Italia fabbrica di miseria

sempre più poveri in Italia

Oramai questo Paese non ha più futuro l’hanno distrutto definitivamente. È in atto una “stagnazione secolare”. La grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 ha creato un peggioramento della distribuzione del reddito e un’instabilità dei proventi da lavoro e delle politiche di consolidamento fiscale. L’anticipo pensionistico, il Jobs act e il bonus da 80 euro sono stati e sono interventi insufficienti per superare la crisi. 

A sostenerlo è il Rapporto sullo stato sociale 2017, curato dalla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma. La formula, coniata per la prima volta nel 1938 dal celebre economista Alvin Hansen per descrivere gli effetti della “grande depressione” degli anni ’30, sarebbe ora più che mai attuale. Secondo i curatori del rapporto, l’attuale recessione presenterebbe molte analogie con quella che scaturì in seguito al crac di Wall Street del 1929: l’alto tasso di risparmio, i bassi investimenti e il conseguente declino dei tassi di interesse. Tutte condizioni che spingono in basso la domanda, “deprimendola a livelli incompatibili con la crescita”, e vanificano l’effetto di politiche monetarie espansive. Continue Reading


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Sostenibilità Paesi Ocse: L’Italia retrocede al 28° posto

Dal 2007 la società di gestione Degroof Petercam Asset Management (DPAM), effettua ogni sei mesi la sua classifica che valuta la sostenibilità dei 34 Paesi membri dell’Ocse in base alla media delle posizioni in cinque aree principali: (i) trasparenza e valori democratici, (ii) ambiente, (iii) istruzione, (iv) popolazione, sistema sanitario e distribuzione della ricchezza, (v) economia. Lo scopo è definire l’universo di investimento del fondo obbligazionario governativo SRI DPAM L Bonds Government Sustainable, dal quale vengono esclusi quei Paesi che occupano la metà inferiore della classifica. Continue Reading

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Scuola italiana: Insegnanti pagati sempre meno

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La qualità dell’istruzione migliora in Italia, ma gli insegnanti vengono pagati sempre meno. E’ questo in estrema sintesi il succo del rapporto Ocse diffuso stamane.

“In base ai test ‘Pisa’ per la matematica, ad esempio, tra il 2003 ed il 2012 è diminuita la percentuale dei 15enni con un punteggio basso, mentre sono aumentati i più bravi. Di contro, tra il 2008 ed il 2012 le buste paga di insegnanti di elementari e medie sono diminuite in media del 2%. E dal 2005 al 2012, le retribuzioni statutarie di ogni grado e con 15 anni di esperienza hanno perso il 4,5%. Perdita compensata solo in parte e comunque a livello individuale, dagli scatti di anzianità.

Per Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola, “il rapporto Ocse conferma le denunce del sindacato circa gli scarsi investimenti in rapporto a ciò che hanno fatto gli altri paesi sull’istruzione. E quei miglioramenti che pure si registrano nella formazione degli studenti dipendono tutte dalla volontà e dalla passione degli insegnanti. Per cui – conclude Scrima – se questo Paese, come dice il Manifesto Renzi, vuole investire sulla scuola sicuramente non lo può fare bloccando il contratto di lavoro”. (Ascolta l’audio della dichiarazione rilasciata al Tg Cisl)

Dati alla mano, secondo il rapporto intitolato “Uno sguardo sull’istruzione 2014: indicatori Ocse”, i risparmi operati in Italia negli ultimi anni sulla spesa provengono proprio dalla riduzione del costo salariale per studente: tra il 2008 al 2012 c’è stato un taglio del 15% nella scuola primaria (da 3.242 a 2.769 dollari) e del 20% nella scuola media(da 3.852 a 3.102 dollari). Altre spese, come l’edilizia e l’acquisto di nuove attrezzature, sono state invece rimandate. Per fare economia sui costi salariali è stato aumentato anche il numero di alunni per docente, rispettivamente del 15% e del 22% nella scuola primaria e media. Oggi il rapporto è di 1 docente ogni 12 alunni e si avvicina alla media Ocse (1 ogni 15 nella primaria, 1 ogni 14 nella media). Inoltre dal 2008 al 2011, alle elementari è stato ridotto l’orario di lezione per gli alunni ed è “leggermente” aumentato quello di insegnamento per chi siede in cattedra. Anche alle medie ci sono stati cambiamenti simili. Qui inoltre il numero di alunni per classe è aumentato del’8,1%. In generale, osserva l’Ocse, per far aumentare il rapporto studenti-insegnanti, è stato anche necessario ridurre il numero dei prof, bloccando il turn over: nel 2012 il 62% dei professori aveva più di 50 anni (48% nel 2002). Si tratta della più alta percentuale di insegnanti over 50 di tutti i paesi Ocse.

Non solo: tra il 1995 ed il 2011, la spesa per studente ha segnato un calo del 4%, e tra i 34 paesi Ocse presi a esame, l’Italia è l’unico ad aver registrato un calo della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011. In parte ciò è dovuto a un ribilanciamento della spesa verso l’università, che dal 2005 al 2011 è aumentata del 17% (10% media Ocse). In generale, nel 2008 la spesa per la scuole rappresentava il 9,4% del totale della spesa pubblica, nel 2011 l’8,6%. La percentuale del finanziamento privato per scuole e università è invece quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2011: nel 2000 il finanziamento pubblico era pari al 94%, nel 2011 all’89%.

Nel frattempo, però, sono aumentati anche i tassi di disoccupazione dei giovani, soprattutto tra coloro che non hanno finito la scuola superiore (19% nel 2012, contro il 14,8% del 2011). Ed è cresciuta tra il 2008 e il 2012 anche la percentuale di Neet: dal 19,2% al 24,6% dei 15-29enni. Più marcato l’aumento tra gli uomini (+7,1%) e tra i 20-24enni (+9,5%; nel 2012 quasi uno su tre non lavorava nè studiava). In generale però tra il 2000 e il 2012 l’Italia ha registrato aumenti significativi del livello d’istruzione, soprattutto per quanto riguarda le donne. Ma sono valori che in generale rimangono inferiori alla media Ocse”. Conquiste del lavoro

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L’Italia non investe nel capitale umano

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Sono stati presentati, nei giorni scorsi, i dati del primo rapporto “Human Capital” del World Economic Forum (Wef), in cui è stata stilata una classifica di 122 paesi in base all’investimento nel capitale umano e all’utilizzo del suo potenziale. (vedi http://www3.weforum.org/docs/WEF_HumanCapitalReport_2013.pdf )

L’indagine ha considerato quattro indici per giudicare l’ottimizzazione del capitale umano da parte dei paesi: istruzione, salute e benessere, occupazione, ambiente “favorevole”, che comprende le infrastrutture in trasporti e telecomunicazioni, la mobilità sociale e altri fattori che favoriscono l’esplicarsi delle capacità acquisite.

Otto tra i primi 10 Paesi della classifica sono europei: prima risulta la Svizzera, seguita dalla Finlandia; l’Olanda è quarta, la Svezia quinta, la Germania sesta, davanti a Norvegia, Regno Unito e Danimarca, mentre l’Italia si colloca solo al 37° posto.

Il nostro paese, così, nel contesto europeo, supera nella classifica del WEF solo Lettonia, Croazia, Polonia e Grecia, mentre la Spagna è al 29esimo posto e la Francia al 21esimo.

In Asia, Singapore si colloca al terzo posto della classifica generale, mentre il Giappone si conferma tra i paesi più efficienti in materia di capitale umano al 15esimo posto, prima degli Stati Uniti che si collocano al 16°. Tra i Paesi mediorientali il primo è il Qatar al 18esimo posto. Mentre il primo tra i cosiddetti paesi Briics è la Cina che si colloca in 43esima posizione.

La posizione dell’Italia varia sensibilmente nei quattro indici specifici: infatti, se da una parte guadagna il 19° posto per la salute, le condizioni delle strutture del servizio sanitario, la salute dei lavoratori (tra l’altro, siamo terzi al mondo per l’aspettativa di vita), dall’altra precipita al 75esimo posto in tema di partecipazione della forza lavoro (male soprattutto la partecipazione femminile, dei giovani e degli over 55), la formazione, la capacità di creare e trattenere nel Paese i talenti e della formazione professionale (111esima). Per quanto riguarda il benessere, però, siamo in fondo alla classifica (108° posto) per le condizioni di pesante stress dei lavoratori.

Risultati insoddisfacenti anche nell’istruzione (al 40esimo posto) per un giudizio di scarsa qualità del sistema educativo (bene la scuola elementare, male la qualità dell’istruzione delle materie matematiche e scientifiche) e della mancanza di strutture tecnologiche nelle scuole.

Per quanto riguarda l’ambiente “favorevole”, l’Italia si colloca al 39° posto, grazie soprattutto all’alta diffusione della telefonia mobile.

Ma sul punto della mobilità sociale precipita al 101° posto, confermando le indagini e le valutazioni di altre agenzie internazionali (come ad esempio l’OCSE) che continuano ad indicarci come uno dei paesi con le maggiori diseguaglianze sociali, di ricchezza e di reddito.

(Fonte Cgil)

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Ci hanno rubato il futuro

 Livello di spesa per i minori calcolando la spesa sociale per l’area famiglia e minori e spesa per la scuola di infanzia, primaria e secondaria. Elaborazione su dati Eurostat, 2011.

Livello di spesa per i minori calcolando la spesa sociale per l’area famiglia e minori e
spesa per la scuola di infanzia, primaria e secondaria. Elaborazione su dati Eurostat, 2011.

E’ un vero e proprio furto di futuro quello in corso ai danni dei bambini, adolescenti e giovani che vivono in Italia. La povertà, nelle sue varie forme – sociale, economica, d’istruzione, di lavoro – li sta colpendo come non mai derubandoli di prospettive ed opportunità. E con il futuro di chi è giovane oggi, si sta disintegrando il futuro dell’Italia tutta. Occorre dare l’allarme.

Quattro le principali e più pesanti “ruberie” commesse a spese del nostro ben poco considerato “giovane capitale umano”:

il taglio dei fondi per minori e famiglia – con l’Italia al 18esimo posto nell’ Europa dei 27 per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil;

la mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa – dunque “furto” di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie: quasi il 29% di bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa – vive ai limiti della povertà tanto che il nostro paese è al 21esimo posto in Europa per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale;

il furto d’istruzione: Italia 22esima per giovani con basso livello d’istruzione – il 28,7% tra i 25 e i 34 anni (1 su 4), per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25 (1 su 5);

Italia all’ultimo posto per tasso di laureati, il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000;

furto di lavoro: i giovani disoccupati sono il 38, 4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i NEET (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al 25esimo posto su 27.

E’ il drammatico scenario che emerge dal nuovo dossier di Save the Children “L’isola che non sarà” diffuso oggi insieme alla indagine “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani” e realizzata per l’Organizzazione da Ipsos, in occasione del lancio della campagna Allarme infanzia, a sostegno dell’infanzia a rischio in Italia. Attraverso di essa, dal 20 maggio al 5 giugno l’Organizzazione denuncerà il gravissimo deficit di futuro delle giovani generazioni e chiederà una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica affinché le istituzioni mettano in campo interventi urgenti e strutturali in favore di minori e giovani, sempre più minacciati nel diritto ad una vita dignitosa. La campagna è curata nella creatività da Grey e si sviluppa intorno al concetto di “furto di futuro” a cui danno corpo dei ritratti di bambini che denunciano il furto attraverso alcune frasi (“Mi hanno rubato la terza media”, “Mi hanno rubato la mensa a scuola”). Questi ritratti si sono visti oggi su migliaia di macchine e sui muri di Roma e Milano, o mostrate dai volontari di Save the Children in altre 14 città italiane: una guerrilla metropolitana per descrivere la gravità della condizione di bambini e giovani e suscitare una reazione fattiva, invitando tutti a moltiplicare l’allarme denunciando il furto di futuro con una proprio messaggio sul sito allarmeinfanzia.it. Si può inoltre seguire la campagna su #allarmeinfanzia.

“Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei . Il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell’Ue, compresa l’Italia, è deprimente”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica. Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l’Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia”.

Le evidenze del dossier sembrano trovare rispondenza anche nella ricerca “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani” e realizzata per Save the Children da Ipsos, attraverso la quale l’organizzazione ha voluto interpellare direttamente i ragazzi e i loro genitori per capire il loro punto di vista sulla situazione attuale, sull’impatto della crisi economica, su quello che si aspettano dal domani. In altalena fra la paura per il futuro, irto di molte più difficoltà rispetto a quelle incontrate dai genitori (per il 17% degli adolescenti) , al punto da temere di non farcela (6%) – e un certo ottimismo proprio dell’età, che fa pensare loro che la riuscita nella vita dipenda da loro stessi (37%). In mezzo i “consapevoli” ma animati da giovanile energia, cioè coloro che temono di incontrare varie difficoltà ma che troveranno il modo di cavarsela(13%). Tra i genitori più diffuso il pessimismo: ben il 31% ha paura che i propri figli incontreranno molte difficoltà in più rispetto alle proprie (il 4% ha addirittura molta paura che non ce la faranno. E solo il 16% degli adulti pensa che i propri figli riusciranno a realizzare i propri sogni e ad avere una vita migliore della propria. Un futuro anche lontano e altrove geograficamente: il lavoro dei sogni – lo dichiara 1 ragazzo su 4 – potrebbe richiedere il trasferimento all’estero, visto come opportunità (“spero di riuscire a trasferirmi all’estero” dice il 12%) o come ripiego (“temo che dovrò andare all’estero” dichiara il 12%). Ma il lavoro dei sogni potrebbe anche restare un sogno: “con la situazione che c’è dovrò considerarmi fortunato se avrò un lavoro”, dice il 27% delle ragazze e ragazzi italiani (28% dei genitori).

Due terzi dei genitori dichiarano di avere in qualche misura dovuto fare i conti con la crisi (66%). La percentuale sale tra i ragazzi, probabilmente perché la congiuntura economica negativa si traduce per loro in molte rinunce, piccole e grandi, che ne amplificano l’impatto. 8 adolescenti su 10 hanno infatti dichiarano di aver dovuto tagliare qualcosa: per il 69% si tratta delle spese per il tempo libero – cinema, discoteca, pizza con gli amici – (secondo i genitori ben l’86%), per il 68% è l’acquisto di vestiti, scarpe e accessori (75% per i genitori). Ma la crisi limita anche importanti opportunità educative e di crescita: per il 35% l’iscrizione ad attività sportive e ricreative (45% dei genitori), seguito dalla partecipazione alle gite scolastiche (22%, dato speculare anche per i genitori) e dall’acquisto di libri il 12% (23% per i genitori). E povertà economica, spesso significa anche povertà d’istruzione: uno smacco per tanti genitori, eco di un passato che sembrava alle spalle, è l’ammissione – per il 31% di madri e padri – di non poter pagare l’università ai propri figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), oppure bisognerà fare un prestito (9%). Rispetto alla chiusura degli studi con il ciclo secondario superiore, i genitori sembrano più ottimisti dei figli (solo il 18%, contro il 28% degli studenti), ma esistono percentuali residuali sia nei genitori che nei ragazzi che pensano che il ciclo di studi si concluderà con la scuola dell’obbligo. Ma oltre all’istruzione, sembra delinearsi un impatto della crisi che colpisce anche la cultura e l’ambiente sociale. Secondo i genitori italiani i propri figli vanno al cinema meno frequentemente di quanto si desidererebbero, a causa del costo del biglietto (53%, 68% per i ragazzi), o perché sempre più sale chiudono come segno difficile fase economica (7% genitori e 6 % dei ragazzi). Per porre un freno al caro libri (percepito dal 22% degli adulti e dal 24% dei ragazzi), la biblioteca si propone come soluzione prevalente per i “divoratori” di quelli extrascolastici (29% dei genitori e dal 28% dei ragazzi). Allarmante, ma probabilmente segno di una crescente e dilagante “povertà di cultura”, il fatto che per un adolescente su 5, la lettura non rappresenti un interesse. Per il 17% dei ragazzi (21% dei genitori), le vacanze non ci sono già più mentre il 23% (15% dei genitori) le ha fatte ma più brevi del solito. Fra i genitori il 7% ci ha rinunciato per consentirle ai figli mentre 1 su 3 dice di riuscire a realizzarle grazie ad offerte low cost o all’appoggio di parenti e amici. Tra le famiglie in difficoltà in italia, 6 famiglie su 10 hanno deciso di non chiedere aiuti esterni (e, quindi presumibilmente di prelevare dai risparmi, oppure di smettere di risparmiare), tra le altre, la famiglia allargata resta la prima risorsa per chiedere e ottenere un sostegno (29% dei genitori). I ragazzi in più della metà dei casi ne parlano tra loro (57%) e i segnali tra i coetanei – meno danaro a diposizione (49%), limitazioni di uscita (25%), fino a lavoretti occasionali (9%) + 7%) – vengono colti con grande puntualità. Aiuti economici diretti come la “carta acquisti” ai nuclei familiari in difficoltà è la prima misura-anticrisi che i politici dovrebbero prendere per il 41% dei genitori, seguita dalla gratuità della mensa scolastica (18%) e dalla garanzia di accesso agli asili nido per le famiglie con bambini piccoli (17%). Inoltre “servizi migliori per i giovani” garantirebbero per il 42% dei genitori e il 64% dei ragazzi un ambiente migliore in cui vivere e crescere.

“Il generale impoverimento delle giovani generazioni va in parallelo con una colpevole e annosa disattenzione nei loro confronti, che si sta traducendo in una gravissima privazione di prospettive, in una parola, di futuro”, continua Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia, “Cancellare il futuro di bambini e giovani significa compromettere il futuro dell’intero paese”. Un piano specifico e articolato di contrasto alla povertà minorile, che preveda al suo interno alcune misure prioritarie come l’estensione della carta d’inclusione sociale per l’acquisto di beni essenziali, non solo a quei nuclei con figli, in situazione di povertà estrema ma a tutte le famiglie a basso reddito con minori in difficoltà; un piano d’investimento a favore dell’istruzione pubblica, per tenere aperte le scuole con attività educative anche il pomeriggio e per garantire, senza ulteriori costi per le famiglie, l’insegnamento delle materie curricolari e i servizi di trasporto e mensa gratuiti per le famiglie più in difficoltà. Un nuovo piano per l’utilizzo dei Fondi europei che concentri le risorse sullo sviluppo non solo delle infrastrutture fisiche ma anche del “capitale umano”, a partire dal potenziamento dei servizi alla prima infanzia. Sono alcune delle proposte di Save the Children per un “ritorno al futuro”.

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