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Gli angeli dell’Ebola

infermieri Ebola Time

Ogni fine anno la rivista Time incorona la personalità dell’anno attraverso l’omaggio di un’apposita copertina. Ad aggiudicarsi la dedica del settimanale americano in questo 2014, ormai agli sgoccioli, sono gli infermieri che stanno combattendo contro la minaccia rappresentata dal virus Ebola nelle zone funestate dall’epidemia nell’Africa sub-sahariana e che, più di ogni singolo politico o esponente dello star system, identificano con il loro sacrificio uno spirito umano che, mai come in questo periodo, necessita di eroi e di esempi positivi. La testimonianza degli enormi sacrifici compiuti dagli infermieri che stanno combattendo una battaglia “non con armi scintillanti, ma con il cuore degli eroi”, di  Alessia, infemiera di Medici Senza Frontiere, di ritorno dalla Liberia.

Ebola… Ebola con la E maiuscola… il solo nome porta subito alla mente pensieri eIl rischio, la paura, la speranza. immagini che richiamano morte, sofferenza, dolore, tanta paura… anzi… terrore.

Per me che lavoro e mi muovo da anni tra le malattie infettive, come infermiera, Ebola è una malattia di cui si sa poco, Ebola è un virus che causa una febbre emorragica, Ebola è Africa. Medici senza Frontiere mi fa sapere che quella è la mia destinazione: Africa occidentale e per la precisione Monrovia, la capitale della Liberia.

La prima emozione è l’eccitazione per la partenza. Finalmente torno in missione, è un anno e mezzo che sono ferma a Roma e torno nel paese da dove ho cominciato la “carriera” come operatrice di MSF. Era il 2011. Poi, siccome da mesi leggo, m’informo e seguo l’andamento dell’epidemia, comincio a realizzare che stavolta sarà diverso; troverò un’altra Liberia ad aspettarmi.

Le due settimane prima della partenza le passo tra dati, reportage, articoli scientifici e notizie sull’arrivo dell’Ebola nel mondo occidentale. I numeri che leggo su Monrovia non mi invogliano certo a partire: migliaia di casi, morti e un contagio che non si riesce a controllare. Un mio collega, Roberto, appena tornato, mi racconta che la situazione nel nostro centro di trattamento è disastrosa: la gente muore fuori dai cancelli perché non ci sono più posti.

E allora la paura per il rischio di contagiarmi comincia a insinuarsi tra le pieghe della mia pelle, ma la tengo a bada, cosciente del fatto che un po’ di paura a volte è sana e ti aiuta a conservare una sorta d’istinto di sopravvivenza. Il 15 ottobre parto da Roma, Fiumicino, con il mio zaino pieno di parmigiano, tarallucci, cioccolata, tanti calzini (scoprirò sul campo la loro utilità), blocchi di carta da disegno e tanti colori per i bambini ricoverati.

Monrovia, Elwa 3 e Chimo

Atterraggio senza problemi. Sono le 2 di notte, Monrovia dorme. Il giorno dopo, stanca per il lungo viaggio e disorientata da tutto ciò che di nuovo mi circonda, metto finalmente piede nel più grande centro per il trattamento dell’Ebola mai costruito: Elwa 3. È una struttura enorme, 240 posti letto tra qualche settimana; per ora ne utilizziamo 120 che sono tutti occupati al mio arrivo. Sono un’infermiera, ma qui il mio ruolo è quello di supervisionare lo staff liberiano che lavora con noi (più di 1000 persone) e fornirgli una formazione continua affinché i nostri pazienti possano ricevere un’assistenza di qualità. Cerco di trovare una mia dimensione tra le migliaia di persone che si muovono tra gli ingranaggi di questa “macchina” e cerco di scolpire nella mia mente due concetti  base, che da questo momento ripeterò a me stessa un’infinità di volte: “Stay safe and wash your hands”. Qui è necessario sentire i nostri limiti sia fisici sia psicologici: se non si è in grado di farlo si rischia il contagio o si rischia il burn out. Ed è con Chimo che sperimento i miei di limiti.

Chimo è uno dei tanti orfani che l’Ebola ha “messo al mondo”.  Lo ricoveriamo nella zona dei confermati, dove ci sono i pazienti risultati positivi al test per l’Ebola. Il suo letto si trova sotto una tenda che diventa una fornace quando il sole è allo zenit e qui siamo all’Equatore. Mi preparo a entrare nella “zona ad alto rischio”, di contagio naturalmente, indossando un tutone giallo, due mascherine, il cappuccio, il pesante grembiule di plastica, due paia di guanti e gli occhialoni simili a una maschera da sub. Il caldo estremo, i movimenti, la visuale limitata e il rischio non ci rendono la vita facile. Entro con due medici e un’infermiera liberiani e con il mio collega statunitense. Ci dirigiamo prima dai pazienti più gravi, quelli che manifestano i sintomi più pesanti della malattia: vomito, diarrea a volte misti a sangue. Chimo fa parte di questa schiera di pazienti. Quando ci fermiamo davanti al suo materasso sta dormendo, ma non è il sonno sereno di uno bambino; è un sonno inquieto, indotto dall’estrema fatica che l’Ebola ti trasmette. Respira male, Chimo.

Io e Dan, il mio collega, ci avviciniamo a lui. Vogliamo vedere se reagisce: cominciamo a chiamarlo per nome. Non si muove. Con difficoltà, dovuta al nostro “bizzarro” abbigliamento, ci chiniamo su di lui e proviamo a farlo sedere sul suo lettino. È infastidito, ma accenna un’apertura degli occhi. Spaventatissimo davanti alla visione di “marziani” gialli si dimena ma in fondo è un buon segno, significa che ha ancora delle energie. Chiedo all’infermiera liberiana di tranquillizzarlo, parlandogli con il suo accento (il mio inglese con accento fortemente italiano probabilmente sarebbe stato incomprensibile).

La disidratazione gli ha creato tanti piccoli tagli sanguinanti sulle labbra. Chimo deve bere, altrimenti come tanti altri non ce la farà. Nel frattempo ci accorgiamo che si è sporcato la tuta. Con tante precauzioni e dolcezza nei movimenti, perché Chimo prova dolore, lo puliamo. Ci sono tanti pazienti, ma lui è tra i più gravi ed è un bambino. Il nostro obiettivo è farlo bere, di continuo. Riuniamo tutto il nostro staff e spieghiamo chiaramente che tutti gli operatori che a turno entreranno dentro la zona ad alto rischio per le diverse attività, dovranno provare in tutti i modi possibili e immaginabili a dare acqua e sali minerali a Chimo. Chiediamo anche agli altri pazienti di aiutarlo, ma nella tenda, accanto a lui, ci sono troppi pazienti critici che non hanno nemmeno la forza di badare a se stessi. Comincio a provare un grande senso di frustrazione, perché il piccolo non beve abbastanza. Chimo non fa che peggiorare.

Mohamed, 16 anni

Dalla zona dei sospetti mi chiedono di trovare un posto nella zona dei confermati per un ragazzino di 16 anni, positivo al test: Mohamed. Il letto vicino a Chimo è libero. Mohamed cammina con le sue gambe, ha febbre, ma per ora non sembra stare così male come molti altri. Chimo dorme sempre. Non mangia. Mohamed ci dice che Chimo vive nel suo stesso villaggio. Questa coincidenza ci spinge a chiedergli di aiutarlo in nostra assenza e di avvertirci nel caso veda qualche peggioramento. Una mattina entro nella tenda di entrambi e trovo Chimo seduto. Mohamed è vicino a lui, indossa un paio di guanti e lo aiuta.  Il piccolo ha ancora brutti sintomi, ma si è mosso finalmente dal suo letto. Ringrazio Mohamed e gli spiego dove dovrà buttare i guanti e poi dove e come lavarsi le mani. Mi chiedo se non sia la vicinanza di Mohamed, una persona conosciuta, che stia aiutando il nostro piccolo paziente. La conferma di questa mia supposizione ce l’ho i giorni seguenti. Chimo riesce a stare seduto sul letto, da solo. Beve, da solo. Inizia a mangiare la zuppa. Si fida di Mohamed che lo accudisce come un fratello e lo fa molto meglio di noi operatori. La mia frustrazione viene domata da queste immagini.

Passano più di 2 settimane e cominciamo a vedere ogni giorno Chimo e Mohamed fuori dalla tenda, seduta su delle sedie, a godersi i pochi centimetri di ombra.

Decidiamo di ripetere il test dell’Ebola a Mohamed, poiché le sue condizioni cliniche sono ottime. Il pomeriggio il risultato arriva: NEGATIVO. Facciamo a gara tra di noi per dare la bella notizia al nostro paziente. Sembra contento. Gli diciamo che il giorno dopo potrà tornare a casa, nel suo villaggio; ci occuperemo noi di contattare qualcuno della sua famiglia. Il suo sorriso, però, sembra accennare una smorfia di disappunto: “Non me ne vado finché Chimo non guarisce. Torneremo insieme al nostro villaggio”. Il silenzio che cala tra noi medici e infermieri esprime tutta la commozione e il rispetto per Mohamed che in fondo non è che un bambino; un bambino coraggioso e generoso.

Il ritorno a casa

Passano altri giorni. Le gambe smagrite di Chimo riescono a tenerlo in piedi. Lui e Mohamed sono sempre insieme. Non hanno legato molto con gli altri bambini, ma sono riusciti a farsi forza a vicenda e gli altri pazienti lo sanno e sono proprio le grida di gioia dei pazienti e le loro danze impazzite a dare l’addio ai nostri due amici: anche Chimo è guarito. Si torna a casa insieme, anche se ad attendere Chimo nel suo villaggio non ci sarà più la sua famiglia d’origine.

L’uscita dalla zona ad alto rischio avviene attraverso la procedura della doccia. Questa è il passaggio che unisce due mondi e due tempi. Attraverso la doccia non solo si torna a casa, ma si torna alla vita, “si rinasce”, dicono alcuni pazienti.

Io e il mio staff medico ci prepariamo ad accogliere i nostri amici e per farlo organizziamo una platea di sedie di fronte alla doccia. Il primo a uscire è Mohamed. Dopo qualche minuto Chimo, che rimane attonito, stordito e incapace di accennare alcun sorriso di fronte a una folla festante e gioiosa. Gli regaliamo un pinguino di peluche; ne è spaventato all’inizio, ma poi comincia a tenerlo stretto sotto il suo braccio come fosse il suo migliore amico. La dimissione prevede un rituale finale, che è uno dei momenti più simbolici per il nostro centro e per MSF: tutti i pazienti guariti devono immergere la loro mano in un secchio di vernice e lasciare la loro impronta su un muro costruito all’entrata.

Le mani colorate di Mohamed e di Chimo sono ancora lì a ricordarci ogni giorno la loro storia, la loro forza, la loro solidarietà e la loro voglia di tornare a casa….insieme.


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Le crisi umanitarie invisibili, per i Tg non esistono

Crisi-nel-Mondo

Sono trascorsi dieci anni dalla prima analisi realizzata da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sulla copertura mediatica delle crisi umanitarie internazionali da parte dell’informazione italiana e in particolare nei principali telegiornali di prima serata; ciò ci permette oggi di tracciare un bilancio sulla rappresentazione delle crisi umanitarie in questi anni attraverso uno sguardo d’insieme dal 2004 al 2013. Lo spazio dedicato dai notiziari di prima serata ai contesti di crisi è crollato dal 16,5% nel 2004 al 2,7% nel primo semestre del 2014.

Il primo e significativo risultato è quindi la progressiva diminuzione della visibilità delle crisi e degli eventi di carattere umanitario. Il dato relativo alla visibilità delle crisi nei notiziari italiani di prima serata nel 2013 è il peggior risultato di questi ultimi dieci anni (pari al 3,6%), segnando un ulteriore passo indietro anche rispetto all’anno precedente. Sono 1601 le notizie che si occupano di eventi o situazioni di crisi umanitarie internazionali nel 2013, erano 5795 nel 2004: la struttura dell’agenda dei telegiornali invece è rimasta praticamente la stessa.

“Sono passati dieci anni dalla prima analisi sulle crisi dimenticate ed è tempo di bilanci”, dichiara Gabriele Eminente, direttore generale di MSF Italia. “Se da un lato è indubbio che i telegiornali di prima serata siano sempre più chiusi nei confronti delle crisi umanitarie che avvengono più o meno lontane da noi, è altrettanto vero che in questo decennio il panorama dell’informazione televisiva è molto cambiato. Anche in Italia, infatti, sono nati dei canali tematici dedicati all’informazione, come Rainews o Tgcom24 ma la maggior parte delle persone continua a informarsi tramite i notiziari di prima serata. Inoltre, da una recente indagine Eurisko emerge che il 63% della popolazione italiana desidera ricevere dai media più informazioni sulle emergenze umanitarie. Per questo riteniamo che i TG abbiano ancora una grande responsabilità e un importante ruolo da giocare sulla rappresentazione di crisi che hanno impatti gravissimi sulla vita di milioni di persone”.

Notizie crisiL’indagine – che prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari di prima serata della televisione generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata) nell’arco di un decennio – presenta un quadro inaccettabile: i riflettori, quando si accendono, vengono puntati per breve tempo soprattutto su conflitti e atti terroristici (il 65,5% sul complessivo delle notizie pertinente sulle crisi) mentre l’attenzione maggiore è rivolta a fatti che riguardano il coinvolgimento di occidentali. La percentuale delle notizie dedicate a povertà e malnutrizione è invece pari all’1,5%; mentre quelle relative alle emergenze sanitarie sono solo 293 in 10 anni (pari all’1%). Queste crisi arrivano nei notiziari solo quando diventano allarmi internazionali, come è il caso dell’ebola quest’estate. Inoltre, se una crisi non è sufficientemente drammatica o non è avvenuta una catastrofe, viene a mala pena considerata dalla nostra informazione. Le crisi croniche e per questo meno eclatanti, non vengono raccontate se non sporadicamente.

Dieci anni di analisi ci suggeriscono anche una classificazione nella rappresentazione delle crisi: vi sono crisi continuamente visibili, che in ragione della gravità e della rilevanza geopolitica hanno ampia visibilità (le guerre in Iraq e in Afghanistan, la crisi mediorientale e quella siriana); poi le crisi “a singhiozzo”, quelle crisi su cui si accendono i riflettori in concomitanza di eventi significativi e che, terminata l’emergenza, scompaiono nell’ombra (una su tutti la crisi in Sud Sudan, balzata nelle prime pagine di tutto il mondo per le proteste inscenate da personaggi come George Clooney); infine le crisi invisibili, che non entrano nell’agenda dei telegiornali e se succede è perché sono ricordate in quanto dimenticate. È il caso della Repubblica Centrafricana la grande assente in 10 anni di analisi e presente in soli due servizi nella prima metà del 2014.

Lo scenario generale delle notizie nei Tg del 2013 continua a essere caratterizzato da un’inevitabile accentuazione dell’attenzione alla crisi economica in Italia e in Europa e di conseguenza della politica, tanto che si riduce ulteriormente anche lo spazio delle soft news (curiosità, gossip, costume) . Tuttavia, si rileva una preoccupante tendenza all’infotainment, ovvero l’aumento nell’agenda dei telegiornali (e dei programmi di informazione in generale) di elementi di intrattenimento, in modalità e quantità differenti nei diversi notiziari. Le notizie di cronaca rosa, di gossip o di cronaca nera si alternano a quelle di politica interna a quelle di economia, di salute e di politica estera.

Il confronto con i notiziari di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna fa emergere inoltre la maggiore attenzione che i notiziari europei dedicano alle crisi umanitarie internazionali, rispetto a quelli italiani e in particolare un modo diverso di costruire il telegiornale, in cui si trova lo spazio per raccontare contesti e situazioni di crisi anche croniche e non legate all’urgenza degli eventi. SI riconferma il distacco del principale telegiornale della rete pubblica italiana rispetto agli omologhi europei: la percentuale che il TG1 dedica alle crisi umanitarie dimenticate (3,0% nella prima metà del 2014) è la metà di quello francese e meno di un quarto di quello tedesco.

“Quando una notizia non è nei TG, non lo sono neanche le popolazioni vittime di violenze, sfollamenti, fame e malattie. Negli ultimi anni, MSF ha aumentato i propri sforzi nelle aree di crisi più dimenticate, essendo in molti casi l’unica organizzazione a prestare soccorso a persone che altrimenti non avrebbero nessun tipo di attenzione. Per questo”, conclude Gabriele Eminente, “MSF continuerà a sollecitare i media ad accendere un riflettore sulle crisi umanitarie che rimangono nascoste agli occhi del pubblico, perché siamo sempre più convinti che la pressione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, può fare la differenza e spingere ad agire in favore delle persone in difficoltà”.

Scarica il 10° Rapporto “Le crisi umanitarie dimenticate dai media”

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L’ospedale gonfiabile di Medici Senza Frontiere

l’OSPEDALE-GONFIABILE-di-Medici-Senza-Frontiere

Grazie alla propria capacità logistica, alla professionalità del proprio staff e all’esperienza maturata in oltre 40 anni di attività, MSF è in grado di intervenire in tutte le emergenze umanitarie con rapidità ed efficacia. L’ospedale gonfiabile di MSF è pensato per essere immediatamente operativo in contesti di emergenza siano esse catastrofi naturali o conflitti. È completamente indipendente da fonti locali di energia elettrica e idrica. Composto da una serie di tende pneumatiche può essere montato in poche ore. Grazie all’ospedale gonfiabile MSF è riuscita a portare aiuti in contesti quali il Pakistan, Haiti, Siria, Gaza e Sud Sudan.

Rispondere a un’emergenza umanitaria è una corsa contro il tempo. Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) lo sperimentano direttamente ogni volta che nel mondo una catastrofe naturale o un conflitto armato mettono a rischio la vita di intere popolazioni. Uno degli strumenti più innovativi che MSF utilizza nelle emergenze è l’Ospedale gonfiabile, una struttura unica e immediatamente operativa. Per la prima volta l’organizzazione medico umanitaria lo presenta in Italia, con l’obiettivo di avvicinare al grande pubblico modalità di lavoro che fanno la differenza in contesti di estrema complessità. I visitatori – al fianco degli operatori umanitari – possono condividere l’esperienza di MSF nella lotta quotidiana per garantire cure mediche di qualità durante guerre e catastrofi naturali. #MSFemergenze

“L’Ospedale gonfiabile di MSF nasce per dare una risposta concreta e soprattutto immediata”, dichiara Gabriele Eminente, Direttore generale di Medici Senza Frontiere Italia. “Lo proponiamo in Italia per far capire al pubblico che cosa vuol dire garantire cure mediche in contesti di emergenza come il terremoto ad Haiti o il conflitto in Siria. Proprio questi due scenari sono quelli proposti ai visitatori che, vestendo i panni dei nostri operatori umanitari, potranno immergersi nella realtà di MSF, un’organizzazione in grado di intervenire nelle emergenze umanitarie grazie alla propria capacità logistica, alla professionalità del proprio staff e all’esperienza maturata in oltre 40 anni di attività”.

Cosa significa allestire un sistema di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua? Cosa significa avere, poche ore dopo un terremoto, tutto il materiale necessario per allestire ospedali da campo ed effettuare interventi chirurgici? Cosa significa avere le persone formate per intervenire in un’emergenza? Quali sono le priorità mediche dopo una catastrofe naturale?

A questi e altri interrogativi vuole dare risposta l’ospedale gonfiabile di MSF che toccherà varie città d’Italia. Creato per essere utilizzato in contesti di crisi, nell’immediato periodo post-emergenza, l’ospedale gonfiabile è composto da una serie di tende pneumatiche. L’assemblaggio di diverse tende permette, con un approccio modulare, di comporre un vero e proprio ospedale, provvisto di tutti i servizi, dal pronto soccorso alla sala operatoria alla farmacia, necessari al suo corretto funzionamento. Si tratta di una struttura pensata per essere completamente indipendente da fonti locali di energia e dal sistema idrico locale. E’ stato utilizzato per la prima volta da MSF nel terremoto del Pakistan del 2005, e poi con successo in altri contesti, tra cui il terremoto di Haiti del 2010 e ora nell’emergenza in Siria.

Scopri l’Ospedale gonfiabile di MSF: ospedalegonfiabile.medicisenzafrontiere.it


L’innovazione medica attraverso l’azione umanitaria. Le attività di medici senza frontiere

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Medici Senza Frontiere attacca le televisioni. Meno gossip più informazione

CRISI UMANITARIE DIMENTICATE  DAI MEDIA 2012

Le crisi umanitarie stanno inesorabilmente scomparendo dai telegiornali italiani, nonostante il desiderio del pubblico di essere più informato. La lotta quotidiana per la sopravvivenza di intere popolazioni in paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e il Mali sono relegate all’oblio. Medici Senza Frontiere (MSF), nel corso di un incontro patrocinato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana FNSI, ha presentato Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2012 – 9° Rapporto di MSF”. L’indagine, realizzata con il supporto dell’Osservatorio di Pavia, prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari (prima serata) della televisione generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata). Il quadro è inaccettabile: nel 2012 i telegiornali hanno dedicato solo il 4% dei servizi a contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie. È il dato più basso dal 2006, cioè da quando MSF ha avviato il monitoraggio dei TG. Le crisi umanitarie da dimenticate sono diventate invisibili. Per questa ragione, MSF chiede ai media di sostenere gli sforzi per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica.

I dati sono particolarmente importanti, se combinati con quelli di un’altra ricerca commissionata da MSF all’Eurisko: si rileva, infatti, che il 63% della popolazione italiana desidera ricevere dai media più informazioni sulle emergenze umanitarie. Secondo un sondaggio d’opinione effettuato nel maggio 2013, il 78% del campione considera eccessiva la quantità di notizie sul gossip e il 64% considera sia presente troppa politica, mentre il 60% chiede maggiori informazioni sul lavoro delle organizzazioni umanitarie e sul modo in cui poter dare il proprio contributo.

Ogni anno stiliamo la lista delle ‘Crisi dimenticate’ con un augurio: che l’anno successivo sia vuota”, dichiara Loris De Filippi, Presidente di MSF Italia. “La situazione è in netto peggioramento. La voce delle vittime delle crisi umanitarie non raggiunge gli italiani, perché i media ne parlano sempre meno. Il 2012 è stato l’anno peggiore: contesti come la Repubblica Centrafricana o alcune malattie tropicali sono stati del tutto dimenticati. L’AIDS è pressoché sparito. Esiste un significativo squilibrio tra le sofferenze delle popolazioni e la copertura data dai media, in particolare dai TG”.

In un anno i TG della sera hanno dedicato solo 7 servizi all’AIDS: di essi soltanto 2 in occasione della Giornata Mondiale dell’1 dicembre. Fra i dati più emblematici: 3 notizie sulla Repubblica Democratica del Congo, dove non cessano le violenze nelle aree del Kivu; 4 i servizi sul Niger, piegato dalla malnutrizione; 2 notizie sulla martoriata popolazione di Haiti e 2 sulla Mauritania; l’Iraq, che gli anni scorsi ha avuto grande spazio nell’agenda dei notiziari, nel 2012 ha avuto 12 notizie. Il Sudan e il Sud Sudan trovano spazio in 17 notizie, in alcune di queste solo per la presenza di personaggi famosi.

Lo scenario generale delle notizie nei Tg del 2012 è caratterizzato da un’inevitabile accentuazione dell’attenzione alla crisi economica in Italia e in Europa e di conseguenza della politica, tanto da ridimensionare anche le soft news (curiosità, gossip, costume). Tuttavia, la pagina di “Curiosità e Costume”, seppure in diminuzione, occupa il 6% del totale delle notizie. Se le “crisi umanitarie nel mondo” trovano sempre meno spazio, la “fine del mondo” profetizzata dai Maya ha invece meritato 30 notizie. La classica “emergenza freddo”, con l’arrivo dei malanni di stagione 39 notizie. Tuttavia sono le curiosità del mondo animale a ricevere una grande attenzione: ben 70 notizie in 12 mesi di informazione serale. Vere e proprie curiosità che trovano poco o alcuno spazio nei TG degli altri paesi europei. Dal confronto con i notiziari di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna emerge inoltre la maggiore attenzione che i notiziari europei dedicano alle crisi umanitarie internazionali, rispetto a quelli italiani che hanno molte similitudini con i TG spagnoli.

Da anni MSF cerca di accendere un riflettore sulle crisi umanitarie che rimangono nascoste agli occhi del pubblico. La pressione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, può fare la differenza e spingere ad agire in favore delle persone in difficoltà. Le crisi umanitarie che si svolgono lontano dall’Italia, non sono “isolate” e i media sono fondamentali per mobilitare la solidarietà internazionale, vitale per le popolazioni in pericolo. Lo spazio dedicato agli esteri non può essere ridotto alle storie delle corti reali europee e non è concepibile che il Darfur o Haiti, siano menzionati solo quando sono visitati dalle stelle di Hollywood. Per questo motivo, MSF in occasione della presentazione del “9° Rapporto sulle Crisi dimenticate”, attraverso una “Lettera Aperta” chiede ai responsabili dei media e dei principali Gruppi Editoriali del paese, di portare le “Crisi dimenticate” all’attenzione pubblica.

Lettera Aperta di Medici Senza Frontiere ai Direttori

Medici Senza Frontiere (MSF) dal 2005 cerca di far luce sulle crisi umanitarie nascoste agli occhi del pubblico, attraverso la campagna “Crisi dimenticate“. Parte integrante dell’identità di MSF è testimoniare la situazione delle popolazioni in pericolo, con l’impegno di far sentire la loro voce. È proprio la “testimonianza” a completare l’azionemedico-umanitaria dell’organizzazione.

Quando una crisi umanitaria è dimenticata? Quando c’è un significativo squilibrio tra la sofferenza delle popolazioni e la copertura da parte dei media. In questi anni, abbiamo compilato un elenco di alcuni contesti per i quali la copertura (soprattutto televisiva) è stata assente, minima o superficiale, distante dai bisognireali e dalle difficoltà che affrontano le persone che curiamo.

L’elenco di quest’anno è accompagnato da un augurio: che il prossimo anno questo stesso elenco sia vuoto. E voi, come principali responsabili delle decisioni all’interno dei media, avete un ruolo vitale per realizzare tale auspicio. Siamo inoltre convinti che la pressione dei media e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, possa spingere questi ultimi ad agire in favore delle persone in difficoltà.

La crisi finanziaria e socio-politica o alcuni eventi “spettacolari” che riguardano l’Occidente dominano l’attenzione dei media. Eppure, dobbiamo renderci conto che le crisi in Darfur, Somalia, Afghanistan, Mali, anche se hanno luogo lontano dall’Italia, non sono “isolate”: basti pensare ai rifugiati che arrivano in condizioni terribili sulle nostre coste, in fuga dai conflitti, a migliaia di chilometri di distanza. Non è concepibile che il Darfur o Haiti siano menzionati solo se vengono visitati dai divi di Hollywood o che le sezioni di esteri dedichino un grande spazio alle storie delle cortireali europee.

Medici Senza Frontiere chiede a tutti i media italiani di sostenere gli sforzi per portare le crisi dimenticate all’attenzione dell’opinione pubblica, in modo da non lasciare nell’oblio le persone vittime di conflitti, catastrofi naturali e che soffrono a causa della malnutrizione o di altre malattie. E a non chiudere la porta a un mondo sempre più vicino a noi e sempre più importante da comprendere.

Medici Senza Frontiere Italia

Tra i primi firmatari: Ettore Mo , Valerio Pellizzari, Bernardo Valli, Fabrizio Gatti, Giovanni Porzio, Francesco Zizola, Antonio Di Bella, Massimo Cacciari, Federica Sciarelli, Elisabetta Rosaspina, Lucia Goracci, Ugo Tramballi, Filippo Solibello, Mariarosa Gianniti, Claudio Monici, Tiziana Ferrario, Stella Pende, Gabriella Simoni, Vittorio Parsi, Mario Morcellini, Pietro Suber, Mimosa Martini, Enzo Nucci, Nico Piro, Alessandro Robecchi, Daniela De Robert, Fausto Biloslavo, Gian Micalessin, Barbara Schiavulli, Christiana Ruggeri, Don Virginio Colmegna, Stefano Corradino, Lorenzo Bianchi.

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Si ai farmaci a basso costo per i Paesi in via di sviluppo


La decisione tutela l’accesso a farmaci a basso costo e impedisce l’uso indiscriminato dei brevetti. La storica decisione della Corte Suprema di Delhi che si è pronunciata a sostegno della legge sui brevetti indiana, giunge dopo sette anni di battaglia legale portata avanti dalla casa farmaceutica svizzera Novartis e rappresenta una grande vittoria per l’accesso a farmaci a basso costo per i pazienti nei Paesi in via di sviluppo, dichiara Medici Senza Frontiere.

“È un enorme sollievo per i milioni di pazienti e medici nei Paesi in via di sviluppo che dipendono dai farmaci a basso costo provenienti dall’India, e per i fornitori di cure come MSF”, afferma Unni Karunakara, presidente internazionale di MSF. “La decisione della Corte Suprema rende ora i brevetti sui farmaci di cui noi abbiamo un disperato bisogno, meno attuabili. Si tratta del segnale più forte possibile per la Novartis e le altre multinazionali farmaceutiche che devono desistere dall’attaccare la legge indiana dei brevetti”.

L’India ha iniziato a concedere brevetti sui farmaci per conformarsi alle regole del commercio internazionale, ma ha incluso nella propria legge alcune garanzie – tra cui una clausola nota come Sezione 3(d) – che impediscono alle aziende di abusare del sistema dei brevetti. La Sezione 3(d) impedisce alle case farmaceutiche di ottenere brevetti sulle modifiche a farmaci già esistenti, al fine di far perdurare all’infinito i propri monopoli.

La Novartis ha citato per la prima volta il governo indiano in tribunale nel 2006 al fine di ottenere una più ampia concessione di brevetti per i propri prodotti rispetto a quanto stabilito dalla legge indiana (Patents Act, 2005). Nella prima causa davanti all’Alta Corte di Chennai, la Novartis ha sostenuto che la legge non rispettava le regole stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio e violava la Costituzione indiana. La Novartis ha perso la causa nel 2007, ma ha fatto ricorso dinanzi alla Corte Suprema, nel tentativo di indebolire l’interpretazione della legge e svuotarla di sostanza. Tutte le richieste della Novartis sono state ieri respinte dalla Corte Suprema indiana.

“Tutti gli attacchi della Novartis alla Sezione 3(d), uno degli elementi nella legge dei brevetti indiana che proteggono la salute pubblica, hanno fallito”, dichiara Leena Menghaney, responsabile della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF in India. “Gli uffici per i brevetti in India dovranno considerare questo come un chiaro segnale che la legge deve essere applicata rigorosamente e che le domande di brevetto prive di un reale fondamento devono essere respinte”.

Anche se i ripetuti attacchi legali della Novartis alla Sezione 3(d) avevano lo scopo di garantire una maggiore concessione di brevetti in India, anche per farmaci già esistenti, la società ha sollevato preoccupazioni circa le implicazioni della decisione sulla questione più importante del finanziamento dell’innovazione medica.

“Al momento l’innovazione medica è finanziata attraverso i prezzi elevati dei farmaci coperti da brevetti monopolistici, a spese dei pazienti e dei governi dei Paesi in via di sviluppo che non possono permettersi quei prezzi”, prosegue Unni Karunakara. “Invece di cercare di abusare del sistema dei brevetti modificando le regole e rivendicando sempre più brevetti su vecchi farmaci, l’industria farmaceutica dovrebbe concentrarsi sulla vera innovazione, e i governi dovrebbero sviluppare delle regole che consentano lo sviluppo di farmaci resi subito disponibili a prezzi accessibili. Si tratta di un dialogo che deve iniziare al più presto. Invitiamo la Novartis a essere parte della soluzione e non del problema”.

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