La grande truffa del latte artificiale

allattamento al seno

Il latte di crescita non ha alcuna utilità. Serve solo ad arricchire le industrie che li vendono e spesso anche i pediatri che li consigliano. Il settore “latte di formula”, infatti, vale ben 40 miliardi di dollari, ed è previsto che cresca fino a 70 miliardi entro il 2019.

Nessun organo scientifico li ritiene prodotti utili, mentre già diversi si sono espressi sul fatto che anzi potrebbero essere dannosi. Ciò che serve al bambino (almeno fino a sei mesi, meglio ancora fin quando c’è) è il latte materno; e più in là un’alimentazione sana, basata sulla nostra dieta, quella mediterranea, proclamata dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’Umanità.

La mancata protezione e sostegno all’allattamento sta uccidendo più di 800.000 bambini ogni anno, sta causando oltre 20.000 morti per cancro al seno e ha un costo per l’economia globale di circa 302 bilioni di dollari all’anno dovuto alla perdita in sviluppo cognitivo, che incide sulle potenzialità economiche. Continue Reading


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Il business della pappa dei neonati

latte dei neonati

Tutti i bambini hanno diritto ad una nutrizione adeguata nutriente e naturale: tutti i genitori hanno il diritto di ricevere informazioni scientificamente corrette e indipendenti da interessi commerciali in modo da potere assumere decisioni consapevoli per l’alimentazione dei loro bambini. Nessun sostituto del latte materno (compresi latti speciali, di proseguimento, alimenti e bevande complementari, biberon e tettarelle) può essere reclamizzato o promosso mediante sconti, offerte speciali, campioni gratuiti, forniture gratuite agli ospedali. Ma non sempre questo avviene, come riporta Paola Zanca su Il Fatto Quotidiano.

“Signora, ma lei… che intenzioni ha?”. È un pomeriggio di metà marzo e in una stanza di una clinica convenzionata di Roma, c’è una neonata che non ha nemmeno compiuto ventiquattr’ore. Parto naturale, tutti stanno bene. Eppure questo pediatra di esperienza sente il bisogno di fare una domanda con tono da melodramma. La signora in questione, per la verità, nel clima di preoccupazione immotivata è immersa dal momento in cui le hanno tagliato il cordone ombelicale. Ha provato, come da manuale, ad attaccare al seno la sua piccola che ha appena visto la luce.

E un’infermiera dai modi spicci l’ha allontanata dicendo “non abbiamo tempo da perdere”. Ha tentato, come si insegna, ad allattarla poche mezz’ore più tardi, sentendosi rispondere che “può stare qui tutta la notte, tanto non le esce niente”. E poi, è arrivato quel pediatra, con il tono da fine del mondo, a chiederle cosa pensasse di fare con quella bambina affamata che ha solo una richiesta: un misurino di Nidina 1, latte in polvere, marca Nestlè.

Il benvenuto al mondo è scritto nella lettera di dimissioni dall’ospedale. E per ogni donna è opera ardua dover cominciare la lotta contro le lusinghe del mercato appena messo piede fuori dalla sala parto. Allattare al seno – lo dicono decenni di letteratura scientifica – fa bene alla salute di madre e figlio, è economico, pratico, sostenibile e riduce pure i costi per la collettività, perché diminuisce il bisogno di cure mediche. Eppure, quello che è successo a metà marzo in quella clinica, non è né un’eccezione né una sfortunata casualità: il sostegno all’allattamento materno spesso scarseggia e altrettanto spesso viene consigliata l’alternativa artificiale.

A dire il vero, dal 1981, ci sarebbe in vigore un “Codice internazionale per la commercializzazione dei sostituti del latte materno” messo a punto dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E agli operatori del settore, quel Codice, ricorda che “svolgono un ruolo essenziale nel guidare le pratiche di alimentazione dei lattanti, incoraggiando e facilitando l’allattamento al seno, e fornendo consigli oggettivi e coerenti alle madri ed alle famiglie”. Eppure, negli ospedali italiani, sembrano esserselo dimenticato in tanti. Lo dice il Report sull’allattamento al seno appena pubblicato dal ministero della Salute: “In molti punti nascita non si applicano o si applicano solo parzialmente o senza particolare successo le modalità organizzative ed i protocolli assistenziali, che invece sono notoriamente facilitanti l’avvio dell’allattamento al seno”.

Ogni anno l’associazione Ibfam redige un rapporto che illustra nel dettaglio tutti i casi di violazione del Codice dell’Oms. Anche per il 2014, per scriverli tutti, ci sono volute 107 pagine.Le segnalazioni di lettere di dimissioni con specificata la marca di latte da usare sono vietate dal Codice. Eppure le danno a Roma, a Cosenza, a Novara, a Firenze: dappertutto. Recitano la formula di rito: “L’alimento migliore per ogni bambino è il latte materno (…) In caso di necessità, qualora venisse a mancare il latte materno, si consiglia integrazione con alimento per l’infanzia”. E poi ecco il nome del momento: a chi si affida ai consigli della direzione sanitaria farà un certo effetto scoprire che se suo figlio fosse nato un mese prima o un mese dopo, il latte raccomandato sarebbe stato un altro.

Il meccanismo della “turnazione” funziona così: le aziende, in accordo con le strutture ospedaliere, stabiliscono un calendario annuo. A gennaio si usa Milupa, per dire, a febbraio Humana, a marzo Aptamil e così via. Una pratica, dicevamo, vietata dal Codice ma anche da una legge italiana del 2009 e sanzionata più volte dall’Antitrust, visto che le multinazionali fanno cartello e organizzano la turnazione tagliando fuori le aziende minori. Spiega il Rapporto Ibfan: “Le principali ditte si spartiscono il privilegio di offrire forniture gratuite o a basso costo di latte artificiale ai reparti maternità, ben consapevoli che durante il periodo in cui viene usato un certo tipo di latte questo sarà anche consigliato alle dimissioni, con un ritorno di pubblicità e vendite che compensa ampiamente l’investimento iniziale”.

L’ultima inchiesta che ha portato all’arresto di 12 pediatri livornesi è di meno di un mese fa: scoraggiavano l’allattamento materno e suggerivano l’uso di latte artificiale. Ora sono accusati di corruzione, perché, secondo l’accusa, quei consigli alle neo mamme erano dati in cambio di telefonini, televisori, weekend a Parigi e viaggi a Sharm El Sheik. Gentili omaggi delle aziende farmaceutiche. “Quelle identificate dall’indagine sono mele marce – tuonò allora il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – una macchia per tutti certo, ma il cesto è sano”.

In mezzo a quel cesto sano, comunque, ci sono anche quelli che non disdegnano i convegni a Bilbao o a Marrakech, quelli che frequentano i campus a Capri: nulla di illegale, se non che dietro a questi eventi internazionali, ovviamente, ci sono tutte le più grandi aziende farmaceutiche e alimentari del settore. Al ministro Lorenzin dovrebbe far drizzare le antenne il report appena pubblicato dal Tavolo tecnico a cui abbiamo accennato già sopra.

Paola Negri, presidente Ibfan Italia, nella riunione di novembre a cui è stata invitata, ha raccontato la sua esperienza di consulente per l’allattamento a Firenze e posto l’attenzione sull’ultima frontiera del business neonatale: i latti di crescita.

Sono una trovata degli ultimi 4 – 5 anni e rientrano in pieno nelle strategie di up-ageing che le aziende produttrici stanno sperimentando: perchè limitare al primo anno di vita l’offerta alimentare dedicata ai bambini? Allungare l’età dei bisogni è la strada maestra per trovare spazio per nuovi profitti. Spiega una ricerca commissionata dalla Heinz (la multinazionale della Plasmon, per intenderci) che “la categoria baby food è fondamentale per tutti i distributori perchè permette di fidelizzare i consumatori con uno scontrino medio più alto (+25 per cento) e genera traffico nel punto vendita in ragione della maggiore frequenza di spesa”.

Anche in questo caso, poco importa che l’Organizzazione mondiale della Sanità abbia ripetutamente bollato i latti di crescita come “inutili”: se si decide di proseguire l’allattamento oltre l’anno di vita, basta il latte materno. Altrimenti, si può introdurre il latte vaccino o ricavato da altri cereali (riso, avena e simili). Eppure, un buon motivo per affidarsi ai latti di crescita, per la Società italiana di Pediatria c’è: “Rappresentano un’arma in più per prevenire carenze di alcuni micronutrienti. Tali carenze sono frequenti quando i bambini assumono latte vaccino e soprattutto quando ne assumono notevoli quantità, anche per la riduzione dell’appetito che ne può conseguire”. Aggiunge la Sip: “È spesso arduo il passaggio da una alimentazione esclusivamente lattea ad una che comprende anche altri alimenti e non sempre è facile l’adattamento del bambino e della sua famiglia ad una alimentazione variegata e più ricca di nutrienti”. Meno male che ci aiutano Heinz, Nestlé e Danone.

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L’oro bianco da donare

banche-del-latte

Il latte umano donato, per molti bambini in condizioni cliniche precarie rappresenta la miglior alternativa al latte materno, un vero e proprio complemento terapeutico. Un tempo esistevano le balie, ovvero mamme che avendo a disposizione grandi quantità di latte provvedevano, dietro compenso, all’allattamento di neonati non propri, oppure lo donavano a chi ne aveva necessità. La donazione del latte materno è un gesto ancora attuale, anche se la figura della balia non è più presente e le famiglie che necessitano di questo prezioso alimento possono rivolgersi alle banche del latte umano. Il latte materno fornisce tutte  le sostanze necessarie per lo sviluppo del neonato; inoltre questo liquido contiene anticorpi prodotti dalla mamma che lo aiutano a difendersi da eventuali infezioni.

Il latte materno è un liquido biologico che contiene tutti i nutrienti principali:

  • proteine
  • carboidrati
  • grassi
  • vitamine
  • minerali
  • acqua

in quantità che rispecchiano i bisogni del bambino.

Il latte materno cambia in relazione a:

  • alimentazione della mamma
  • orari del giorno
  • durata e frequenza delle poppate

•In Italia esistono numerose banche del latte, strutture associate alle unità di neonatologia infantile, che raccolgono il latte donato e lo distribuiscono gratuitamente a bimbi nati prematuri o a neonati che non sono in grado di assumere alimenti alternativi. Sul territorio nazionale sono presenti 27 banche del latte attive, le quali rispondono a specifiche linee guida che regolamentano tutti gli aspetti legati non solo alla raccolta del latte (criteri di esclusione delle donatrici, procedure di raccolta e di conservazione, procedure di pastorizzazione…), ma anche ai requisiti che qualunque struttura adibita a questa attività deve rispettare.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sottolinea l’importanza dell’allattamento al seno e del latte materno in quanto alimento completo che garantisce il pieno sviluppo del bambino; nel caso di bimbi nati prematuramente o affetti da particolari patologie il latte umano ha un valore non solo nutritivo, ma anche terapeutico, poiché la sua assunzione aumenta la possibilità di sopravvivenza dei neonati.

Le banche del latte si occupano della selezione delle mamme donatrici, che vengono valutate in base alla loro storia clinica e vengono sottoposte a semplici esami del sangue per verificare la loro idoneità. La raccolta del latte materno avviene in genere a domicilio, così da limitare l’impegno da parte delle mamme donatrici; dopo questo passaggio il latte viene sottoposto ad un trattamento di pastorizzazione finalizzato a eliminare qualunque elemento di rischio microbiologico, mantenendo al tempo stesso le sue preziose caratteristiche biologiche e nutrizionali. Successivamente il latte viene dispensato in biberon sigillati, congelato e distribuito ai centri di neonatologia. Tutte le mamme in buona salute e con un corretto stile di vita, che allattano da meno di sei mesi e che producono una quantità di latte superiore alle necessità della propria prole, possono divenire donatrici.

Come indicato dalla Banca Meyer di Firenze, la prima Banca del latte istituita in Italia nel 1971, attraverso la donazione volontaria del latte molti bambini possono condividere lo stesso prezioso alimento, diventando “fratelli di latte”. E le mamme, in un modo del tutto nuovo, recuperano l’antico ruolo di balie.

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