Per i media mainstream la verità è un optional

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In un recente articolo del Washington Post il direttore del sito PropOrNot ha accusato 200 siti di notizie degli Stati Uniti di essere “venditori ambulanti di notizie false” per favorire la propaganda russa.

“I media devono capire qual’è il loro compito: dare informazioni, non proteggerle. Per questo quando i media dicono ai lettori che le notizie che leggono sono false, loro stessi peccano di falsità”, ha detto il vice direttore del quotidiano britannico The Spectator Freddy Gray in un’intervista alla tivù russa Rt. Continue Reading


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Il futuro dei media e di internet è in Africa

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L’Africa è una delle realtà più promettenti nel campo dei media grazie a un mercato ricco di opportunità e foriero di innovazioni. Questo argomento è stato un temi dei temi in discussione alll’ottava edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Un miliardo di abitanti e 800 milioni di sim in circolazione. Con il 50% dei cittadini connessi a internet attraverso la rete mobile, usata anche per i pagamenti e trasferimenti di denaro, e una prospettiva di crescita degli investimenti nelle infrastrutture che raggiungeranno i 1,5 miliardi di dollari entro il 2015. Senza dimenticare la radio, ancora primo strumento di informazione in Africa, “tanto che rimane l’applicazione più scaricata sugli smartphone”, secondo Amadou Mahtar Ba (Senegal), fondatore della piattaforma AllAfrica e dell’Africa Media Initiative.

In Kenya, durante le elezioni presidenziali del febbraio 2013, la campagna elettorale si è animata su internet come mai prima di allora. Il primo dibattito in tv tra i candidati è stato un successo anche in rete, dove i cittadini hanno potuto seguirlo in diretta su YouTube e ha affrontato temi che erano stati scelti tra più di cinquemila domande proposte online.

È sicuramente difficile fare un discorso generale su un continente che comprende 54 Stati dalle storie diversissime e con una superficie totale di 30 milioni di chilometri quadrati. Possiamo però individuare alcuni trend comuni nei paesi subsahariani, ieri in coda in ogni classifica sullo sviluppo e oggi tra le economie più vitali al mondo.

La prima parola d’ordine è dunque crescita: l’Africa è un continente sempre più popoloso e per questo sempre più giovane. La popolazione, inoltre, sta diventando sempre più ricca grazie alla maggiore accessibilità delle risorse e alla straordinaria crescita economica di alcuni paesi chiave come il Kenya: nel suo intervento Mark Kaigwa, fondatore di Nendo, sottolinea come la classe media in Africa sia addirittura più ampia che in Cina.

Secondo Justin Arenstein, ex giornalista e ora imprenditore nel campo dei media in Sudafrica, la forza del giornalismo africano sta nella sua vicinanza al pubblico. I media africani, infatti, cercano costantemente un contatto diretto e provano davvero a capire quali siano le paure dei cittadini: l’aspirazione è quella di migliorare concretamente le loro vite fornendo strumenti che aumentino la democrazia e l’accesso alle risorse. Arenstein aggiunge che è “lontano dalla pornografia dei dati che si sviluppano strumenti nuovi”: a fonti inaccessibili e limiti tecnologici, il Ghana risponde con reportage realizzati a partire dalle segnalazioni via sms dei lettori e il team AfricanSkyCAM in Kenya investe in progetti all’avanguardia come l’utilizzo di droni per raccogliere più notizie. Niente di più diverso dal giornalismo tradizionale occidentale, oggi sommerso da un ammasso ingestibile di dati, e in cui il mercato è saturo. In Africa invece, anche se solo il 20% della popolazione è attualmente consumatrice di notizie, i numeri non potranno che aumentare data la continua espansione dell’accesso a Internet nelle case e lo sviluppo tecnologico più in generale.

Protagonista di questo sviluppo tecnologico sono i cellulari: l’Africa ospita un mercato telefonico in grande crescita con circa 800 milioni di sim in circolazione per un miliardo di abitanti. La diffusione di Whatsapp in Africa è, secondo Mark Kaigwa, uno degli aspetti più promettenti nel campo dell’informazione: senza la necessità di iscrizioni o login, come su Facebook e Twitter, quest’app è uno straordinario strumento di comunicazione tra pubblico e redazioni. Uno show televisivo keniano, ad esempio, invita il pubblico a inviare foto di automobilisti che commettono crimini stradali per sbeffeggiarli in onda. Nel 2013, inoltre, le elezioni presidenziali e l’attacco al Westgate hanno dimostrato che il legame tra i media e il loro pubblico è sempre più solido. In entrambi i casi, infatti, il coinvolgimento dei kenioti, che hanno inviato foto, aggiornamenti live o opinioni ha dimostrato che è possibile informare in modo diverso.

La sfida per i media africani, secondo Amadou Ba, CEO dell’African Media Initiative, “è ora quella di puntare non solo sullo sviluppo tecnologico ma anche su una rinnovata etica giornalistica per avere maggiore impatto sul pubblico e garantire qualità”.

Qui il video integrale della discussione.

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Tv 2.0: Lento, ma costante, declino dei canali generalisti

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Nell’ultimo anno, il settore delle comunicazioni non è stato risparmiato dalla crisi che ha caratterizzato l’economia italiana tra il 2011 e il 2012. In un contesto di sostanziale deterioramento del quadro macroeconomico, di diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie e di investimenti penalizzati dalle difficoltà di accesso al credito per le imprese, gli operatori del settore si sono trovati a fronteggiare una situazione di crisi economica, stagnazione dei consumi in termini reali e incertezza sulle prospettive di crescita per il breve e medio periodo. In questo quadro, il valore del macrosettore delle comunicazioni (comprensivo dei settori media, telecomunicazioni e servizi postali) per il 2012 è stimato pari a 61,4 miliardi di euro, cui corrisponde una perdita complessiva di 4,4 miliardi di euro in termini di fatturato rispetto al 2011.

Nel corso degli ultimi tre anni, il settore televisivo ha registrato profondi mutamenti, sia sul piano economico e tecnologico, sia su quello normativo. In particolare, la digitalizzazione delle reti e lo sviluppo di piattaforme di distribuzione dotate di maggiore capacità trasmissiva hanno aumentato la varietà e la disponibilità dei contenuti, gratuiti e a pagamento. Questo processo ha superato i problemi di scarsità presenti nell’offerta audiovisiva analogica e ampliato le potenzialità tecniche correlate alla stessa, contribuendo alla evoluzione delle attività economiche e ai modelli di business offerti dai distributori di contenuti audiovisivi. Ciò si è in primo luogo riflettuto in una profonda trasformazione della comunicazione audiovisiva, che da un modello generalista e lineare – come tradizionalmente concepito – si è evoluta secondo forme non lineari e personalizzate, ove l’utente fruisce del contenuto attraverso molteplici apparecchiature e modalità (quali ad esempio il simulcast, la replay-tv e la catch-up tv, le offerte di net tv) e in diversi momenti della giornata. In tale scenario, le due principali distinzioni per l’utente finale diventano, da un lato, quella tra servizi gratuiti e a pagamento e, dall’altro, quella tra servizi non lineari e lineari, cioè fruibili in simultanea con la comunità degli altri spettatori sintonizzati sullo stesso contenuto. Parallelamente, si è registrata un’evoluzione dei modelli di business degli operatori tradizionali: si affacciano nuovi player, ad esempio gli aggregatori di contenuti, che si affiancano alle figure degli operatori di rete, fornitori di contenuti e fornitori di servizi (già ridefinite alla luce del passaggio al digitale), aggregando i contenuti audiovisivi propri e/o di terzi e offrendoli in pacchetti gratuiti o a pagamento all’utente finale. D’altra parte, tuttavia, i dati dell’ultimo anno mostrano ancora una persistente preferenza degli utenti per la fruizione dei contenuti audiovisivi tramite le piattaforme tradizionali (digitale e satellitare), mentre rimangono minoritarie le forme di fruizione legate ad internet in webtv e residuali quelle congiunte di servizi di comunicazione elettronica e audiovisivi in tecnologia IPTV. Da un punto di vista economico, il quadro generale risente della persistente congiuntura economica negativa. A soffrire maggiormente sono gli introiti della raccolta pubblicitaria e, conseguentemente, la televisione in chiaro (che rappresenta il più importante mercato pubblicitario). La televisione a pagamento ne risente in misura inferiore, con una flessione marginale. Dopo una leggera contrazione registratasi nel 2011, l’andamento dei ricavi dei servizi televisivi nel 2012 ha subito una notevole flessione (-8,7%).

L’andamento dei ricavi flessione ha interessato soprattutto la televisione in chiaro (-11,9%), mentre gli introiti della televisione a pagamento hanno subito una riduzione più contenuta (-3,5%). La riduzione dei ricavi complessivi della televisione è infatti da imputarsi principalmente alla contrazione dei ricavi pubblicitari. A tal proposito, mentre nel 2010 si era assistito ad una ripresa degli introiti pubblicitari, il 2011 ha visto una stagnazione dei medesimi, aggravatasi nel 2012 con una flessione che l’Autorità stima essere pari al 17,9%.

La pubblicità rimane tuttavia la principale fonte di finanziamento dei servizi audiovisivi su mezzi tradizionali, soprattutto della televisione in chiaro, con una quota del 42,2% delle risorse totali. Anche l’offerta pay appare interessata dalla congiuntura economica negativa, sebbene in maniera assai più contenuta, con una riduzione stimata pari all’1,4%. Decrescono anche gli introiti derivanti da provvidenze e convenzioni con soggetti pubblici, mentre i ricavi derivanti dal canone rappresentano l’unica fonte di finanziamento che registra un tasso di crescita positivo (+ 2,3%). Analogamente all’anno precedente, lo scenario economico recessivo determina, da un lato, la riduzione dei budget di spesa degli inserzionisti pubblicitari, cui consegue la rilevata contrazione dei ricavi pubblicitari; dall’altro, l’incidenza della congiuntura economica negativa sul reddito reale delle famiglie ha portato a un’inversione del trend di crescita dei ricavi da offerte a pagamento. Nel caso della pay-tv, il potere di acquisto delle famiglie si è notevolmente ridotto nel corso degli anni, stante la crescita più sostenuta dei prezzi delle offerte pay-tv rispetto all’aumento dei prezzi al consumo; viceversa, l’andamento del canone TV (ossia la tassa governativa per la detenzione di apparecchi riceventi) è stato maggiormente in linea con quello dell’inflazione. Con riferimento alla ripartizione dei ricavi per operatore, permane la tripartizione del settore tra Mediaset, Sky Italia e Rai, che congiuntamente raccolgono circa il 90% delle risorse complessive. Più in dettaglio, nel 2012, si assiste ad una decisa flessione del fatturato del gruppo Mediaset (-13,2%) e del gruppo Rai (-7,5%), imputabile principalmente alla contrazione dei ricavi pubblicitari. Anche i ricavi di Sky Italia decrescono, sebbene in misura più contenuta (-1,4%), a riprova della maggiore capacità di tenuta della televisione a pagamento. Il rimanente 10% dei ricavi televisivi è disperso tra un elevato numero di emittenti in chiaro e a pagamento, di rilievo nazionale o locale, tra cui spicca il gruppo Telecom Italia, presente nella televisione in chiaro con la controllata Telecom Italia Media. Tuttavia, tale gruppo, nel corso del 2013, ha ceduto le attività relative all’emittente La7 al gruppo Cairo Communications. Pur continuando a registrare una leggera flessione, nel 2012 l’audience delle emittenti generaliste si conferma incontrastata. Nello specifico, confrontando i dati relativi allo share del giorno medio, Rai si attesta intorno al 40%, mentre Mediaset poco al di sotto del 35%, raggiungendo complessivamente circa il 75% dell’audience. I 6 canali generalisti delle due emittenti registrano un calo nell’ascolto medio, solo in parte compensato da una crescita dell’audience dei canali tematici. Il trend degli ascolti delle altre emittenti terrestri è caratterizzato da un andamento ascendente, in aumento nell’ultimo anno, mentre i canali di Sky e delle altre emittenti satellitari registrano una battuta di arresto, con l’audience satellitare stabile intorno al 12-13%. Quindi, a fronte dell’inerzia delle posizioni degli operatori storici, è possibile osservare un lento, ma costante, declino dei canali generalisti e un correlato consolidamento dei canali tematici, anche grazie alla diffusione del digitale terrestre, indicazione di una fruizione maggiormente personalizzata del contenuto televisivo.

Con riferimento alle modalità di ricezione del prodotto televisivo, il completamento del processo di digitalizzazione risulta evidente dalla circostanza per cui a fine 2012, con il completamento dello switch-off, la trasmissione in tecnica analogica dei contenuti televisivi è cessata. Quasi l’85% della popolazione fruisce di contenuti televisivi in tecnologia digitale terrestre, mentre la restante parte ne usufruisce tramite la piattaforma satellitare, che, rispetto al precedente anno, appare in leggera flessione (-1,1%). Del tutto marginali sono infine gli ascolti realizzati dalle piattaforme IPTV, peraltro in calo rispetto alle rilevazioni precedenti, e ciò appare indice della netta preferenza da parte degli utenti verso il consumo dei prodotti televisivi tramite le piattaforme televisive tradizionali.

Da un punto di vista informativo, si registra un generale calo dei dati di ascolto dei telegiornali trasmessi dalle principali emittenti nazionali, indice di una maggiore attenzione rivolta dagli spettatori verso forme di informazione alternativa. In particolare, sia nelle fasce mattutine che serali, i due principali TG (TG1 e TG5) perdono quasi 2 punti percentuali di ascolti ciascuno. Anche il TG di La7, che il precedente anno aveva fatto registrare un aumento dei valori di ascolto (fino al 10% in fascia serale), mostra una leggera flessione (-2 punti percentuali). Sostanzialmente stabili i dati di ascolto relativi al principale TG della piattaforma satellitare (Sky TG24), con valori di poco inferiori allo 0,5%.

La Tv a pagamento. A fine 2012, i sottoscrittori di un abbonamento pay-tv sono circa il 40% del totale delle abitazioni televisive. La piattaforma satellitare continua a essere la prima piattaforma di pay-tv, raggiungendo più della metà delle abitazioni pay, mentre il digitale terrestre si attesta intorno al 40%. Con riferimento ai singoli operatori, dopo la flessione registrata nel 2010, la quota di Sky evidenzia un moderato trend positivo (+1,1%), confermando l’operatore come l’indiscusso leader del mercato. Anche il secondo operatore (Mediaset) prosegue con un andamento positivo. Entrambi gli operatori hanno progressivamente arricchito la programmazione offerta, nell’ambito di una maggiore personalizzazione del palinsesto televisivo, ispirata anche a modalità di fruizioni interattive. Inoltre, sono stati introdotti nuovi canali tematici, nonché programmi in alta definizione o in tridimensione, differenziando la qualità delle rispettive offerte. Infine, l’offerta si è estesa a forme di fruizione tramite web (in particolare in modalità mobile, tramite tablet). La struttura del mercato rimane fortemente concentrata, anche a causa degli elevati sunk cost endogeni per l’acquisizione di contenuti televisivi premium (film, serie e calcio in particolare). L’indice di concentrazione è superiore alla soglia critica di 2.500 e, nell’ultimo anno, l’Autorità stima un incremento, con un’inversione di tendenza rispetto alla tendenza del biennio precedente.

*Relazione Agcom 2013

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Passato e futuro dei media

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato giovedì 11 ottobre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, analisi, come lascia intuire il titolo, dello tzunami che ha attraversato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cambiamenti e delle prospettive future.

Il rapporto, scritto da Rasmus Kleis Nielsen, ricercatore post dottorando di RISJ, finanziato da The Open Society Foundations di Soros, analizza come i media di sei nazioni occidentali: Finlandia, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna & USA, e due Paesi delle economie emergenti, Brasile ed India, hanno affrontato le enormi trasformazioni dell’ultima decade.

Lo studio, in 75 pagine, dopo la consueta introduzione, si articola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la frammentazione e la fine delle audience massificate, se sia effettivamente la Rete ad aver ucciso i giornali tradizionali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema mediatico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mercato dei media e le prospettive economiche nonché sulle politiche adottate dai media nel periodo considerato.

I risultati del rapporto nel complesso evidenziano come nonostante le trasformazioni, i profondi cambiamenti avvenuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tradizionale, sia televisiva che della stampa, rimangano assolutamente centrali nell’attuale – nuovo – ecosistema informativo. In tutti e 8 i Paesi presi in considerazione le organizzazioni tradizionali continuano ad attirare un numero superiore di persone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una conferma importante del valore dei newsbrand.

La crescente quantità d’informazione disponibile viene ritenuta elemento di arricchimento poiché in base a “provision”, quantità appunto di informazione fornita, “diversity”, eterogeneità e molteplicità delle fonti d’informazione e “reach”, quantità di persone raggiunte dall’informazione, l’incremento è un fattore positivo per la società e la democrazia. Tema che necessita di maggior approfondimento a mio avviso.

Crescendo che però ha un risvolto di forte incremento della competitività come sottolinea Massimo Russo, Content Manager del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che spiega: “operiamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – combattono per un solo obiettivo: catturare l’attenzione delle persone. E questa attenzione nella vita quotidiana è una risorsa scarsa”. Aspetto che inevitabilmente porta ad una frammentazione maggiore dell’audience e, come noto, erode la capacità di vendere spazi pubblicitari basandosi su un pubblico stabilmente rilevante in termini numerici.

Il rapporto continua spiegando che, pur non essendo facile isolare in termini di tendenza complessiva l’importanza di una singola entità, dei giornali cartacei nello specifico, al momento, contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media companies continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decremento delle vendite di giornali cartacei in Finlandia ci vorranno 70 anni ed in Francia 20 prima di arrivare all’attuale livello di vendite di quotidiani in Italia dice lo studio, evidenziando, al di là di ogni altra possibile considerazione, il grave problema di media education, o forse più semplicemente di education tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Internet dipende esclusivamente dall’attuale, e futuro, modello di business di ciascun singolo giornale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi – AstraRicerche su gli internauti italiani e le news il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Internet non ha ucciso i giornali e la questione è stata abbondantemente sovrastimata, analizzando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chiaramente come i vecchi ed i “new media” coesistano, sono più le attuali fasi cicliche di stagnazione e/o recessione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la crescita della Rete. Quello che è avvenuto è che alcune forme di comunicazione pubblicitaria sul Web hanno distolto investimenti pubblicitari dai giornali – di carta – che erano cresciuti nell’illusione della loro permanenza continua.

Il rapporto, che per l’ennesima volta consiglio di leggere integralmente dedicandogli la dovuta attenzione, conclude argomentando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di trasformazione non alla sua fine e che attualmente siamo tanto lontano dalla rivoluzione di Internet quanto lo eravamo nel 1500 dalla rivoluzione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci divertiremo, professionalmente parlando.

(Fonte Il Giornalaio)

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