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Regala anche tu a Renzi un orologio da 15mila euro

Renzi-orologio

Renzi rottama anche l’orologio. Alla Leopolda di un mesetto fa, il Premier è passato da un semplice Swatch, che valeva 50-100 euro, all’Audemars Piguet “Royal Oak” da 15mila euro. La rivelazione era partita da Dagospia: il cronografo sfoggiato è un costosissimo orologio di lusso.

Di solito, però questo tipo di oggetti si comprano solo se si è degli amatori. Oppure se si ricevono in regalo. In questo caso è la seconda che ho scritto. Voci vicine al premier, infatti hanno svelato che il gingillo, che vale lo stipendio che la maggior parte degli italiani porta a casa in un anno, sarebbe un regalo della delegazione russa consegnato a Renzi durante il vertice euroasiatico svolto a Milano in ottobre. Date che, però, non corrispondono a quanto rivelato dal Secolo XIX, secondo cui il premier indossava l’orologio già a fine settembre, di ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti. Il sito del Fatto Quotidiano lo ha chiesto ufficialmente allo staff di Palazzo Chigi, anche via mail, senza però ricevere alcuna risposta ufficiale.

Se è un dono non è un dettaglio da poco, anzi. Per legge i dipendenti pubblici non possono ricevere regali da chi potrebbe trarre benefici dalla loro funzione. Ma il Presidente del Consiglio non è un dipendente qualsiasi: è un politico. La legge Severino ha stretto le maglie per impiegati e dirigenti ma non per deputati e ministri. Quindi l’opportunità di rifiutare pensierini, o pensieroni è rimessa alla volontà dei politici stessi. Al massimo al codice etico del partito. Come quello del Partito Democratico che impone di “rifiutare regali o altra utilità, che non siano d’uso o di cortesia, da parte di persone o soggetti con cui si sia in relazione a causa della funzione istituzionale o di partito svolta”. La norma salva, quindi gli omaggi di modico valore.

Nella maggior parte degli altri paesi occidentali esistono codici di comportamento anche per i parlamentari“, spiega il professor Bernando Mattarella, ordinario di Diritto amministrativo all’università di Siena e docente della Scuola superiore della pubblica amministrazione, “Così è per il Congresso degli Stati Uniti, per il Parlamento britannico e per altri paesi europei. Le norme che stabiliscono cosa si può accettare e cosa invece non si può accettare sono scritte chiaramente anche sui loro siti Internet”. Ma in Italia sappiamo che siamo diversi in tutto, che ce frega della trasparenza, della corruzione e del codice etico.

Quindi ecco la sinistra di Renzi nel suo splendore! Lusso, sprechi, volgarità, bellezza. A quando una bella collana d’oro da mezzo chilo al collo? Magari con falce e martello in diamante…

Renzi a che ora è la fine dell’Italia?


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Il Mondo alla rovescia di Renzi

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“La capacità di distinguere quello che ciascun individuo pretende di essere e ciò che realmente rappresenta è uno dei segni della raggiunta maturità personale. Cercherò di spiegare perché Matteo Renzi ha una visione capovolta della sua stessa azione, con la conseguenza che questa produce e produrrà effetti opposti rispetto a quelli positivi da lui immaginati, finendo con l’inguaiare tutti noi. Un capovolgimento che è ben espresso anche dal tema della Leopolda che recita: “Il futuro è solo l’inizio”.

Cominciamo dall’esordio. Matteo Renzi ha presentato se stesso sulla scena nazionale come un “rottamatore”. Questa figura allegorica è stata mutuata da una pratica mercantile in vigore negli anni passati, grazie alla quale chi aveva un’auto malandata poteva rivolgersi ai rivenditori facendosela valutare per un certo ammontare, che veniva poi scalato dal prezzo d’acquisto di una nuova. Ne è in qualche modo scaturita la convinzione che il rottamare corrisponda a nient’altro che al sostituire un’auto vecchia con una nuova fiammante. Ma questo è l’effetto di una distorsione dell’esperienza. In realtà il rottamatore non è né il concessionario che attua l’operazione di compravendita, né il produttore dell’auto nuova che va a sostituire la vecchia. Il rottamatore è colui che riceve il sottoprodotto dei comportamenti altrui, in quanto si limita a far rottami del veicolo scartato. Dalle sue mani escono, pertanto, cose che non hanno più alcuna utilità. Ora, è certo che Renzi fantasticava di essere in grado di mettere magicamente nelle mani della società le chiavi di un futuro nuovo fiammante, ma nella realtà, come dimostra il disastro della fuga in massa degli iscritti dal Pd, si è limitato a smantellare quel poco di un organismo sociale con qualche residua capacità orientativa, che cercava maldestramente di sopravvivere nella bufera.

Renzi, lungi dal convenire che la fuga in massa dei militanti costituisce un problema, ha sciorinato subito la “giustificazione”: sarà pure sparito qualche centinaio di migliaia di militanti del suo partito, ma sono stati guadagnati alla sua causa milioni di elettori! Questi rappresenterebbero la “macchina nuova” che lui consegnerebbe alla società. Ma solo degli ignoranti possono considerare gli elettori come un qualcosa di equivalente ai membri di un organismo sociale come un partito, anche se le sue radici storiche si stavano rinsecchendo. La differenza che passa tra l’appartenenza a un organismo sociale come un partito e il votare qualcuno è, ai nostri giorni, la stessa che passa tra il convivere o lo sposarsi con una persona per costruire un progetto di vita e lo sfogarsi con una prostituta per un piacere occasionale. Pertanto, quando Renzi e i suoi seguaci vantano i risultati delle elezioni europee, e minimizzano gli effetti devastanti delle loro iniziative sull’organismo del partito, ogni persona dotata di discernimento percepisce il millantamento e rifiuta di accodarsi alla processione dei consenzienti.

Un secondo indizio del procedere capovolto di Renzi sta nella sua presunzione di “sapere perfettamente (!) quello che c’è da fare”, cosicché non dovrebbe confrontarsi con un problema, bensì imporre una soluzione che gli è nota. Come molti “giovanotti” rampanti, Matteo Renzi pensa veramente che ciò che ha in mente abbia natura diversa dalle proposte e dagli interventi di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni. Ma come recita un antico detto francese “plus ça change, plusc’est la même chose”. Se conoscesse un po’ di storia, Renzi saprebbe che nel 1929 dopo il crollo di Borsa, il presidente Hoover negli Usa abbatté le imposte per ridare fiato agli investimenti privati, ma non ottenne alcun effetto pratico; così come nel 1975 il premier Wilson in Inghilterra fece la stessa cosa, finendo a sua volta in un cul de sac che lo costrinse alle dimissioni. D’altra parte, il tagliare le tasse era lo slogan preferito di Reagan, della Thatcher e poi di Berlusconi. È superfluo elencare qui gli altri mille indizi che testimoniano del fatto che ciò che Renzi cerca di presentare come novità mai pensate sono in realtà ferri vecchi culturali. Ma uno di questi indizi è particolarmente chiarificatore.

Dopo cento anni di dibattito sul problema, la Costituzione italiana, come quelle di altri paesi europei, ha riconosciuto nel 1948 che “il lavoro è un diritto”. Poiché la vita sociale è fondata sul lavoro deve essere garantita a tutti la certezza di poter lavorare. Ma Renzi non è convinto di tutto ciò e ha proclamato apertamente che “il lavoro non è un diritto, bensì un dovere”! Da questo punto di vista la Costituzione ha le idee ben più chiare di Renzi, visto che non scinde affatto (art. 4) il diritto dal dovere. È infatti proprio perché la Repubblica è fondata sul lavoro, che da un lato riconosce ai cittadini un diritto al lavoro, dall’altro li chiama al dovere di svolgere un’attività che arricchisca materialmente e culturalmente la società. Che nessuno, nella direzione del Pd, sia scoppiato a ridere di fronte all’affermazione, la dice lunga sull’amnesia sociale che ha colpito quel partito. E il fatto che Renzi abbia riscosso un successo elettorale nonostante i discorsi che fa ci dice che la società tutta è stata colpita da una sorta di Alzheimer, che le ha fatto rimuovere la propria storia e la propria cultura, con la conseguenza di una disintegrazione della sua stessa identità”. Giovanni Mazzetti – Professore di Economia Politica, Università della Calabria

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I finanziatori di Renzi

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La convention dei renziani, la nuova Leopolda, si terrà a Firenze dal 24 al 26 ottobre e costerà 300 mila euro. Qualche decina di migliaia di euro in più rispetto agli anni passati. Ma chi paga? Chi la finanzia?

“C’è uno zoccolo duro, tra i finanziatori di Matteo Renzi, ma anche delle interessanti novità. Allora è molto utile spulciare una lista di finanziatori della prossima Leopolda.

Tecnicamente i finanziamenti sono indirizzati alla cassaforte di Renzi, la Fondazione Open. Di fatto la gestione dell’organizzazione materiale della Leopolda è integralmente nelle mani di tre persone, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai, personaggio su cui varrà la pena tornare. Il finanziatore principale è Davide Serra, l’uomo di finanza per il quale Renzi si scontrò molto con Bersani durante le primarie del 2012, forse perdendole (quando l’allora segretario attaccò sull’amicizia di «quelli delle Cayman»). Serra, che alla Leopolda non dovrebbe esserci ma solo per impegni che non può differire a Londra, ha donato alla causa 175 mila euro.

Il secondo finanziamento è quello di Guido Ghisolfi – proprietario dell’azienda chimica Mossi e Ghisolfi – e sua moglie, Ivana Tanzi (120 mila euro). La Gf Group, una grande azienda alimentare ligure, ha contribuito con 50 mila euro. Ma danno importi non piccoli (ventimila euro) anche piccole realtà come l’azienda immobiliare Blau Meer srl, o società come la torinese Simon Fiduciaria (ventimila euro), nel cui consiglio figura anche il nome di Giorgio Gori. Un finanziamento molto importante viene da Alfredo Romeo – imprenditori di Isvafim – processato, ma poi assolto, che ha donato 60 mila euro.

Naturalmente non contano soltanto le cifre versate, ma le caratteristiche e il peso di chi versa. Guido Roberto Vitale, un uomo di raccordo sempre importante negli ambienti finanziari milanesi, ha donato una piccola cifra, 5 mila euro, un attestato di simpatia per il premier. Non meno significativa la presenza tra i finanziatori di Fabrizio Landi (diecimila euro), vero nome forte del renzismo nella partita delle recenti nomine (lui, in Finmeccanica). Landi, fiorentino-genovese, ha fatto tantissime cose nella vita, compreso lavorare ai vertici di Esaote (di cui poi ha detenuto una piccola quota), e è considerato tra i pionieri del business biomedico in Italia. Ha rapporti rilevanti anche nell’establishment istituzionale italiano più alto, rapporti che possono aver giovato alla scalata di Renzi, che non pare più in rottura con quei mondi. Tra l’altro, per dire, dell’idea degli 80 euro in busta paga si parlava già in seminari con Landi e Yoram Gutgeld (e il banchiere Alessandro Profumo, che però non figura tra i finanziatori della Leopolda), prima che venisse messa in pratica.

Alla Leopolda hanno contribuito anche nomi come Carlo Micheli, figlio di Francesco, finanziere (anche della Premafin di Ligresti). C’è la Telit, l’azienda di telefonini. Ci sono Paolo Fresco e la signora Marie Edmée Jacquelin, che in due hanno offerto 45 mila euro, c’è Renato Giallombardo, uno degli esperti italiani in fusioni, acquisizioni, operazioni di private equity. C’è Jacopo Mazzei (diecimila euro), che oltre a aver avuto vari incarichi a Firenze è anche, last but not least, consuocero di Scaroni. C’è, curiosità, un piccolissimo finanziamento (250 euro) anche di Antonio Campo dall’Orto, sicuramente il più geniale manager di tv in giro.

Naturalmente tutti questi sono nomi di finanziatori che, nei bilanci (pubblici) della Fondazione Open, hanno dato l’assenso a veder pubblicato il loro nome. Ne esistono sicuramente altri, se la cifra dichiarata ora è 1 milione 905 mila euro. Ah, alla Leopolda ha contribuito anche lei, la Maria Elena Boschi, con 8800 euro suoi: più del sindaco di Firenze Nardella (6600), ma meno del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, che ha trovato per l’evento dodicimila euro”. Jacopo Jacoboni

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