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Farmaco epatite C: In India costa un dollaro, in Italia mille

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In India il farmaco per la cura dell’epatite C, ritenuto poco innovativo, costa un dollaro in Italia mille volte tanto, ovvero 1000 dollari a compressa e 84mila dollari (66mila euro) per i tre mesi di terapia.

“Il farmaco della Gilead per curare l’epatite C (efficacia al 97%), non potra’ essere brevettato in India. Le autorita’ hanno negato le autorizzazioni e la causa farmaceutica ha firmato diversi accordi volontari di licenza con produttori di farmaci generici in quel Paese, incluse le restrizioni dei Paesi che potranno avere accesso a questa versione generica, che costera’ 1 Usd a compressa rispetto ai 1.000 Usd del prodotto venduto sotto l’egida del brevetto.

In Italia ogni compressa costa circa 600,00 euro e per un ciclo completo di terapia si va intorno ai 60.000,00 euro, per cui il nostro Servizio Sanitario, dopo un accordo con la Gilead, ne ha previsto l’uso per un numero limitato di malati (1,5 milioni sono i portatori di questo virus), che pare sia di 30.000.

A fronte del rifiuto delle autorita’ dell’India e della disponibilita’/flessibilita’ della casa farmaceutica a modulare il prezzo anche al di fuori della brevettabilita’, ci domandiamo perche’ non possiamo essere tutti indiani“. Aduc


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Trenta milioni di schiavi

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Nel 2013 29.8 milioni di persone sono sfruttate ogni giorno. La fondazione australiana Walk Free ha appena pubblicato uno studio sulla schiavitù esistente nel mondo. “La schiavitù è talmente presente che sembra quasi normale”, riporta The Washington PostL’italia è in 132° posizione con un numero di schiavi compreso tra i 7500 e 8300. Qui la mappa interattiva.

La schiavitù è un problema globale tutt’altro che superato. Lavoro forzato, matrimoni precoci e sfruttamento commerciale e sessuale di minori sono solo alcune fra le forme moderne che la schiavitù assume. WFF – Walk Free Foundation, movimento globale contro la schiavitù, ha tentato di offrire una mappatura della situazione globale pubblicando il primo Indice globale della schiavitù.
Secondo il rapporto, sono quasi 30 milioni le persone schiavizzate nel mondo. Combinando tre fattori -il numero di persone schiavizzate, il matrimonio precoce e il traffico di esseri umani– il rapporto stila una classifica mondiale dei 162 Paesi analizzati per poi suggerire ai governi degli Stati interessati quali possono essere le azioni efficaci per combattere la schiavitù moderna.
Se il primo dei tre fattori è un dato inedito, e cioè la percentuale di persone schiavizzate stimata direttamente da WFF, gli altri due risultano dai dati sui matrimoni precoci forniti dall’Unicef -Fondo delle nazioni unite per l’infanzia- e dal rapporto statunitense Trafficking in Person sulla tratta degli esseri umani.
Secondo le stime della Walk Free Foundation, il Paese più schiavizzato è la Mauritania, regione dell’Africa occidentale in cui la schiavitù ereditaria è profondamente radicata. In questa regione, circa 150mila persone subiscono lo sfruttamento, su una popolazione totale di appena 3,8 milioni. Segue Haiti, nazione caraibica con più di 200mila schiavi. A incidere sul numero complessivo è, in questo Stato, l’alta diffusione di schiavitù infantile e del traffico di esseri umani.
In Pakistan, Paese che occupa il secondo posto nella classifica globale, più di 2 milioni di persone vivono in condizioni di sfruttamento. Come si legge nel rapporto, “un’economia debole, il deterioramento dello Stato di diritto, e una popolazione in continua crescita hanno contribuito ad aumentare il numero di persone schiavizzate, in particolare di bambini e persone costretta al lavoro coatto”.

Se però si considera il numero di “schiavi” in termini assoluti, la classifica globale cambia. Al primo posto c’è infatti l’India, Paese in cui circa 14 milioni di persone –quasi la metà del numero totale di esseri umani schiavizzati- vivono in condizione di schiavitù. Cause principali di questo sfruttamento sono il lavoro coatto e la schiavitù per debiti. Insieme all’India, gli Stati che occupano i primi dieci posti per il numero di persone schiavizzate in termini assoluti sono, in ordine, Cina, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Russia, Thailandia, Repubblica Democratica del Congo, Birmania e Bangladesh: in questi Paesi si concentra il 76% della stima totale.
WFF raccomanda ali governi degli Stati afflitti dall’emergenza schiavitù di elaborare un piano d’azione nazionale, lanciare campagne di sensibilizzazione, realizzare stime nazionali e pubblicare relazioni annuali sulle misure adottate per combattere la schiavitù moderna.
Dal rapporto emerge inoltre tutti i Paesi analizzati, anche quelli più sviluppati, sono interessati al fenomeno di sfruttamento di essere umani.

In Italia, ad esempio, WFF stima che ci siano circa 8mila persone schiavizzate. In fondo all’Indice si trovano Regno Unito (con più di 4mila persone), Irlanda (circa 300) e Islanda (meno di 100). “Come succede anche nel vicino Regno Unito –scrivono i relatori della WFF- i bambini vengono costretti a lavorare in Irlanda nelle fattorie di cannabis. Ci sono stati anche casi di bambini sfruttati sessualmente e costretti in una condizione di servitù domestica”, ma anche casi di “rimozione illegale di organi, adozioni illegali, accattonaggio e borseggi forzati”. Il fenomeno principale di schiavitù islandese riguarda “l’industria del sesso”.
L’Indice è stato approvato dall’ex segretario di Stato statunitense Hillary Clinton, dall’ex primo ministro inglese Tony Blair e da quello australiano Julia Gillard, oltre che da imprenditori tra  cui Bill Gates, Richard Branson e Mo Ibrahim.

(Fonte altreconomia)

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L’economia mondiale nel 2050

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Cambia il centro di gravità dell’economia mondiale ma anche le economie emergenti dovranno affrontare le sfide della crescita. Entro il 2050: 
• Cina, Usa e India saranno le tre economie più importanti, con un distacco netto sulle altre 
• Indonesia, Nigeria e Vietnam potrebbero migliorare sensibilmente la propria posizione 
• il Brasile potrebbe superare il Giappone piazzandosi al quarto posto tra le economie mondiali 
• la Turchia potrebbe diventare una delle maggiori economie europee superando l’Italia. 

La crisi finanziaria globale ha accelerato lo spostamento del centro di gravità economico: entro il 2050 Cina, Stati Uniti e India saranno con tutta probabilità le tre maggiori economie mondiali. Ma sfide importanti attendono anche le economie emergenti impegnate a sostenere la forte crescita registrata di recente. Sono solo due delle conclusioni dell’ultima indagine “World 2050 – BRIC e oltre: prospettive, sfide e opportunità” pubblicata dal team macroeconomico di PwC. Il primo studio di PwC “World 2050” del 2006 prendeva in considerazione le 17 economie più importanti: i Paesi del G7 (Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Canada) più Spagna, Australia e Corea del Sud; e l’E7 (Brasile, Russia, India, Cina, Indonesia, Messico e Turchia). La versione aggiornata al 2013 comprende inoltre Vietnam, Nigeria, Sudafrica, Malesia, Polonia, Arabia Saudita e Argentina. Secondo la relazione, nei prossimi quattro decenni le economie emergenti cresceranno molto più rapidamente di quelle del G7. Le cifre della crescita media del PIL a parità di potere d’acquisto (PPP) mostrano per il periodo dal 2012 al 2050 la Nigeria in pole position, seguita da Vietnam, India, Indonesia, Malesia, Cina, Arabia Saudita e Sudafrica. John Hawksworth, Capo Economista di PwC e co-autore della relazione, commenta: “Nel breve termine, la crisi finanziaria globale ha colpito i Paesi del G7 molto più duramente rispetto a quelli dell’E7; ed è stata anche la causa di una revisione al ribasso nelle stime sulla tendenza a lungo termine della crescita a livello G7, soprattutto per quelle economie europee e statunitense che, per sostenerla, avevano fatto precedentemente affidamento su finanziamenti pubblici e privati eccessivi”. In altre parole, a parità di PPP, gli E7 potrebbero superare i G7 prima del 2020 ed entro il 2050 Cina, Stati Uniti e India potrebbero essere le economie principali, con ampio margine sul quarto posto del Brasile seguito dal Giappone. Al contempo, Russia, Messico e Indonesia potrebbero superare la Germania ed il Regno Unito, la Turchia superare l’Italia e la Nigeria potrebbe scalare posizioni, proprio come Vietnam e Sudafrica nel lungo periodo. Grandi economie a parte, la Malesia presenta un considerevole potenziale di crescita a lungo termine, mentre la Polonia potrebbe continuare per qualche altro decennio a crescere a ritmi maggiori rispetto ai suoi vicini dell’Europa Occidentale. La tabella in alto illustra come potrebbero cambiare le posizioni del PIL mondiale a parità di PPP; alcuni Paesi sono riportati in grassetto per evidenziare i cambiamenti più rilevanti.

Ma quali sono i maggiori rischi che potrebbero minacciare la crescita dei mercati emergenti? Il rapporto di PwC cita alcuni potenziali fattori di instabilità macroeconomica e politica, come ad esempio:

• l’elevato disavanzo pubblico in India e Brasile
• l’eccessiva dipendenza da petrolio e gas in Russia e Nigeria
• l’aumento delle disparità di reddito che potrebbero condurre a tensioni sociali in Cina e in altre economie in rapida crescita
• l’instabilità macroeconomica e finanziaria in Vietnam.

Il rapporto evidenzia anche la pressione sulle risorse naturali dovuta al rapido sviluppo delle economie emergenti, ivi compresa la crescente difficoltà di mantenere il riscaldamento globale a non oltre 2°C. Mentre nuove fonti di energia non convenzionale, come il gas di scisto, riducono il timore di esaurire i carburanti fossili, secondo il rapporto è probabile che i pericoli associati ai cambiamenti climatici a livello globale non possano far altro che aumentare nei prossimi quattro decenni. John Hawksworth conclude: “Lo spostamento del centro di gravità economico globale è chiaro; ma per poter mantenere i ritmi di crescita degli ultimi anni le economie emergenti dovranno affrontare sfide importanti. Allo stesso tempio le economie occidentali, che hanno certamente nei paesi emergenti significativi mercati di riferimento, dovranno confrontarsi con la concorrenza delle aziende locali in rapida crescita. Anche i governi dovranno affrontare sfide imponenti, non da ultimo il riscaldamento globale derivante da questo rapido ritmo di sviluppo economico”.

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Domenica in Poesia: Mahatma Gandhi

L’amore

L’amore per il mio paese vuole veramente
tornare a favore di tutti i popoli.
La libertà dell’India,
come la intendo io,
non dovrà mai diventare
un pericolo per il mondo.
Ma se tale non deve diventare, allora per
conquistarla
ci è lecito impiegare soltanto strumenti
di lotta non violenti. Se venissero adottati
mezzi violenti, non m’importerebbe più nulla
della libertà dell’India:
perchè la violenza
non conduce alla libertà,
ma ad una schiavitù
dissimulata.

Mahatma Gandhi

Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (soprannome datogli dal poeta indiano R.Tagore che in sanscrito significa “Grande Anima”), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell’indipendenza indiana.

Nasce a Portbandar in India il 2 ottobre 1869. Dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l’avvocatura a Bombay. Nel 1893 si reca in Sud Africa con l’incarico di consulente legale per una ditta indiana e vi rimane per 21 anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L’indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.

Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta – “satyagraha”: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa. Gandhi giunge all’uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce. Alla fine, infatti, il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani (eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi).

Nel 1915 Gandhi torna in India, dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l’arroganza del dominio britannico (in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell’artigianato). Egli diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.

  • 1919: prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato.
  • 1921: seconda grande campagna satyagraha di disobbedienza civile per rivendicare il diritto all’indipendenza. Incarcerato, rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l’indipendenza del suo paese.
  • 1930: terza campagna di resistenza. La marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale (la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere). La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall’estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone.

Spesso incarcerato negli anni successivi, la “Grande Anima” risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l’attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana). All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, Gandhi decide di non sostenere l’Inghilterra se questa non garantisce all’India l’indipendenza. Il governo britannico reagisce con l’arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.

Il 15 agosto 1947 l’India conquista l’indipendenza. Gandhi, però, vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi. L’atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l’odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera.

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India cavie umane per le case farmaceutiche

Come ha dichiarato nel 2005 il responsabile del Dipartimento di Biotecnologia dell’Università indiana: “L’India è il luogo ideale nel quale svolgere i test clinici, senza minimamente assumere precauzioni..“. Le aziende farmaceutiche hanno “giocato” per anni con le persone povere e bisognose di aiuto in India, e nei paesi paesi sottosviluppati.

L’India, finalmente, ammette le morti causate dalla sperimentazione di nuovi farmaci e promette regole più rigide per salvaguardare le “cavie umane” delle multinazionali farmaceutiche.

Tutto inizia nel novembre 2011 quando due giornali, il berlinese Der Tagesspiegel e l’inglese The Indipendent, denunciano il maltrattamento e la morte di troppi indiani a causa dei test farmaceutici. Il sito India Times citò le fonti del ministero della Sanità indiano e riportò un numero allarmante. Ben 668 persone erano morte nel 2010 a seguito di test farmaceutici (mentre nel 2007 la cifra era solo di 137 persone). A farne le spese sono soprattutto i poveri che non godono di assistenza sanitaria.

Accuse ancora più gravi venivano lanciate dal quotidiano inglese. Stando ad alcuni rapporti segreti, test clinici venivano effettuati negli ospedali indiani sui sopravvissuti al disastro di Bhopal, violando così regole internazionali e mettendo seriamente a rischio i pazienti. Furono 14 le vittime durante questi test, nessuno di loro venne pagato, e forse nemmeno informato.

Le ragioni che spingono case farmaceutiche come Pfizer, PPD, Bristol-Myers Squibb, Amgen, Bayer e molte altre a sperimentare in India sono principalmente economiche, medici e pazienti si accontentano di cifre esigue, la conoscenza dell’inglese è buona e le strutture ospedaliere sono accettabili.

Nonostante tutti i test siano registrati obbligatoriamente al Consiglio indiano della ricerca medica e da sempre fosse previsto un rimborso per i volontari in caso di danni connessi ai medicinali, molto spesso questi compensi venivano erogati una tantum ed in base alla buona volontà delle aziende farmaceutiche.

Nonostante sia stata proposta una formula di risarcimento obbligatoria (da 1.500 a 15 mila euro), raramente le case farmaceutiche accettano di elargirli.

Il ministro della Sanità, Ghulam Nabi Azad ha però finalmente ammesso che un gran numero di decessi, oltre un migliaio, registrati negli ultimi anni sono stati causati da una serie di patologie, alcune anche gravi, collegate agli effetti collaterali dei farmaci somministrati in via sperimentale.

Fare pubblica ammenda farà sì che questi studi vengano osservati più da vicino e che le famiglie non solo vengano risarcite ma anche che i pazienti vengano informati prima di sottoporsi a trial sperimentali.

(Fonte frontierenews)

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