Un mondo di depressi

malati di depressione

Più di 300 milioni di persone al mondo malate di depressione. È il tabu del nuovo secolo, ed è una patologia. Non riconosciuta, non diagnosticata, non trattata, fonte di sofferenza, dolore, disabilità, morte per cause dirette (suicidio), indirette o per aggravamento di altre problematiche mediche (diabete, cardiache, polmonari, reumatiche, oncologiche). Sono le stime più aggiornate che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rilasciato il 7 aprile 2017 in occasione delle Giornata Mondiale della Salute che quest’anno è stata dedicata proprio alla depressione.

La depressione nel 2030 sarà la prima malattia più invalidante al mondo con altissimi costi sociali e forte impatto economico. Continue Reading


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La Medicina di precisione modellata sul paziente

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Non più un’unica cura per tutti i pazienti con la medesima malattia, ma le cure più adatte per il singolo e a seconda delle caratteristiche genetiche personali. Non è la trama di un film di fantascienza, ma è la nuova visione della medicina, la cosiddetta medicina di precisione che in alcuni casi diventa medicina personalizzata, cucita su misura come un abito.

È un nuovo modo di pensare alla cura e alla prevenzione delle malattie, che prende in considerazione la peculiarità genetica e di stile di vita del singolo individuo“, commenta Carlo Alberto Redi, professore di Zoologia all’Università di Pavia, Accademico dei Lincei e membro del Comitato Etico di Fondazione Veronesi, che in questi mesi sta elaborando un documento proprio sulla Medicina di precisione. Un approccio così promettente che quest’anno il presidente Barack Obama ha stanziato 215 milioni di dollari per la Precision Medicine Initiative: una rete di scienziati al lavoro per rendere rapidamente la Medicina di precisione lo standard clinico. Un progetto simile in Gran Bretagna, il 100,000 Genome Project costerà 300 milioni di dollari.

Proprio a questo tema di frontiera è dedicata anche l’undicesima edizione della conferenza mondiale The Future of Science organizzata da Fondazione Veronesi, Fondazione Tronchetti Provera e Fondazione Giorgio Cini, che avrà luogo dal 17 al 19 settembre 2015 a Venezia: “La Medicina di precisione: come ci cureremo in futuro”.

La rivoluzione della medicina di precisione è iniziata nel 2000 col successo di una delle più grandi imprese scientifiche collettive partita vent’anni prima su intuizione di un grande scienziato italiano, Renato Dulbecco: il sequenziamento del genoma umano. Per la prima volta nella storia, l’umanità ha avuto a disposizione la sequenza esatta di “lettere” (in gergo tecnico “nucleotidi”) che compongono l’intero Dna umano. “Questi ultimi 15 anni di ricerca sui genomi ci hanno rivelato che la stessa malattia in ogni paziente è diversa e anche nello stesso paziente c’è una grande variabilità genetica e cellulare”, continua Il profcssor Redi.

Arriveremo sempre più vicini a una medicina personalizzata, certo, pensata magari non per individui ma per gruppi specifici. Spiega Veronesi: “Già oggi possiamo in molti casi chiudere in un cassetto i protocolli generalizzati a cui eravamo costretti fino a poco tempo fa e scegliere le terapie più adatte per il malato in un determinato momento della sua malattia. Un ragionamento analogo si può fare per la prevenzione delle malattie: a quali rischi è esposta una data persona? E cosa posso fare concretamente per ridurli?”.

La rivoluzione della Medicina di precisione o personalizzata non sta toccando solo le cure, ma anche i metodi di prevenzione e diagnosi: la possibilità di sequenziare i geni o piccoli frammenti di Dna e Rna indicativi di una malattia in fase iniziale potranno fare davvero la differenza nell’esito delle cure.

In certi casi questo approccio è già il presente. Un esempio viene dal tumore al seno: grazie alla biologia molecolare ormai si riescono a identificare le specifiche alterazioni genetiche che sono alla base da quel tumore. “Il processo si chiama “tipizzazione” e permette di scegliere la terapia più efficace: è inutile curare una donna con la terapia ormonale se il suo tumore non possiede i recettori per gli ormoni, mentre una paziente con alti livelli della proteina Her2 avrà maggiori probabilità di guarigione assumendo farmaci “intelligenti” che riconoscono proprio Her2, rispetto alla chemioterapia standard”, spiega il professar Redi.

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L’omeopatia è una bufala

omeopatia-bufala

“Una ricerca in Australia conclude che è inefficace per il trattamento di qualsiasi patologia. Ma allora perché così tante persone la scelgono? Non sarà perché la medicina “tradizionale” spesso non sa dare le risposte giuste ai pazienti?

Bene: il metodo scientifico ha decretato che l’omeopatia non funziona, o almeno uno studio davvero “potente” statisticamente dice questo. È la voce più forte che abbiamo a disposizione nel panorama della discussione, e dobbiamo integrarla nelle nostre riflessioni, a prescindere del nostro “partito ” o “fede” di appartenenza.

Un domanda sorge spontanea: ma allora cosa succede a tutte quelle persone, milioni, che si curano e continuano a curarsi con l’omeopatia? Come è possibile che pur peggiorando e non migliorando, come da evidence based ci aspetteremmo che fosse, siano soddisfatte del trattamento e ripongano in queste cure, più in generale nella medicina alternativa, la fiducia e la speranza per la vita?
Cerchiamo di utilizzare alcuni fatti per muovere la riflessione; partendo dal comportamento delle persone.
I comportamenti delle persone.
Le persone spesso hanno irrazionalmente paura della tossicità delle prescrizioni della medicina tradizionale. Le persone, davanti ad un sintomo a-specifico, ( i.e. tosse, cefalea, stanchezza, sintomi intestinali, pallore, tachicardia, ansia, insonnia, mancanza di concentrazione, calo del desiderio sessuale, inappetenza) cioè potenzialmente imputabile a differenti condizioni eziopatogenetiche, spessosi auto-diagnosticano un problema, e provano a porvi rimedio senza passare dal medico, almeno in un primo momento, puntando su ciò che ” al massimo non mi fa nulla ma nemmeno male”: la strada soft della medicina alternativa.  Questo comportamento è molto presente fra le mamme circa i sintomi dei figli.
Le persone cercano riferimenti in cui credere. Hanno bisogno di trovare rifugio da paure, senso di smarrimento e incertezza, hanno bisogno di avere fede in qualcosa, e, culturalmente, la nostra società ha messo pesantemente in discussione il totem del camice bianco, spalancando paradossalmente le porte al mondo dell’alternativa. Le persone si riferiscono così a professionisti che spostano l’attenzione lontano dal riduzionistico mondo scientifico, ponendo l’accento sulla persona più che sulla patologia, in un clima relazionale che tendenzialmente è più carico di attenzione, accudimento, comprensione della persona nella sua globalità.
Le persone cercano una risposta precisa alla loro condizione, sempre! Non accettano il ” non so” “non capisco bene”, preferiscono credere spesso ad una spiegazione “alternativa” che però ha la presunzione di dire “questa cosa che lei sente esiste per questo motivo”, trasformando teorie personali anche bizzarre in fatti.
I medici tradizionali hanno paura di dire “non ho capito”, “non riesco a fare una diagnosi precisa”, vanno in ansia da prestazione se non giungono ad una causa formulando quindi  una diagnosi chiara e quindi proponendo una terapia mirata. E spesso hanno atteggiamenti di evitamento, tensione, irritazione, quasi nei confronti dei pazienti, come fosse colpa loro.
I medici alternativi spiegano con convinzione assoluta come mai la medicina tradizionale fallisce e al contrario la loro prassi è efficace dettagliando una chiara evidenza eziopatogenetica che spiega l’efficacia del dato rimedio alternativo.
Alcuni fatti:
Più del 25% dei sintomi per cui i pazienti si rivolgono ad un medico rimangono senza riposta diagnostica.  Molte condizioni cliniche (30%) si risolvono senza un cura specifica, in maniera spontanea. Parliamo di influenze, dolori muscolari, forme d’ansia, sintomi autoimmuni, sintomi cardiologici, e molti altri.
Le diagnosi sono sempre ( SEMPRE) delle astrazioni rispetto alla realtà, sono convenzioni tassonomiche, come i valori di riferimento degli esami del sangue (che cambiano da laboratori  a laboratorio, negli anni); quindi esiste dell’altro oltre la diagnosi, che spesso spiega risposte ai trattamenti inaspettate, eccezioni,  difformità rispetto alla regola dell’andamento della malattia.
D’altro canto si può parlare di depressione moderata, di tiroidismo subclinico, di ipertensione borderline, di entità patologiche moderate, che effettivaemente esistono nell’esperienza clinica di tutti i giorni, ma che possono giovarsi sia di interventi sullo stile di vita, sia di interventi medicali tradizionali, sia di interventi più soft e meno tradizionali.
Esiste una zona grigia di conoscenza della medicina, ancora molto ampia, fatta di sofferenza che non trova nel medico una risposta chiara, perché ancora non abbiamo capito tutto dei nostri malati. In alcuni ambiti, come la psicologia e la psichiatria,  arriva quasi al 100%: in questi ambiti chiunque dica “questo sintomo esiste per questa causa” sta mentendo, non esiste alcuna evidenza chiara e completa sull’eziopatogenesi.
Esiste l’effetto placebo, che non è fatto solo di pura soggezione e produce effettivi risultati, non sempre, non duraturi, ma effettivi, talvolta ( 45%), comparabile alla cura effettiva, almeno nel breve termine.
Conclusioni
La medicina alternativa non è la panacea e non funziona meglio ( forse non funziona proprio). È possibile che nella prassi clinica della medicina alternativa i pazienti trovino quello che cercano in quanto persone: speranza, fiducia, ascolto, sensazione di accudimento e presa in carico. Più che nella medicina tradizionale, forse oggi colpevole di non sapere come gestire il “non ho capito cosa ha, non so darle una risposta” e ancora troppo concentrata sulla malattia e non sul malato.
È possibile che nella prassi clinica della medicina alternativa più che sulla patologia i pazienti percepiscano un beneficio sulla zona grigia della conoscenza scientifica, fatta di sintomi specifici, di risultati che sono imputabili non tanto alla bontà della teoria (si badi bene: teoria, non evidenza scientifica) alternativa, quanto alla bontà della prassi del rapporto cura-malato.
I medici alternativi dovrebbero smettere di vendere ai malati certezze sulle presunte cause “alternative” del sintomo o del disagio.
Noi tutti, medici alternativi e non, dovremmo accettare una certa ignoranza della medicina, alternativa e non; cercare di capire meglio cosa facciamo, su cosa, come e per chi, accettando che molte delle cose che facciamo funzionano, non sappiamo bene perché e su che cosa, ma funzionano, danno un beneficio alle persone.
Forse, noi tutti medici, dovremmo guardare con occhi diversi, al malato e non solo alla malattia, misurare il risultato non solo sulla tassonomia della malattia, ma non perché questo processo è difficile allora tutti siamo autorizzati a cercare la strada dell’alternativa, quella in cui anche noi scienziati, finiamo per credere con atteggiamento fideistico, per scappare dalle nostre paure.” Michele Cucchi, Direttore Sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano
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Banca mondiale: I vaccini vengono usati per il controllo demografico

Il 2 ottobre scorso un analista demografico in pensione della Banca Mondiale ha ammesso che le campagne di diffusione dei vaccini sono parte integrante delle politiche demografiche dalla Banca Mondiale. John F. May, il maggior specialista demografico della Banca dal 1992 al 2012, ha detto al giornale web francese Sens Public (poi trascritto dal think-tank per cui lavora May) che le campagne di vaccinazioni condotte soprattutto nei cosiddetti “paesi altamente fertili”, sono strumenti utilizzati per la riduzione della popolazione in quei paesi.

May: “Gli strumenti utilizzati per attuare le politiche demografiche sono “leve politiche” o azioni mirate come le campagne per i vaccini o la pianificazione familiare, allo scopo di cambiare alcune variabili fondamentali..”

Si definiscono “politiche demografiche” come “l’insieme d’interventi attuati dai governi per meglio gestire le variabili legate alla popolazione e per tentare di armonizzare i cambiamenti demografici (numero, struttura per età e classificazione) alle aspettative di sviluppo del paese”. May continua spiegando che la Banca Mondiale sta assumendo un ruolo chiave nel raggiungimento della riduzione demografica.

Non è la prima volta che dirigenti della Banca Mondiale parlino apertamente di queste azioni mirate al controllo demografico nei paesi del terzo mondo. Nel suo rapporto 1984 World Development Reportc, la Banca Mondiale suggerisce di utilizzare “furgoni” e “campi” di sterilizzazione per facilitare tali politiche nel terzo mondo. Il rapporto inoltre minaccia quei paesi che si mostrano lenti nell’attuare le politiche della Banca di “misure drastiche, meno compatibili con le scelte e la libertà individuale”.

“La politica demografica ha lunghi tempi di esecuzione; le altre politiche di sviluppo devono adeguarsi di conseguenza. L’inerzia di oggi pregiudica le opzioni di domani nel quadro generale delle strategie di sviluppo e delle future politiche demografiche. Inoltre, l’inerzia di oggi potrebbe significare che domani, per rallentare la crescita demografica, si rendano necessarie misure più drastiche, meno compatibili con la scelta e la libertà individuale”. 

Alcune di queste misure vengono già adottate.

Uno studio pubblicato in Human and Experimental Toxicology del Maggio 2011 concludeva che “le nazioni che richiedono più dosi di vaccini tendono ad avere una più alta percentuale di mortalità infantile”(pag. 8).

Dopo studi approfonditi sugli effetti dei vaccini in rapporto ai tassi di mortalità tra i bambini, gli autori Neil Z. Miller e Gary S. Goldman sono arrivati a questa inquietante conclusione e hanno sottolineato l’urgenza di un’analisi più attenta delle correlazioni tra vaccini, tossicità biochimica o sinergica e mortalità infantile ”- ma hanno anche concluso ingenuamente che “Tutte le nazioni – ricche o povere – sviluppate e arretrate – hanno l’obbligo di verificare se i loro programmi d’immunizzazione stiano raggiungendo gli obiettivi prefissati.”

Non ci si può aspettare che gli autori siano a conoscenza del fatto che, in realtà, si stanno raggiungendo proprio gli obiettivi prefissati.

A questo riguardo è indicativo il loro punto finale, e cioè che non intendevano dire che i vaccini fossero pericolosi, e che avevano tratto le loro conclusioni basandosi sulla convinzione che l’aumento della mortalità infantile non fosse un fatto intenzionale.

E invece è proprio il contrario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Banca Mondiale, il Dipartimento per l’Ambiente dell’ONU, il Fondo per le Popolazioni dell’ONU, la Fondazione Bill e Melinda Gates e tutte le altre “braccia” della creatura che chiamiamo “dittatura scientifica” stanno accerchiando l’umanità con campagne massicce di programmi di vaccinazioni e cibo geneticamente modificato.

Prima il mantra era “per combattere il riscaldamento globale, abbiamo bisogno di un unico grande governo mondiale”; ora suona così: “Se vogliamo combattere la povertà, dobbiamo avere un unico governo mondiale e anche…ma sì, ridurre il numero degli umani.” Continue Reading

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Il Chagas l’assassino silenzioso


Più di otto milioni di persone in America Latina soffrono di Chagas (tripanosomiasis americana), una specie di “assassino silenzioso” che, secondo gli esperti, uccide nel continente più persone di ogni altra malattia trasmessa dai parassiti, inclusa la malaria. Si conosce, però, ben poco nel mondo su questa malattia, come si contrae, quali sono le conseguenze e perché non è stata ancora trovata una cura definitiva. Adesso che le correnti migratorie portano la gente dall’America Latina agli altri continenti, forse è arrivato il momento di cercare una soluzione …

Mappa: difussione del Chagas nel 2009. Dati DNDi-Drugs for Neglected Diseases)


Circa cento milioni di persone corrono il rischio di contrarre il Chagas nel mondo, secondo alcuni esperti, perché nonostante la malattia sia endemica in Sud America, dal Messico al Cile e all’Argentina, con l’aumento delle migrazioni negli ultimi anni è arrivata anche negli Stati Uniti, in Canada, Europa, Australia e Giappone.

Il Chagas è stato incluso dalle organizzazioni non governative, come Medici senza Frontiere e DND (Drugs for Neglected Diseases), tra le malattie “dimenticate” dal mondo dei fabbricanti di medicine e dai  governi, dagli organismi internazionali e dai donatori, e hanno iniziato una campagna di diffusione, cercando di motivare le istituzioni per investire nella ricerca e nello sviluppo di nuovi trattamenti.

E’ una malattia di cui soffrono specialmente i poveri. Sarà per questo che attira meno l’interesse? si domandano alcuni.

Si stima che ogni anno in America Latina muoiono circa 14.000 persone in seguito agli effetti del Chagas, affezione scoperta dal ricercatore brasiliano Carlos Chagas agli inizi del XX secolo. Su invito dell’allora Direttore del Dipartimento Federale della Salute Pubblica, Oswaldo Cruz, Chagas si recò presso lo Stato di Mini Gerais per investigare su un’apparente epidemia di malaria che stava infettando i lavoratori della linea ferroviaria. Chagas scoprì una nuova malattia trasmessa da un parassito, che chiamò “trypanosoma cruzi” (in onore di Cruz). Era l’anno 1909.

Il parassita è inoculato nell’uomo attraverso la puntura di un insetto che spesso vive nei soffitti di paglia e nelle abitazioni di mattone molto povere, comuni in America Latina. Nei vari paesi è conosciuto con diversi nomi, tra cui  benchuca, vinchuca, kissing bug, chipo, chupança e chincha. Il parassito può essere trasmesso anche attraverso una trasfusione di sangue infetto. Una donna incinta e infetta lo trasmette anche al suo bambino. La malattia può essere trasmessa anche attraverso degli organi destinati al trapianto.

La malattia ha due momenti, uno acuto che si manifesta attraverso dei sintomi simili ad altre malattie come febbre, gangli infiammati ed ingrandimento del fegato, che si risolvono in qualche settimana. Questa tappa è particolarmente grave per i bambini, tra il 2 e 8% di bambini infettati muore. La seconda tappa è cronica, all’inizio non ha sintomi ma poi si manifesta con problemi cardiaci e gastrointestinali, a volte gravi.

In Brasile, uno dei paesi che ha più lavorato per sviluppare dei farmaci per il trattamento del Chagas, quattro milioni di persone soffrono di Chagas cronico, mentre 600.000 brasiliani svilupano malattie cardiache o gastrointestinali per causa del Chagas.

La Boliva è il paese più duramente colpito dalla malattia. Si valuta che sul totale della popolazione di circa 9 milioni di persone, più di un milione è infetto e quattro milioni sono malati. La malattia è più comune nelle zone rurali e povere, però attraverso le migrazioni, è arrivata anche nei centri urbani. Se le persone infette non sono curate, sviluppano in seguito gravi malattie cardiache e gastrointestinali in  10,  20 o più anni e possono morire inaspettatamente.

In Argentina si stima che tra 1,5 e 2 milioni di persone sono affetti da Chagas, conosciuta in Argentina come malatia di Chagas-Mazza dal professor Salvador Mazza che si è dedicato anch’egli alla ricerca sul tripanosoma cruzi. Ogni settimana, 15 argentini muoiono di Chagas. La maggior parte degli infetti vive nelle province più povere come Santiago del Estero, Chaco, Formosa. Ma sono colpite anche zone come Salta, Tucumán e il nord della provincia di Santa Fe.

Per trattare la Chagas esistono attualmente due farmaci, il  benznidazole e il nifurtimox, entrambi hanno molte limitazioni. Ultimamente si stanno usando anche alcuni fungicidi. Ma gli esperti, e in particolare i Medici senza Frontiere e DND, lanciano un appello ai laboratori, ai governi, ai donatori e alle istituzioni internazionali affinché si trovi un nuovo trattamento per gli adulti e per i bambini, applicabile a tutte le regioni, e si consegua soprattutto una formula pediatrica specifica, che in questo momento manca.

(Tutto il materiale di questo articolo è stato raccolto dalla pubblicazione  DNDi Newsletter del marzo 2010 dedicata interamente al Chagas).

(Fonte planetalatinoamerica – traduzione a cura di Mara Rosatelli)

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