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Traffico di organi umani, il business della vergogna

traffico di organi

Il traffico di organi umani è un problema globale. Migliaia di bimbi ogni anno spariscono all’improvviso, metà dei quali vengono ritrovati vivi o morti con qualche organo in meno e con profonde cicatrici sul corpo. I bimbi vengono usati come merce, come pezzi di ricambio umani. I più colpiti sono, ovviamente, i bambini poveri, quelli che dormono per strada.  Continue Reading


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La burocrazia costa 230 miliardi di Pil

burocrazia italiana

L’eccesso di burocrazia in Italia rappresenta uno dei maggiori freni per lo sviluppo economico e per la qualità della vita dei cittadini. Senza i freni rappresentati dagli eccessi di burocrazia, dall’illegalità, dai difetti di accessibilità e capitale umano, l’Italia riceverebbe benefici per 230 miliardi di euro, con un balzo del 16% del Pil. La fotografia di Confcommercio nel “Rapporto, sulle economie territoriali” è di un Paese frenato e spaccato a metà. “Gli imprenditori hanno un disperato bisogno”, ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, “di abolire la cattiva burocrazia, quella che genera complicazioni, tempi biblici, costi impropri che appesantiscono lo svolgimento della loro attività e nella quale, molto spesso, si annidano corruzione, illegalità, criminalità”. Serve, invece, “buona burocrazia, quella che facilita la vita delle imprese e dei cittadini, tenendo in piedi solo gli adempimenti e le procedure necessarie. Quella che consente a un imprenditore di poter lavorare con poche regole, chiare e certe, senza subire sperequazioni, senza dover rincorrere disposizioni sempre nuove o nuove interpretazioni delle stesse disposizioni”.

Liberare il tessuto imprenditoriale e civile dal peso della burocrazia inefficiente è una necessità avvertita in molti paesi. La lotta alla complessità normativa, per la riduzione del costo di fare impresa e interagire con facilità e rapidità con le amministrazioni pubbliche sia per i cittadini che per le imprese, è diventata una necessità improrogabile.

L’idea di fondo è che senza istituzioni di qualità, regole orientate all’efficienza e alla sostenibilità e norme semplici da interpretare e applicare non può esistere ripresa economica, né competitività. Ciò è vero in particolare nei paesi caratterizzati da un tessuto imprenditoriale costituito da piccole imprese come l’Italia: sono proprio le imprese di più piccole dimensioni ad essere maggiormente colpite dalla cattiva qualità delle norme e dall’inefficienza delle amministrazioni chiamate ad applicarle.

Non a caso, il rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che dal 2003 misura le condizioni per fare impresa in oltre 180 Paesi, colloca, per il 2016, il nostro Paese al 45° posto nella classifica internazionale del ranking globale, recuperando 11 posizioni rispetto al 2015. Questa accelerazione non cancella ancora la distanza che ci separa dagli altri grandi Paesi industrializzati. Tra i G7 l’Italia resta il Paese in coda: tra i migliori il Regno Unito (6° posto), seguito dagli Usa (7°), dal Canada (14°), dalla Germania (15°) dalla Francia (27°) e dalla Spagna (33°).

Rimane, dunque, ancora molto da fare per colmare il gap con la top ten della classifica, soprattutto per quanto riguarda fisco e efficacia dei contratti, due voci nelle quali l’Italia figura ancora saldamente in fondo al ranking internazionale (rispettivamente 137° e 111°posto).

Delle nove regioni che registrano un carico burocratico superiore alla media nazionale, ben sette appartengono al Mezzogiorno oltre a Lazio e Umbria. Il Lazio, in particolare, si colloca al 4° posto della graduatoria dopo Calabria, Basilicata e Sicilia. Le regioni meno gravate dal peso della burocrazia risultano Valle d’Aosta, Friuli e Veneto.

Tra il 2010 ed il 2014, nonostante le riforme introdotte volte a semplificare i rapporti con la pubblica amministrazione e snellire le procedure amministrative, l’indice nazionale mostra un peggioramento passando da 0,49 a 0,56, imputabile soprattutto alle regioni del Mezzogiorno, mentre il Nord-est, soprattutto Veneto e Friuli, hanno registrato un miglioramento dell’indice di carico burocratico.

Questi dati confermano il gap ancora esistente nelle regioni del Sud, che continua a influenzare lo sviluppo economico delle imprese esistenti e l’attrattività per l’insediamento di imprese nazionali e internazionali, nonché la qualità della vita dei cittadini residenti nelle regioni meridionali.

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Un sistema corrotto

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Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri Renzi e al Ministro dell’Interno Alfano, inviata da Lorena La Spina Segretario Nazionale dell’A.N.F.P. (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia). La collusione mafiosa tra politica, pubblica amministrazione e settore imprenditoriale sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione. La corruzione impoverisce la società, l’economia e la democrazia del Paese. Un male da estirpare alla radice.

I temi della legalità e della sicurezza meritano una presa di posizione seria e definitiva. Abbiamo dimostrato con studi e ricerche che le attività illegali alterano la competizione ed il mercato e costituiscono un costo aggiuntivo per le comunità ed i territori ove esse allignano. In Italia il peso dell’economia sommersa è stimato, secondo i dati della Banca d’Italia, al 31% del PIL. Le mafie frenano la crescita del Paese e nelle regioni del meridione impediscono di fatto lo sviluppo economico ed imprenditoriale. L’influenza della criminalità organizzata e dei reati commessi dai c.d. colletti bianchi determina, tra l’altro, un aumento del costo dell’accesso al credito per le imprese, i cittadini e le banche, con effetti fortemente afflittivi sull’iniziativa economica.

Ci sembra quindi che, proprio nell’attuale contesto, la crisi economica ed il considerevole debito pubblico che grava sul bilancio del nostro Paese, rendano quanto mai attuali una serie di considerazioni, in particolare, in tema di lotta alla corruzione. Ed infatti, appare ormai certo il contributo dei fenomeni legati al malaffare ed alla collusione tra politica, pubblica amministrazione e settore imprenditoriale nella creazione di un’enorme voragine dei conti dello Stato, da cui conseguono l’impoverimento del welfare, la perdita di credibilità delle istituzione e degli organi di rappresentanza.

La crisi ha paralizzato la crescita, annientato lo stato sociale, impoverito i consumi, ma non il malaffare e l’illegalità, che anzi appaiono irrobustiti proprio grazie al disordine morale, alla crescente indifferenza per le regole, alla tolleranza nei confronti del familismo e del clientelismo, che si nutrono di relazioni opache e lievitano nel clima economico informale e nell’incertezza delle garanzie.

Recentemente, la Commissione ha ricordato nel suo primo report sulla corruzione in Europa, che per l’Italia essa ha un valore di circa 60 miliardi l’anno, pari a circa il 4% del Pil. Quei 60 miliardi sono la metà di quello che l’economia europea perde annualmente per casi di corruzione, ovvero 120 miliardi.

La corruzione, e più in generale l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza amministrativa — tutti fenomeni strettamente collegati — sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione e determinano una grave lesione della qualità della democrazia e della convivenza civile.

Un sistema politico ad alta densità di corruzione intacca alla radice il vincolo di fiducia che lega i cittadini alle istituzioni rappresentative e le legittima. La corruzione, in altri termini, non scava soltanto voragini nei bilanci pubblici, ma produce un grave deficit di democrazia: da un lato, perché incide negativamente sulla competizione elettorale – che della democrazia è il meccanismo procedurale per eccellenza – poiché assegna risorse addizionali e un vantaggio concorrenziale proprio ai meno onesti, ai più spregiudicati e abili nel reinvestire le tangenti nelle campagne elettorali e nella costruzione delle loro reti clientelari; dall’altro, perché minaccia il sistema e lede il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, anche attraverso l’introduzione di elementi di arbitrarietà nelle politiche di controllo e vigilanza e nella produzione di norme che finiscono per diventare largamente assolutorie della corruzione medesima, specie ove la stessa si concretizza come procedura asseritamente difensiva per la rimozione di ostacoli, come pratica di condoni e scudi, come smantellamento del sistema dei controlli e delle autorizzazioni.

La corruzione impoverisce la società, l’economia e la democrazia del Paese, perché si alimenta del denaro pubblico e, violando la trasparenza delle regole (per esempio quelle per l’aggiudicazione degli appalti nelle “Grandi opere” o nei lavori pubblici ordinari), compromette il fondamentale principio che presiede al contenimento dei costi: competenza su una posizione di parità.

Le misure auspicate dal Governo in materia di semplificazione dovranno necessariamente essere accompagnate da una pratica di vigilanza e da un controllo rigido su procedure, transazioni, appalti, incarichi, giacché la corruzione cagiona danni incalcolabili alle risorse dei contribuenti, al circolo virtuoso che dovrebbe alimentare la libera concorrenza ed il mercato, ai potenziali competitori. In tal senso, nel salutare con estrema soddisfazione la nomina del Dott. Raffaele CANTONE alla guida dell’Autorità anticorruzione, ci auguriamo che il nuovo esecutivo assicuri il massimo impegno affinché la medesima sia concretamente posta in grado di assolvere, con tutti gli strumenti necessari, il gravoso e strategico compito che le è affidato.

Queste considerazioni valgono, in particolare, per gli incarichi e gli appalti della Pubblica Amministrazione e per il tema rovente del pagamento dei crediti maturati. Le proposte che Confindustria ha indirizzato al Governo abbracciano diversi campi, sui quali spicca lo sblocco immediato di 48 miliardi in due anni per i debiti della PA.

Richiesta sacrosante, che hanno anche un effetto secondario da non sottovalutare: il diffondersi della precarietà, l’indebitamento, la crescita dell’insicurezza, l’indisponibilità del sistema bancario e finanziario a dare assistenza alle aziende in crisi le rende permeabili alla penetrazione della criminalità, che approfitta della loro vulnerabilità per integrarsi nell’economia “legale”.

Ciononostante, proprio in questo clima di insicurezza e arbitrarietà, a fronte della precarietà del sistema dei controlli, da anni impoverito per non dire demolito, è indispensabile procedere ad un’accurata selezione delle priorità e ad un’attenta analisi della legittimità delle richieste.

La grande massa dei debiti maturati riguarda, infatti, un numero considerevole di piccole e medie imprese, di ditte artigianali, la cui sopravvivenza è “in forse”. Ma tra le richieste spiccano anche quelle di aziende che hanno mostrato una colpevole disinvoltura, delle quali sono state accertate frequentazioni discutibili e alleanze opache. Alcune sono sotto inchiesta per tangenti, per pratiche speculative, per corruzione. C’è da sospettare che, in certi casi, si tratti proprio di soggetti su cui gravano precise responsabilità del disastro economico e morale in cui versa il nostro Paese, gli stessi che hanno contribuito a generare il nostro debito pubblico e a rendere sempre più inadeguato e povero il nostro stato sociale, ai danni delle categorie più deboli e bisognose.

Sarebbe auspicabile, dunque, predisporre procedure di indagine e valutazione certe, vere e proprie linee guida ed appropriati format, anche con la collaborazione della Corte dei Conti, affinché sia possibile procedere ad una verifica preventiva in ordine alla legittimità delle procedure utilizzate per le aggiudicazioni e ad un vaglio dei debiti superiori ad una soglia prestabilita, in modo da proporre all’interlocutore privato una ragionevole transazione basata sui valori di mercato e sui costi standard di prodotti e prestazioni.

Si pensi, in particolare, ai debiti maturati dal sistema sanitario, che rappresenta la voce più onerosa e maggiormente soggetta ad arbitrarietà ed a pratiche di corruzione, secondo la stessa Corte dei Conti.

Si tratta di un tema che interessa molto da vicino anche gli operatori della Polizia di Stato, che vanta un credito riguardante la completa copertura dell’indennità perequativa una tantum 2012-2013 (volta ad attenuare i gravissimi effetti del blocco economico), l’adeguamento delle retribuzioni all’indice ISTAT e il reperimento dei fondi alternativi per la sospensione del blocco prorogato a tutto il 2014.

Riteniamo con serena convinzione che proprio in questo clima di incertezza e sfiducia, i debiti contratti con i tutori delle forze dell’ordine dovrebbero senz’altro comparire tra quelli privilegiati, giacché la soddisfazione delle loro legittime richieste è garanzia della sicurezza stessa della collettività e delle istituzioni.

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