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L’Ordine dei giornalisti nel Mondo

Ordine dei giornalisti nel Mondo

Negli Stati Uniti ci sono le shield laws, in Belgio c’è il titolo professionale, in Svizzera è guerra delle tessere stampa, in Germania la professione è garanzia d’indipendenza, in Francia è un affare di Stato, nel Regno Unito c’è il liberismo assoluto, in Norvegia e in Svezia tutti hanno la tessera.

Un excursus su come si diventa giornalisti all’estero. Che sfata tanti luoghi comuni sulla “anomalia” italiana. L’ inchiesta a cura di Paolo Pozzi (Tabloid) e Pino Rea (Lsdi). Continue Reading


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I giornalisti italiani sono i più minacciati d’Europa

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Sono 92 i casi di pressioni o minacce a giornalisti e operatori dei media registrati in Italia nei primi 9 mesi dell’anno. Si va da pressioni leggere, poco palpabili a minacce palesi. Autori delle minacce possono essere gruppi criminali, ma anche uomini politici e d’azienda o semplici cittadini. Lo scopo è sempre intimidatorio e mira a ostacolare illecitamente il lavoro dei giornalisti. Giornalisti poco o per nulla garantiti sono soggetti ad attacchi e ricatti che ne minano l’autonomia e la possibilità di indagare. Se vali di meno, è più facile essere venduti e comprati. Continue Reading

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Libertà di stampa, Italia sempre peggio, precipita al 73° posto



Secondo la classifica che misura la libertà della stampa, redatta da Reporter Senza Frontiere, nell’ultimo anno siamo passati dalla posizione numero 49 alla numero 73, tra la Moldavia e il Nicaragua: -24 posizioni sono un altro primato che ci allontana in maniera vistosa dalle cosiddette democrazie occidentali. Reporter Senza Frontiere cita l’organizzazione Ossigeno per l’Informazione, che nel 2014 ha conteggiato 421 minacce a giornalisti, con un aumento del 10% rispetto al 2013.

La classifica si basa su sette indicatori: livello di abusi, pluralismo, indipendenza dei media, autocensura, quadro giuridico, trasparenza e infrastrutture. Il deterioramento della libertà di informazione è un fenomeno globale. A peggiorare infatti rispetto allo scorso anno sono ben due terzi dei 180 Paesi presi in considerazione. Le motivazioni sono diverse: l’azione di gruppi islamisti radicali, le guerre, le violenze compiute durante le manifestazioni, la crisi economica.

“Sotto attacco dalle guerre, dalle crescenti minacce di agenti non statali, da violenze durante manifestazioni e dalla crisi economica, la libertà dei media è in ritirata in tutti e cinque i continenti”, si legge nel World Press Freedom Index 2015.

In cima alla classifica della libertà d’informazione si accomodano, come di consueto, i paesi nordici: prima la Finlandia, seguita da Norvegia e Svezia. In fondo, anche qui senza sorprese, TurkmenistanCorea del Nord e, fanalino di coda, l’Eritrea. La Francia guadagna una posizione fino al 38° posto, gli Usa ne perdono tre e vanno al 49°, il Giappone ne perde due e scende al 61°. In fondo alla graduatoria (in nero nella cartina di Rsf) ci sono Cina, Siria, Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea. In Europa il paese peggiore è la Bulgaria 106esima.

Ha dichiarato il direttore dell’organizzazione Ossigeno per l’Informazione, Alberto Spampinato: “Lo stato di salute del nostro paese riguardo alla libertà di stampa è molto precario e non solo per il conflitto d’interessi e la concentrazione delle testate e il controllo politico dell’informazione televisiva pubblica. Dobbiamo cominciare ad ammetterlo. La diffusione delle minacce, delle intimidazioni, l’abuso delle querele per diffamazione a scopo intimidatorio, le aggressioni sono purtroppo all’ordine del giorno. I giornali non ne parlano, la politica non se ne occupa, ma i cittadini sono defraudati di molte notizie importanti e il nostro piccolo osservatorio segnala più di un grave episodio al giorno. Fino a quando si potrà continuare a fingere di non vedere questa malattia che si espande?” 

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Giornata internazionale della libertà di stampa: La storia di Cosimo Cristina

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La celebrazione della Giornata internazionale della libertà di stampa,  proclamata dall’ Onu 20 anni fa per il 3 maggio, si associa immediatamente ai tanti giornalisti che in tutto il mondo hanno sofferto – spesso fino alla morte – per la passione con cui hanno fatto il loro lavoro. Dal 2000 nel mondo uccisi 1110 giornalisti, 32 negli ultimi 4 mesi. L’ecatombe italiana: 26 uccisi dal 1960. L’universo affollatissimo dei cronisti minacciati: 1400 in 6 anni.

Uccisi o minacciati perché con il loro lavoro solitario cercavano di illuminare con la luce del giornalismo territori in cui si commettevano abusi e violenze, in cui si cancellavano diritti, in cui si potevano commettere grandi crimini solo a condizione che ci fosse il buio informativo. Questi giornalisti sono gli “invisibili” della professione. Costituiscono un universo poco conosciuto, benché sia densamente popolato. Questa amara realtà riguarda molto da vicino noi italiani, ma noi italiani non ne abbiamo ancora piena consapevolezza nonostante il lavoro di documentazione e di pubblicizzazione svolto in questi anni  dall’ osservatorio Ossigeno per l’Informazione. 

Che libertà di stampa c’è in un paese in cui migliaia di giornalisti subiscono minacce e gravi abusi? In cui molti giornalisti lavorano ormai in una condizione di precarietà che riduce la loro autonomia? Proprio esponendo questa domanda, nei giorni scorsi Chiara Baldi, una giovane giornalista, ha vinto a Perugia il Premio Walter Tobagi.

Questa è la storia, dal ‘Libro della memoria’ realizzato dall’Unione Nazionale Cronisti Italiani, di Cosimo Cristina giornalista italiano assassinato dalla mafia a Termini Imerese, il 5 maggio 1960. Veniva pagato poche lire e scriveva di mafia, quando ai quei tempi nessuno osava nemmeno nominarla.

L’irrefrenabile desiderio di giustizia, che lo portava ad una spasmodica ricerca della verità, gli è stato fatale ed ha segnato il suo destino che si è concluso tragicamente nei pressi di una galleria, lungo i binari, alle porte di Termini Imerese, paese in cui era nato. Una morte terribile, che resta avvolta nel mistero: gli atti processuali parlano di suicidio, ma il convincimento generale è che sia stato ucciso dalla mafia, anzi più precisamente “suicidato” da Cosa Nostra.

È la storia di Cosimo Cristina, un giovane cronista. Una storia emblematica di come è difficile fare il corrispondente di provincia, tanto ieri quanto oggi. Il suo corpo, il 5 maggio del 1960, venne trovato dilaniato, con il cranio sfondato. Era quasi irriconoscibile. Aveva 24 anni. Quattro anni prima aveva iniziato a collaborare come corrispondente presso il giornale L’Ora, successivamente anche per l’agenzia Ansa, ed a passare articoli al Corriere della Sera, al Gazzettino di Venezia ed a Il Messaggero di Roma. Veniva pagato poche lire e scriveva di mafia, quando ai quei tempi nessuno osava nemmeno nominarla. 

I politici di allora dicevano che era un’invenzione dei comunisti. Solo dopo qualche anno verrà costituita la prima commissione d’inchiesta contro la criminalità organizzata che, intanto, nella zona del termitano faceva i propri affari. Siamo a cavallo degli anni ’50 e ’60, quando viene deciso che il futuro di Termini Imerese sarà legato allo sviluppo industriale. La società si sta trasformando e la mafia si organizza, muta, si trasforma. Non solo nei comuni della provincia ma anche a Palermo.

Un’intuizione che Cosimo Cristina coglie, forse prima di altri. Fonda così, insieme a Giovani Cappuzzo, un settimanale, Prospettive siciliane, e scrive, scava nella realtà, conduce inchieste, indaga su omicidi e fatti di mafia, fa nomi e cognomi di noti personaggi. Gli effetti saranno dirompenti e giorno dopo giorno verrà a poco a poco isolato. Iniziano le minacce, poi seguono le querele. In qualche modo si cerca di intimidire il giovane cronista che va avanti e non si ferma. Cosimo Cristina era entusiasta della vita, che gli si apriva davanti. Era nato a Termini Imerese l’11 agosto 1935.

Chi lo ha conosciuto lo descrive come un tipo allegro, gioioso, che non si abbatteva, nonostante le difficoltà. Sempre fermo e deciso ad andare avanti. Un tipo anche eccentrico. Andava in giro a piedi o in sella ad una bicicletta, indossando sempre vestiti eleganti ed al collo un papillon. Portava dei baffetti sottili ed un pizzetto.

Il primo numero di Prospettive siciliane esce il 25 dicembre del 1959. Nell’editoriale il giovane cronista anticipa quelle che saranno le sue linee guida, puntando su due temi: la questione morale e la lotta alla mafia.Prospettive siciliane – scriveva Cristina – sorge in un momento particolarmente importante della storia dell’Isola, che intende affermare i suoi diritti, del resto già consacrati dalla Autonomia, istituto e strumento di progresso della vita economico-sociale della Sicilia. Uno spirito nuovo anima le popolazioni dell’Isola, che non curanza di uomini politici ed errori di governanti hanno finora trascurato e dimenticato con grande pregiudizio della economia della stessa nazione. Tale spirito nuovo di fiera e oltranzistica difesa dell’Autonomia contro ogni atto o gesto di sabotatori prezzolati ai monopoli del nord, il nostro giornale intende esprimere attraverso le sue colonne facendosi portavoce degli interessi sani e legittimi, delle aspirazioni più giuste delle nostre popolazioni, nel grande sforzo e nell’immane fatica di riequilibrare le condizioni di vita delle nostre genti. Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti dell’Isola, avendo come nostro motto: senza peli sulla lingua. E poiché riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento è la moralizzazione, denunceremo ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza. Tutto questo perché noi vogliamo che la Sicilia non sia solo quella folcloristica delle cartoline lucide e stereotipate, nè quella delle varie figurazioni a rotocalco e di certa stampa deteriore, per intenderci la Sicilia di Don Calò Vizzini e di Giuliano, ma la Sicilia che faticosamente si fa strada come pulsante cantiere di lavoro e di rinnovamento industriale”.

Cosimo Cristina era quindi un cronista libero, non asservito a nessuno, onesto. Un cane senza padrone o meglio come diceva lui un giornalista “senza peli sulla lingua”. Credeva nella libertà di stampa e nel suo ruolo fondamentale per la democrazia e la crescita di un Paese. Uno di quei corrispondenti di provincia sfruttati, privi di garanzie, di contratto, di protezione e sotto il tiro della mafia. Uno di quei giovani cronisti che muovono i primi passi dentro una redazione e credono di avere toccato il cielo con un dito. Il tutto per pochi soldi che a volte non servono a pagare gli spostamenti, i viaggi, le telefonate.

La ricompensa è la firma che appare sotto gli articoli, molto spesso tagliati, magari in parte riscritti. Alcuni non usciranno mai. Ma aveva un fiuto per la notizia, una forte passione ed una grande carica ideale. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un fiume in piena, una fucina di idee e notizie.

Ma spesso la verità è talmente palese e sotto gli occhi di tutti che, proprio per questo, è difficile da raccontare. Certe cose, secondo alcuni, è bene non scriverle, non farle vedere, potrebbero dare fastidio al sindaco o a quell’altro potente di turno o all’imprenditore. E così Cosimo Cristina, che non aveva di certo di queste remore, incominciò a dare fastidio. Iniziò a scavare su alcuni omicidi di mafia rimasti insoluti, a fare collegamenti e soprattutto ad indicare presunti mandanti ed esecutori. Scrisse della mafia di Termini Imerese e delle Madonie, facendo luce su interessi ed affari. Dapprima iniziarono ad arrivare i messaggi trasversali, miti “consigli” a stare tranquilli.

Poi le minacce telefoniche e gli avvertimenti. Mentre intanto incominciarono a fioccare le prime querele. In pratica a poco a poco venne isolato. Attorno a lui venne creato un vero e proprio vuoto. Poi la tragedia. Il corpo di Cosimo Cristina, soprannominato Co.Cri. dalle iniziali scritte sotto gli articoli di cronaca, venne trovato al centro dei binari, disteso a pancia in su e con la testa che sfiorava la rotaia, nei pressi della galleria Fossola di Termini Imerese. Erano le 15.30 di un giovedì, il 5 maggio del 1960. Appena due giorni prima era scomparso da casa. A dare l’allarme fu un guardialinee Bernardo Rizzo, di Roccapalumba. Per terra furono trovati il portafoglio, un mazzo di chiavi e un portasigarette.

In tasca aveva una schedina del totocalcio e due biglietti: uno per la fidanzata, l’altro per l’amico Giovanni Cappuzzo, con i quali si scusava per il gesto estremo. Nessun messaggio invece per la madre e per le tre sorelle alle quali era molto legato. Il caso venne subito chiuso come suicidio e così gli vennero negati i sacramenti. Nessun sacerdote fu disposto ad officiare la funzione religiosa. Due mesi dopo l’inchiesta fu archiviata, senza che venisse eseguita un’autopsia sul corpo ed una perizia calligrafica sui biglietti trovati. Soltanto a distanza di sei anni il “caso Cristina” venne riaperto dal vice questore di Palermo, Angelo Mangano. Il funzionario di polizia, famoso per le sue inchieste antimafia che avevano portato all’arresto di Luciano Liggio, stilò un dossier sui misteri delle Madonie: un voluminoso rapporto che sfociò nell’arresto, tra gli altri, di Santo Gaeta, considerato il boss di Termini Imerese, del figlio Giuseppe, di Agostino Rubino, consigliere comunale sempre di Termini, Vincenzo Sorce, Orazio Calà Lesina e di Giuseppe Panzeca, indicato quest’ultimo come capomafia di Caccamo.

Mangano era convinto che il giornalista fosse stato ucciso proprio dalle cosche mafiose termitane, con l’assenso della famiglia di Caccamo, al vertice di Cosa Nostra nella zona. Il vice questore ritenne che il movente era da ricercare proprio negli articoli che il giovane cronista aveva pubblicato su Prospettive siciliane ed in particolare uno, in cui si svelavano i retroscena dell’omicidio di un pregiudicato, Agostino Tripi, denunciato per un attentato dinamitardo ad una gioielleria e successivamente ucciso dalla mafia perché parlava troppo.

In quell’articolo Cosimo Cristina aveva intervistato la moglie dell’ucciso. La donna fece importanti rivelazioni, suggerendo il nome del presunto assassino. L’inchiesta sulla morte di Cristina così fu riaperta, esattamente dopo sei anni. Venne disposta finalmente l’autopsia. Ma anche questa volta i risultati dell’indagine portarono alla conferma dell’ipotesi del suicidio smentendo il rapporto della polizia e le ipotesi del vice questore.

Il caso così venne definitivamente chiuso. Anche se sulla vicenda permangono molti dubbi e interrogativi. Resta il ricordo di un giornalista che ha svolto il proprio mestiere con coraggio e onestà credendo nel ruolo di una libera stampa.

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Classifica mondiale della libertà di stampa 2013: Italia al 57° posto

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L’Italia recupera qualche posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa, quattro per la precisione, e si piazza al 57° posto. Ancora indietro rispetto alle altre nazioni europee, tutte saldamente ai primi posti della classifica. La classifica sulla libertà di stampa che Reporter senza Frontiere pubblica ogni anno misura il livello di libertà di informazione presente in 179 paesi. Riflette il grado di libertà di cui godono giornalisti, agenzie di stampa e cibercittadini in ognuno di questi paesi, e le azioni intraprese dalle autorità per rispettare e assicurare il rispetto di tale libertà. Dell’Italia viene contestata soprattutto la “cattiva legislazione osservata nel 2011” che è proseguita: “la diffamazione – scrive la sigla – deve ancora essere depenalizzata e le istituzioni ripropongono pericolosamente ‘leggi bavaglio’”.


Dopo le cosiddette Primavere arabe e gli altri movimenti di protesta che hanno causato molti “saliscendi” nella classifica dello scorso anno, la Classifica della Libertà di Stampa 2013 di Reporter senza frontiere segna un “ritorno alla normalità”.

La posizione in classifica di molti Paesi non è più attribuibile ai considerevoli sviluppi politici. La classifica di quest’anno rappresenta una più attenta riflessione degli atteggiamenti e delle intenzioni dei governi nei confronti della libertà degli organi di informazione a medio e lungo termine.

Gli stessi tre Paesi europei che guidavano la classifica lo scorso anno detengono le prime tre posizioni anche quest’anno. Per il terzo anno consecutivo, la Finlandia si è distinta come il Paese che più rispetta la libertà di informazione. È seguita da Olanda e Norvegia.

Nonostante siano stati considerati molti criteri, che vanno dalle legislazioni in materia degli Stati alla violenza contro i giornalisti, i Paesi democratici occupano la testa della classifica, mentre quelli dittatoriali occupano le ultime tre posizioni. Questo triste primato va nuovamente agli stessi tre del 2012: TurkmenistanCorea del Nord eEritrea

“La Classifica della Libertà di Stampa 2013 pubblicata da Reporter senza frontiere non prende in considerazione diretta il tipo di sistema politico; risulta chiaro tuttavia che le democrazie offrono una migliore protezione alla libertà al fine di produrre e far circolare notizie e informazioni accurate, rispetto ai Paesi dove i diritti umani vengono spesso sbeffeggiati”, ha dichiarato il segretario generale di RSF Christophe Deloire.

“Nelle dittature, gli organi di informazione e le famiglie dei rispettivi staff sono esposti a rappresaglie spietate, mentre nelle democrazie i media devono fare i conti con le crisi economiche del settore e i conflitti di interesse. Le loro situazioni non sono sempre confrontabili, ma dovremmo ad ogni modo rendere omaggio a tutti coloro i quali resistono alla pressione, sia essa aggressivamente concentrata, individuale o generalizzata.”

In occasione della pubblicazione della sua Classifica della Libertà di Stampa 2013, Reporter senza frontiere pubblica per la prima volta un “indicatore” annuale globale della libertà dei media nel mondo.

Questo nuovo strumento analitico misura il livello complessivo della libertà di informazione nel mondo e la performance dei governi mondiali nella loro completezza per quanto riguarda questa libertà fondamentale.

Viste la progressiva affermazione delle nuove tecnologie e l’interdipendenza tra governi e popoli, la libertà di produrre e diffondere notizie e informazione in senso lato ha bisogno di essere valutata sia a livello mondiale che a livello nazionale. Oggi, nel 2013, il suddetto “indicatore” della libertà dei media si fissa a 3395; essendo il primo, rappresenterà il punto di riferimento per gli anni a seguire.

Tale indicatore può anche essere “scomposto” regionalmente e, attraverso una ponderazione basata sulla popolazione di ciascuna regione, può essere utilizzato per produrre un punteggio che va da 0 a 100, dove lo zero rappresenta un totale rispetto per la libertà di informazione.

Con riferimento alla classifica di quest’anno, si è così prodotto un punteggio di 17,5 per l’Europa, 30,0 per le Americhe, 34,3 per l’Africa, 42,2 per l’Asia-Pacifico e 45,3 per la Russia e le ex repubbliche sovietiche (ex-URSS). Nonostante le Primavere arabe sopra citate, le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa si sono classificate ultime con un punteggio di 48,5.

L’alto numero di giornalisti e internauti uccisi durante il loro lavoro nel 2012 (l’anno più mortale mai registrato da Reporter senza frontiere nel suo annuale resoconto al riguardo), ha naturalmente inciso notevolmente sulle posizioni dei Paesi dove i suddetti omicidi hanno avuto luogo; tra questi, la Somalia (posizione n.175, -11 posizioni rispetto alla Classifica del 2012), la Siria (176, posizione invariata), ilMessico (153, -4) e il Pakistan (159, -8).

Dalla cima al fondo

I Paesi nordici hanno ancora una volta dimostrato la loro capacità di mantenere un ambiente ideale per i mezzi di informazione. La Finlandia (1, posizione invariata), l’Olanda (2, +1) e la Norvegia (3, -2) hanno resistito saldamente ai primi tre posti. Il Canada (20, -10) ha evitato per un soffio di uscire dalla “top 20”. L’Andorra (5) e il Liechtenstein (7) hanno per la prima volta assoluta fatto il loro ingresso in classifica appena dietro i tre leader.

All’altro capo della classifica, troviamo gli stessi tre Paesi di sempre: Turkmenistan (177), Corea del Nord (178) e Eritrea (179) che, come già detto, occupano infatti gli ultimi tre posti della classifica. L’arrivo di Kim Jong-un a capo del cosiddetto Hermit Kingdom non ha in alcun modo modificato il controllo assoluto del regime sulle notizie e sull’informazione in genere. L’Eritrea, recentemente scossa da una breve ribellione dei soldati che hanno tentato di prendere il controllo del Ministero dell’Informazione, continua a essere una grande prigione a cielo aperto per il suo popolo e a lasciare i suoi giornalisti morire in carcere. Il regime turkmeno, infine, nonostante il suo discorso riformista, non ha ceduto di un millimetro per quanto riguarda il suo controllo totalitario dei media.

Per il secondo anno consecutivo, gli ultimi tre Paesi della classifica sono immediatamente preceduti dalla Siria (176), dove si sta portando avanti una guerra d’informazione mortale, e dalla Somalia (175, -11), che ha vissuto un anno mortale per i giornalisti. Iran (174, +1), Cina (173, +1), Vietnam (172, posizione invariata), Cuba (171, -4), Sudan (170, posizione invariata) e Yemen (169, +2) completano la lista dei dieci Paesi che meno rispettano la libertà di informazione. Non soddisfatto dell’incarcerazione di giornalisti e internauti, l’Iran tormenta anche i familiari dei giornalisti, compresi i parenti dei giornalisti che si trovano all’estero.

Grandi ascese

Il Malawi (75, +71) ha registrato il più grande balzo in avanti nella classifica, ritornando quasi alla posizione che aveva prima degli abusi occorsi al termine dell’amministrazione Mutharika. Anche la Costa d’Avorio (96, +63), che sta uscendo dalla crisi post-elettorale tra i sostenitori di Laurent Gbagbo e quelli di Alassane Outtara, ha scalato la classifica, guadagnando la sua posizione migliore dal 2003.

La Birmania (151, +18) ha proseguito la sua ascesa iniziata con lo scorso anno. Fino ad allora, infatti, e a partire dal 2002, era sempre stata nelle ultime 15 posizioni; adesso, grazie alle riforme senza precedenti della “Primavera birmana”, ha ottenuto la sua posizione migliore di sempre. Anche l’Afghanistan (128, +22) ha registrato una significativa salita grazie al fatto che non vi sono giornalisti in carcere. Ciononostante, sta affrontando molte sfide, soprattutto quella che riguarda il ritiro delle truppe straniere dal suo territorio.

…e grandi cadute

Il Mali (99, -74) ha registrato la perdita di posizioni più grande di questa classifica, risultato di tutti i tumulti vissuti nel 2012. Il colpo militare a Bamako (capitale del Mali) del 22 marzo scorso e la presa di potere al Nord da parte di Islamisti armati e separatisti Tuareg hanno esposto i media di quella zona a censura e violenza. LaTanzania (70, -36) è indietreggiata di oltre 30 posizioni perché, nel giro di soli quattro mesi, un giornalista è stato ucciso mentre si stava occupando di una manifestazione e un altro è stato assassinato.

Colpito da ripetute proteste sociali ed economiche, il Sultanato dell’Oman (141) ha perso 24 posizioni, costituendo il risultato peggiore del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2012. Circa 50 internauti e blogger sono stati oggetto di procedimenti giudiziari con le accuse di lesa maestà e reati cibernetici nel 2012. Solo nel mese di dicembre, almeno 28 di questi sono stati dichiarati colpevoli in processi che hanno calpestato i diritti della difesa.

In Israele (112, -20) i giornalisti godono di una vera libertà di espressione nonostante l’esistenza di una censura militare; il Paese, tuttavia, è sceso in classifica a causa della sua presa di mira militare contro i giornalisti della Palestina.

In Asia, il Giappone (53, -31) è stato colpito da una mancanza di trasparenza e da una quasi totale assenza di rispetto per l’accesso alle informazioni sulle tematiche direttamente o indirettamente connesse al disastro di Fukushima. Questa brusca caduta dovrebbe suonare come un allarme. La Malesia (145, -23) è crollata alla sua posizione più bassa di sempre, in quanto l’accesso all’informazione sta diventando sempre più limitato. La stessa situazione prevale in Cambogia (143, -26), dove l’autoritarismo e la censura sono in aumento. Anche la Macedonia (116, -22) ha perso oltre 20 posizioni in seguito al ritiro arbitrario delle licenze ai media e al deterioramento dell’ambiente lavorativo per i giornalisti.

Impatto variegato/mutevole degli importanti movimenti di protesta

Abbiamo visto come la classifica dello scorso anno sia stata segnata dai principali sviluppi delle notizie riguardanti le Primavere arabe e il pesante prezzo pagato da coloro che si sono occupati dei movimenti di protesta. Nel 2012 abbiamo inoltre potuto osservare una vasta gamma di scenari diversi: paesi come Tunisia, Egitto e Libia, in cui si sono verificati cambi di regime, paesi come Siria e Bahrain, dove le rivolte e la conseguente repressione sono ancora in corso, e paesi come Marocco, Algeria, Oman, Giordania e Arabia Saudita, dove le autorità hanno utilizzato promesse e compromessi per disinnescare le richieste di un cambiamento politico, sociale ed economico.

Alcuni dei nuovi governi generati da questi movimenti di protesta si sono rivoltati contro i giornalisti e gli internauti che si sono occupati delle richieste dei movimenti e delle loro aspirazioni a una maggiore libertà. Con i loro vuoti legislativi, cariche arbitrarie dei responsabili dei media di Stato, attacchi fisici, processi e mancanza di trasparenza, la Tunisia (138, -4) e l’Egitto (158, +8) sono rimasti a un deplorevole livello nella classifica e hanno evidenziato gli ostacoli che la Libia (131, +23) dovrebbe evitare al fine di mantenere e proseguire la sua transizione verso una stampa libera.

Il paese più letale per i giornalisti nel 2012 è stata la Siria (176, 0), dove i giornalisti e cittadini della rete sono le vittime di una guerra all’ informazione condotta sia dal regime di Assad, che non si ferma davanti a nulla, al fine di reprimere e di imporre il silenzio stampa, che dalle fazioni di opposizione che sono sempre più intolleranti verso il dissenso.. Nel Bahrein (165, +8) la repressione si è lievemente attenuata, mentre nello Yemen (169, +2) le prospettive continuano a essere allarmanti nonostante un cambio di governo. L’Oman (141, -24) è crollato bruscamente a causa di un’ondata di arresti di internauti.

Altri Paesi colpiti dalle proteste hanno vissuto cambiamenti, nel bene e nel male. Il Vietnam (172, posizione invariata) non è riuscito a recuperare le sei posizioni perse nella precedente classifica. Rappresentando la seconda prigione più grande al mondo per gli internauti, è rimasto negli ultimi dieci Paesi della classifica. L’Uganda(104, +35) ha invece riacquistato una posizione più appropriata, sebbene non sia tornata a quella che aveva prima del giro di vite sulle proteste avvenuto nel 2011.

L’Azerbaigian (156, +6) e la Bielorussia (157, +11) l’anno scorso erano entrambi crollati in classifica dopo aver utilizzato la violenza per reprimere le manifestazioni di opposizione; quest’anno sono semplicemente tornati alle loro precedenti posizioni, comunque pessime. Il Cile (60, +29), invece, sta iniziando a riprendersi dopo il crollo di 33 posizioni – era sceso fino alla numero 80 – registrato nella classifica dello scorso anno.

L’instabilità politica mette i giornalisti nell’occhio del ciclone

L’instabilità politica è spesso fonte di divisione per i media, e provoca il negativo effetto di rendere molto difficile la produzione di notizie e informazioni riportate in maniera indipendente. In situazioni simili, minacce e attacchi fisici ai giornalisti ed epurazioni agli organici dei media sono pratiche comuni. Le Maldive (103, -30) hanno subìto un brusco crollo in classifica dopo la rimozione del presidente con un presunto colpo di Stato, seguito da minacce e attacchi ai giornalisti considerati suoi sostenitori. In Paraguay (91, -11) la rimozione del presidente in un “golpe” parlamentare, il 22 giugno 2012, ha avuto un grande impatto sulle trasmissioni statali, con un’ondata di licenziamenti arbitrari in un quadro di iniqua distribuzione delle frequenze.

La Guinea-Bissau (92, -17) è scesa in classifica perché l’esercito ha rovesciato il governo tra la prima e la seconda tornata delle elezioni presidenziali e ha imposto ai media la censura militare. Nel Mali (99, -74) un colpo militare ha alimentato le tensioni, molti giornalisti sono stati fisicamente attaccati nella capitale e l’esercito controlla attualmente i media di Stato.

Infine, questa classifica non riflette il trambusto politico della Repubblica Centroafricana (65, -3) avvenuto nel gennaio 2013, ma il suo impatto sulla libertà dei media è già fonte di estrema preoccupazione.

“Modelli regionali” carenti

In quasi tutte le parti del mondo, i Paesi influenti considerati dei “modelli regionali” sono sensibilmente indietreggiati in classifica. Il Brasile (108, -9), il motore economico del Sudamerica, ha proseguito la sua discesa, iniziata lo scorso anno, a causa dei cinque giornalisti uccisi nel 2012 e di problemi persistenti che riguardano il pluralismo dell’informazione.

In Asia, l’India (140, -9) ha raggiunto il suo livello più basso dal 2002 a causa di una crescente impunità per la violenza contro i giornalisti e anche perché la censura di Internet continua a crescere. La Cina (173, +1) non mostra segnali di miglioramento. Nelle sue carceri sono ancora detenuti molti giornalisti e internauti, mentre una sempre più impopolare e mal sopportata censura di Internet continua a essere un ostacolo rilevante per l’accesso all’informazione.

Nell’Europa dell’Est, la Russia (148, -6) ha perso ancora posizioni poiché, dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, la repressione è stata accelerata in risposta a un’ondata di proteste dell’opposizione senza precedenti. Il Paese, inoltre, continua a essere segnato dall’inaccettabile fallimento nel punire tutti coloro che hanno ucciso o attaccato giornalisti. L’importanza politica della Turchia (154, -6) è cresciuta sempre più a causa del conflitto armato nella vicina Siria, ma è nuovamente caduta nella classifica in quanto attualmente risulta essere la più grande prigione al mondo per i giornalisti, soprattutto per coloro che esprimono opinioni critiche nei confronti delle autorità in merito alla questione curda.

In un quadro del genere, sarebbe ingeneroso fare un confronto con il Sudafrica (52°, -10), dove la libertà di informazione è una concreta realtà. Il Paese detiene ancora una posizione di tutto rispetto, tuttavia sta costantemente scivolando nella classifica e, per la prima volta, non compare più tra i primi 50. Il giornalismo investigativo è infatti minacciato dal Protection of State Information Bill (Legge per la Protezione delle Informazioni Statali, che prevede pene molto severe per chiunque divulghi segreti di Stato, ndt).

Democrazie stazionarie o che fanno marcia indietro/invertono la rotta

La situazione è pressoché immutata per molti Paesi dell’Unione Europea. Sedici dei suoi membri si trovano ancora nella “top 30” della classifica. Il modello europeo, tuttavia, si sta sfasciando. La cattiva legislazione osservata nel 2011 è proseguita, soprattutto in Italia (57, +4), dove la diffamazione deve ancora essere depenalizzata e le istituzioni ripropongono pericolosamente “leggi bavaglio”. L’Ungheria (56, -16) sta ancora pagando il prezzo delle sue riforme legislative repressive, che hanno avuto un impatto notevole sul lavoro dei giornalisti. Ma è l’incredibile caduta della Grecia (84°, -14) a essere ancora più preoccupante. L’ambiente sociale e professionale per i suoi giornalisti, esposti alla condanna pubblica e alla violenza sia dei gruppi estremisti che della polizia, è disastroso.

Il Giappone (53, -31) è precipitato in classifica a causa della censura su Fukushima e sull’industria nucleare e per il suo fallimento nella riforma del cosiddetto sistema “kasha club”. Si tratta di un risultato allarmante per un Paese che ha sempre ottenuto un buon posizionamento. L’Argentina (54, -7) ha perso qualche posizione in un contesto di tensioni crescenti e conflitti tra il governo e alcuni media privati circa una nuova legge che regola i media radiotelevisivi .

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