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Istruzione e formazione in Italia? Bocciate!

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L’Italia, nonostante i miglioramenti conseguiti nell’ultimo decennio, non è ancora in grado di offrire a tutti la possibilità di un’educazione adeguata. Il ritardo rispetto alla media europea e il forte divario territoriale si riscontrano in tutti gli indicatori relativi a istruzione, formazione continua e livelli di competenze. Dal 2004 al 2011 è aumentato il numero di giovani che non studiano e non lavorano, si nota una stagnazione della formazione continua e si è avuta una drastica riduzione della partecipazione culturale.

In merito ai due principali indicatori per la misura del livello di formazione della popolazione, si rileva che, nel 2011:

  • il 56 per cento delle persone di 25-64 anni ha il diploma superiore, rispetto a una media europea del 73,4 per cento;
  • gli individui di 30-34 anni in possesso di un titolo universitario sono il 20,3 per cento, a fronte del 34,6 per cento della media europea.

Il contesto socio-economico di provenienza è un fattore importante nel determinare i percorsi formativi dei ragazzi e il titolo di studio posseduto dai genitori condiziona fortemente la riuscita dei percorsi scolastici, il che vuol dire che la scuola non riesce a svolgere una significativa funzione di riequilibrio sociale per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. La laurea sta perdendo, inoltre, importanza come motore di mobilità sociale.

Sebbene in ritardo rispetto all’Europa, l’Italia sta comunque compiendo progressi: dal 2004 al 2011 si sono registrati graduali miglioramenti nel livello di istruzione formale; parallelamente è diminuita la percentuale di giovani che abbandonano prematuramente gli studi (dal 22,9 % del 2004 al 18,2 % del 2011) ed è aumentata quella di persone con alti livelli di competenze informatiche (dal 15,2 % del 2006 al 21,7 % del 2012).

A causa della crisi economica, è aumentata la quota di NEET (Not in education, employment or training), ossia di giovani di 15-29 anni che non lavorano, non studiano e non sono in formazione (dal 19,5 per cento del 2009 al 22,7 per cento del 2011). E anche nelle famiglie che offrono maggiori opportunità socio-economiche la quota di NEET resta a livelli preoccupanti (oltre il 10 per cento). Inoltre solo il 5,7 per cento delle persone di 25-64 anni ha partecipato ad attività di istruzione e/o formazione continua rispetto alla media europea dell’8,9 per cento. Il ricorso alla formazione continua ristagna sui livelli del 2004 (era il 6,3 per cento e nel 2011 era del 5,7 per cento), indicando una grave sottoutilizzazione di questo canale formativo.

Secondo i dati dell’indagine PISA, il livello di competenza alfabetica degli studenti di 15 anni nel 2009 è più basso di 10 punti della media dei paesi OCSE e dal 2000 non ha subito miglioramenti. I livelli di competenza sono fortemente influenzati dal tipo di scuola frequentata: sia nelle competenze linguistiche che nelle numeriche i licei ottengono risultati mediamente più alti degli istituti tecnici, i quali conseguono risultati superiori ai professionali. I risultati peggiorano man mano che si discende lungo la penisola, al punto che il punteggio in italiano degli istituti tecnici del Nord è migliore di quello dei licei del Sud. Un aspetto positivo è rappresentato dalla scuola dell’infanzia che, nel 2010, in Italia copre, con lievi differenze territoriali, il 92,5 per cento dei bambini di 4-5 anni. Se si considerano anche i bambini di 5 anni già inseriti nella scuola primaria, si arriva a un tasso di partecipazione del 97,1 (superiore alla media europea, che è del 92,4 per cento) e anche al target europeo, che indica per il 2020 un tasso di inserimento del 95 per cento per i bambini di 4-5 anni.

La partecipazione alla vita culturale è fortemente diminuita (spettacoli visti fuori casa, ma anche la visione casalinga di DVD, visite a musei, monumenti e mostre, lettura di quotidiani): nel 2012 l’indicatore presenta un marcato decremento, passando al 32,8 % dal 37,1 % del 2011.

*Servizio Studi Senato

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Annuario statistico italiano 2012. La fotografia dell’Italia

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L’Istat oggi ha presentato, l’annuario statistico italiano 2012, la pubblicazione che dal 1878 racconta il nostro Paese attraverso i numeri. In oltre ottocento pagine e con una veste grafica accurata, il volume offre moltissime chiavi di lettura sui principali fenomeni ambientali, demografici, sociali ed economici.

Ambiente e territorio

In calo il numero di incendi e la superficie interessata dal fuoco. Nel 2010 si sono verificati 4.884 incendi, che hanno interessato circa 46 mila ettari di superficie forestale. Il numero di incendi è inferiore a quello dell’anno precedente (5.422), così come la porzione di territorio interessata, che scende a 9,5 ettari di superficie media percorsa dal fuoco, dai 13,5 del 2009.

Il Nord ancora in testa per la raccolta differenziata. Nel 2010 la quantità di rifiuti urbani raccolti si attesta a 32,4 milioni di tonnellate (ovvero 537 chilogrammi per abitante), quella differenziata arriva al 35,3%, dal 33,6% del 2009; a livello territoriale i valori più alti di raccolta differenziata si registrano al Nord (49,1%); seguono a grande distanza le regioni del Centro (27,1%) e quelle del Sud (21,2%).

Traffico, parcheggio e inquinamento i problemi più avvertiti dalle famiglie. Nel 2012 il traffico è sempre uno dei problemi che le famiglie dichiarano di affrontare quotidianamente relativamente alla zona in cui vivono (38,4% delle famiglie della stessa zona). Seguono la difficoltà di parcheggio (35,8%), l’inquinamento dell’aria (35,7%) e il rumore (32,0%). In ultima posizione si colloca l’irregolarità nell’erogazione dell’acqua, che costituisce un problema per l’8,9% delle famiglie, ma le differenze sul territorio sono forti: le percentuali più alte si registrano in Calabria (29,2%) e Sicilia (26,5%).

Popolazione

In lieve aumento la fecondità, ma si diventa mamme sempre più tardi. Nel 2011 il numero medio di figli per donna si attesta a 1,42 a livello nazionale (1,41 l’anno precedente), ma raggiunge il valore di 1,48 nel Nord, che si conferma la ripartizione con la fecondità più alta. All’interno dell’Unione europea a 15 Paesi (dati 2010) l’Italia si colloca al quarto posto per bassa fecondità, preceduta da Portogallo (1,36 figli per donna), Spagna (1,38) e Germania (1,39). Nell’Ue 27 i paesi con un minor numero medio di figli per donna sono la Lettonia (1,17), l’Ungheria (1,25) e la Romania (1,33 ); l’Italia si posiziona al decimo posto. Le donne diventano madri sempre più tardi: 31,3 anni è l’età media al parto in Italia, il valore più alto fra i paesi europei, lo stesso di Liechtenstein e Svizzera; seguono Irlanda e Regno Unito (31,2).

Meno matrimoni, al Nord il sorpasso del rito civile su quello religioso. Per il quarto anno consecutivo scende il numero dei matrimoni: nel 2011 ne sono stati celebrati 208.702, quasi novemila in meno dell’anno precedente; di conseguenza, il tasso di nuzialità passa da 3,6 a 3,4 per mille. Pur se in calo (da 4,4 a 4,1 per mille), il tasso di nuzialità del Mezzogiorno supera la media nazionale. Il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa (60,2%), ma sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi davanti all’ufficiale di stato civile, da 79 mila nel 2010 a circa 83 mila nel 2011. È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, dove la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 76,3%, contro il 48,8% del Nord e il 50,1% del Centro.

Sempre più longevi. Secondo le stime relative al 2011, la speranza di vita alla nascita migliora sia per gli uomini (79,4) che per le donne (84,5), grazie all’influenza positiva della riduzione dei rischi di morte a tutte le età. Nel contesto internazionale l’Italia si conferma uno dei paesi più longevi: nel 2010, all’interno dell’Unione europea, soltanto la Svezia continua a mantenere migliori condizioni di sopravvivenza maschile (79,6 anni), mentre in Francia e in Spagna le femmine fanno registrare la vita media più elevata (85,3 anni).

Crescono mobilità interna e migrazioni con l’estero. Nel 2010 ammontano a 1.345.466 le migrazioni interne per trasferimento di residenza, 32.703 in più dell’anno precedente. Nello stesso anno le iscrizioni dall’estero sono state 447.744 (+26.000 circa rispetto al 2009), con il Nord che resta l’area più attrattiva della Penisola (56,4% degli iscritti da paese estero). In crescita, ma su livelli decisamente inferiori, anche i cancellati per l’estero (da 64.921 a 67.501).

Conti della protezione sociale

Cresce la spesa pubblica del settore. Ammonta a circa 469 miliardi di euro la spesa per la protezione sociale sostenuta in Italia nel 2011, pari al 29,7% del Prodotto interno lordo (Pil). Quasi 438 miliardi (93,2% della spesa totale) sono stati spesi dalle amministrazioni pubbliche, destinati per 418 miliardi alle prestazioni per i cittadini (l’1,4% in più dell’anno precedente), con un’incidenza del 26,5% sul Pil e del 55,7% sulla spesa pubblica corrente.

Alla previdenza la fetta più grande di risorse. Più di due terzi della spesa per prestazioni delle amministrazioni pubbliche si concentra nella previdenza (67,2%), alla sanità è destinato il 24,9% e all’assistenza il restante 7,9%. L’incidenza sul prodotto interno lordo è pari al 17,8% per la previdenza, al 6,6% per la sanità, al 2,1% per l’assistenza.

Oltre metà della spesa è finanziata dai contributi sociali. Fra le fonti di finanziamento dell’intero sistema di protezione sociale, i contributi sociali rappresentano il 52,9% del totale (56,3% nel 2008). Fra il 2008 e il 2011 i contributi sociali effettivi a carico dei datori di lavoro crescono in media dello 0,1%, in linea con la crescita registrata per la quota di contributi a carico dei lavoratori indipendenti, mentre quelli a carico dei lavoratori dipendenti si riducono dell’1%. La seconda voce rilevante, pari al 46,2%, è quella delle contribuzioni diverse, costituita in gran parte da trasferimenti statali (73,5% nel 2011, contro il 67,3% del 2008).

Sanità e salute

Un Paese di anziani, cresce l’assistenza domiciliare. Nel 2009 l’assistenza sanitaria territoriale conta circa 46.000 medici di base, 7,7 ogni 10 mila abitanti. Sebbene il contratto dei medici di medicina generale preveda che si possano assistere fino a un massimo di 1.500 pazienti, il valore medio nazionale si attesta a 1.134 assistiti per medico. Sono, invece, 7.700 i pediatri, nove ogni 10 mila bambini fino a 14 anni. Sul territorio nazionale, ogni 100 mila abitanti operano circa 16 ambulatori e laboratori pubblici e privati convenzionati (in lieve calo negli ultimi tre anni) e 4,9 servizi di guardia medica (anch’essi in calo). Il progressivo invecchiamento della popolazione spiega, invece, la crescita progressiva, da 475 mila nel 2007 a 533 mila nel 2009, dei pazienti assistiti al proprio domicilio, l’84% dei quali è ultrasessantacinquenne.

Lo stato di salute è buono, più per gli uomini che per le donne. La percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale dello stato di salute della popolazione, molto utilizzato in ambito internazionale. Nel 2012, il 71,1% della popolazione ha fornito un giudizio positivo del proprio stato di salute; la percentuale è più alta fra gli uomini (75,3%) che fra le donne (67,1%). Quanto alle patologie croniche, il 38,6% delle persone dichiara di esserne affetto, ma la percentuale sale notevolmente, raggiungendo l’86,1%, fra gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l’artrosi/artrite (16,7%), l’ipertensione (16,4%), le malattie allergiche (10,6%), l’osteoporosi (7,7%), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (6,1%) e il diabete (5,5%).

Il pranzo a casa, espressione dell’Italian style of life. Nel nostro Paese fatica a prendere piede l’abitudine a consumare un pasto veloce fuori casa: ancora nel 2012 il 74,3% delle persone pranza generalmente a casa e la percentuale è in crescita (+1,2%) rispetto all’anno precedente, soprattutto tra i giovani di 25-34 anni (+4,1%). Fortemente diffusa è anche la consuetudine a fare una colazione “adeguata” al mattino: circa otto persone su 10 abbinano al caffè o al tè alimenti nutrienti come latte, biscotti, pane.

Il fumo più diffuso fra i giovani e le signore di mezza età. L’abitudine al fumo è stabile negli ultimi anni e coinvolge il 21,9% della popolazione over 14. Anche nel 2012 a fumare sono soprattutto gli uomini (27,9%) rispetto alle donne (16,3%), ma la quota di persone dedita al tabagismo è nettamente più elevata fra i giovani 25-34enni (35,9%) e fra le signore di 45-54 anni (23,4%). I non fumatori rappresentano la maggioranza della popolazione di 14 anni e più (54,2%), con evidenti differenze di genere: il 41,2% degli uomini e il 66,3% delle donne. In un anno, la quota di popolazione adulta non dedita al fumo aumenta di un punto e mezzo percentuale.

Giustizia

Al giudice di pace quattro procedimenti su dieci. Nel 2010 diminuiscono, rispetto all’anno precedente, sia i procedimenti civili sopravvenuti in primo grado (-1,5% sul 2010) che i pendenti (-1,0%), mentre aumentano quelli esauriti (+1,4%). Presso l’ufficio del giudice di pace viene trattato il 40% dei procedimenti di primo grado; spetta ai tribunali il restante 59,8%. Si conferma nel 2011 il trend discendente dei protesti, che passano da 1.450.032 a 1.385.416 (-4,5%), per un valore complessivo di circa 3,7 miliardi di euro (erano quattro l’anno precedente) e un importo medio unitario di circa 2.659 euro.

L’affido condiviso dei minori sempre più adottato in caso di separazione o divorzio. Nel 2010 le separazioni risultano ancora in aumento (+2,6%, per un totale di 88.191 procedimenti), mentre diminuiscono lievemente i divorzi (-0,5%, pari a 54.160); nello stesso anno ogni 1.000 matrimoni si contano 307 separazioni e 182 divorzi. Prosegue la crescita dell’affido condiviso dei figli minori, che si conferma la soluzione più diffusa sia nei casi di separazione (89,8%) che in quelli di divorzio (73,8%); scende, di conseguenza, il ricorso alla custodia esclusiva dei figli alla madre, che fino al 2006 era la tipologia di affidamento più frequente (9,0% contro 58,3% del 2006 per le separazioni; 23,4% contro 67,1% del 2006 per i divorzi). I figli minori coinvolti sono 65.427 nei casi di separazione e 23.545 in quelli di divorzio.

Reati ancora in calo. Nel 2010 sono stati 2.621.019 i delitti denunciati all’autorità giudiziaria dalle forze di polizia, lo 0,3% in meno dell’anno precedente. Tra le tipologie di delitto, l’unico deciso incremento si registra per lo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (+21,0%); calano, invece, le denunce per usura (-19,4%), gli omicidi volontari (-10,2%) – ancora di più quelli imputabili a organizzazioni di tipo mafioso (-23,3%) – e le rapine (-5,8%).

Aumenta il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Alla fine del 2011 risultano in corso 22.423 misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, detenzione domiciliare, libertà vigilata, libertà controllata, semidetenzione), in aumento del 21,6% rispetto all’anno precedente. Queste misure riguardano donne nell’8,2% dei casi, nel 15,7% stranieri e nel 17,1% persone dipendenti da alcool e droghe. Come nel 2010, le misure più utilizzate sono l’affidamento in prova al servizio sociale (44,4%) e la detenzione domiciliare (37,3%).

In lieve diminuzione i detenuti, uno su cinque lavora. Diminuiscono lievemente i detenuti nelle carceri italiane: nel 2011 sono 66.897, l’1,6% in meno dell’anno precedente. Nel 4,2% dei casi si tratta di donne, mentre gli stranieri sono il 36,1%. Un detenuto su cinque lavora, in massima parte (83,8%) alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria. Il problema del sovraffollamento continua a rappresentare una criticità delle carceri italiane, per quanto il rapporto tra detenuti presenti e posti letto previsti sia sceso a livello nazionale, passando da 151 del 2010 a 146,4 del 2011. La situazione è mediamente più critica nel Nord (157,5 detenuti per 100 posti letto), ma anche nel Mezzogiorno e al Centro i valori sono ben lontani da quello ottimale. La capienza massima delle carceri viene superata in tutte le regioni italiane con l’eccezione del Trentino-Alto Adige (72,3 detenuti presenti per 100 posti letto) e tocca il picco massimo di 182 detenuti per 100 posti letto in Puglia.

Istruzione

In lieve diminuzione il numero di iscritti alle scuole superiori. Sono 8.965.822 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2010/2011, circa 2.200 in meno rispetto a quello precedente; per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado (-24.145 unità). Il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al cento per cento per la scuola primaria e per la secondaria di primo grado, mentre subisce un’ulteriore flessione, dal 92,3% del 2009/2010 al 90%, quello riferito alla scuola secondaria di secondo grado. I giovani che ripetono l’anno nelle scuole secondarie di secondo grado rappresentano il 7% degli iscritti (8,6% maschi e 5,3% femmine). La selezione scolastica è più forte nel passaggio dal primo al secondo anno: infatti, la percentuale di alunni respinti sale al 19,1%. Gli esami di terza media sono superati dalla quasi totalità degli studenti (99,7%); tuttavia, solo il 7,9% supera l’esame con il voto più elevato, mentre il 55,7% consegue il titolo con un voto uguale o inferiore al “sette”. L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore raggiunge il 34,5% (33,9% nel 2009/2010), mentre sale all’11,2% la quota di chi possiede un titolo di studio universitario.

All’università più giovani del Sud e donne. I giovani iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2010/2011 sono circa 288.000, circa 6.400 in meno rispetto all’anno precedente (-2,2%). Si conferma, dunque, il trend negativo delle immatricolazioni iniziato nel 2004/2005, che ha riportato il numero di nuove iscrizioni a un livello inferiore a quello rilevato alla fine degli anni Novanta. La diminuzione riguarda i corsi di laurea del vecchio ordinamento (-8,6%) e quelli di durata triennale (-1,9%), ma anche i corsi di laurea specialistica/magistrale a ciclo unico fanno registrare un calo del 3,3%. La popolazione universitaria è composta da 1.781.786 studenti, valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, con una mobilità territoriale piuttosto elevata. La partecipazione agli studi universitari risulta particolarmente alta in Molise, Abruzzo, Basilicata: in queste regioni più di un residente di 19-25 anni su due è iscritto a un corso accademico. La scelta universitaria coinvolge maggiormente i diplomati dei licei: il 60,8% si dichiara, nel 2011, studente a tempo pieno contro il 19,9% dei diplomati degli Istituti tecnici e il 6,7% di quelli degli Istituti professionali. Le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria (le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono circa 67 su 100, i diplomati quasi 56), ma anche a portare a termine il percorso accademico. Infatti, tra i laureati triennali e a ciclo unico (ossia tra coloro che hanno conseguito almeno un titolo di formazione universitaria), il tasso di conseguimento della laurea (laureati per 100 venticinquenni) è del 37,8% per le donne contro il 25,5 degli uomini. Fra coloro che hanno concluso percorsi “lunghi” (corsi di durata da quattro a sei anni e delle lauree specialistiche biennali) le laureate sono 22,6 ogni 100 venticinquenni e i laureati 15,1 ogni 100. Nel 2011 il 48,8% dei diplomati del 2007 svolge un’attività lavorativa, il 16,2% è in cerca di un’occupazione e il 31,5% è impegnato esclusivamente negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea, invece, lavora il 69,4% dei laureati in corsi a ciclo unico, il 69,3% di quelli laureati nei corsi triennali e l’82,1% dei laureati in corsi specialistici biennali.

Attività culturali e sociali varie

Si interrompe il trend negativo della produzione libraria. Oltre 40 milioni e 134.000 persone hanno visitato, nel 2011, i 424 luoghi di antichità e arte (di cui 209 musei e gallerie e 215 monumenti e aree archeologiche) presenti nel nostro Paese, con un notevole incremento rispetto all’anno precedente (quasi tre milioni in più). Nello specifico, aumentano di circa il 14% i visitatori degli istituti a ingresso gratuito (oltre un milione 803 mila) e del 4% i visitatori degli istituti a pagamento (+993 mila). Nel 2010 sono stati pubblicati 63.800 libri (rispetto ai 57.558 dell’anno precedente), per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie (quasi quattro volumi per ogni abitante). La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).

Calano i consumi culturali fuori casa. Nel 2012 il 63,8% della popolazione di sei anni e oltre ha fruito di almeno uno spettacolo o intrattenimento fuori casa, una quota inferiore a quella del 2010 (67,1%). Aumentano, di conseguenza, le persone che non hanno partecipato a spettacoli o eventi culturali fuori dalle mura domestiche, cui corrisponde una quota del 35%, il valore più elevato degli ultimi sei anni. Nel generale calo dei consumi culturali, il cinema continua a raccogliere il maggior pubblico: infatti, una persona su due è andata almeno una volta a vedere un film in sala (il 49,8% della popolazione di sei anni e più). Nella graduatoria seguono le visite a musei e mostre (28%), gli spettacoli sportivi (25,4%), le visite a siti archeologici e monumenti (21,1%), la frequentazione di discoteche e balere (20,6%), il teatro (20,1%), gli altri concerti di musica (19%) e, all’ultimo posto, i concerti di musica classica, che interessano appena il 7,8% della popolazione. Il teatro è l’unica attività fuori casa, fra quelle considerate, in cui la partecipazione femminile è maggiore rispetto a quella maschile (il 22,2% delle donne contro il 17,9% degli uomini). Pur in calo, guardare la televisione è un’abitudine consolidata per il 92,4% delle persone di tre anni e più (94,0% nel 2011). L’ascolto della radio è meno diffuso, interessa il 58,3% della popolazione, ma è in aumento (dal 57,8% al 59%) la percentuale dei “fedelissimi”, ovvero coloro che la ascoltano tutti i giorni.

Si riduce il gap tra Nord e Sud nella lettura di libri. Meno diffusa è l’abitudine alla lettura di libri e giornali, sebbene la lettura dei libri sia l’unico consumo culturale, a livello nazionale, a non conoscere flessioni nel 2012. Nell’anno in corso legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 52,1% delle persone in età scolare, mentre il 46,0% si dedica alla lettura di libri. I giovani di 11-14 anni sono i lettori più accaniti (60,8%), pur registrando un calo in confronto a un anno prima (62%). Gli uomini leggono di più i quotidiani (58,0% contro il 46,6% delle donne), le donne preferiscono i libri (51,9% contro il 39,7% degli uomini) e ne leggono in maggior numero. Si riduce il divario fra Mezzogiorno e resto del Paese per la lettura di libri: tra i residenti di questa area la quota di lettori raggiunge il 34,2% nel 2012, contro il 32,7% dell’anno precedente.

Italiani sempre più tecnologici e internauti. Gli utilizzatori del personal computer crescono di anno in anno: nel 2012 sono il 52,3% della popolazione di tre anni e oltre (52,2% nel 2011). L’uso del pc tocca il livello massimo tra i 15 e i 19 anni (quasi nove ragazzi su dieci), ma gli utilizzatori aumentano anche fra i 65-74enni (17,2% contro il 14,9% di un anno prima). Parallelamente, l’uso di Internet continua a mostrare un andamento crescente, coinvolge il 52,5% della popolazione di sei anni e più (51,5% nel 2011). A livello territoriale, permane uno squilibrio sia nell’uso del pc (Nord 57,0%, Centro 54,3%, Mezzogiorno 44,9%), che in quello di Internet (Nord 57,3%, Centro 55%, Mezzogiorno 44,6%).

Lavoro

Aumentano gli occupati adulti, a seguito della riforma delle pensioni. Nel 2011 sono 22.967.000 gli occupati, in aumento – dopo due anni di discesa – di 95.000 unità rispetto all’anno precedente. Il risultato complessivo è la sintesi di una riduzione della componente italiana, controbilanciata dall’aumento di quella straniera (+170.000 unità). La quota di lavoratori stranieri sul totale degli occupati raggiunge il 9,8% (9,1% nel 2010). Gli occupati crescono sia nella classe di età centrale, fra i 35 e i 54 anni (+143.000 unità), sia soprattutto fra gli over55 (+151.000 unità). L’aumento dell’occupazione nelle classi di età più adulte può essere ricondotta ai requisiti sempre più stringenti per accedere alla pensione, che spostano in avanti il momento di uscita dal mercato del lavoro. Considerando la posizione professionale, la crescita degli occupati riguarda esclusivamente i lavoratori dipendenti (+130.000 unità), mentre gli indipendenti tornano a ridursi (-0,6%, pari a -36.000 unità) dopo il leggero incremento osservato nel 2010. A livello di settore di attività economica, l’agricoltura registra una nuova flessione (-1,9%, pari a 16.000 unità in meno), mentre l’industria in senso stretto segna, dopo tre anni di calo, un moderato recupero (+1,4% pari a +63.000 unità). Prosegue a ritmi più sostenuti il calo nelle costruzioni (-5,3% pari a -102.000 unità) mentre nei servizi l’occupazione torna a crescere (+1%, pari a 151.000 unità in più), dopo la sostanziale stabilità del 2010. Il tasso di occupazione è al 56,9%, valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,3%); quello maschile si attesta al 67,5%, mentre il tasso riferito alle donne si posiziona  al 46,5%. Rimangono ampi i divari territoriali, con il tasso di occupazione che al Nord è oltre venti punti più elevato di quello dell’area meridionale Dopo tre anni di incremento, nel 2011 il numero delle persone in cerca di occupazione è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a un anno prima; pressoché stabili sono stati anche i tassi di disoccupazione (all’8,4%) e di inattività (al 37,8%, un decimo di punto in meno rispetto al 2010).

Famiglie e aspetti sociali vari

Nelle Asl i tempi di attesa più lunghi. Nel 2012 le famiglie denunciano difficoltà di accesso ai servizi di pubblica utilità, in particolare per il pronto soccorso (52,7%), le forze dell’ordine (37,2%), gli uffici comunali (33,7%), i supermercati (28,5%) e gli uffici postali (25,3%). Permangono differenze a livello territoriale: le famiglie meridionali hanno più problemi nell’accesso ai servizi, ma il divario diventa più contenuto nel caso di negozi di generi alimentari. La popolazione di 18 anni e più che ha utilizzato almeno una volta nell’anno i servizi di sportello varia dal 69,4% degli uffici postali al 43,4% degli uffici anagrafici. In una situazione intermedia (48,1%) si collocano gli uffici amministrativi delle Asl. Per l’erogazione dei servizi dalle Asl la percentuale di cittadini che lamenta tempi di attesa oltre i 20 minuti è ben superiore a quella relativa agli uffici anagrafici: 50,8% (in aumento dal 48,5% del 2011) contro 19,7% (17,3% nel 2011).

Volontari più presenti al Nord. Nel 2012 risulta sostanzialmente stabile rispetto a un anno prima la partecipazione dei cittadini ad attività sociali e di volontariato. Il 9,7% delle persone di 14 anni e più è impegnato in attività gratuite di volontariato, l’8,9% in associazioni culturali, mentre il 14,7% si limita a versare soldi a un’associazione. Le attività di volontariato coinvolgono il 13,1% dei cittadini over14 al Nord, l’8,1% al Centro e il 6% nel Mezzogiorno.

I sedentari molto più numerosi degli sportivi. Nel 2012, il 21,9% della popolazione di tre anni e più pratica uno o più sport con continuità, il 9,2% vi si dedica saltuariamente, mentre il 29,2% svolge almeno qualche attività fisica, come fare passeggiate, nuotare o andare in bicicletta. I sedentari rappresentano il 39,2% del totale, con le donne più numerose degli uomini (43,5% contro 34,6%).

Più di sette famiglie su 10 vivono in case di proprietà. Nel 2011 il 72,4% delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui vive, mentre il 18% paga un canone d’affitto. Tra le famiglie in affitto il 73,5% vive in abitazioni di proprietà di un privato, il 20,8% in case di proprietà di enti pubblici (in calo dal 22,2% nel 2010). Fra le principali utenze domestiche, a incidere di più sul budget familiare sono, nell’ordine, la bolletta del gas (2,2% della spesa totale), quella dell’energia elettrica (1,8%) e la bolletta telefonica (1,4%).

Una famiglia su tre possiede il condizionatore d’aria. Prosegue nel 2011 il processo di diffusione di alcuni beni durevoli, dal telefono cellulare (presente nell’89,6% delle famiglie), al personal computer (56,8%), alla lavastoviglie (45,3%), ai condizionatori d’aria (33,4%).

Trasporti e telecomunicazioni

Cresce il traffico merci su ferrovia, ma quello su strada è di gran lunga prevalente. Nel 2010 circa 839 milioni di passeggeri hanno utilizzato il trasporto ferroviario, per un totale di oltre 47 miliardi di passeggeri-chilometro. Rispetto all’anno precedente i passeggeri risultano in aumento del 4,9% mentre i passeggeri-chilometro scendono del 2%. Sono oltre 84 milioni le tonnellate di merci trasportate via ferrovia, il 10,6% in più di un anno prima. Ammontano, invece, a 1 miliardo e 527 milioni le tonnellate di merci trasportate su strada. Nel 2011, la quota prevalente del trasporto continua a indirizzarsi verso il traffico su strada: sono oltre 42 milioni gli autoveicoli circolanti e fra questi si contano più di 37 milioni di autovetture.

L’automobile resta la passione degli italiani. Tra i mezzi di trasporto privato il più utilizzato è ancora l’automobile. Nel 2012 sette occupati su 10 (69,3%) la usano come conducenti negli spostamenti per recarsi al lavoro e poco più di un terzo degli studenti (34,7%) come passeggeri per andare a scuola. Nel 2012 poco meno di un quarto della popolazione di 14 anni e oltre usa i mezzi pubblici urbani, il 16,3% quelli extra-urbani mentre il 28,5% ha preso almeno una volta il treno. Rispetto alla qualità del servizio erogato, in particolare per quel che riguarda la frequenza delle corse, la puntualità e il posto a sedere, gli utenti dei pullman extra-urbani sono più soddisfatti di coloro che utilizzano autobus e treno. Rimangono sostanzialmente stabili rispetto al 2011 le quote di utenti soddisfatti per la puntualità dei treni (50,1%) e la possibilità d trovare posto a sedere (64,6%).

Credito e assicurazione

In forte crescita i depositi bancari, quasi due terzi in mano a famiglie e istituzioni private. Nel 2011 sono attivi 33.607 sportelli bancari, 5,5 ogni 10.000 abitanti. La distribuzione sul territorio non è però omogenea, raggiunge il valore più alto in Trentino-Alto Adige (9,3) e quello più basso in Calabria (2,6). Alla fine del 2011 l’ammontare dei depositi bancari ha superato i 1.142 miliardi di euro, in aumento del 24,7% nel confronto con l’anno precedente. Quasi due terzi appartengono a famiglie e istituzioni sociali private, il 14,9% a società non finanziarie, il 3,7% ad amministrazioni pubbliche e il 9,0% a società finanziarie. Gli impieghi realizzati dalle banche sono pari a 1.900 miliardi di euro (+14,8% rispetto al 2010). Il 46% degli impieghi riguarda finanziamenti a società non finanziarie, il 13,3% finanziamenti ad amministrazioni pubbliche, il 31,8% a famiglie e istituzioni sociali private e l’8,9% a società finanziarie.  Per il comparto assicurativo, la raccolta complessiva dei premi nel 2010 è di 125 miliardi 720 milioni di euro, dei quali 90 miliardi 114 milioni relativi al ramo vita e 35 miliardi 606 milioni al ramo danni. In quest’ultimo settore la raccolta diminuisce del 2,9%, mentre aumenta dell’11,1% nel ramo vita. Sul totale dei premi raccolti, il peso dell’attività del settore vita è decisamente più alta di quella del settore danni (71,7% contro il 28,3%). Le uscite per sinistri ammontano a quasi 91 miliardi di euro. Di questi, oltre 65 miliardi hanno interessato l’assicurazione vita e capitalizzazione e 25,6 miliardi l’assicurazione contro i danni.

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Lavoro, i tedeschi fanno scuola

 

ALTRO CHE BAMBOCCIONI E LAUREATI INFARCITI DI SOLA TEORIA: IN GERMANIA CHI TERMINA GLI STUDI HA GIÀ ALLE SPALLE ESPERIENZE PROFESSIONALI CHE GLI SPALANCANO L’INGRESSO NELLE GRANDI AZIENDE. GRAZIE AL SISTEMA DUALE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE NON SUPERA L’8% .

In Germania l’istruzione nazionale ha soprattutto un obiettivo: proiettare i giovani nel mercato del lavoro, fornendo loro una qualifica professionale adeguata. È il sistema duale, così definito dagli esperti di formazione perché si basa su due pilastri, lo studio e il lavoro, e prevede dei programmi di apprendistato nelle aziende, che iniziano spesso quando i giovani sono ancora in età scolare e hanno appena compiuto i 15 o i 16 anni. Un sistema che affonda le proprie radici nella pragmatica cultura tedesca, che considera l’affermazione in campo professionale o l’apprendimento di un mestiere come il primo presupposto per la realizzazione personale e privata di ogni cittadino. «Si tratta di un modello di istruzione seguito non soltanto in Germania, ma anche in molti altri Paesi del Nord Europa», spiega Dario Nicoli, docente di sociologia economica del lavoro all’Università Cattolica e autore assieme a Guido Gay del saggio Sistemi di formazione professionale a confronto. Il sistema duale si contrappone al modello francese che, al posto della qualifica professionale, ha in primo luogo un altro obiettivo, ovvero fornire a tutti gli studenti un’educazione scolastica di livello superiore, su cui le competenze in campo lavorativo possono innestarsi in un secondo momento.

Difficile stabilire quale dei due modelli sia migliore, ma una cosa è certa: il sistema tedesco non è affatto da buttare, visto che in Germania la disoccupazione giovanile è attorno all’8%, contro il 22% della media europea, il 23% della Francia e il 29% circa dell’Italia. A Berlino o a Francoforte, come in molte altre città della Repubblica Federale, i giovani appena usciti dalle aule delle università o dagli istituti scolastici faticano meno a trovare un’occupazione rispetto a molti loro coetanei europei. In circa il 50% dei casi, gli ex-studenti tedeschi che iniziano a lavorare sono assunti proprio dalle stesse aziende in cui hanno svolto un periodo di apprendistato durante la scuola.

Spesso il sistema di formazione duale presenta notevoli differenziazioni geografiche, essendo gestito in buona parte dai singoli Land. Una caratteristica peculiare del modello tedesco, spesso criticata, è quella di imporre agli alunni una scelta sul proprio percorso di studi fin da giovanissimi. Terminata la scuola primaria (Grundschule), che dura quattro anni, gli studenti si trovano a scegliere tra tre indirizzi diversi: il Gymnasium, la Realschule e la Hauptschule. Il primo si caratterizza per una istruzione di base (simile a quella dei licei italiani) e non prevede un percorso di inserimento professionale. Il secondo è caratterizzato da una prima fase di formazione generale seguita da un’altra molto più pratica (Fachoberschule), con esperienze di apprendistato nelle imprese. Il terzo, ancor più vicino al mondo del lavoro, prevede di solito l’inserimento graduale nelle aziende anche in età molto giovane, a partire dai 15-16 anni. Il passaggio da una scuola all’altra è sempre possibile anche se viene subordinato al rendimento ottenuto dal singolo studente e al giudizio espresso dai docenti dell’istituto. Quando iniziano l’apprendistato, gli alunni non abbandonano affatto gli studi, ma alternano il lavoro alla formazione in aula, nelle scuole di provenienza o presso la sede dell’impresa. Spesso, l’attività di docenza spetta ai dipendenti delle stesse aziende tanto che, secondo le statistiche, circa un milione di lavoratori tedeschi risulta abilitati a svolgere il training professionale per i giovani, a tempo parziale o addirittura full-time. Al termine del percorso di studio e lavoro, gli alunni devono poi sostenere un esame di abilitazione professionale, con cui possono essere assegnate diverse qualifiche.

Le qualifiche che gli studenti possono ottenere sono tantissime e sono rigidamente identificate dalla legge tedesca. In Germania, dunque, difficilmente si possono trovare dei giovani di 18 o 19 anni che non frequentano l’università e che, nello stesso tempo, non hanno ancora appreso i rudimenti di un mestiere. Un risultato che probabilmente suscita non poca invidia in molti imprenditori italiani. Secondo una recente indagine di Confartigianato, infatti, circa il 17% delle imprese della Penisola oggi incontra notevoli difficoltà nel trovare manodopera qualificata da inserire nel proprio organico, benché nel nostro Paese la disoccupazione giovanile sia elevatissima. Senza dimenticare, poi, come rivelano i dati diffusi dall’istituto di ricerca Isfol, che in Italia, l’evasione scolastica è ancora molto alta, con 120 mila giovani tra i 14 e i 17 anni (oltre il 5% del totale) “a spasso”, cioè non studiano né lavorano.

E allora: perché non importare il modello d’istruzione tedesco a Sud delle Alpi? Ricopiare alla lettera il modello tedesco è difficile, ma probabilmente vale la pena di fare qualche tentativo. Lo fece a suo tempo anche il professor Biagi, autore dell’ultima riforma del mercato del lavoro, in cui era prevista la nascita nel nostro Paese di contratti di apprendistato di primo livello, promossi dalle Regioni e basati sull’inserimento progressivo nelle aziende di giovani, che frequentano ancora gli istituti tecnici o professionali. Peccato, però, che dell’apprendistato di primo livello non si sia vista finora neppure l’ombra, a quasi dieci anni di distanza dalla riforma Biagi.

(Articolo integrale su businesspeople)

 

 

 

 

 

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