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Le crisi umanitarie invisibili, per i Tg non esistono

Crisi-nel-Mondo

Sono trascorsi dieci anni dalla prima analisi realizzata da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sulla copertura mediatica delle crisi umanitarie internazionali da parte dell’informazione italiana e in particolare nei principali telegiornali di prima serata; ciò ci permette oggi di tracciare un bilancio sulla rappresentazione delle crisi umanitarie in questi anni attraverso uno sguardo d’insieme dal 2004 al 2013. Lo spazio dedicato dai notiziari di prima serata ai contesti di crisi è crollato dal 16,5% nel 2004 al 2,7% nel primo semestre del 2014.

Il primo e significativo risultato è quindi la progressiva diminuzione della visibilità delle crisi e degli eventi di carattere umanitario. Il dato relativo alla visibilità delle crisi nei notiziari italiani di prima serata nel 2013 è il peggior risultato di questi ultimi dieci anni (pari al 3,6%), segnando un ulteriore passo indietro anche rispetto all’anno precedente. Sono 1601 le notizie che si occupano di eventi o situazioni di crisi umanitarie internazionali nel 2013, erano 5795 nel 2004: la struttura dell’agenda dei telegiornali invece è rimasta praticamente la stessa.

“Sono passati dieci anni dalla prima analisi sulle crisi dimenticate ed è tempo di bilanci”, dichiara Gabriele Eminente, direttore generale di MSF Italia. “Se da un lato è indubbio che i telegiornali di prima serata siano sempre più chiusi nei confronti delle crisi umanitarie che avvengono più o meno lontane da noi, è altrettanto vero che in questo decennio il panorama dell’informazione televisiva è molto cambiato. Anche in Italia, infatti, sono nati dei canali tematici dedicati all’informazione, come Rainews o Tgcom24 ma la maggior parte delle persone continua a informarsi tramite i notiziari di prima serata. Inoltre, da una recente indagine Eurisko emerge che il 63% della popolazione italiana desidera ricevere dai media più informazioni sulle emergenze umanitarie. Per questo riteniamo che i TG abbiano ancora una grande responsabilità e un importante ruolo da giocare sulla rappresentazione di crisi che hanno impatti gravissimi sulla vita di milioni di persone”.

Notizie crisiL’indagine – che prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari di prima serata della televisione generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata) nell’arco di un decennio – presenta un quadro inaccettabile: i riflettori, quando si accendono, vengono puntati per breve tempo soprattutto su conflitti e atti terroristici (il 65,5% sul complessivo delle notizie pertinente sulle crisi) mentre l’attenzione maggiore è rivolta a fatti che riguardano il coinvolgimento di occidentali. La percentuale delle notizie dedicate a povertà e malnutrizione è invece pari all’1,5%; mentre quelle relative alle emergenze sanitarie sono solo 293 in 10 anni (pari all’1%). Queste crisi arrivano nei notiziari solo quando diventano allarmi internazionali, come è il caso dell’ebola quest’estate. Inoltre, se una crisi non è sufficientemente drammatica o non è avvenuta una catastrofe, viene a mala pena considerata dalla nostra informazione. Le crisi croniche e per questo meno eclatanti, non vengono raccontate se non sporadicamente.

Dieci anni di analisi ci suggeriscono anche una classificazione nella rappresentazione delle crisi: vi sono crisi continuamente visibili, che in ragione della gravità e della rilevanza geopolitica hanno ampia visibilità (le guerre in Iraq e in Afghanistan, la crisi mediorientale e quella siriana); poi le crisi “a singhiozzo”, quelle crisi su cui si accendono i riflettori in concomitanza di eventi significativi e che, terminata l’emergenza, scompaiono nell’ombra (una su tutti la crisi in Sud Sudan, balzata nelle prime pagine di tutto il mondo per le proteste inscenate da personaggi come George Clooney); infine le crisi invisibili, che non entrano nell’agenda dei telegiornali e se succede è perché sono ricordate in quanto dimenticate. È il caso della Repubblica Centrafricana la grande assente in 10 anni di analisi e presente in soli due servizi nella prima metà del 2014.

Lo scenario generale delle notizie nei Tg del 2013 continua a essere caratterizzato da un’inevitabile accentuazione dell’attenzione alla crisi economica in Italia e in Europa e di conseguenza della politica, tanto che si riduce ulteriormente anche lo spazio delle soft news (curiosità, gossip, costume) . Tuttavia, si rileva una preoccupante tendenza all’infotainment, ovvero l’aumento nell’agenda dei telegiornali (e dei programmi di informazione in generale) di elementi di intrattenimento, in modalità e quantità differenti nei diversi notiziari. Le notizie di cronaca rosa, di gossip o di cronaca nera si alternano a quelle di politica interna a quelle di economia, di salute e di politica estera.

Il confronto con i notiziari di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna fa emergere inoltre la maggiore attenzione che i notiziari europei dedicano alle crisi umanitarie internazionali, rispetto a quelli italiani e in particolare un modo diverso di costruire il telegiornale, in cui si trova lo spazio per raccontare contesti e situazioni di crisi anche croniche e non legate all’urgenza degli eventi. SI riconferma il distacco del principale telegiornale della rete pubblica italiana rispetto agli omologhi europei: la percentuale che il TG1 dedica alle crisi umanitarie dimenticate (3,0% nella prima metà del 2014) è la metà di quello francese e meno di un quarto di quello tedesco.

“Quando una notizia non è nei TG, non lo sono neanche le popolazioni vittime di violenze, sfollamenti, fame e malattie. Negli ultimi anni, MSF ha aumentato i propri sforzi nelle aree di crisi più dimenticate, essendo in molti casi l’unica organizzazione a prestare soccorso a persone che altrimenti non avrebbero nessun tipo di attenzione. Per questo”, conclude Gabriele Eminente, “MSF continuerà a sollecitare i media ad accendere un riflettore sulle crisi umanitarie che rimangono nascoste agli occhi del pubblico, perché siamo sempre più convinti che la pressione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, può fare la differenza e spingere ad agire in favore delle persone in difficoltà”.

Scarica il 10° Rapporto “Le crisi umanitarie dimenticate dai media”


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La Mcmondializzazione

La mappa dei Mc Donald's presenti nel mondo.

La mappa dei Mc Donald’s presenti nel mondo.

“Mai il mondo è stato più ineguale. Esistono grandi differenze tra le diverse regioni del pianeta, ma gli scarti di reddito sono enormi anche all’interno di ciascuna di esse, all’interno dei paesi emergenti e dei paesi sviluppati. Assistiamo all’affermazione di una società divisa in tre classi:

  • i possidenti,
  • i consumatori,
  • gli esclusi.

Nel campo dell’alimentazione la traduzione di questo fenomeno è sbalorditiva. Da una parte si assiste alla moltiplicazione delle forme di assistenza internazionale ai più poveri, a coloro che la guerra, la siccità o le epidemie minacciano di morte; si assiste nei Paesi più sviluppati a un ritorno delle attività caritative, la grande povertà ritorna a farsi vedere; disoccupati o precari non riescono più a sfamarsi o a sfamare le proprie famiglie. Incrociamo nelle strade delle Capitali europee mendicanti che portano un cartello sul quale è scritto “Ho fame”. Dall’altra parte, l’agricoltura si trasforma per soddisfare i bisogni di un numero sempre più grande di persone. Molti specialisti stimano oggi che solo produzioni locali sufficienti potrebbero risolvere in modo durevole il problema della fame nel mondo.

La grande distribuzione delle catene alimentari riguarda una clientela che dispone di scarse risorse e propone un’alimentazione non equilibrata. L’obesità si sviluppa in Europa, in provenienza dagli Stati Uniti. Contrasto sbalorditivo: si tratta della stessa società che esalta la bellezza delle modelle filiformi, incoraggia diverse forme di rimodellamento del corpo e condanna una parte della sua gioventù all’obesità grazie ai Fast-food.

Il diffondersi del Fast food, come McDonald’s, Burger King, Quick, ecc… rappresenta l’opposto del ristorante tradizionale: parlare dei loro menu, come fa la pubblicità, è una battuta di cattivo gusto. Non si servono alcolici, ma bevande zuccherine. Solo la scelta del posto dove sedere caratterizza la libertà del cliente. Tutti uguali, questi distributori di cibo rapido si situano per definizione fuori da qualsiasi colore e contesto locale.

Ho assistito nel lontano 1990 a Mosca, in piazza Puškin, qualche mese dopo la caduta del Muro di Berlino, all’inaugurazione del primo McDonald’s in URSS. Le autorità erano presenti e, nelle ore successive, chilometri di coda si formarono in piazza. All’ora di sera erano stati forniti 30.000 pasti. La perestoijka aveva l’odore di hamburger e di patatine fritte. Il 30 gennaio un reportage di Antenne 2 celebrava con entusiasmo l’avvenimento: anche i russi finalmente potevano mangiare come gli altri! Era un entusiasmo rivelatore. Si potevano in fondo comprendere i moscoviti. Avevano l’abitudine di fare la coda e di mangiare male. Ma cosa dire del fatto che Parigi e la Francia si mostrassero altrettanto vulnerabili agli assalti della mcmondializzazione? A Parigi ci sono più di 60 McDonald’s. La Francia è il secondo mercato al mondo di McDonald’s dopo gli Stati Uniti! McDonald’s acquista francese in Francia come tedesco in Germania, è un buono sbocco per la produzione locale, e fornisce posti di lavoro a gioventù poco qualificata. Tutto questo val bene qualche obeso in più.

L’Europa e la Francia avevano inventato i loro ristoranti, i loro caffè, i loro bistrot, un modello culturale oggi minacciato dall’esterno e dall’interno. Cosa ci porta il fast food? Nessun prodotto, nessuna professionalità particolare, ma uno stile di vita, precisamente, ciò che, oltre a qualche vino e qualche ricetta, un certo numero di paesi europei aveva la pretesa di proporre al resto del mondo. Di converso, di fronte alla carestia e alla malnutrizione, noi vediamo comparire sugli schermi televisivi e sulla stampa la moda della gastronomia. Una gastronomia elaborata che promuove un’alimentazione sana. E raffinata. Un’alimentazione che si trova nei ristoranti di lusso. La sua affermazione dipende da quella che gli etnologi hanno chiamato “rituali d’inversione”. I costumi popolari di ieri divengono le raffinatezze di oggi.

Non è certo perché si può morire di fame nel nostro mondo che bisogna condannare l’umanità a mangiare qualunque cosa. Le iniziative locali (penso a Slow Food in Italia) devono essere incoraggiate. Non bisogna ignorare, da una parte, che la questione dell’alimentazione (della sua produzione, della sua distribuzione e del suo consumo) è al cuore della questione sociale. Le considerazioni tecniche sulla produttività, sui modi di conservazione, di distribuzione, sono importanti ma non porteranno a risultati che il giorno in cui delle soluzioni politiche avranno aperto la porta alla democrazia globale.

Si può fare un parallelo tra l’alimentazione del corpo e l’alimentazione dello spirito. Ciò che si rafforza oggi nel mondo è il divario tra coloro che sono, a un titolo o a un altro, vicini al mondo della conoscenza e della scienza e coloro che ne sono definitivamente esclusi. La società globale è divisa tra l’oligarchia dei possidenti, i consumatori e gli esclusi; questa tripartizione si ritrova nel campo della conoscenza e dell’educazione. Non c’è bisogno di avere statistiche raffinate per stabilire che le differenze di alimentazione sono parallele alle differenze di cultura, d’istruzione, di educazione. Detto altrimenti, l’abuso di zuccheri è un fenomeno di classe, come l’obesità, come la crisi economica o l’analfabetismo. Se ne deduce che, se campagne pubblicitarie per una corretta e sana alimentazione sono auspicabili, l’obiettivo dell’educazione per tutti, che non si limiti solo ai temi dell’alimentazione, dovrebbe essere la priorità di tutti i governi. Questa è la sfida dell’intero pianeta.” Marc Augé etnologo e antropologo francese

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Quali sono i migliori e i peggiori posti nel mondo per l’alimentazione?

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Nonostante nel mondo ci sia abbastanza cibo per tutti, una persona su otto si addormenta affamata ogni notte. I consumi eccessivi, il cattivo uso delle risorse e lo spreco sono tutti elementi di un sistema che lascia centinaia di milioni di persone senza cibo a sufficienza. Per comprendere meglio le problematiche che le persone affrontano per ottenere la giusta quantità di cibo, Oxfam ha realizzato un indice globale sull’alimentazione che classifica 125 paesi del mondo. Nel nuovo indice globale sull’alimentazione stilato da Oxfam, l’Olanda è al 1° posto.

Il Good Enough to Eat Index vede l’Italia all’8° posto, a pari merito con Irlanda, Portogallo e altri paesi e subito dietro ad Austria, Danimarca, Svezia e Belgio. “Un piazzamento deludente per un paese che fa del mangiar bene un tratto forte e distintivo dell’identità nazionale e che ospiterà l’Esposizione Universale di Milano proprio sui temi della sicurezza alimentare”, afferma Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. “L’Italia potrebbe essere al primo posto, ma nel nostro paese sempre più persone fanno fatica a mangiar sano e far quadrare il bilancio: il costo della vita in generale è alto rispetto al reddito medio degli italiani, che in proporzione spendono di più rispetto ad altri paesi e hanno meno possibilità di acquistare cibo buono a buon mercato”.

L’indice, il primo del suo genere, evidenzia le diverse sfide che gli individui devono affrontare a seconda del posto in cui vivono. La classifica guarda a quattro aspetti principali per i consumatori di tutto il mondo e fa riferimento a due indicatori differenti per ciascuno di essi, elaborati sulla base dei più recenti dati disponibilii :

1) Le persone hanno abbastanza cibo? Misurato sulla base dei livelli di denutrizione e di bambini sottopeso;
2)Le persone possono permettersi abbastanza cibo? Misurato sulla base del livello dei prezzi del cibo rispetto ad altri beni e servizi e della volatilità dei prezzi del cibo;
3) Il cibo è di buona qualità? Misurato basandosi sulla diversità della dieta e sulla possibilità di accesso all’acqua potabile;
4)Quali sono i risultati negativi della dieta? Misurato sui livelli di obesità e diabete.

Nonostante il progresso tecnologico dei tempi recenti, non riusciamo ancora a garantire a tutte le persone il nutrimento necessario a sopravvivere e a condurre una vita sana. La classifica mostra come questo fenomeno sia decisamente più avvertito nei paesi poveri, ma non esclusivamente in questi. Alcuni si meritano un punteggio più alto dal momento che i livelli di obesità, dei prezzi del cibo e dei livelli di nutrizione influiscono negativamente sulla classifica di molti deiPaesi più ricchi – un peso che molto spesso grava sui cittadini più poveri.

Combinando insieme i dati delle 125 nazioni, la classfica decreta l’Olanda il miglior paese per quanto riguarda l’alimentazione, mentre il Ciad è il peggiore. Nelle prime dodici posizioni (10% del campione) oltre all’Olanda troviamo la maggioranza degli Stati dell’Europa occidentale. Mentre sia Stati Uniti che Regno Unito sono esclusi dal club. Con 6 punti l’Olanda è al primo posto, immediatamente seguita da Francia e Svizzera con 8 punti, a cui si aggiungono Austria, Belgio, Danimarca e Svezia (10 punti), così come Australia, Irlanda, Italia, Lussemburgo e Portogallo (11 punti).

I top 12 ottengono i voti più alti grazie alla mancanza di casi di malnutrizione e denutrizione e per l’accesso all’acqua potabile. L’Olanda riesce a posizionarsi alla vetta grazie a prezzi alimentari e a livelli di diabete relativamente bassi, a cui si aggiunge una varietà nutrizionale migliore rispetto ai suoi rivali europei. Tuttavia i Paesi Bassi ottengono voti scarsi per quel che riguarda l’indicatore dell’obesità, infatti quasi 1 individuo su 5 della sua popolazione (19%) ha un indice di massa corporea superiore a 30. Ma l’Olanda non è l’unica: molte delle nazioni che si trovano nelle prime 12 posizioni mostrano livelli alti di obesità.

L’Australia detiene il più alto livello di obesità delle prime 12, totalizzando 37 nell’indice con il 27% della sua popolazione in sovrappeso. Inoltre il 19% degli Australiani ha il diabete. Dalla parte opposta della tabella, il Ciad registra la performance peggiore di tutte totalizzando 50, seguita immediatamente da Etiopia e Angola con 49 punti. Il punteggio del Ciad è dovuto all’elevato costo del cibo (94 punti), riportano punteggi peggiori solo Guinea (100 punti) e Gambia (97 punti). Il Ciad è inoltre il quarto peggior Stato per quanto riguarda la qualità del cibo, con 72 punti, esattamente come il Togo. Gli abitanti del Ciad hanno a disposizione cibo molto caro e di scarso apporto nutrizionale, hanno inoltre un accesso limitato ai servizi sanitari adeguati. Allo stesso tempo 1 bambino su 5 (34%) è sottopeso. Al secondo posto troviamo sia l’Etiopia che l’Angola. Quest’ultima è penalizzata dal più alto livello di volatilità dei prezzi del cibo tra tutte le Nazioni (eccetto lo Zimbabwe) presenti nella classifica. Un alto livello dei prezzi impone un costo umano elevatissimo ai più poveri del mondo, i quali spendono per i beni alimentari fino al 75% del proprio reddito. I voti riferiti all’Angola riflettono la presenza di un’inflazione elevata e instabile che ha coinvolto l’intera economia del paese nei decenni passati, rendendo difficile alla sua popolazione risparmiare e acquistare beni di prima necessità, tra cui il cibo. Inoltre l’Angola ottiene uno dei voti peggiori per quanto riguarda la qualità del cibo. Qui, infatti, il 60% del regime alimentare è costituito da carboidrati e quasi la metà della popolazione non ha accesso all’acqua pulita per poter preparare cibi in condizioni igieniche adeguate. Le ultime dieci posizioni vedono nove nazioni dell’Africa sub-sahariana e lo Yemen. Questi paesi ottengono i voti più bassi della classifica per quanto riguarda l’indicatore del livello dei prezzi dei beni alimentari, con il cibo che risulta molto più caro di altri beni e servizi. Prezzi elevati significa difficoltà nel mantenere una dieta che sia sufficiente, in quantità e qualità, per mantenerli in salute. I regimi alimentari di questi paesi sono dominati da cereali con pochi nutrienti, radici e tuberi. In Madagascar, una media del 79% del consumo alimentare si basa su queste risorse, rispetto al 47% del consumo a livello globale.

Il Good Enough to Eat Index è stato elaborato da Oxfam nel quadro della campagna globale “Coltiva – il Cibo, la Vita il Pianeta”, che ha l’obiettivo di informare i cittadini e sensibilizzare imprese e istituzioni sulle azioni necessarie per riformare un sistema mondiale di produzione e distribuzione alimentare iniquo che ancora oggi produce più di 800 milioni di affamati.

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Insieme per sconfiggere la fame nel Mondo

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È uno scandalo che quasi un miliardo di persone soffra la fame oggi, in un mondo che ha le risorse per sfamare tutti. Caritas Internationalis il prossimo 10 dicembre lancerà la campagna internazionale sul diritto al cibo, in concomitanza della Giornata mondiale dei Diritti Umani, che ha per titolo “Una sola famiglia umana – Cibo per tutti”. 

Se guardiamo alla parabola della moltiplicazione dei pani capiamo che si può sfamare una moltitudine perchè c’è abbondanza di cibo che è nostro dovere condividere. Le 164 organizzazioni nazionali che aderiscono a Caritas Internationalis sono unite nella loro prima campagna globale per chiedere la fine della fame per il 2025. Crediamo che la maniera migliore per arrivare a questo sia che i governi garantiscano cibo per tutti nelle loro leggi nazionali, affermando il diritto al cibo. Il diritto al cibo è un diritto umano, chiaramente definito che obbligherà i governi a ridurre sia la denutrizione cronica che la malnutrizione. Il diritto al cibo protegge garantisce a tutti gli esseri umani di vivere in dignità, liberi dalla fame, insicurezza alimentare e malnutrizione. Il diritto al cibo non è carità, ma è assicurare che tutti abbiano la possibilità di nutrirsi in dignità. A Maggio 2015, Caritas Internationalis ospiterà la sua Assemblea Generale quadriennale a Roma e l’incontro avrà una attenzione particolare all’eliminazione della fame. Subito dopo, insieme a Caritas Italiana e alla Caritas Ambrosiana, parteciperà all’Expo di Milano 2015: “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Aprire i nostri occhi, orecchie e cuore per capire le conseguenze della fame nel mondo. Guardare alle nostre abitudini al cibo e allo spreco e domandarsi: “cosa può cambiare?”.

  • Una persona su otto non mangia tutti i giorni a sazietà eppure c’è cibo abbastanza per tutti.
  • Ogni persona che muore di fame ci mette di fronte all’agonia di Gesù in persona.
  • Dio si è sempre interessato del nostro pane quotidiano: dall’offrire il pane nel Tempio allo spezzare il panedi Emmaus, dalla manna dell’Esodo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.
  • Lottare contro l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento dei più vulnerabili e il monopolio della terra. Promuovere le competenze e le capacità dei poveri, dei giovani, delle donne e dei contadini.
  • Il lancio della nostra campagna coincide con il periodo dell’Avvento, questo tempo importante che ci è dato per approfondire il mistero dell’incarnazione di nostro Signore, “venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10,10).
  • Gesù ha proclamato beati gli affamati, ma ha anche assicurato loro la Sua presenza e la piena solidarietà, perché potessero contare sulla grazia e sul pane necessari per una vita degna e giusta.
  • L’appello che lancia il Cardinal Rodriguez Maradiaga suona come un’eco all’esortazione del Beato Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo dell’Anno 2000: “È l’ora di una nuova «fantasia della carità», che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione” (NMI, 50).
  • Questa nuova fantasia della carità deve incoraggiare tutti noi a non voltare gli occhi davanti ai bambini e agli anziani affamati, ai contadini spogliati delle proprie terre e sfruttati.
  • Questa nuova fantasia della carità ci deve spingere ad attingere di più alle risorse della nostra fede cattolica e della nostra umanità, affinché ci impegniamo sempre di più per eliminare questo scandalo.
  • L’elemento fondamentale di queste risorse si trova nella preghiera, in particolare quella che il Signore stesso ci ha insegnato, il Padre Nostro, e soprattutto nell’Eucarestia.
  • Dobbiamo entrare profondamente nel mistero dell’Eucarestia, così potremo impegnarci a fare il massimo per restituire la dignità ai nostri fratelli e sorelle privati del cibo sufficiente di buona qualità.

“È necessario allora trovare i modi perché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario tra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per un’esigenza di giustizia e di equità e di rispetto verso ogni essere umano”. Discorso di Papa Francesco alla FAO (20 giugno 2013).

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Fame, guerra e epidemie. A rischio 1,5 milioni di bambini in Sahel


È nuovamente allarme per la crisi alimentare in Sahel, la fascia dell’Africa sub sahariana che comprende gli interi territori di Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Mali e Niger e le regioni settentrionali della Nigeria, Camerun e Senegal. A questi si teme si possa aggiungere il Gambia, dove la situazione di sicurezza alimentare sta divenendo critica. Il Sahel è notoriamente una regione desertica ed è questa la ragione principale della crisi alimentare che sta colpendo da anni una vasta zona del continente. La popolazione del posto è costretta a fare i conti con il problema ogni giorno, anche alla luce del fatto che l’attività maggiormente praticata è l’agricoltura.

Con l’arrivo della “stagione secca”, la più critica dell’anno, 1,1 milioni di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta grave e in serio pericolo di vita, con le previsioni peggiori che fanno aumentare tale stima a 1,5 milioni di bambini. Allo stato attuale, altri 3 milioni di bambini sono affetti di malnutrizione moderata. Nella regione, quindici milioni di persone soffrono per un grave stato d’insicurezza alimentare, risultato di una crisi dovuta a insufficienti precipitazioni, scarsi raccolti, aumento dei prezzi alimentari. Dopo le siccità del 2005 e 2010, il Sahel – la fascia di territorio semidesertico che intercorre tra Sahara e Africa tropicale – affronta nel 2012 una crisi analoga e in rapido peggioramento: insieme alla perdita dei mezzi di sussistenza, la situazione è aggravata dalla crisi politico-militare in Mali, all’origine dello sfollamento di popolazioni all’interno del paese e di un flusso di profughi in quelli confinanti. Nei paesi colpiti dall’emergenza la situazione è estremamente grave: i tassi di malnutrizione globale acuta – grave e moderata – sono pari o superiori al 10%; in Ciad e in molte regioni di Niger e Mauritania il tasso ha superato la soglia d’emergenza del 15%. In Niger, il numero di bambini curati nel mese di aprile contro la malnutrizione acuta grave è stato superiore alla somma di quelli curati nello stesso periodo del 2010 e del 2011.

Fonte UNICEF

Nel Sahel, la malnutrizione costituisce il più grave fattore di rischio di mortalità e morbilità tra i bambini piccoli, contribuendo al 35% di tutti i decessi infantili annui nella regione. La malnutrizione acuta (rapida perdita di peso dovuta a cause improvvise), e in particolare la malnutrizione acuta grave, pone seri rischi di mortalità infantile. Ogni anno nel Sahel muoiono 645.000 bambini, 226.000 per cause legate alla malnutrizione: siccità, scarsi raccolti e l’aumento dei prezzi alimentari stanno ora provando duramente comunità già in difficoltà per le siccità degli anni passati, e che si trovano costrette a vendere il bestiame, indebitarsi, ritirare i bambini dalle scuole, ridurre qualità e quantità degli alimenti. Nei paesi colpiti, la malnutrizione dei bambini è effetto non solo della quantità e qualità del cibo disponibile: la maggior parte delle morti infantili è correlata anche alla mancanza di adeguati servizi di assistenza nutrizionale e medica, e di acqua potabile e condizioni igieniche di base. Nella fase attuale, ulteriori rischi sono posti dal pericolo di epidemie di colera, morbillo e meningite, con conseguenze devastanti per bambini già malnutriti.

L’emergenza nutrizionale è aggravata dalla crisi in Mali dopo il colpo di stato di metà marzo, che ha aumentato l’instabilità nella regione e posto ulteriori rischi per le circa 150.000 persone sfollate nel paese e per le altre 190.000 rifugiate nei paesi confinanti (63.913 in Mauritania, 56.817 in Burkina Faso, 39.388 in Niger, 30.000 in Algeria), oltre che per le comunità d’accoglienza presso cui si trovano sfollati e rifugiati. In Mali, situazione politica e condizioni di sicurezza sono in rapido mutamento: il nord del paese è stato dichiarato indipendente dal gruppo ribelle del MLNA; il conflitto armato e l’insicurezza diffusa sta peggiorando le condizioni di sfollati interni e profughi nei paesi limitrofi – oltre la metà dei 190.000 profughi sono bambini – spesso accolti in aree gravemente colpite dalla crisi alimentare e nutrizionale. Allo stato attuale, l’UNICEF ha accesso agli sfollati nel sud del paese e ha inviato assistenza umanitaria nelle 4 regioni del nord. Problemi di sicurezza sussistono anche in Nigeria, Niger e Mauritania, ostacolando l’assistenza alle popolazioni.

Nei singoli paesi, l’UNICEF prevede che nel 2012 sarà necessario curare contro la da malnutrizione acuta grave: 100.000 bambini in Burkina Faso, 55.000 in Camerun, 127.300 in Ciad, 175.000 in Mali, 12.600 in Mauritania, 394.000 in Niger, 208.000 in Nigeria e 20.000 in Senegal. Numeri impressionanti.

Numerose associazioni onlus e nonprofit si impegnano quotidianamente con azioni umanitarie di volontariato e non per portare acqua e cibo in una terra in cui è tanto difficile sopravvivere.

Per il complesso degli interventi necessari nel 2012, l’UNICEF stima occorrano 119,5 milioni di dollari: finora il 66% dei fondi sono stati ricevuti, per un totale di 79,1 milioni di dollari. Per coprire i bisogni immediati e gli interventi più urgenti, l’UNICEF ha stanziato risorse interne e i finora fondi disponibili sono stati utilizzati in via prioritaria per la fornitura di alimenti terapeutici pronti per l’uso e per altri servizi diretti alla cura della malnutrizione acuta grave. Fondi ulteriori risultano ora urgenti per intergare gli interventi nutrizionali con altri per l’acqua e l’igiene, la sanità, la protezione dell’infanzia e l’istruzione, e il totale dei fondi necessari è al momento sottoposto a revisione.

Aiuta a salvare la vita dei bambini con una donazione online al Comitato Italiano per l’UNICEF – ONLUS. 

(Per ulteriori informazioni UNICEF e adozione-a-distanza)

 

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