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L’Antitrust chiede trasparenza alle multinazionali dei vaccini

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L’Antitrust in un’indagine su “I mercati dei vaccini a uso umano” presentata il 25 maggio a Roma, denuncia opacità sui prezzi dei vaccini e poca concorrenza ed invita le autorità mediche ad assumere posizioni più chiare, trasparenti e indipendenti sulle vaccinazioni da includere nel nuovo piano nazionale di prevenzione (approvato a novembre dalla Conferenza Stato-Regioni e ora al vaglio del ministero dell’Economia) e sui profili di equivalenza terapeutica tra vaccini indicati per la stessa malattia.

L’industria dei vaccini muove una spesa annua di 300 milioni di euro, a carico del Sistema Sanitario Nazionale, destinata a raddoppiare con l’approvazione del nuovo piano di prevenzione vaccinale. Un mercato mondiale di oltre 20 miliardi di euro, con una stima di crescita di oltre 35 miliardi di euro entro il 2020, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che da sole controllano l’80% delle vendite: GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteul, MerkSharpDohme e Pfizer. Continue Reading


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Le SpA dello Stato? Una furbata per assunzioni clientelari e aggirare la trasparenza

corruzione

A cosa servono le SpA dello Stato, società per azioni finalizzate al profitto? Come mai lo Stato, che non ha fini di profitto, deve costituire società per azioni che possiede al 100%? A queste domande ha provato a rispondere Marco Ponti sul Fatto Quotidiano di oggi.

Queste non operano in mercati concorrenziali, quindi se fanno profitti verosimilmente si tratta di rendite di monopolio, cioè di risorse indebitamente sottratte agli utenti. Questo sembra confliggere con l’interesse pubblico. Ma vi sono anche società per azioni pubbliche pesantemente sussidiate dallo Stato: producono servizi a cui lo Stato attribuisce utilità sociali, e quindi non vuole lasciarle al libero mercato, anche se notoriamente non vi sono nessi tra socialità e soggetto che produce il servizio, ma solo tra socialità e caratteristiche di prezzo e qualità dei servizi pubblici forniti ai cittadini. Altre società pubbliche gestiscono “monopoli naturali”, cioè infrastrutture, che non si possono mettere in concorrenza. Ma questo ruolo è affidato in alcuni casi a soggetti privati, con una logica mai esplicitata. Nel proliferare di SpA pubbliche negli anni passati, sono sorte anche società che svolgono funzioni di regolatori o di controllori o di stazioni appaltanti, un ruolo squisitamente ed esclusivamente pubblico.

Le Ferrovie dello Stato sono una SpA pubblica, sussidiata con circa 7 miliardi all’anno. Dichiarano di fare modesti profitti a valle di questa erogazione di denaro, sostanzialmente arbitraria (nessuno ha mai spiegato perché non il doppio o la metà). Le autostrade sono affidate con contratti di lungo periodo sia a società pubbliche che a privati (la maggiore, Autostrade per I’Italia, fa capo ai fratelli Benetton), senza che se ne capisca il criterio. Lo stesso vale per gli aeroporti (la Sea del comune di Milano, Aeroporti di Roma sempre dei Benetton). Aeroporti e autostrade private in genere fanno profitti. E sono per la gran parte SpA pubbliche le aziende del trasporto locale, possedute da Comuni e Regioni e sussidiate con circa 5 miliardi l’anno dallo Stato e dagli enti locali, che presentano livelli di efficienza molto bassi. Poi c’è il caso dell’Anas: controlla le concessioni autostradali e nello stesso tempo è concessionaria essa stessa di autostrade, con una duplicità di ruoli che non può che lasciare perplessi (in quanto SpA, stabilisce contratti di natura privatistica coi concessionari, basati su piani finanziari “segretati”, inaccessibili anche ai parlamentari che li richiedono). Nel settore aereo c’è l’Enac per il controllo di aeroporti e compagnie aeree, ed Enav per l’assistenza al volo, entrambe SpA con funzioni totalmente pubbliche. (Alitalia era anch’essa una SpA pubblica, con i risultati noti). Recentemente è stata costituita una SpA in Lombardia (Infrastrutture Lombarde) con il compito di concedente di autostrade nuove. Di recente ha avuto adesso gravi problemi con la giustizia, ma prima era un modello di grande successo, che altre Regioni volevano imitare .

Ma quali sono gli obiettivi sempre dichiarati all’atto della costituzione di SpA pubbliche? Sempre l’efficienza, ovvio, liberarsi di lacci e lacciuoli che paralizzano le attività dei ministeri. Ma è solo un velo che occulta obiettivi meno nobili. Innanzitutto perché la condizione di SpA consente totale disinvoltura sia nelle assunzioni del personale, a tutti i livelli, che nelle retribuzioni, in media nettamente più alte che nel pubblico. E spesso le SpA non hanno sostituito ma si sono sovrapposte a funzioni dello Stato. In terzo luogo, e probabilmente questa è la caratteristica più rilevante, consentono di aggirare grazie alla loro (solo formale!) natura privatistica, molti vincoli di bilancio o di trasparenza richiesti dall’Europa. I guadagni di efficienza promessi non sono mai stati dimostrati: le evidenze sembrano indicare il contrario. Anche tecnicamente è molto difficile ottenere una esatta informazione sulla reale efficienza di imprese non esposte alla concorrenza.

Che fare? La risposta sembra semplice: “Il pubblico faccia il pubblico, e il privato il privato”. Lo Stato smetta di produrre direttamente alcunché e si concentri sul garantire ai cittadini buoni servizi e infrastrutture a bassi costi, sottraendosi ai conflitti di interesse (“proteggo la mia impresa o gli utenti/contribuenti?”) che oggi dominano. Per ottenere produzioni efficienti, i privati, non certo per il loro buon cuore, sono molto più portati, e questa loro attitudine va usata sia attraverso l’affidamento periodico in gara delle concessioni, sia attraverso autorità di regolazione (come quella di recente istituita per i trasporti), realmente indipendenti e dotate di poteri adeguati. Anche nel difendere le imprese dalle interferenze indebite dalla politica nelle gestioni.

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Un’occasione andata in fumo

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Il 7 agosto scorso, in seduta serale, l‘Assemblea della Camera dei Deputati (265 voti favorevoli e 118 contrari) ha definitivamente approvato il decreto legge n. 76/2013 che, all’articolo 11, commi 22 e 23, prevede specifiche prescrizioni in materia di prodotti succedanei del tabacco. In pratica oltre alla tassa del 58,5%, in vigore dal 1° gennaio 2014,  la legge vara il divieto pubblicitario e promozionale per le sigarette elettroniche.

Questa è la prova che le e-cig danno fastidio alle varie lobby del tabacco, del farmaco, della sanità. Perchè? Il mercato del fumo elettrico si aggira tra i 300 e i 400 milioni di euro, più persone passano alla sigaretta elettronica e meno sigarette vendono il Monopolio e le lobby del tabacco, di conseguenza i politici e i potenti del tabacco si ritrovano meno soldi da sperperare e dividersi. Più persone passano alla sigaretta elettronica e meno persone si ammalano, se le sigarette elettroniche dovessero sostituire totalmente quelle vere in Italia si passerebbero da 30 mila a non più di 1.000 morti ogni anno. Questo fa incazzare le lobby del farmaco e della sanità che venderebbero molti farmaci in meno.

Quindi tirano fuori dal cilindro un bel decreto legge per spegnere le sigarette elettroniche causa di tutti i “loro” mali. Invece di finanziare studi seri e di regolarizzarlo con norme adeguate, uccidono un settore che in tempo di crisi ha creato posti di lavoro e fatturato.

Già almeno 3.000 persone – dichiara Massimiliano Mancini, presidente di ANaFE (Associazione Nazionale Fumo Elettronico) in una lettera al ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni – avranno probabilmente bisogno di sussidi, dato che già molti stanno perdendo lavoro e investimenti. Il nostro è un settore che nel 2012 ha realizzato un fatturato di circa 350 milioni di euro con l’apertura di circa 3.000 punti vendita e l’impiego di un totale di circa 4.000 persone (escluso l’indotto), ma che nel 2014 possiamo tranquillamente prevedere sarà ridotto a meno di un quarto”.

In un post scrissi che “Le sigarette elettroniche ci salveranno”, ma purtroppo nessuno potrà mai salvarci da una politica corrotta e incapace. I tabaccai e le loro multinazionali festeggiano, noi meno.

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