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Una guerra senza fine

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Si allunga sempre di più la lista dei lavoratori morti sul posto di lavoro, nei primi cinque mesi del 2013 sono oltre 170. Ancora una volta nella nostre città a scorrere è il sangue dei lavoratori, ancora una volta sono loro a pagare il prezzo salato di un sistema marcio e corrotto che produce solo morte e sfruttamento. Dal giorno dell’apertura dell’Osservatorio Indipendente di Bologna, il 1° gennaio 2008 sono stati registrati 3239 morti sui luoghi di lavoro e con le morti sulle strade e in itinere si arriva a superare i 6500 morti complessivi (stima minima). Un’autentica carneficina che purtroppo viene sottostimata dalle statistiche ufficiali e ignorata dalla politica che potrebbe fare moltissimo, e con poche risorse, per far diminuire drasticamente questo fenomeno che ci vede primi in questa triste classifica in Europa, dove i morti sono mediamente un terzo di quelli italiani. 

Dall’inizio dell’anno ad oggi sono documentati 177 lavoratori morti per infortuni sui luoghi di lavoro. Il 32,3% sono morti in edilizia, il 31% in agricoltura dei quali la maggioranza schiacciati dal trattore che guidano, il 17,5% nei servizi, il 6,5% nell’autotrasporto, il 5,5% nell’industria (compresa la piccola industria e l’artigianato). Se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere si superano le 350 vittime (stima minima).

Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori (stima minima) di cui 625 sui luoghi di lavoro ( tutti documentati). Si arriva a superare il numero totale di oltre 1180 vittime se si aggiungono i lavoratori deceduti in itinere e sulle strade che sono considerati giustamente, per le normative vigenti, morti per infortuni sul lavoro a tutti gli effetti. L’Osservatorio considera “morti sul lavoro” tutte le persone che perdono la vita mentre svolgono un’attività lavorativa, indipendentemente dalla loro posizione assicurativa e dalla loro età.

Non sono segnalati a carico delle province i lavoratori morti sul lavoro che utilizzano un mezzo di trasporto e i lavoratori deceduti in autostrada: agenti di commercio, autisti, camionisti, ecc.. e lavoratori che muoiono nel percorso casa-lavoro / lavoro-casa. La strada può essere considerata una parentesi che accomuna i lavoratori di tutti i settori e che risente più di tutti gli altri della fretta, della fatica, dei lunghi percorsi, dello stress e dei turni pesanti in orari in cui occorrerebbe dormire, tutti gli anni sono percentualmente dal 50 al 55% di tutti i morti sul lavoro. Purtroppo è impossibile sapere quanti sono i lavoratori pendolari sud-centro nord, centro-nord sud, soprattutto edili meridionali che muoiono sulle strade percorrendo diverse centinaia di km nel tragitto casa-lavoro, lavoro-casa. Queste vittime sfuggono anche alle nostre rilevazioni, come del resto sfuggono tanti altri lavoratori, soprattutto in nero o in grigio che muoiono sulle strade. Tutte queste morti sono genericamente classificate come “morti per incidenti stradali”.


Le morti bianche. La «piaga» delle morti sul lavoro. Una nuova inchiesta dei due giornalisti Poletti e Rinucci; questa volta sul doloroso e purtroppo sempre attuale fenomeno delle morti e degli incidenti sul lavoro. Attraverso numerose interviste a personaggi dei vari settori interessati, i due brillanti addetti all’informazione approfondiscono le cause più frequenti di questa piaga, i suoi risvolti sociali, familiari e lavorativi, ma soprattutto cercano di capire quali sotto i rimedi attuabili per fare in modo che in un futuro non troppo lontano il luogo di lavoro non rappresenti più un rischio per la nostra vita ma un’opportunità per migliorarla.


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Alla faccia dei lavoratori: La “situazione Husqvarna”

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212 persone rischiano di finire in mezzo alla strada, l’ennesimo saccheggio industriale alla faccia dei lavoratori.

Dal 6 marzo scorso, la proprieta` dell’Husqvarna Motorcycles e` passata dal gruppo BMW alla Pierer Industries. Successivamente, a meno di un mese dall’acquisto, la Pierer Industries ha preso la drastica decisione di chiudere l’azienda, mettendo 212 dipendenti, su un totale di 240, in cassa integrazione straordinaria per cessazione dell’attivita`, senza quindi alcuna possibilita` di ripresa. Tale situazione genera una pesante ricaduta sul personale dipendente e quindi su un territorio, quello varesotto, da sempre ai vertici della produzione economica e gia` oggi alle prese con una pesantissima situazione di crisi economica. Nel caso che abbiamo di fronte, pero`, si tratta di un vero e proprio piano di aggressione industriale da parte di un’azienda straniera al mero scopo speculativo. Lo Stato italiano si trovera` infatti a pagare la cassa integrazione per un anno a 212 persone, perche´ Pierer Industries non ha alcuna intenzione di investire in un piano di rilancio che coinvolga l’Italia. Al contrario, emerge la sola intenzione speculativa di chiudere l’attivita` esistente a Biandronno, per acquisire il prestigioso marchio, scaricando tutti i costi sociali sullo Stato italiano e – cosa gravissima – abbandonando 200 famiglie al loro destino. Non possiamo permettere che questa situazione di spoliazione industriale si compia nell’indifferenza, altrimenti avalleremmo anche per il futuro nuove, disastrose e rapaci azioni speculative da parte di industrie straniere ai danni della nostra economia. Dobbiamo invece difendere e far rispettare un patrimonio imprenditoriale e produttivo costruito con anni di sacrifici, che, anche e soprattutto per regole finanziarie non condivisibili, oggi si trova ad essere facile oggetto di saccheggio industriale. Per voce degli stessi sindacati non si ricorda un caso del genere in provincia di Varese. Si tratta di un comportamento mai visto, neppure nei difficili anni Ottanta, anni di ristrutturazione industriale pesante. KTM ha deciso tutto unilateralmente, scavalcando tutte le parti sociali e senza ricercare alcun accordo. I rappresentanti di Pierer Industries hanno dato evidenza di essere privi di un piano industriale per la produzione di motociclette a Biandronno ed e` evidente quindi che i veri argomenti, che non esito a denunciare come speculativi, non possono che essere apertamente dichiarati dalla nuova proprieta`. Di questa situazione deve essere interessato anche l’Antitrust europeo perche´ sono in gioco temi delicatissimi come la concorrenza e il mercato. Si tratta in effetti di un vero saccheggio industriale. La domanda che oggi si fanno tutti, a partire dai lavoratori, e` perche´ KTM ha acquistato l’11 marzo scorso da BMW un’azienda che continua a perdere da anni milioni di euro e da due mesi a questa parte nulla e` stato presentato, ne´ un piano di rilancio industriale ne´ altro, al solo scopo – a questo punto chiaro – di una speculazione industriale. La risposta quindi e` evidente. Si tratta di un saccheggio a fronte del quale non possiamo certo rimanere indifferenti. L’unico obiettivo e` quello di appropriarsi di un marchio prestigioso da utilizzare per nuove linee produttive all’estero. Devono essere quindi chiariti i propri intenti da parte di BMW, a partire dai milioni di euro spesi da BMW in questa azienda, con costi di consulenza che hanno addirittura superato l’intero valore della remunerazione dei lavoratori, per non parlare dei costi delle forniture, che sono stati via via periodicamente e costantemente trasferiti all’estero. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questa realtà.

 

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