Professione lettore ambulante

Di lavoro leggo. Spesso faccio fatica a dirlo. Sento quasi di dovermi giustificare, a volte di dover scontare un privilegio unico o almeno di dover spiegare come da una lunga esperienza in una libreria e dall’affettuosa corrispondenza sin da piccola con le biblioteche io sia arrivata ad essere un lettore ambulante, a leggere per poi girare a raccontare le mie letture. Sulla mia strana attività mi ha dato recentemente un po’ di conforto e coraggio un articolo della scrittrice Zadie Smith che su Internazionale dice: “Leggere, se fatto come si deve, è difficile tanto quanto scrivere… Continue Reading


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Italiani, popolo di teledipendenti

televisione

Secondo i dati del rapporto Censis 2015 quasi tutti gli italiani guardano la tv, nonostante gli smartphone e i tablet siano usati, ormai, da due terzi dei giovani. Sempre peggio la carta stampata e i libri.

Nel 2015 la televisione ha una quota di telespettatori vicina alla totalità della popolazione (il 96,7%). Ma aumenta l’abitudine a guardare la tv attraverso i nuovi device: +1,6% di utenza rispetto al 2013 per la web tv, +4,8% per la mobile tv, mentre le tv satellitari si attestano a una utenza complessiva del 42,4% e il 10% degli italiani usa la smart tv che si può connettere alla rete. Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’83,9% degli italiani), con l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari (+2%) e via internet (+2%) ancora in ascesa. In effetti, gli utenti di internet continuano ad aumentare (+7,4%), raggiungendo una penetrazione del 70,9% della popolazione italiana. Le connessioni mobili mostrano una grande vitalità, con gli smartphone forti di una crescita a doppia cifra (+12,9%) che li porta oggi a essere impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani (il 52,8%), e i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione e diventano di uso comune per un italiano su quattro (26,6%). Aumenta ancora la presenza degli italiani sui social network, che vedono primeggiare Facebook, frequentato dal 50,3% dell’intera popolazione e addirittura dal 77,4% dei giovani under 30, mentre Youtube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter. Al tempo stesso, non si inverte il ciclo negativo per la carta stampata, che non riesce ad arginare le perdite di lettori: -1,6% per i quotidiani, -11,4% per la free press, stabili i settimanali e i mensili, mentre sono in crescita i contatti dei quotidiani online (+2,6%) e degli altri portali web di informazione (+4,9%). Non è favorevole l’andamento della lettura dei libri (-0,7%): gli italiani che ne hanno letto almeno uno nell’ultimo anno sono solo il 51,4% del totale, e gli e-book contano su una utenza ancora limitata all’8,9% (per quanto in crescita: +3,7%).

Abissali le distanze tra giovani e anziani. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 91,9%, mentre è ferma al 27,8% tra gli anziani. L’85,7% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 13,2% dei secondi. Il 77,4% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 14,3% degli over 65. Il 72,5% dei giovani usa Youtube, come fa solo il 6,6% degli ultrasessantacinquenni. I giovani che guardano la web tv (il 40,7%) sono un multiplo significativo degli anziani che fanno altrettanto (il 7,1%). Il 40,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, dieci volte di più dei secondi (4,1%). E mentre un giovane su tre (il 36,6%) ha già un tablet, solo il 6% degli anziani lo usa.

Vola la spesa per i consumi tecnologici: la disintermediazione digitale riscrive le regole dell’economia reale. Tra il 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, e il 2014, la voce «telefonia» ha più che raddoppiato il suo peso nelle spese degli italiani (+145,8%), superando i 26,8 miliardi di euro nell’ultimo anno, mentre nello stesso arco di tempo i consumi complessivi flettevano del 7,5%, la spesa per l’acquisto dei libri crollava del 25,3%, le vendite giornaliere di quotidiani passavano da 5,4 a 3,7 milioni di copie (-31%). Gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media connessi in rete, perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Usare internet per informarsi, per prenotare viaggi e vacanze, per acquistare beni e servizi, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa. Gli utenti di internet si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che consentono loro di superare le mediazioni di soggetti tradizionali. Si sta così sviluppando una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali consolidate in nuovi ambiti. La ricerca in rete di informazioni su aziende, prodotti, servizi coinvolge il 56% degli utenti del web. Segue l’home banking (46,2%) e un’attività ludica come l’ascolto della musica (43,9%, percentuale che sale al 69,9% nel caso dei più giovani). Fa acquisti su internet ormai il 43,5% degli utenti del web, ovvero 15 milioni di italiani. Guardare film (25,9%, percentuale che sale al 46% tra i più giovani), cercare lavoro (18,4%), telefonare tramite Skype o altri servizi voip (16,2%) sono altre attività diffuse tra gli utenti di internet.

Da cosa dipende la reputazione dei media? Per gli italiani i mezzi di informazione che negli ultimi anni hanno incrementato la loro credibilità sono stati proprio i nuovi media: per il 33,6% è aumentata quella dei social network, per il 31,5% quella delle tv all news, per il 22,2% e per il 22% rispettivamente quella dei giornali online e degli altri siti web di informazione. Su cosa si fonda la credibilità di un mezzo di informazione? Per gli italiani la credibilità si basa prima di tutto sul linguaggio chiaro e comprensibile, apprezzato dal 43,8% della popolazione. Seguono l’indipendenza dal potere (36,1%) e la professionalità della redazione (32,8%). Completano la ricetta della credibilità altri ingredienti fondamentali: l’aderenza oggettiva ai fatti (31,7%) e la rapidità di aggiornamento delle notizie (31,1%).

I ritardi nella transizione digitale della Pubblica Amministrazione. In Italia il numero di utenti di internet che interagiscono via web con gli uffici pubblici attraverso la restituzione di moduli compilati online è ancora insoddisfacente (solo il 18%), sia nel confronto con la media dell’Ue (che si attesta al 33%), sia perché è cresciuto di appena un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Anche se si considera l’intero ventaglio dei portali internet delle amministrazioni pubbliche, il nostro Paese dimostra comunque un ritardo nel panorama europeo: ha avuto contatti con la Pa il 36% degli internauti italiani, una percentuale inferiore di almeno 20 punti rispetto ai francesi (74%), ai tedeschi (60%) e agli inglesi (56%). Tra le operazioni più frequenti figurano il pagamento delle tasse (26,3%), l’iscrizione a scuole superiori e università (21,4%), l’accesso ai circuiti bibliotecari (16,9%). Un basso tasso di utilizzo si registra, invece, con riferimento alle pratiche degli uffici anagrafici, visto che si va dal 10,2% di cittadini digitali che richiedono documenti personali (come la carta di identità o il passaporto) all’esiguo 1,9% di coloro che dichiarano di aver effettuato online il cambio di residenza, mentre la richiesta di certificati riguarda il 6,5% degli italiani che usano internet. Il ricorso al canale digitale non è significativo nemmeno per la richiesta di prestazioni di previdenza sociale (sussidio di disoccupazione, pensionamento, assegni per figli a carico, ecc.), attivato solo dall’11,9% degli utenti di internet. Infine, la sanità digitale rimane ancora indietro, se solo il 16,7% degli utenti del web ha prenotato online visite mediche e il 10,6% accertamenti diagnostici. E risulta ancora molto limitato anche l’accesso al fascicolo sanitario elettronico (7,6%). Ma almeno sorprende positivamente che l’esperienza di fruizione degli sportelli pubblici online non lascia una impressione negativa nell’utenza. Infatti, solo il 9,9% degli utenti di internet che si sono relazionati online con la Pubblica Amministrazione si lamenta per la mancata assistenza, solo il 19,6% segnala disguidi tecnici, solo il 22,9% dichiara di aver trovato informazioni poco chiare o non aggiornate.

La parabola declinante dell’emittenza televisiva locale. Il settore delle televisioni locali si trova a dover fronteggiare una triplice torsione: grave flessione dei ricavi pubblicitari, consistente riduzione dei contributi pubblici, rilevante calo degli ascolti. I ricavi complessivi, dopo essere cresciuti in modo costante nella precedente fase espansiva, hanno subito un crollo, passando dai 223 milioni di euro del 1996 ai 335 milioni del 2000, fino a salire ai 647 milioni del 2006, per poi cominciare a calare significativamente, fino ai 409 milioni del 2013 (-15% rispetto all’esercizio precedente). Il calo della raccolta pubblicitaria (passata da 390 milioni di euro nel 2011 a 329 milioni nel 2012, poi a 287 milioni nel 2013) ha inciso profondamente sulle perdite totali, rappresentando più del 70% delle risorse totali. I contributi pubblici, lievitati nel corso della prima parte degli anni 2000 fino a raggiungere i 161,8 milioni di euro nel 2008, si sono poi progressivamente ridotti, attestandosi per l’anno 2013 su una cifra pari a 56,9 milioni di euro, con una flessione del 20,4% rispetto all’anno precedente. Non mancano preoccupazioni sul fronte dell’occupazione. Il numero dei dipendenti si era mantenuto sostanzialmente stabile nel periodo 2009-2011 (compreso tra 5.000 e 5.200 addetti), ma nel 2013 si è ridotto del 14,3%: 630 unità in meno. Una riflessione sul riposizionamento dell’«informazione di prossimità» offerta dalle tv locali non può più prescindere dal confronto con un sistema di media sempre più variegato e integrato, che nell’ultimo decennio ha conosciuto i decisivi processi di trasformazione innescati dalla digitalizzazione dei contenuti, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware, la proliferazione delle connessioni mobili, lo sviluppo della banda larga e ultralarga, fino all’ingresso nel mercato televisivo, e più in generale dei contenuti audiovisivi on demand e multimediali, di nuovi soggetti di offerta e player internazionali.

Papa Francesco, fenomeno mediatico globale. Il fenomeno mediatico dell’anno si è rivelato Papa Francesco. Interrogati su quali siano i punti di forza del cattolicesimo, i residenti di Roma hanno indicato proprio il carisma di Bergoglio al primo posto (con il 77,9% delle risposte), prima ancora del messaggio d’amore e di speranza della religione. Anche la rilevazione del Pew Research Center è inequivocabile: nel corso del suo primo anno di pontificato, Papa Francesco precede in graduatoria, per numero di citazioni nelle news digitali statunitensi, la candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton e leader di fama mondiale del calibro di Putin e Merkel.

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Non sarà che raccontiamo ai bambini un mondo che non esiste più?

Mondo-bambini

Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari” è un libro di 5 anni fa, ma il tema, oggi come mai, è ancora attuale. L’autrice Irene Biemmi, una pedagogista dell’Università di Firenze, ha preso 340 storie dai libri di lettura delle quarte elementari, che sono stati editi agli inizi del 2000, ed è andata a vedere se gli stereotipi che il progetto europeo “POLITE” ovvero Pari Opportunità nei Libri di Testodoveva cancellare erano spariti oppure no. Dall’analisi emerse che, in realtà, non c’era stato un grande miglioramento. Nei libri che studiano i nostri figli, si continua a raccontare di donne che cucinano e puliscono e di uomini che girano il mondo e portano a casa il pane. Spiega la Biemmi:

In totale ho analizzato dieci libri di lettura che contenevano circa trentacinque storielle, per cui ho analizzato un campione anche abbastanza grosso di circa 350 storie. Prima le leggevo tutte e poi, man mano che leggevo andavo a selezionare le variabili che secondo me erano più significative. E sulla base di queste, ho costruito un doppio strumento di analisi: una griglia di analisi quantitativa e una scala, che ho chiamato “scala di sessismo”, che è uno strumento di tipo qualitativo. Distinguendo tra i due tipi di ricerca che ho condotto, quella quantitativa e quella qualitativa, rispetto alla prima, il primo dato che emerge è che nei libri di lettura delle elementari che quindi leggono sia i bambini, sia le bambine in IV elementare, non c’è parità numerica tra i protagonisti maschili e femminili delle storie. Se si ragiona in termini percentuali, ho individuato che circa un 59% dei protagonisti delle vicende sono maschi, uomini adulti oppure bambini, e circa un 37% sono protagoniste femminili, quindi donne e bambine. Se si fa un rapporto tra queste due percentuali, 59 e 37, viene fuori un numero che è un 1,6 che ci dice che per ogni 10 protagoniste femmine rappresentate in queste storie, vengono rappresentati 16 maschi. Questo secondo me è un primo dato su cui riflettere, partendo da un ragionamento abbastanza ovvio, per cui, visto che l’umanità è composta circa da metà maschi e da metà femmine (anzi, si sa che le donne, nella popolazione mondiale, sono in maggior numero), non si capisce perché nei libri di testo debbano diventare un gruppo di minoranza. I lettori e le lettrici di questi libri si troveranno di fronte un mondo popolato in maggioranza al maschile, che stride con la realtà concreta.

Nei dati qualitativi sono andata a fare un esame più approfondito sugli stereotipi di genere presenti in queste storie, ma ho fatto anche un’altra operazione complementare, che è quella di andare ad individuare eventuali modelli anticonvenzionali, cioè personaggi maschili o femminili che stridono rispetto ai canoni tradizionali del maschile e del femminile. E da questa analisi, secondo me, è venuta fuori una cosa interessante. Nell’insieme, in questi libri, gli stereotipi di genere sono assolutamente in sovrannumero rispetto agli antistereotipi. Quando, però, sono presenti antistereotipi, modelli divergenti, modelli “devianti”, quasi sempre questi modelli sono riferiti al mondo femminile e invece pochissimi sono riferiti al mondo maschile. Faccio degli esempi. In queste storie, si trovano comunque, un buon numero di bambine coraggiose, attive, avventurose, disubbidienti, creative, fantasiose, esperte di computer. Si trovano anche donne adulte spiritose, astute, sicure di sé, decise, intelligenti, donne che lavorano.

Si trovano quindi degli antistereotipi sia nel mondo femminile infantile, sia nel mondo femminile adulto, la forte contraddizione, però, deriva dal fatto che le bambine che assumono dei comportamenti anticonvenzionali, le bambine, per intenderci, “modello Pippi Calzelunghe” sono sempre connotate positivamente all’interno della vicenda. Sono modelli che vengono, comunque, approvati. Quando invece sono le donne adulte ad assumere tratti anticonvenzionali, per esempio il modello della donna lavoratrice che fa magari un lavoro impegnativo, queste donne quasi sempre vengono criticate. Ci sono diverse storie in cui c’è un bambino oppure una bambina protagonista che soffre e si lamenta perché la madre, appunto, lavora tutto il giorno, non ha tempo di preparare il pranzo e la cena e queste bimbe o questi bimbi sono molto tristi, per questo (ovviamente il padre non è mai responsabile del malessere dei figli/delle figlie, perché non è suo dovere prendersi cura di loro!).

Per cui quando vengono proposti modelli adulti femminili alternativi, in realtà ci vengono presentati per riaffermare un messaggio tradizionale: sarebbe meglio che le donne non lavorassero e che stessero a casa. Si stimolano le bambine a essere intraprendenti, spiritose, eccetera e poi si criticano le donne adulte che fanno la stessa cosa e che sono il loro principale modello di riferimento. Perciò si chiede alle bambine di essere diverse da quello che è il loro principale modello di riferimento: il modello femminile adulto.

Non c’è un papà che accompagna i figli a scuola, che prepara la cena, che va a fare la spesa, che fa le coccole, che racconta una fiaba ai propri bambini. Tutte attività che i papà di oggi, invece, direi che fanno abitualmente. Quindi sul fronte maschile adulto c’è proprio una totale non aderenza alla realtà. Sul fronte dei bambini, dei protagonisti maschili in età infantile, ci sono pochissimi esempi di bambini timidi e introversi, veramente in numero molto più limitato rispetto alle bambine. Quindi c’è una maggiore aderenza allo stereotipo sicuramente nel modello maschile che nel modello femminile visto che quest’ultimo ha questa doppia rappresentazione: quella più tradizionale e quella più innovativa. Questi libri non riescono nemmeno a fotografare la realtà, che è molto più avanti di quella che raccontano”.

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Abbiamo vissuto in un mondo di carta, e siamo persone di carta

pallina-carta

Viviamo in un mondo di carta. Un’esistenza priva di essa sarebbe inimmaginabile, o quasi. Certo, possiamo comunque provarci, poiché grandi scrittori, artisti e musicisti ci hanno insegnato a farlo con i loro libri, i loro quadri e la loro musica: e tutto questo solo grazie alla carta. Di conseguenza, è facile immaginare come staremmo senza: saremmo come morti, o non saremmo mai nati. Per l’importanza che riveste nella vita di tutti i giorni, la carta è un manufatto che ha una storia immensa ed è il più importante tra i materiali creati dall’uomo.

Utilizziamo la carta da circa duemila anni, e l’impiegato occidentale medio ne consuma attualmente più di diecimila fogli l’anno. È economica, leggera e durevole, può essere piegata, tagliata, accartocciata, deformata, laccata, tessuta e impermeabilizzata: può essere utilizzata in qualunque modo per qualunque scopo. Con la carta puoi farci di tutto: imbarcazioni, vestiti, arredamento, case, armi, giocattoli, bambole, puzzle…etc etc.

Ciò che in principio, in Cina, era considerata merce rara e preziosa, ha finito per diffondersi sempre più, come un segnale d’allarme o un’epidemia, un sogno e un’illusione, fino al diciannovesimo secolo, quando le cartiere hanno rimpiazzato la produzione artigianale: da quel momento in poi, il tempo ha cominciato a correre e ha avuto inizio la stupefacente era della carta.

Eppure, come non smettono di farci notare, stiamo entrando in un’epoca post-cartacea, quantomeno in molti campi. Ovunque ci volgiamo, sembra che la carta stia scomparendo. Ma nonostante ciò, allo stesso tempo, la carta continua a moltiplicarsi: vengono stampati sempre più libri, i baristi ci servono sempre più caffè in bicchierini di carta, sempre più scrivanie sono puntualmente equipaggiate con una stampante. E ci s’interroga senza sosta: questa è davvero la fine del libro?

Probabilmente il certificato di morte della carta è stato compilato con eccessiva frenesia. Come il filosofo e gran consumatore di carta Jacques Derrida ha fatto notare, “Dire addio alla carta oggi sarebbe come decidere, un bel giorno, di smettere di parlare perché ormai si è imparato a scrivere”.

La carta è anche una metafora perfetta per descrivere il linguaggio: come fa notare Saussure nel suo Corso di linguistica generale, “Il linguaggio può essere paragonato a un foglio di carta: il pensiero è la parte anteriore, il suono quella posteriore. Non si può tagliare l’una senza tagliare anche l’altra: allo stesso modo, nel linguaggio, non si può separare il pensiero dal suono e il suono dal pensiero. Una scissione del genere si può compiere solo in astratto, e il risultato sarebbe pura psicologia contrapposta a pura fonologia”.

L'odore-della-cartaFondamentalmente, siamo integralisti e fanatici di questo materiale: anche quando non c’è, anche quando ci è stato ormai dimostrato che non è più necessario, continuiamo a immaginarcelo, a onorarlo e a desiderare che continui a esistere. Sembra proprio che non siamo in grado di astrarre (o estrarre) la carta dai nostri pensieri né i nostri pensieri dalla carta: noi cambiamo, intorno a noi cambia il mondo, ma la carta resta. L’iPad somiglia a un taccuino, il Kindle a un libro e l’iPhone a un’agendina. Anche questo Blog assomiglia a un diario giornaliero. Tutti gli avvenimenti più importanti della nostra vita hanno a che fare con la carta. Senza di essa, non esistiamo.

La carta è tutto e niente, è l’uovo di Colombo: un oggetto che in qualche modo riesce, quasi per magia, a darci accesso al nostro io; un sentiero che ci conduce dalla superficie delle cose verso mondi immaginari e sempre più profondi. La magia più potente di cui questo materiale è capace? Molto semplicemente, la carta ci consente di esserci, o di far sembrare che ci siamo, quando in realtà non è così: può dissolvere i confini dello spazio e del tempo.

Nel suo romanzo Caduta libera del 1959, il Premio Nobel per la letteratura William Golding scrive: “Creo segni, quindi esisto. Sono a 46 centimetri di distanza dai neri caratteri che state leggendo, sono qui dove siete anche voi, prigioniero in questa scatola di carne e ossa mentre provo a incatenarmi al foglio bianco. I caratteri, come ingranaggi, mi uniscono a voi, eppure, a dispetto della passione che ci unisce, ecco che non condividiamo altro che il senso della nostra separazione”. Ora ci sono, ora non più.

Pensate a tutto questo, immaginate per un secondo che non esistesse più. Perderemmo qualcosa? Be’, sì: perderemmo tutto.

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In Italia si legge sempre meno

L'Italia dei Libri

Non arrivano buone notizie da L’Italia dei Libri 2011-2013, il rapporto sull’acquisto e la lettura di libri in Italia, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura all’agenzia di rilevamento Nielsen. I dati relativi al triennio 2011-2013 fanno segnare un calo medio sia nella percentuale dei lettori (dal 49% al 43% della popolazione) che degli acquirenti (dal 44% al 37%). L’Italia rimane inoltre un paese spaccato a metà dove si comprano e leggono libri soprattutto nel Centro-Nord, tra le fasce di reddito più benestanti e tra chi possiede un titolo di studio più alto.

Risultati – Acquirenti e lettori nel 2013. La fotografia scattata da Nielsen mostra un paese in cui il 37% della popolazione (19,5 milioni di individui) ha acquistato almeno un libro nel 2013, per un totale di 112 milioni di copie vendute. Gli acquirenti sono per la maggior parte diplomati/laureati, risiedono tra il Nord e il Centro Italia, hanno un profilo giovane (25-34 anni) e sono in maggioranza donne: il 41% della popolazione femminile ha acquistato un libro, contro il 33% di quella maschile.

Ulteriore discriminante è la fascia di reddito: più gli individui sono benestanti, maggiore è la loro predisposizione a investire in libri. Più della metà dei libri acquistati è compresa nella fascia di prezzo medio-bassa: il 28% riguarda i titoli sotto i 5€, il 31% quelli tra i 6€ e i 10€. Si conferma il ruolo preponderante dei lettori forti: il 4% della popolazione ha acquistato il 36% delle copie vendute nel 2013. Mentre cala la quantità dei libri acquistati, aumenta quella dei volumi in prestito. Il risultato è che in Italia si legge più di quanto si acquista: il 43% della popolazione ha letto almeno un libro (22,4 milioni di lettori, per un totale di 153 milioni di copie lette). Le lettrici sono più numerose dei lettori (il 48% delle donne contro il 38% degli uomini) e la fascia di età più forte è quella dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni (dove i lettori si attestano al 60%). Il genere preferito è la narrativa (71% di gradimento), seguita da biografie/autobiografie e dai libri storici.

Risultati – Un triennio a confronto (2011-2013). La comparazione dei dati relativa agli ultimi tre anni (novità fondamentale della ricerca Nielsen) mostra un trend negativo sia per quanto riguarda i lettori che gli acquirenti di libri in Italia.

ANNO LETTORI ACQUIRENTI
2011 49% 44%
2012 46% 41%
2013 43% 37%

Il calo riguarda tutte le fasce d’età, con particolare rilevanza in quelle più giovani: dal 70% al 60% nella fascia 14-19 anni, dal 52% al 40% in quella 20-24. A crescere sono i lettori ultrasessantenni: dal 33% nel 2011 al 38% nel 2012 al 39% nel 2013.

Segni negativi compaiono anche in tutti gli indicatori relativi ai titoli di studio. Dal punto di vista territoriale, il Nord-Est è l’unica area del Paese che nel triennio fa registrare una leggera crescita di lettori (dal 52% al 53%), mentre calano il Nord-Ovest (dal 53% al 49%) e soprattutto il Centro (dal 52% al 42%) e il Sud (dal 39% al 31%). Una nota positiva arriva dagli ebook, verso cui cresce l’interesse sia degli acquirenti (+14% rispetto al 2012) che dei lettori (+17%).

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