dipendenti e un volume d’affari di circa € 2.500.000. Strozzata dai derivati e dall’usura bancaria.

Se avessi saputo a cosa sarei andata incontro il giorno in cui si sono presentati nella mia azienda i dirigenti della Banca Agricola Mantovana del Gruppo Monte dei Paschi di Siena per propormi di iniziare a lavorare con la loro filiale di certo quella porta non l’avrei aperta. Ma soprattutto non l’avrei aperta se avessi anche solo lontanamente sospettato che il loro reale intento non era quello di iniziare un normale rapporto di affidamenti ma che avevano invece individuato nella mia azienda una possibile “mucca da mungere.”
La mia storia legata alla vicenda derivati l’ho già raccontata tante volte e in tante sedi. L’ho raccontata anche in video, sono infatti apparsa a REPORT nella trasmissione del 14 ottobre 2007. Dopo quella trasmissione sono stata contattata da qualche giornale locale, pochi per la verità considerando la portata di quella trasmissione ma si sa, parlare di Banche…… In ogni caso la mia storia è analoga a tante altre, l’unica differenza è nel nome della Banca.

Come i dirigenti delle Banche riescono a carpire le firme di questi contratti è ormai risaputo. Chi si presenta solitamente è qualcuno che ti conosce, del quale ci si può fidare e, anche se non ci si fida, quando decidono che quelle firme le devi mettere, non lasciano molte alternative. Poi …… ti fanno rimodulare il contratto, altro termine che ho imparato dalla Sig.ra Gabanelli, ti propongono il solito mutuo che altro non serve che a coprirsi (loro) delle perdite derivanti dal contratto swap che ti hanno fatto sottoscrivere dopodichè, ti mettono informalmente a rientro lasciandoti solo con i flussi dello swap da pagare, le rate del mutuo, sempre da pagare, e condiscono il tutto con le segnalazioni alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia creando immediatamente una situazione di allarme interbancario che altro non può sortire se non la distruzione dell’azienda. Adesso il meccanismo lo conosco bene ma, non essendo un operatore finanziario, non sarei comunque in grado di valutare la rischiosità dell’operazione. Va inoltre aggiunto che non ero in possesso del contratto,e ho dovuto insistere 4 anni perché la direzione della Banca me ne fornisse la copia. Da marzo del 2003, mi è stato consegnato in giugno del 2007.

La mia era una microazienda con sette dipendenti e un volume d’affari di circa € 2.500.000, e il contratto che mi era stato fatto sottoscrivere era per il valore di € 1.000.000. Un azienda piccola ma con 40 anni di storia e di solvibilità alle spalle. Un’azienda che ha sempre lavorato e che era riuscita, grazie agli investimenti propri, e a un duro lavoro, a fare conoscere il proprio marchio nel mondo. Ma un conto era lavorare quando le Banche erano ancora Banche….. un conto è stato lavorare con le Banche “usuraie” di questi ultimi anni. Gli interessi di questa operazione, uniti agli interessi passivi di questa Banca e delle altre Banche con le quali stavamo lavorando, hanno letteralmente strozzato l’azienda. Se a questo aggiungiamo che un altro Istituto stava tenendo segnalata l’azienda alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia rinnovando i fidi con il limite di utilizzo di 1 euro (euro uno), si può capire con quanti mezzi le Banche possono decidere di distruggerti negandoti la possibilità di avere accesso al credito legale. Non serviva a nulla lavorare 20 ore al giorno, non fare ferie, non stipendiarsi. Tutte le risorse personali, i risparmi di una vita che abbiamo messo nell’azienda non andavano a vantaggio degli investimenti ma a coprire gli interessi e i flussi da swap sempre più elevati che le Banche ci applicavano.

Gli ultimi mesi del 2006 li ho trascorsi peregrinando inutilmente da un Istituto all’altro, parlando con i vari Direttori, capi area e anche più su nei vertici, per dimostrare, carte alla mano, che le segnalazioni alla centrale dei rischi che mi stavano strozzando, erano dovute a queste operazioni maliziose e illecite e non alla cattiva gestione dell’azienda che, peraltro stava continuando a lavorare e ad incrementare il fatturato soprattutto all’estero. Non serviva a nulla….capisco solo ora che più si accorgevano che ero bisognosa più se ne sono approfittati, e più gli mostravo carte più diventavo un personaggio scomodo e non più ignorante da eliminare.

Ho pensato quindi che la sede più opportuna a cui affidare tutta la documentazione relativa alla mia vicenda fosse la Magistratura. Ho raccolto tutta la documentazione in mio possesso, ho aspettato di avere le Perizie che nel frattempo avevo fatto fare relative all’incidenza che quegli interessi derivanti dallo swap avevano procurato sui rapporti di conto corrente intrattenuti con quell’Istituto , ho scritto le memorie con date e nomi e, il 9 gennaio 2008 ho depositato presso la Procura della Repubblica di Modena una denuncia querela contro la Banca Agricola Mantovana del gruppo Monte dei Paschi di Siena. Sulla base della mia denuncia è stato aperto un p.p. che mi vede parte offesa insieme all’azienda di cui ero legale rappresentante e ai soci garanti e fideiussori del reato di usura L. 644 c.p.

Il PM Dott. Greco della Procura di Milano ha chiesto di fare i nomi ,visto che pare che non siano tanti quelli che ricorrono alle Procure per denunciare i fatti, io ancora una volta sto dimostrando di avere il coraggio di denunciare e quei nomi li ho fatti documentando tutto. Mi rammarica però il fatto che questa Banca, come le altre che avevo già denunciato presso la Procura della Repubblica di Modena e nei confronti delle quali è aperto un ulteriore procedimento penale che mi vede parte offesa sempre per il reato di usura, siano riuscite a farsi ammettere nel mio passivo fallimentare e in quello dell’Azienda continuando a dimostrare quasi una sicurezza nell’impunità. Aah dimenticavo, ho parlato di passivo fallimentare perché nel frattempo, nonostante godessi dei benefici della sospensione dei termini previsti dall’art.20 della legge 44/99 (la legge antiusura), è stato dichiarato il fallimento della mia azienda e mio personale poiché di trattava di una s.a.s., sentenza contro quale ricorrerò, se necessario, fino all’ultimo grado di Giudizio. Nonostante questo, nonostante le umiliazioni, nonostante mi abbiano preso tutto, conservo ancora un po’ di forze e, continuerò a lottare per far valere i miei diritti e per non morire di derivati e di usura bancaria.


Quei diavoli di derivati. Bugie e segreti dello strumento finanziario più controverso. La storia segreta delle innovazioni finanziarie e di come le banche d’investimento abbiano inventato nuovi prodotti, di come gli investitori siano stati corteggiati perché acquistassero questi nuovi prodotti; di come le autorità che avrebbero dovuto controllare siano state sedotte dalle ricompense e dai ritorni politici del credito facile e di come gli speculatori siano riusciti a guadagnare cifre iperboliche da un quasi collasso del sistema finanziario mondiale.

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Land grabbing, gli Arraffa Terre


Da quando l’accaparramento di terre si è palesato nella forma più virulenta e contagiosa, la Banca Mondiale e i suoi alleati, in tandem con il settore privato ed i suoi sponsor pubblici, hanno cominciato a darsi un gran da fare per elaborare articolate architetture semantiche che permettano di confondere le carte in tavola e di evitare di chiamare le cose con il loro nome.

Gli obiettivi per cui la terra viene “presa” sono infatti i più svariati: per coltivarla con cibo o agro-combustibili, per far spazio all’industria mineraria, per piantare foreste, per costruire dighe o altre infrastrutture, per sviluppare turisticamente una zona, per delimitare parchi naturali, per espandere città, per occuparla militarmente con scopi geopolitici o semplicemente per possederla a garanzia di altri rischi. Le conseguenze negative su chi vive sulle (o grazie alle) terre arraffate sono spesso le stesse, a prescindere dalle motivazioni reali, e i danni risultano incalcolabili. Le comunità a cui è impedito l’accesso alla terra vengono sconvolte, le economie locali distrutte, il loro tessuto socio-culturale e la loro stessa identità sono messi a repentaglio, così come l’agricoltura di piccola scala e la relativa produzione per la sussistenza. Le comunità rurali sono private dei loro mezzi di sostentamento, oltre che del diritto di gestire le risorse da cui dipendono.

Accanto a questo si va sviluppando un fenomeno sempre più preoccupante e diffuso, che, attraverso una convergenza tra interessi politici, economici, polizia locale e forze di sicurezza private, criminalizza i movimenti sociali e in generale chiunque si mobiliti per difendere i propri diritti. Questo non è un processo che ha appartenenza geografica, perché avviene sia nel Sud che nel Nord del mondo. Ovunque i beni comuni siano sotto scacco e le comunità locali scelgano di non arrendersi.

L’Italia è, tra i Paesi Europei, uno dei più attivi negli investimenti su terra all’estero, seconda solamente all’Inghilterra, con Germania, Francia, Paesi Scandinavi, Olanda e Belgio a seguire.

Ma quale Italia? Sicuramente l’Italia delle banche, delle imprese assicurative, delle grandi utilities energetiche e dei giganti dell’abbigliamento. Ma anche l’Italia delle piccole e medie imprese che si affrettano a diversificare la produzione se c’è aria di incentivi e facilitazioni. Nomi più o meno conosciuti, da Eni a Maccaferri, da Benetton a Generali fino ai tre big del credito (Unicredit,Intesa e Monte dei Paschi di Siena). Gli “Arraffa Terre” è anche il titolo di una mappatura di dati sul ruolo che l’Italia svolge nell’accaparramento dei terreni agricoli su scala globale, pubblicato da recommon.org.

Sono quasi una trentina le compagnie attive in questo business, dalla Patagonia (dov’è presente Benetton) a tante imprese in Africa, in particolare in Mozambico, Etiopia e Senegal.

Il land grabbing non è sinonimo di investimento, ed è la stessa Banca Mondiale a confermarcelo. Circa l’80 per cento delle acquisizioni globali di terra annunciate negli ultimi anni non sono al momento produttive e molte di esse potrebbero non esserlo mai. In molti casi è sufficiente detenere il controllo sui territori per ricavarne profitto, direttamente o indirettamente. Si capisce il perché le compagnia italiani siano così interessate.

In questo Mondo alla Rovescia la terra non e’ più un bene comune, ma l’ennesimo violenza dei ricchi-potenti sulle comunità locali.

Scarica il rapporto Gli Arraffa Terrehttp://www.recommon.org/gli-arraffa-terre/

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