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A che servono i complotti?

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A) UNA LUNGA PREMESSA GEOPOLITICA

E’ opportuno inquadrare i fatti di cui ci accingiamo a parlare nella strategia geopolitica americana, recentemente definita da Demostenes Floros “caos controllato”1. Occorre premettere che le teorie complottiste che vogliono tutti gli eventi che si succedono drammaticamente nei paesi non occidentali come rispondenti ad un’unica centrale americana siano poco convincenti. E’ innegabile che però operatori di intelligence e ONG americane o anglosassoni si attivino quantomeno come “facilitatori” di eventi destabilizzanti nei confronti di avversari, concorrenti – e alleati scomodi. E’ difficile credere che l’intelligence americana abbia attivato e gestito artificialmente un processo travagliato e complesso come le rivolte arabe: ad esempio, per eliminare un Mubarak o un Ben Ali (impopolari in patria) salvaguardando però la stabilità di paesi amici una congiura di palazzo sarebbe stata preferibile. E’ comunque chiaro che il fine ultimo della destabilizzazione del mondo arabo per impedirvi la penetrazione russa e cinese presupponga al contrario un lavoro carsico molto più complesso che si è trovato ad includere anche la rimozione dei regimi laici a vantaggio saudita (e qatarino). E’ utile sottolineare che nessuno dei movimenti gihadisti gemmati da Al Qaeda dopo le rivolte sembri sin ora costituire un pericolo concreto per Israele (sono anche di frequente avversari tanto di Hamas quanto del nazionalismo laico e socialista palestinese). Anche questo non significa automaticamente che l’intelligence israeliana manipoli gli eventi ma può senz’altro suggerire spunti di riflessione. Continue Reading


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La protesta non gradita

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Non piacciono alle associazioni di categoria, ai sindacati, alla Confindustria e ai partiti di governo. Non sono sponsorizzati da artisti, intellettuali e giornalisti. La rivolta dei forconi è la ribellione della gente, del popolo senza colore e bandiera. L’unica bandiera è la disperazione. 

Di cosa parliamo quando parliamo di forconi. Nessuno lo sa ancora bene, forse neppure loro. Sono in cerca di una forma, di un’identità, di una bandiera o di un cappello.

Qualcosa però sta diventando evidente: non piacciono alla gente che piace. Non sono chic, non sono trendy, non sono cool, non indossano caschi neri e magliette del Che, non sono neppure figli di papà. Non spaccano vetrine. Non reclamano più Stato. Non si preoccupano del capitalismo. Poi, certo, uno di loro lascia Genova in Jaguar. Non è furbo. Non ci fa una bella figura. Era meglio un trattore, ma anche questi sono pregiudizi.

Non vogliono cambiare il mondo, ma si accontentano di sopravvivere. Non occupano e pretendono di non essere occupati: dalla cosa pubblica, dalla burocrazia, dall’Europa. Non parlano in nome di tutti, ma per se stessi. Non chiedono giustizia, ma libertà. Non piacciono alle associazioni di categoria, ai sindacati, alla Confindustria e ai partiti di governo. Purtroppo non hanno letto Ayn Rand. Non baciano i poliziotti per provocarli e senza dubbio non hanno il fascino maudit della ragazza No Tav. Le loro foto non faranno storia. Non ci saranno film, poesie, masturbazioni. Non si vince lo Strega raccontando storie su di loro. Sono da locanda e da taverna, non da Cinque Stelle e non basta un Suv per sdoganarli. Sono facce paesane, di gente con l’accento di provincia, con le «panze» da padroncini dell’autotrasporto, tutta gente da non far entrare in società.

Solo che davanti a loro, per caso o come un saluto discreto, i poliziotti si tolgono il casco. Forse perché in quei volti si riconoscono. C’è qualcosa di familiare, qualcosa dei padri o degli zii, c’è la frustrazione di un mestiere dove impari a ingoiare la saliva in silenzio, c’è che a un certo punto non vuoi più ascoltare quelli che parlano di spread, di debito e di Pil, di Imu e di Tares, di ogni discorso degli economisti sulle medicine amare per superare la crisi. Perché anche i poliziotti «tengono famiglia» e una busta paga con cui non arrivano a fine mese.

Sono buoni o cattivi i forconi? E chi lo sa? Sono al bivio e quando scoppia la protesta c’è sempre qualcuno che grida più forte. C’è chi cerca una rivincita dai verdetti della storia, chi lo fa per professione, chi ci specula e chi scommette sulla confusione, c’è chi paga e chi spera di guadagnarci. C’è chi lancia la locomotiva, chi butta le bombe carta e chi prende schiaffi dai tifosi dell’Ajax. È come la rivolta del pane. Neppure Manzoni conosceva i nomi dei buoni e dei cattivi. Sapeva che Renzo stava lì, nella folla, affamato come gli altri e piuttosto incavolato con le prepotenze dei signori e dei suoi bravi. Niente marxismo, nessuna coscienza di classe, piuttosto una scarsa fiducia nella provvidenza. Lazzari o futuristi? Nessuno sa come finiscono queste cose. A Boston per una tassa del due per cento sul tè spararono in faccia alla madrepatria. E poi crearono un impero. A Parigi la Marseillaise la cantò pure la ghigliottina, con le tricoteuses a godersi sotto il palco il reality show. Washington o Robespierre? Libertari o giacobini?

Probabilmente nessuno dei due. Restano due cose. Le ragioni della rabbia sono sacrosante e sarebbe un errore ignorarle. La rivolta dei forconi spiazza artisti, intellettuali e giornalisti. Quando mai si è visto che contadini, bottegai, pastori, artigiani e autotrasportatori scendono in piazza per reclamare qualcosa di così piccolo borghese come la riduzione delle tasse? Illuminante la risposta dei maestri del pensiero: questi puzzano.
*Vittorio Macioce

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Noi Forconi

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“Abbiamo provato a farci ascoltare, abbiamo tentato ad incontrarli, abbiamo aspettato ore ed ore all’ingresso di Montecitorio. Il premier non c’era, il premier era impegnato, il premier era all’estero, il ministro era sempre occupato. Allora abbiamo pensato che per noi c’era solo la forca per salvarci dallo strozzinaggio di Equitalia e dalle banche. Da li l’idea de “I Forconi”. Così con queste motivazioni, con quest’ansia, con questa frustrazione siamo nati noi “Forconi”. Il nostro intento non è quello di scardinare lo stato, tantomeno di iniziare una rivoluzione tra fratelli d’Italia, bensì quello di farci ascoltare e di chiedere con forza a chi ingiustamente ci rappresenta di aiutarci a non sprofondare nelle viscere dell’usura, del fallimento, dell’oblio e del suicidio. Noi piccoli imprenditori vogliamo una mano vera dallo stato, desideriamo pagare il giusto allo stato.. perché è giusto che paghiamo. E’ giusto contribuire ai bisogni dello stato ma in equa misura, non possiamo più avere sul groppone un socio passivo che assorbe il 70% delle nostre risorse attive e quando c’è da pagare ci lascia sempre da soli. Con questa nostra discesa sulle strade a manifestare chiediamo con forza di aiutarci non riusciamo a portare un pezzo di pane alle nostre famiglie, non riusciamo più a pagare le tasse, non riusciamo più a lavorare perché lavoro non ce né. L’unica cosa che siamo riusciti a trovare è “una forca” dopo nulla più.” Il Popolo dei Forconi

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“Quante volte penso: mi tolgo il casco e mi unisco a loro”

Marco è un poliziotto del reparto Mobile quello che a ogni sciopero e manifestazione viene impiegato per tutelare l’ordine pubblico e si trova di fronte chi urla slogan per i suoi stessi diritti negati. 

Assieme al casco, al manganello, non ci danno mica in dotazione anche un cuore di…pietra. Il mio cuore è quello di un padre che quando torna a casa dopo una manifestazione pensa a come fare a pagare il mutuo e a sfamare i figli con quella miseria di stipendio che prende”. Marco è un poliziotto del reparto Mobile quello che a ogni sciopero e manifestazione viene impiegato per tutelare l’ordine pubblico e si trova di fronte chi urla slogan per i suoi stessi diritti negati. Accetta di parlare a patto che non scriviamo il suo cognome. Quarant’anni, sposato, padre di tre figli. La più grande ha 16 anni, la stessa età di quei ragazzi che il 14 novembre scorso hanno manifestato a Roma, assieme agli operai, per dire no alle politiche liberiste che negano il loro diritto al futuro. “La vuole sapere una cosa? C’era anche mia figlia alla manifestazione. I nostri sguardi si sono incrociati. Era la prima volta che accadeva e per un attimo mi sono sentito mancare il respiro” confessa Marco consegnando l’immagine di due facce di una stessa medaglia che si incontrano sul Lungotevere. “Purtroppo, anche se le loro ragioni sono giuste, noi delle forze dell’ordine dobbiamo, a malincuore, fare quello per cui siamo pagati, perché questo è il lavoro che ci permette di vivere, o meglio, di sopravvivere, campare con un solo stipendio in quattro non è una passeggiata. E per 1.200/1.300 euro al mese ci prendiamo di tutto: sputi, insulti, offese magari a nostra madre morta un mese prima o a nostra moglie e restiamo lì zitti e fermi come è giusto che sia, per carità, ma a volte si sbaglia e a chi non capita di sbagliare quando è sotto pressione? Forse sono un poliziotto troppo sensibile, ma è meglio così, almeno mi sento vivo”.

Vivo, certo, ma con quel nodo che lo attanaglia alla gola quando la sera “seduto sul divano con i miei figli accanto vediamo scorrere in tv le immagini di colleghi che usano il manganello come fosse un giocattolo e loro attori attori di un film violento.E invece sono poliziotti come me, miei colleghi che menano studenti che manifestano pacificamente con gli zainetti in spalle. Studenti come mia figlia. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Mi metto nei panni di quei genitori e mi chiedo cosa farei io se qualcuno prendesse mia figlia a manganellate mentre è in piazza a manifestare”.

La voce di Marco si incrina. “Scusi, scusi mi sono commosso un po’ per la rabbia un po’ perché mi fa male pensare che le persone, invece di vederci come siamo, nient’altro che poveri cristi che cercano di tutelare l’ordine pubblico, ci odiano. Mia figlia mi ha detto che i suoi compagni di scuola le hanno chiesto se sono violento, se uso anch’io il manganello. Capisce com’è diventato difficile fare questo lavoro? Mi rendo conto che può non essere facile, a volte, mantenere la calma di fronte a chi ti si lancia contro con le spranghe di ferro, passamontagna e ti urla: sporco servo, ma tu sei un poliziotto e devi dare l’esempio, tu sei lo Stato e lo devi onorare”. Figli dello stesso popolo, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini. “Siamo abituati a fare i conti con la povertà fin da piccoli” continua Marco, nato in un paesino della Basilicata da padre e madre operai in fabbrica, quinto di sei figli. Ricorda bene la risposta del padre quando, dopo le scuole medie, gli chiese di potersi iscrivere al liceo classico: “‘Vuoi che vado a rubare per farti studiare?’. Ci ripenso ogni volta che nelle piazze sento i giovani urlare: lo studio è un diritto e non si tocca. Per me non è stato così. E mi dico: ma che ordine vuoi tutelare, Marco, quando la democrazia ha perso le gambe e cammina con le stampelle? Sai quante volte ho pensato: adesso mi tolgo il casco e mi unisco a loro”.

A Francoforte è accaduto. “Non lo so. Però se lo fanno in pochi si chiama abbandono di posto e non obbedienza a un ordine e si finisce davanti al giudice e poi licenziati. Se lo fanno tutti si chiama colpo di Stato e io alla democrazia, seppure zoppa e malconcia, ci credo sempre. Però una cosa la vorrei: i caschi numerati, così si sa subito che non sei tu quel poliziotto che manganellava sul volto un ragazzo caduto a terra. Che brutta storia. Mi sono vergognato per la divisa che porto mentre, a tavola con la mia famiglia, vedevamo in tv quelle scene”.

Continua a raccontare, Marco: “Ai colleghi che si difendono dicendo che l’insulto fa andare il sangue al cervello, spiego sempre che niente giustifica l’eccesso e che gli strumenti che abbiamo sono di difesa, non di attacco. Oltretutto ci insegnano che il manganello non deve mai colpire la testa di una persona perché potrebbe anche provocare la morte. Però c’è anche chi sfoga in quel momento tutta la rabbia repressa che ha in corpo per uno stipendio da fame e pensa che quei ragazzi siano tutti figli di papà che protestano per vezzo. Più cresce l’ingiustizia sociale più aumenta la violenza. Ma noi siamo poliziotti e dobbiamo restare umani”.

(Fonte Il Fatto Quotidiano)

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