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Comprate i Gratta e Vinci… perdenti

Gratta e Vinci

Il Codacons annuncia un esposto alla Procura della Repubblica di Roma contro la FIT (Federazione Italiana Tabaccai) in merito ad una grave situazione venutasi e determinare nella vendita ai consumatori di biglietti “gratta e vinci” che risulterebbero perdenti con certezza matematica. Come riportato ieri dal giornale specializzato “Lotto Corriere”, la Fit ha inviato una mail personale a tutti i rivenditori aderenti alla Federazione, nella quale si invitano i tabaccai a “caldeggiare” ed “indirizzare i clienti” all’acquisto dei biglietti di sette lotterie “gratta e vinci” per le quali i Monopoli di Stato hanno comunicato il raggiungimento del “pay out”, ossia l’avvenuto pagamento di tutti i premi e vincite previste e programmate. In sostanza, i biglietti rimanenti presso i rivenditori sarebbero tutti perdenti, poiché i premi previsti per tali concorsi sarebbero già stati assegnati. Nonostante ciò, la FIT invita i propri associati a spingere i cittadini all’acquisto di tali biglietti, così da smaltire le giacenze. Il Codacons ha deciso di fare luce sulla vicenda, attraverso un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, in cui si chiede di aprire una indagine sull’episodio e valutare se siano ravvisabili eventuali reati di natura penale, compreso quello di truffa aggravata. Modificare infatti le scelte economiche dei cittadini prospettando loro possibili vincite che, nella realtà, non potranno mai verificarsi, potrebbe costituire illeciti penalmente rilevanti. Spiega l’associazione “I Monopoli di Stato non possono rendersi complici di simili comportamenti”, per tale motivo saranno oggetto di apposita diffida affinché sia aperta una indagine interna sull’episodio e sia considerata anche la possibilità di una revoca delle concessioni ai tabaccai aderenti alla FIT. 


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Quando il pusher è lo Stato

gap-gioco-d’azzardo-patologico

Il vicepresidente del Gruppo AbeleLeopoldo Grosso, scrive su Il Manifesto quali siano le necessità per affrontare a livello nazionale l’espansione del gioco d’azzardo patologico.

L’estensione dei danni provocati dal gioco d’azzardo patologico è largamente sconosciuta. Non si dispone in Italia – lo dice anche l’ultima relazione del Dpa al Parlamento – di alcuna rilevazione sistematica su questo e i numeri cui ci si affida sono mutuati per analogia dagli studi di altri paesi, oppure indiziari, oppure estrapolati da qualche volonteroso studio locale. Valutare l’impatto del GAP (gioco d’azzardo patologico) è invece importante, perché significa sapere come attrezzare i servizi, capire quali investimenti effettuare per le cure, significa soprattutto voler “vedere” il problema e smascherare l’ipocrisia che fino ad ora, sul gioco d’azzardo, ha consentito di capitalizzare i tanti profitti (dell’industria delle scommesse, dello Stato, della criminalità) ignorando i costi della dipendenza.

Non c’è giocatore d’azzardo patologico che non si sia indebitato con qualche finanziaria per decine di migliaia di euro. Alcuni sono diventati facile preda degli usurai. Altri sono andati in rosso coi conti bancari, poi hanno chiesto tutti i prestiti possibili a parenti e amici, e infine hanno dilapidato i risparmi di casa, lacerando i rapporti familiari. Quando subentra la patologia, le sicurezze affettive consolidate sono messe in crisi dall’irrompere di emozioni negative e dall’insinuarsi di sentimenti ostili: all’inizio lo shock, quando la famiglia scopre l’impensabile, poi lo spavento e lo sgomento di fronte all’ammanco economico, la delusione per il tradimento del patto di lealtà domestica; poi la rabbia per il danno subito e il rancore di fronte alla difficile quotidianità dei debiti da sanare. Si instaura in famiglia un clima di tormentato sospetto, che cresce di fronte alle reiterate e disattese promesse di smettere, avvelenando così i rapporti. La vergogna, ancora più che la colpa, getta un’ombra di fallimento che tramite il giocatore avvolge l’intera famiglia. E’ la cronaca a dirci che, ogni tanto, qualcuno “non regge”, e si ammazza.

E sempre la cronaca ci ha recentemente raccontato la notizia di un bambino trovato chiuso in auto dai suoi genitori, totalmente “presi” dalle “slot-machines”: è il tipo di episodio che generalmente costituisce la classica “prova manifesta”, la “pistola fumante”, in base alla quale i Tribunali dei Minori sottraggono la potestà genitoriale a madri e padri tossicodipendenti da eroina.

Il Codice Penale (artt. 718-723) vieta il gioco d’azzardo, ma la legislazione in deroga, tramite le concessioni rilasciate da Monopoli di Stato, fa dell’Italia una delle nazioni al vertice mondiale per il fatturato del settore. Se si applicasse all’azzardo la terminologia utilizzata per le droghe illegali, si parlerebbe di “pusher” per chi ne favorisce la diffusione e di “cupole” per quanti ne traggono profitti, spesso illeciti. Forse è per questo che si vuole continuare a negare la realtà della dipendenza da gioco, chiaramente indotta dall’abnorme espansione dell’offerta, a sua volta resa possibile dalla progressiva “liberalizzazione” del settore, avallata da 15 anni di governi, che si sono succeduti continuando a marciare nella direzione del profitto (nel 2011, circa 80 miliardi di euro di fatturato legale, di cui quasi 9 miliardi sono andati allo Stato). Le richieste di porre un freno, di correggere il tiro, di assumersi la responsabilità delle conseguenze e di cambiare rotta poste dalle associazioni “che raccolgono i cocci” di questa dipendenza indotta, sono rimaste puntualmente e totalmente inevase. Al contrario, sulle droghe si mantiene il “pugno duro” e la “Fini-Giovanardi” non si tocca. Consentiteci una domanda ingenua: qual’è la logica di tutto questo?

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