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Il giornalismo nel 2014

giornalismo-futuro

I giornali, per sopravvivere, dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati e sempre più grandi lavori collettivi. Questa, in sintesi, l’interessante analisi dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo

La fine dell’anno è tradizionalmente occasione di classifiche e di previsioni per il prossimo futuro. Lasciamo per un attimo da parte le prime, e concentriamoci sulle seconde, per quanto spesso lascino il tempo che trovano. Pochi settori sono in fase di profonda mutazione e cambiamento come quello del giornalismo; ed è davvero difficile capire cosa ci riserverà il 2014. Si può provare ad azzardare qualche scenario, prendendo spunto da un lavoro certosino realizzato questo mese dal Nieman Journalism Lab. Il Lab ha intervistato 43 esperti, ciascuno dei quali ha dato la propria versione di quel che ci si può attendere dall’anno che viene. Molte risposte sono variazioni di una stessa ipotesi, ed è dunque possibile tratteggiare alcune macro tendenze di fondo.

Una è senz’altro l’ubiquità del responsive design, declinato in vari modi. Ovvero, inteso non soltanto come capacità del layout del sito di un giornale di adeguarsi al dispositivo su cui viene visualizzato senza che sia necessario il ricorso ad app esterne, ma anche come capacità, da parte dell’offerta di news, di adeguarsi al contesto in cui è immerso l’utente. Katie Shu, di Medium, parla di una sorta di “Google Now per le news”, l’informazione appropriata, al momento giusto e attraverso il mezzo più adatto, sia esso un testo, un’immagine, un video o un commento sonoro. Le redazioni potranno attingere a una serie di dati forniti dai dispositivi – le informazioni di localizzazione (grazie al Gps), l’inclinazione (accelerometro e giroscopio), se l’utente è fermo o in movimento, l’ora del giorno e le condizioni meteorologiche – e associarli ad altre info reperiti da diverse fonti: per esempio, gli impegni della giornata, tratti da Google Calendar, per servire il contenuto più accattivante.

Cory Hawk, senior editor per le news digitali al Washington Post, definisce questo genere di giornalismo “adaptive journalism” e il termine tiene conto anche di altri risvolti interessanti che hanno a che fare con il modo in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il modo di fare questo mestiere. Uno, già in voga, è l’utilizzo di gadget come tablet e smartphone, come “secondo schermo”: l’esempio classico è quando si guarda la partita di calcio o gli exit poll delle elezioni tenendo d’occhio al contempo la conversazione sul tema che si sta dipanando su Twitter. L’altro è l’imminente arrivo di nuovi device, i “wearables” o gadget da indossare. È ancora presto, ma è già possibile immaginare nuove forme di fruizione delle news sugli occhialini di Google piuttosto che sugli smartwatch.

E nuove forme di storytelling. Ci sono già startup come Watchup che stanno sperimentando, in partnership con organizzazioni come Reuters, Pbs, Ap e Euronews, la creazione di palinsesti video pensati appositamente per Google Glass. E sono apparsi i primi esempi di documentari indipendenti girati con lo stesso dispositivo. Così come i droni forniranno anche a piccole organizzazioni la possibilità di realizzare riprese aeree di alta qualità, così gli occhialini – una volta risolte le questioni relative alla difesa della privacy, potranno consentire a singoli reporter, anche non esperti di video, di fare a meno dei cameraman.

Dell’influsso dei social media sul lavoro delle redazioni, se n’è già parlato molto, negli anni scorsi. Ma sarà difficile non farlo ancora. Vicende come quella degli attentati alla maratona di Boston, in cui molti errori sono stati commessi da media ansiosi di restare al passo con la velocità travolgente delle news hanno mostrato quanto ancora l’incorporazione dei contenuti generati dagli utenti necessiti di una profonda “alfabetizzazione” di redattori e cronisti. Man mano che questa aumenterà, gli Ugc verranno sfruttati in maniera sempre più strutturata: costruendo storie con mini video su Instagram e Vine, usando le informazioni di geolocalizzazione per collocare nello spazio geografico la conversazione su un certo tema e per mobilitare i “citizen journalist” che si trovano nelle vicinanze di un certo evento.

Le dinamiche della condivisione online influenzeranno probabilmente anche il modo in cui organizzazioni differenti collaboreranno fra loro: nell’epoca del Web 2.0 è più importante che una storia circoli in Rete, piuttosto che il fatto di conservarne gelosamente l’esclusiva. Questo implica, non solo accettare l’esistenza di siti come l’Huffington Post o The Verge che riprendono (talvolta al limite del plagio) contenuti altrui, ma anche adoperare partnership e alleanze per far sì che una certa storia raggiunga la massa critica sufficiente ad alimentare il dibattito online. Un grande esempio di questo tipo di dinamiche è stato quest’anno – come sottolinea Dan Gillmor – il modo in cui il Guardian, il Washington Post e altre testate, come il New York Times hanno unito le proprie forze per tenere alta l’attenzione sulla vicenda Datagate e sulle rivelazioni del leaker Edward Snowden.

I giornali di carta, dal canto loro, dovranno rinnovare profondamente i propri contenuti, se non vogliono diventare, come scrive Juan Antonio Giner, solo una “collezione di notizie vecchie, storie già risapute e qualche commento (…) contenuti obsoleti, di cui nessuno ha bisogno e per cui nessuno sarà disposto a pagare”. Qualcosa che in realtà sta già accadendo: i lettori più giovani sanno ormai a stento cosa significhi l’esperienza della lettura su supporto fisico; non ne hanno bisogno, visto che, ben prima che il giornale arrivi in edicola, sanno già tutto grazie a Internet. Fino ad oggi la carta ha resistito perché la pubblicità su cellulosa continua ad essere molto più redditizia di quella fatta di pixel.

Ma gli inserzionisti vanno dove si trovano gli “eyeball”, gli occhi delle gente, e si stanno facendo sempre più scaltri: non saranno disposti ancora a lungo a pagare certe cifre per avere scarsi ritorni. Per questo i giornali dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati, sempre meno commenti delle “firme” (che faticano sempre più a competere con blogger ultra specializzati che conoscono ogni minima piega degli argomenti di cui scrivono), sempre più grandi lavori collettivi, di quelli che lasciano il segno.

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Informazione, conoscenza e dissenso. Sveglia Italia!

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“Bisogna ripartire da dove tutto questo è iniziato, e non a caso. Dalla corretta, semplice, lineare, oggettiva, INFORMAZIONE.

La nostra gente nuota nell’ignoranza. Ci saranno sempre politici truffatori se questi saranno gli italiani chiamati a votarli. Si riprenda il controllo della televisione pubblica e la si conduca come fosse la BBC spiegando agli italiani come stanno le cose. Le forze dell’ordine o il popolo rimuovano chi ostacola questo processo prima che si arrivi a qualcosa di grave e più serio. La gente è esausta e il governo immobile. Il Presidente della Repubblica nomini immediatamente un vero consiglio di amministrazione Rai non lottizzato che riporti le lancette indietro di 30 anni e si ricostruisca la coscienza con la conoscenza. Ora tutto il piano di Gelli e della P2 di controllare il popolo attraverso il controllo dell’informazione, è tragicamente compiuto e nessuno in 20 anni di governo, così come all’opposizione, per non parlare del governo D’Alema, ha fatto nulla per fermarlo. Si è demonizzato Berlusconi per 20 anni quando bastava staccargli la spina. Tutto ciò ora sarebbe diverso. La spina la inserì Craxi con la concessione delle Tv Mediaset e la loro diffusione su scala nazionale. Ora si riattacchi la spina dell’informazione alla TV pubblica e si interrompa questo piano di annebbiamento delle menti che è peggio di un cancro. E’ la conoscenza l’arma più forte. 

Se apprezzate i miei sfoghi, condivideteli, condivideteli e condivideteli ancora. Mandateli ai vostri amici e conoscenti. Se la pensate allo stesso modo, dal momento che siamo tutti collegati e l’unico strumento da cittadini che abbiamo per risvegliare il nostro paese, è la conoscenza di chi siamo e potremmo essere per realizzare che non siamo un paese normale e dobbiamo invece diventarlo in fretta. Usiamo anche il dissenso. Io dissento. Ditelo in faccia a chiunque faccia davanti ai vostri occhi qualcosa che non considerate onesto e per il bene comune. Facciamone un uso macroscopico. Il dissenso di un popolo ingessa qualunque oligarchia e qualunque cattiva abitudine. Il dissenso da chi ci usa e non ci ascolta, da chi non crede nella meritocrazia ma ancora nella raccomandazione, nella corruzione piuttosto che su vinca il migliore. La competitività è sana e il vero propulsore a spingerci dove non sappiamo nemmeno noi di saper arrivare. Sotto la pressione della competitività, siamo costretti a dare il massimo e, credetemi, la competitività accende tutti i neuroni, li fa brillare e ti fa sentire vivo perché in controllo del tuo destino. Non si possono vincere gare d’appalto ancora con le bustarelle, perché così non sarà il migliore a vincere ma il più furbo e il paese non si evolverà ma appassirà sempre più ripiegato su sé stesso. La ribellione pacifica che ferma un intero paese o lo costringe a pensare è nelle nostre mani, nel nostro coraggio e nella nostra forza che sottovalutiamo immensamente. E’ il dissenso del popolo che ha liberato Mandela di prigione, lo ha eletto presidente nel paese più razzista del mondo e cancellato l’apartheid, ed è sempre il dissenso che ha cacciato gli inglesi dall’India senza che grazie a Gandhi, un solo sasso venisse lanciato.

Abbiamo il sacro dovere di risvegliare gli italiani dalla privazione che hanno subito della conoscenza, della reale informazione neutrale e del rispetto di se’ stessi come cittadini. I criminali vanno in galera. Punto. Non ci sono negoziazioni possibili per tenere ancora Berlusconi in parlamento nonostante una condanna definitiva. I suoi profitti decuplicati. Che cosa vuole ancora, dopo vent’anni in cui si parla solo di lui?! Vuole evitare la galera? Bene! Lasci il paese cantando Vincerò, si goda la vita con trenta concubine in giro per il mondo e tutti i miliardi che ha accumulato e potrebbero sfamare l’intera Africa. Si goda la vita alla faccia nostra come ha sempre fatto. Ma lontano. Non possiamo mai più girare la testa e scrollare le spalle! Se lo facciamo, vergogniamocene perché significa che siamo molli, inerti, deboli e ancora incapaci di infuriarci davanti a ciò che è male e genera male. Il futuro è nelle nostre mani e le mazzate e pietrate che Pertini suggeriva di dare a chi mal governava, oggi sono state sostituite da un click sulla tastiera che aggrega le menti, le sintonizza in un secondo e può cambiare tutto. Nulla è impossibile mai. Mai come oggi nella storia. Ma bisogna ricostruire l’orgoglio, la reattività verso ciò cui non siamo eticamente d’accordo. Svegliamoci dall’omertà che oggi si traduce con “tanto sono tutti uguali”. Perché non è affatto così. Non sono affatto tutti uguali. E’ che quelli che noi vorremmo come leader e rappresentanti, hanno spesso bisogno di noi per venir fuori dal sistema Italiano che li vuole all’angolo perché non consolidati con gli apparati dei loro stessi partiti, Ma noi è proprio dei politici che i politici ossidati e polverosi, corrotti e truffatori non vogliono, che abbiamo bisogno.

Siamo noi a decidere! E possiamo farlo. Iniziate subito e non smettete più. Non insultate chi non la pensa come voi, nemmeno i crociati leghisti o i più violenti provocatori, urlatori, insultatori perché quello è il medioevo da cui dobbiamo uscire. E non si esce combattendolo a colpi di spada, ma ignorandolo e vedendolo appassire come una pianta senz’acqua. Come Bossi che parla di impugnare le armi per la secessione in tendoni con 400 persone rimaste ad ascoltarlo. Quella che abbiamo subito è solo ignoranza. Ignoranza metodicamente elaborata. E la si combatte con l’informazione e la vigilanza. La fiducia nel futuro è nelle nostre possibilità, parte dagli occhi, passa per il cuore e si si esprime sui social network e Internet in generale. Magnifico. Cogito ergo sum. Se penso esisto e se esisto ho il dovere di fare qualcosa per il mio bene e quello degli altri. Così torneremo ad essere un grande popolo. Pensando, riflettendo e reagendo”. Gabriele Muccino

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Come l’industria e la finanza controllano l’informazione

Mappa controllo stampa

Mappa controllo stampa

Chi possiede o controlla, seduto nei Consigli di amministrazione, i principali quotidiani italiani? Inchiesta sulla longa manus della banche e dell’industria nella carta stampata.

La teoria dei ‘sei gradi di separazione’ è un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altro abitante del globo terrestre attraverso una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari. Proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Karinthy in un racconto breve intitolato Catene, venne confermata nel 1967 dal sociologo americano Stanley Milgram e più tardi, nel 2001, da Duncan Watts della Columbia University. La ricerca di Watts, pubblicata su Science nel 2003, permise l’applicazione della teoria dei sei gradi di separazione anche in aree differenti, tra cui l’analisi delle reti informatiche ed elettriche, la trasmissione delle malattie, la teoria dei grafi, le telecomunicazioni e la progettazione della componentistica dei computer.

La nostra inchiesta vuole dimostrare che la legge di Watts non si applica alle relazioni fra le principali testate giornalistiche italiane e il capitalismo industriale-finanziario, o più precisamente che, analizzando i legami esistenti, andrebbe corretta al ribasso, in non più di tre gradi di separazione. Con quali effetti sulla libertà di informazione?

La cosiddetta linea editoriale è ciò che distingue in sostanza una testata giornalistica da un’altra. Rappresenta, diremmo in linguaggio aziendale, una sorta di missione strategica, l’ipotesi di fondo a partire dalla quale si scelgono e si analizzano le notizie. Dall’esistenza di linee editoriali diverse – il cosiddetto pluralismo informativo – dipende la qualità dell’informazione, perché il pluralismo garantisce al cittadino/lettore la possibilità di conoscere notizie differenti lette da punti di vista differenti. Non solo. Dal pluralismo informativo dipende anche la possibilità che uno Stato possa dirsi democratico, dal momento che un elettore adeguatamente informato è messo in condizione di esercitare un voto consapevole. Il caso opposto, quello cioè di una rappresentazione univoca della realtà socio-politico-economica di un Paese (pensiamo alla Pravda di staliniana memoria), impedisce la corretta formazione del consenso, e quindi il libero esplicarsi dei meccanismi democratici. Ciò detto, dove si forma la linea editoriale di una testata?

Come suggerisce il termine, è espressione della visione dell’editore, e si forma nel luogo in cui questi (che è il proprietario del giornale) prende le sue decisioni strategiche. Nelle moderne società capitalistiche questo luogo è il Consiglio di amministrazione. Diamo quindi un’occhiata a chi siede nei Cda dei principali giornali italiani e valutiamo di quali tipi di interessi siano portatori, dal momento che sulla base degli interessi del Consiglio si forma la linea editoriale.

Partiamo dal più importante quotidiano a diffusione nazionale, il Corriere della Sera. Il suo editore è il gruppo RCS (Rizzoli Corriere della Sera), quotato in borsa. Il Corsera ha fama di essere il giornale super partes per definizione, quello che meglio rappresenta il tipo di linea editoriale tipico dell’informazione anglosassone (come si dice di solito, ‘all’americana’), per definizione indipendente da interessi particolari. Ma, analizzando il suo Cda, più che super partes dovremmo definirlo inter partes: in esso siedono infatti John Elkann, presidente di Fiat e di Exor (la holding finanziaria della famiglia Agnelli); Franzo Grande Stevens, avvocato storico di casa Agnelli, ex vicepresidente Fiat e attualmente presidente della Fondazione San Paolo; Carlo Pesenti, consigliere di Italcementi, Unicredit, Italmobiliare e Mediobanca; Berardino Libonati, consigliere di Telecom Italia e Pirelli; Jonella Ligresti, consigliere di Fondiaria, Italmobiliare e Mediobanca; Diego Della Valle, consigliere di Tod’s, Marcolin e Generali Assicurazioni; Renato Pagliaro, consigliere di Telecom Italia, Pirelli e Mediobanca; Giuseppe Lucchini delle omonime acciaierie; Paolo Merloni, CEO (Chief Executive Officer, ossia amministratore delegato) di Merloni Finanziaria, gruppo Indesit Company; Enrico Salza, consigliere di Intesa San Paolo; Raffaele Agrusti, consigliere di Assicurazioni Generali; Roberto Bertazzoni, consigliere di Mediobanca; e Claudio De Conto, di Pirelli Real Estate.

Fra Corsera e Fiat, Pirelli, Telecom Italia, Mediobanca, Intesa, e tutte le altre aziende citate, ci sono zero gradi di separazione, cioè sono direttamente collegate fra loro. Grande finanza, banche, assicurazioni, automotive, telecomunicazioni, cementifici, acciaierie, pneumatici, immobili, moda, elettrodomestici: non c’è praticamente nessun settore del made in Italy che non possa dire la sua sui contenuti e sulla posizione del giornale. Viene da dire che in Italia essere indipendenti coincide col dipendere da tutti, nessuno escluso: la linea editoriale del Corrierone nazionale risentirà quindi delle esigenze e degli accordi reciproci fra le aziende che siedono in Consiglio: nessuna visione strategica a prescindere, e una pletora di manovre tattiche in risposta alle necessità del momento.

Meno compromessa, ma solo all’apparenza, La Repubblica, che fa parte del Gruppo l’Espresso di Carlo De Benedetti. Nel Cda de L’Espresso troviamo Sergio Erede, amministratore di Luxottica; Luca Paravicini Crespi, consigliere della Piaggio dei Colaninno (dove siede accanto a Vito Varvaro, il quale a sua volta è anche nel Cda della Tod’s di Diego Della Valle) e figlio di Giulia Maria Crespi, ex direttore editoriale del Corriere ed ex presidente del Fai; e Mario Greco, consigliere di Indesit Company (dove siede anche Emma Marcegaglia) e della Saras di Massimo Moratti (già rappresentato nel Cda del Corriere attraverso i consiglieri del gruppo Pirelli). Massimo Moratti rappresenta inoltre il trait d’union fra il Gruppo L’Espresso e la famiglia Berlusconi, poiché siede, oltre che nel Cda della Saras, anche in quello della Pirelli, accanto a Carlo Secchi, ex rettore della Bocconi e amministratore Mediaset.

La famiglia Berlusconi controlla direttamente Il Giornale, edito dal gruppo Mondadori, mentre la famiglia Agnelli è proprietaria del quotidiano La Stampa di Torino. Il Messaggero di Roma, il Mattino di Napoli, il Gazzettino di Venezia e il Nuovo Quotidiano di Puglia sono editi dalla Caltagirone Editore, di proprietà della famiglia Caltagirone (grandi opere, cementifici, immobili): fra gli altri, siedono nel Cda di Caltagirone Editore, Azzurra Caltagirone, moglie di Pier Ferdinando Casini, e Francesco Gaetano Caltagirone, consigliere di Monte dei Paschi e di Generali Assicurazioni.

Il Resto del Carlino di Bologna, la Nazione di Firenze e Il Giorno di Milano sono invece posseduti dalla Poligrafici Editoriale, collegata con due gradi di separazione a Telecom Italia, Generali Assicurazioni e Gemina (attraverso Massimo Paniccia e Aldo Minucci); e con tre gradi di separazione (attraverso Roberto Tunioli, Sergio Marchese e Giuseppe Lazzaroni), alla Premafin della famiglia Ligresti. Infine una notazione quasi umoristica. Libero, l’aggressiva testata di destra e Il Riformista, quotidiano timidamente di sinistra, hanno lo stesso editore (e quindi zero gradi di separazione!): Giampaolo Angelucci, proprietario di un impero fatto di cliniche e strutture sanitarie (fra cui l’ospedale S. Raffaele di Roma), e messo agli arresti domiciliari il 9 febbraio dello scorso anno per falso e truffa ai danni delle Asl.

La situazione non migliora, anzi se possibile peggiora, quando si analizzano i quotidiani finanziari. Il Sole 24 Ore, come è noto, è appannaggio dell’universo Confindustria, quindi diretta espressione dei desiderata dei principali gruppi industriali del Paese. Nel suo Cda siedono, fra gli altri, Giancarlo Cerutti, consigliere di amministrazione di Saras; Luigi Abete, presidente di Bnl (gruppo Paribas), fratello di Giancarlo Abete (presidente della Figc) e consigliere anche della Tod’s di Diego Della Valle; e Antonio Favrin, collega di Cda, in Safilo Group, di Ennio Doris, che siede in Mediolanum della famiglia Berlusconi e in Mediobanca.

A proposito dei legami fra industria, editoria e sport, è interessante notare come quattro delle principali squadre di calcio italiane appartengono a gruppi industriali che possiedono, o amministrano più o meno direttamente, almeno un quotidiano generalista: la Juventus degli Agnelli (che influenzano la Stampa e il Corriere), il Milan di Berlusconi (Il Giornale), la Fiorentina dei fratelli Della Valle (il Corriere), e infine l’Inter di Massimo Moratti (il Corriere e La Repubblica).

Milano Finanza e Italia Oggi, quotidiani economici molto conosciuti fra gli addetti ai lavori, sono invece editi dalla Class dei fratelli Panerai, e nel Cda del gruppo “leader nell’informazione finanziaria, nel lifestyle e nei luxury good products” (come si autodefinisce), siedono Maurizio Carfagna, consigliere di Mediolanum, e Victor Uckmar, il più celebre fiscalista italiano, i cui servigi sono stati richiesti in passato da ogni possibile gruppo industriale, e che oggi è amministratore della Tiscali di Renato Soru. Non sorprende quindi che gli analisti finanziari italiani lamentino l’impossibilità di rintracciare informazioni equilibrate sulla base delle quali valutare i bilanci delle società, o che scandali come quello della Cirio o della Parmalat siano stati tenuti nascosti finché non è stato ‘troppo tardi’ perché i piccoli investitori (ma non le grandi banche!) potessero rendersi conto della reale situazione.

E qui è necessario notare un dettaglio sconcertante. Tiscali è l’editore de L’Unità – il quotidiano del principale partito ‘di sinistra’ del Paese, il Pd – che risulta pertanto a un solo grado di separazione da Milano Finanza e Capital (attraverso Uckmar); e a due gradi di separazione (lo stesso Uckmar e Carfagna), dalla Mediolanum di Berlusconi.

Esiste poi un Consiglio di amministrazione dove tutti i gruppi industriali e bancari citati, a eccezione della famiglia De Benedetti, si incontrano, ed è quello di Mediobanca, ai tempi di Enrico Cuccia – suo fondatore – il ‘salotto buono’ della grande finanza, quella che dirigeva i destini dell’economia italiana sulla base di un preciso progetto strategico (più o meno condivisibile, per carità, ma almeno un progetto c’era), e ora trasformato in enclave di ogni possibile mediazione. Nessuno stupore che l’economia italiana navighi, per la verità a ritmi piuttosto bassi, alla deriva, priva com’è di un timoniere (una volta questo era il ruolo dei politici), in grado di darle una rotta qualsiasi.

E ora tiriamo le somme: se sei sono i gradi di separazione fra due entità qualsiasi prese a caso, è evidente che tre, due, uno, o nessun grado di separazione non rappresentano un legame casuale. Esiste quindi la precisa volontà da parte di industria e finanza di controllare le notizie. Prova ne sia l’ostinazione con cui tanti imprenditori e manager italiani (un esempio per tutti – senza scomodare Silvio Berlusconi – è Diego Della Valle, che si è sottoposto ad anni di paziente anticamera pur di essere ammesso al Cda del Corsera), cercano di forzare la porta dei circuiti informativi.

Ovviamente non è prudente che il legame sia sempre diretto, perché una situazione di controllo trasparente potrebbe far nascere qualche lecito dubbio nella mente dei cittadini lettori/elettori sull’attendibilità di quel che apprendono nella lettura dei quotidiani o addirittura potrebbe obbligare i direttori e le redazioni dei grandi giornali a fare i conti con il loro ruolo di utili idioti (ovviamente in buona fede, non ne abbiano a male per la definizione). Divengono quindi necessari degli ‘intermediari’ che intorbidino le acque nascondendo gli interessi reali, e che nello stesso tempo costituiscano il trait d’union fra quelli che devono apparire come opposti estremismi.

Il profilo tipico di questa figura essenziale è quello del ‘tecnico’: avvocato, consulente, commercialista, revisore, sempre al corrente dei panni sporchi di famiglia (di più famiglie), al contempo confessore e uomo di fiducia, vincolato, più o meno direttamente, al segreto professionale. Come Berardino Libonati, titolare dello studio legale Jaeger-Libonati e ordinario di diritto commerciale all’Università La Sapienza di Roma, che ha ricoperto la carica di presidente del Cda del Banco di Sicilia dal 1994 al 1997; dal 1998 al 1999 e stato presidente di Telecom Italia e di Tim; ha fatto parte del collegio sindacale di Eni dal 1992 al 1995; dal 2003 al 2007 è stato membro del Cda della Nomisma di Romano Prodi; dal 2001 al 2007 è stato consigliere di amministrazione di Mediobanca; è stato presidente del Cda di Alitalia dal febbraio al luglio 2007, e presidente del Cda di Banca di Roma dal 2002 al 2007. Nel suo curriculum vitae pubblicato sul sito di Pirelli, in una nota particolarmente umoristica, si legge che “è in possesso dei requisiti contemplati dal codice di autodisciplina delle società quotate per essere qualificato come indipendente”.

Un altro ‘super tecnico’ è Mario Greco (classe 1957), consigliere del gruppo l’Espresso, di Saras, di Indesit Company, di Fastweb e di Banca Fideuram, laureato con lode in economia all’Università di Roma. Partner fino al 1994 di McKinsey&Company, la più importante società mondiale di consulenza strategica, è stato amministratore delegato e CEO di Ras dal 1998 fino al 2005. Poi c’è Carlo Secchi (classe 1944), professore ordinario di Politica economica europea all’Università Commerciale Luigi Bocconi (è stato il diciassettesimo rettore della stessa università dal 2000 al 2004), attualmente nel Consiglio di amministrazione di cinque aziende quotate in borsa: Pirelli, Italcementi, Mediaset, Allianz-Ras e Parmalat, nonché di Fondazione Teatro alla Scala, TEM Tangenziali Esterne di Milano, Milano Serravalle, La Centrale Sviluppo del Mediterraneo, Premuda, e futuro consigliere della società che dovrà organizzare l’Expo 2015 a Milano.

Uomini potenti perché – loro sì – informati, ma nello stesso tempo condannati a servire il sistema, indispensabili ma sostituibili, schiavi delle beghe piccole e grandi e dei capricci degli imprenditori di cui sono al soldo, con la loro indubbia statura professionale che basta a stento a ritoccare la facciata.

Quante notizie non vengono date? Non possiamo saperlo, ma siamo ragionevolmente certi che le notizie pubblicate sono quelle che non infastidiscono nessuno. Cronaca nera, pettegolezzi politici e non, pochissimo approfondimento e quasi nessuna inchiesta, notizie dall’estero estremamente limitate, e solo quando non se ne può fare a meno: guerre, tsunami, terremoti. Anche la lotta tutta nostrana fra chi è pro e chi contro Berlusconi, fra il partito dell’odio e quello dell’amore, o la querelle fra Stato confessionale e Stato laico, sono comode cortine di fumo per non parlare di altro: la crisi economica, la responsabilità delle banche nel suo perdurare, la grande impresa che non sa che fare. Emma Marcegaglia chiede al governo, nel corso del convegno degli industriali del 10 aprile 2010, di impegnarsi entro due mesi per un investimento di almeno 1 miliardo di euro su ricerca e innovazione e di circa 1-1,5 miliardi sulle opere infrastrutturali. Ma con i soldi di chi? E tagliando quali costi? E cosa ci darebbe in cambio la grande industria? Emma non lo dice, nessuno glielo chiede. Intrallazzi fra pubblico e privato costantemente oscurati, miliardi che corrono ma nessuno lo sa, accordi sottobanco con la criminalità organizzata, servizi segreti a disposizione di interessi privati: verità solo annusate che è impossibile addentare, mentre leggiamo di pedofilia vaticana, di un federalismo misterioso, dell’ennesima esternazione di un premier che ormai ha superato i confini del bene e del male e della morte prematura di un Presidente polacco. È proprio il caso di dirlo: beata ignoranza!

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(Estratto da Paginauno n. 18)

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Informazione monopolizzata

Principali editori italiani

La Fieg – la Federazione italiana editori di giornali – nell’ultimo anno ha deciso di dichiarare guerra a chiunque utilizzi online i contenuti degli editori ad essa aderenti senza autorizzazione e, soprattutto, senza aver pagato il prezzo.

Nell’occhio del ciclone, nei mesi scorsi, sono finite per prime le rassegne stampa online realizzate, nella più parte dei casi, da agenzie specializzate e pubblicate quotidianamente da enti pubblici e privati.

Una dietro all’altra, sotto le diffide della Fieg, sono state “spente”, tra le tante, la rassegna stampa online del Senato della Repubblica e quella della Camera dei Deputati.

L’Autorità Garante per le comunicazioni è stata, addirittura, costretta ad annullare una gara per l’affidamento dell’appalto per la fornitura del servizio di rassegna stampa perché nei documenti di gara non era sufficientemente chiarito che l’aggiudicatario avrebbe dovuto disporre di tutti i diritti d’autore a ciò necessari.

Per la gestione dell’attività di intermediazione dei propri diritti la Fieg ha creato un’apposita società di servizi – la Promopress 2000 s.r.l. – alla quale ha affidato un repertorio nel quale, ad oggi, compaiono 330 testate.

Promopress, secondo quanto si legge sul sito internet, ha già concluso alcuni contratti di licenza con le agenzie che producono rassegne stampa e pare ora intenzionata a fare altrettanto con ogni altra categoria di utilizzatori.

Sarebbero, infatti, “in costruzione” le licenze per l’utilizzo online dei contenuti pubblicati sui giornali italiani da parte di pubbliche amministrazioni, università, biblioteche e centri di ricerca, associazioni ed organismi di rappresentanza, enti non profit e utenti business.

Il contenuto di queste licenze è, almeno per il momento, segreto quanto la formula della coca cola.

Il testo della licenza per le agenzie di rassegne stampa – l’unico già messo a punto – è, probabilmente, noto alle sole agenzie che hanno perfezionato il contratto mentre gli altri risultano ancora da mettere a punto.

Cosa c’è di tanto segreto nel prezzo e nelle condizioni di utilizzazione dei contenuti degli editori?

Un “cartello” da parte di tutti i principali editori italiani per la commercializzazione – alle stesse identiche condizioni – dei contenuti, ad oggi, di 330 testate è un fatto davanti al quale l’Autorità Antitrust non può girarsi dall’altro e far finta di niente.

Occorre almeno porsi il problema – che potrà poi essere risolto con un via libera condizionato o incondizionato – dell’impatto che un cartello come questo sul prezzo dell’informazione potrà produrre sul mercato di riferimento e, più in generale, sulla circolazione delle informazioni.

Tutto questo, peraltro, senza dimenticarsi che buona parte dell’informazione della quale si parla è prodotta grazie a contributi pubblici all’editoria di decine di milioni di euro e che i diritti di proprietà intellettuale che si stanno commercializzando devono, in talune ipotesi – che non può essere lasciato ai privati identificare – cedere il passo al diritto di cronaca ed alle altre libere utilizzazioni previste nella legge sul diritto d’autore.

Davanti ad una situazione tanto complessa e delicata non può che destare ulteriore preoccupazione la circostanza che la Siae – la quasi monopolista italiana dell’intermediazione dei diritti d’autore – abbia deciso di candidarsi con forza e determinazione a gestire anche i diritti d’autore degli editori di giornali.

E’ uno scenario decisamente allarmante.

Un monopolista che anziché fare un passo indietro come richiedono i tempi ed i mercati, vorrebbe farne uno in avanti espandendo la propria esclusiva anche in un un mercato “sensibile” come quello dell’informazione.

Senza contare, peraltro, che è difficile capire per quali ragioni la Promepress – una società nata con il solo obiettivo di intermediare i diritti d’autore degli editori – dovrebbe affidarsi ad un’altra società di intermediazione che, come se non bastasse, ha il suo tallone d’achille proprio nell’inefficienza e nel sovradimensionamento dei costi di gestione e non ha alcuna eccellenza nel mondo dell’online.

Sulla questione occorre procedere con estrema cautela e governo e autorità di regolamentazione non possono e non devono girarsi dall’altro lato.

Niente di strano, naturalmente, che gli editori, titolari dei diritti d’autore su taluni contenuti, desiderino monetizzarli pretendendo che chi li usa, paghi un prezzo.

Il punto è, però, che la “merce” in questione si chiama informazione e che si tratta di una “merce” straordinariamente più preziosa rispetto alla musica, ai film, ai dipinti o alle fotografie.

La circolazione dell’informazione, prima che ricchezza produce e deve produrre democrazia.

Tanto, naturalmente, non basta per esigere che gli editori rinuncino al loro legittimo profitto che, peraltro, serve a produrre nuova informazione, auspicabilmente, di qualità e, quindi, democraticamente preziosa.

Guai, però, a dimenticare che il “mercato dell’informazione” non è e non può essere un mercato come tutti gli altri abbandonato, solo, al libero confronto tra interessi privati perché non è solo una questione di soldi e di ricchezza prodotta o utilizzata.

(Fonte Blog di Guido Scorza)

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Passato e futuro dei media

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato giovedì 11 ottobre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, analisi, come lascia intuire il titolo, dello tzunami che ha attraversato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cambiamenti e delle prospettive future.

Il rapporto, scritto da Rasmus Kleis Nielsen, ricercatore post dottorando di RISJ, finanziato da The Open Society Foundations di Soros, analizza come i media di sei nazioni occidentali: Finlandia, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna & USA, e due Paesi delle economie emergenti, Brasile ed India, hanno affrontato le enormi trasformazioni dell’ultima decade.

Lo studio, in 75 pagine, dopo la consueta introduzione, si articola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la frammentazione e la fine delle audience massificate, se sia effettivamente la Rete ad aver ucciso i giornali tradizionali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema mediatico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mercato dei media e le prospettive economiche nonché sulle politiche adottate dai media nel periodo considerato.

I risultati del rapporto nel complesso evidenziano come nonostante le trasformazioni, i profondi cambiamenti avvenuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tradizionale, sia televisiva che della stampa, rimangano assolutamente centrali nell’attuale – nuovo – ecosistema informativo. In tutti e 8 i Paesi presi in considerazione le organizzazioni tradizionali continuano ad attirare un numero superiore di persone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una conferma importante del valore dei newsbrand.

La crescente quantità d’informazione disponibile viene ritenuta elemento di arricchimento poiché in base a “provision”, quantità appunto di informazione fornita, “diversity”, eterogeneità e molteplicità delle fonti d’informazione e “reach”, quantità di persone raggiunte dall’informazione, l’incremento è un fattore positivo per la società e la democrazia. Tema che necessita di maggior approfondimento a mio avviso.

Crescendo che però ha un risvolto di forte incremento della competitività come sottolinea Massimo Russo, Content Manager del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che spiega: “operiamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – combattono per un solo obiettivo: catturare l’attenzione delle persone. E questa attenzione nella vita quotidiana è una risorsa scarsa”. Aspetto che inevitabilmente porta ad una frammentazione maggiore dell’audience e, come noto, erode la capacità di vendere spazi pubblicitari basandosi su un pubblico stabilmente rilevante in termini numerici.

Il rapporto continua spiegando che, pur non essendo facile isolare in termini di tendenza complessiva l’importanza di una singola entità, dei giornali cartacei nello specifico, al momento, contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media companies continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decremento delle vendite di giornali cartacei in Finlandia ci vorranno 70 anni ed in Francia 20 prima di arrivare all’attuale livello di vendite di quotidiani in Italia dice lo studio, evidenziando, al di là di ogni altra possibile considerazione, il grave problema di media education, o forse più semplicemente di education tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Internet dipende esclusivamente dall’attuale, e futuro, modello di business di ciascun singolo giornale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi – AstraRicerche su gli internauti italiani e le news il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Internet non ha ucciso i giornali e la questione è stata abbondantemente sovrastimata, analizzando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chiaramente come i vecchi ed i “new media” coesistano, sono più le attuali fasi cicliche di stagnazione e/o recessione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la crescita della Rete. Quello che è avvenuto è che alcune forme di comunicazione pubblicitaria sul Web hanno distolto investimenti pubblicitari dai giornali – di carta – che erano cresciuti nell’illusione della loro permanenza continua.

Il rapporto, che per l’ennesima volta consiglio di leggere integralmente dedicandogli la dovuta attenzione, conclude argomentando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di trasformazione non alla sua fine e che attualmente siamo tanto lontano dalla rivoluzione di Internet quanto lo eravamo nel 1500 dalla rivoluzione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci divertiremo, professionalmente parlando.

(Fonte Il Giornalaio)

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