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La Germania è il modello da seguire?

angela-merkel

Negli ultimi dieci anni l’economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d’Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le “controriforme” di oggi, non vanno verso l’aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese – anche se imposte – da alcuni paesi della periferia. Se questi sapranno tenere duro, usciranno dalla crisi più competitivi; e la pole position di Berlino non è garantita per sempre.

Dieci anni fa, la Germania era considerata il malato d’Europa: la sua economia era impantanata nella recessione mentre quella degli altri paesi europei era in ripresa, il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’eurozona, il suo sistema finanziario era in crisi ed essa non riusciva a rispettare le norme europee sul deficit eccessivo. Oggi, invece, la Germania viene presentata come un modello da seguire. Nel valutare questo ribaltamento di condizioni, è utile operare una distinzione tra le misure di competenza dello Stato e quelle che ricadono nell’ambito d’azione delle parti sociali e della società in generale.

La sola area in cui la responsabilità di un governo è chiara e non controversa è quella della finanza pubblica. Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell’eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica – che nel 2003 era pari a quasi il 46% del pil, e quindi superiore alla media dell’eurozona – è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella “grande recessione”, la Germania aveva un’incidenza della spesa sul pil fra le più basse d’Europa.

Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell’epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l’adozione dell’euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell’elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un’analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda.

La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L’elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell’area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l’economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all’intensa concorrenza internazionale; ma anche in quel settore la performance tedesca non è la migliore fra i grandi paesi dell’eurozona. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero. Una riforma sostanziale del terzo settore sarebbe stata quindi auspicabile per generare incrementi significativi della produttività dell’economia: ma nel 2003 tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sull’industria, e la riforma non c’è stata.

Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell’età pensionabile e controllo degli affitti. Va detto per inciso che nessun paese meridionale, e forse nessun altro paese membro, potrebbe introdurre un pacchetto di misure di questo tipo senza ricevere aspri rimproveri da Bruxelles (e da Berlino). Il che dimostra che il sistema di coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area dell’euro è completamente asimmetrico. Comunque, tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.

Salario minimo. È prevista un’ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all’ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull’esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull’occupazione.
Riduzione dell’età pensionabile. Un’importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l’età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L’andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l’aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell’Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.

La conclusione generale è che alcuni elementi del “modello tedesco” potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell’area dell’euro. Un dura turo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l’ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l’Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell’Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L’elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un’aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.

Per fortuna, alcuni paesi periferici si vedono oggi costretti dai loro creditori a intraprendere riforme drastiche, non solo del mercato del lavoro, ma anche del settore dei servizi. Sono queste le riforme che – anche se inizialmente subite sotto imposizione – consentono un certo ottimismo, perché nel tempo favoriranno la produttività e la flessibilità, portando i paesi che le attuano a diventare più competitivi. La lezione che dobbiamo cogliere dalle alterne sorti dei paesi dell’area dell’euro negli ultimi dieci anni è che bisognerebbe evitare di prefigurare il futuro sulla base delle difficoltà di un dato momento. Le riforme intraprese oggi in alcuni paesi periferici sono molto più profonde di quelle attuate dalla Germania nei suoi momenti di difficoltà. I paesi che avranno il coraggio di persistere nello sforzo di riforma potrebbero uscirne molto più snelli e competitivi. Quelli che invece non ne saranno capaci (e l’Italia deve riuscire a evitare questo scenario), si troveranno bloccati nella trappola di una bassa crescita ancora per molto tempo. Quali saranno le condizioni dei singoli paesi fra dieci anni è materia del tutto incerta, ma la pole position tedesca non è garantita per sempre. I posizionamenti dei vari paesi nella graduatoria dell’economia europea potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

*Daniel Gros – Aspen Institute Italia


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