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Trenta milioni di schiavi

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Nel 2013 29.8 milioni di persone sono sfruttate ogni giorno. La fondazione australiana Walk Free ha appena pubblicato uno studio sulla schiavitù esistente nel mondo. “La schiavitù è talmente presente che sembra quasi normale”, riporta The Washington PostL’italia è in 132° posizione con un numero di schiavi compreso tra i 7500 e 8300. Qui la mappa interattiva.

La schiavitù è un problema globale tutt’altro che superato. Lavoro forzato, matrimoni precoci e sfruttamento commerciale e sessuale di minori sono solo alcune fra le forme moderne che la schiavitù assume. WFF – Walk Free Foundation, movimento globale contro la schiavitù, ha tentato di offrire una mappatura della situazione globale pubblicando il primo Indice globale della schiavitù.
Secondo il rapporto, sono quasi 30 milioni le persone schiavizzate nel mondo. Combinando tre fattori -il numero di persone schiavizzate, il matrimonio precoce e il traffico di esseri umani– il rapporto stila una classifica mondiale dei 162 Paesi analizzati per poi suggerire ai governi degli Stati interessati quali possono essere le azioni efficaci per combattere la schiavitù moderna.
Se il primo dei tre fattori è un dato inedito, e cioè la percentuale di persone schiavizzate stimata direttamente da WFF, gli altri due risultano dai dati sui matrimoni precoci forniti dall’Unicef -Fondo delle nazioni unite per l’infanzia- e dal rapporto statunitense Trafficking in Person sulla tratta degli esseri umani.
Secondo le stime della Walk Free Foundation, il Paese più schiavizzato è la Mauritania, regione dell’Africa occidentale in cui la schiavitù ereditaria è profondamente radicata. In questa regione, circa 150mila persone subiscono lo sfruttamento, su una popolazione totale di appena 3,8 milioni. Segue Haiti, nazione caraibica con più di 200mila schiavi. A incidere sul numero complessivo è, in questo Stato, l’alta diffusione di schiavitù infantile e del traffico di esseri umani.
In Pakistan, Paese che occupa il secondo posto nella classifica globale, più di 2 milioni di persone vivono in condizioni di sfruttamento. Come si legge nel rapporto, “un’economia debole, il deterioramento dello Stato di diritto, e una popolazione in continua crescita hanno contribuito ad aumentare il numero di persone schiavizzate, in particolare di bambini e persone costretta al lavoro coatto”.

Se però si considera il numero di “schiavi” in termini assoluti, la classifica globale cambia. Al primo posto c’è infatti l’India, Paese in cui circa 14 milioni di persone –quasi la metà del numero totale di esseri umani schiavizzati- vivono in condizione di schiavitù. Cause principali di questo sfruttamento sono il lavoro coatto e la schiavitù per debiti. Insieme all’India, gli Stati che occupano i primi dieci posti per il numero di persone schiavizzate in termini assoluti sono, in ordine, Cina, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Russia, Thailandia, Repubblica Democratica del Congo, Birmania e Bangladesh: in questi Paesi si concentra il 76% della stima totale.
WFF raccomanda ali governi degli Stati afflitti dall’emergenza schiavitù di elaborare un piano d’azione nazionale, lanciare campagne di sensibilizzazione, realizzare stime nazionali e pubblicare relazioni annuali sulle misure adottate per combattere la schiavitù moderna.
Dal rapporto emerge inoltre tutti i Paesi analizzati, anche quelli più sviluppati, sono interessati al fenomeno di sfruttamento di essere umani.

In Italia, ad esempio, WFF stima che ci siano circa 8mila persone schiavizzate. In fondo all’Indice si trovano Regno Unito (con più di 4mila persone), Irlanda (circa 300) e Islanda (meno di 100). “Come succede anche nel vicino Regno Unito –scrivono i relatori della WFF- i bambini vengono costretti a lavorare in Irlanda nelle fattorie di cannabis. Ci sono stati anche casi di bambini sfruttati sessualmente e costretti in una condizione di servitù domestica”, ma anche casi di “rimozione illegale di organi, adozioni illegali, accattonaggio e borseggi forzati”. Il fenomeno principale di schiavitù islandese riguarda “l’industria del sesso”.
L’Indice è stato approvato dall’ex segretario di Stato statunitense Hillary Clinton, dall’ex primo ministro inglese Tony Blair e da quello australiano Julia Gillard, oltre che da imprenditori tra  cui Bill Gates, Richard Branson e Mo Ibrahim.

(Fonte altreconomia)


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Haiti dimenticata: 3 anni dopo ancora 350.000 persone senza tetto


Tre anni dopo il devastante terremoto che ha ucciso 200.000 persone e resi 2,3 milioni di persone senza tetto, Haiti è ancora in crisi drammatica. 350.000 persone vivono nei campi e gran parte dei fondi promessi dal mondo per la ricostruzione sono andati persi.

Ad Haiti, la situazione degli alloggi nel paese resta devastante, con centinaia di migliaia di persone che si trovano ancora in rifugi precari. Amnesty International ha chiesto alle autorità haitiane e alla comunità internazionale di considerare la questione degli alloggi in via prioritaria.

Il terremoto del 12 gennaio 2010 causò 200.000 vittime e rese senza tetto 2,3 milioni di haitiani. Attualmente, 350.000 persone vivono nei 496 campi distribuiti su tutto il paese.

Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International ad Haiti, le condizioni di vita nelle tendopoli stanno peggiorando: si registra una forte difficoltà di accedere all’acqua, ai servizi igienici e ai sistemi di raccolta dei rifiuti, circostanze che hanno contribuito alla diffusione di malattie infettive, come il colera. Le donne e le ragazze rischiano stupri e altre forme di violenza sessuale.

Come se non bastasse essere esposti all’insicurezza, alle malattie e agli uragani, molte persone che vivono nelle tendopoli sono costantemente a rischio di essere sgomberate con la forza.

Dopo il terremoto, oltre 60.000 persone hanno subito sgomberi forzati dalle tendopoli. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre 80.000 haitiani che vivono in campi allestiti prevalentemente su terreni privati rischiano lo sgombero.

Nell’aprile 2012, le autorità haitiane hanno annunciato un Piano nazionale sugli alloggi, che individua una serie di priorità per la costruzione di nuove abitazioni senza specificare in che modo i più poveri potranno avere accesso ad alloggi adeguati e in condizioni economicamente sostenibili. Il piano non prevede alcun impegno contro gli sgomberi forzati.

Mesi prima, nell’agosto 2011, grazie al sostegno dei donatori internazionali, il governo haitiano aveva lanciato un programma per trasferire i residenti di 50 tendopoli in 16 nuove strutture residenziali, attraverso un incentivo per famiglia di 500 dollari per 12 mesi e 25 dollari per i trasporti. Le famiglie avrebbero dovuto fare una trattativa privata coi proprietari.

Il progetto ha aiutato alcune famiglie ma gli incentivi troppo bassi hanno impedito a molte altre di trasferirsi e accedere a una soluzione abitativa di lungo termine. Anche le famiglie che ne hanno beneficiato temono cosa potrà accadere alla fine degli incentivi, poiché non saranno in grado di pagare l’affitto. Già oggi, sono a malapena in grado di dar da mangiare ai figli, per non parlare delle cure mediche, dell’istruzione e dell’abbigliamento.

Secondo Amnesty International, le iniziative del governo di Haiti sembrano più interessate a impedire alle vittime del terremoto di vivere in luoghi pubblici piuttosto che a fornire loro alloggi sicuri. La partenza degli attori umanitari da Haiti, nel 2011, e la diminuzione dei finanziamenti hanno peggiorato le condizioni di vita nelle tendopoli. Solo una piccola parte dei fondi promessi dai donatori è stata assegnata a progetti edilizi.


Haiti: l’isola che non c’era. Storia, attualità e scenari futuri di un paese «scoperto» dal terremoto. Il 12 gennaio 2010 il mondo a scoperto l’esistenza di Haiti. Dopo il terremoto i mezzi di comunicazione hanno cominciato a occuparsi di questo piccolo paese, sconosciuto ai più, senza tuttavia fornire gli strumenti minimi per comprenderne la realtà, talvolta limitandosi a letture approssimative. Il libro fornisce un quadro storico e sociale della realtà haitiana e dei rapporti con la vicina Repubblica Dominicana: una “cassetta degli attrezi” per interpretare il delicato passaggio dalla fase di emergenza a quella della ricostruzione.

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L’uragano Sandy mette in ginocchio l’America del Sud

L’uragano Sandy, la peggiore tempesta del secolo, negli Stati Uniti ha generato panico, distruzione e morte su New York, Atlantic City e molte altre città americane. Tutti parlano dei danni a New York, ma pochi e perlopiù sui social network, raccontano del disastro provocati da Sandy nei Caraibi. L’America del Sud e le isole dell’Oceano Pacifico sono state messe in ginocchio dalla calamità che ha provocato alluvioni e smottamenti, facendo 69 vittime nei Caraibi, 52 ad Haiti, 11 a Cuba, 2 alle Bahamas, 2 nella Repubblica Domenicana e 1 in Giamaica e a Porto Rico. A Cuba migliaia di residenti e turisti sono stati fatti sfollare dalla protezione civile nazionale che ha fatto il possibile per salvaguardare la vita delle persone. Il Paese è rimasto senza elettricità ed acqua per molti giorni. Il Centro Operazioni Emergenza (COE) della Repubblica Dominicana ha informato che l’uragano Sandy ha causato lo sfollamento di 8755 persone e l’isolamento di 77 comunità. Ci sono 11 province in stato massimo di allerta e 10 in stato di allerta medio. Purtroppo le previsioni, secondo il servizio meteorologico dominicano, prevedono forti piogge con raffiche di vento fino a domani. La situazione è difficile. All’area dell’America del Sud già colpita ad agosto dalla tormenta tropicale Isaac che aveva provocato gravi danni all’agricoltura dei paesi, si aggiungono gli ulteriori problemi creati dall’uragano. Tutto questo non fa che aumentare il rischio di epidemie di dangue e colera, già diffuse in un’America tanto povera, in cui centinaia di bambini muoiono a causa di fame e malattie.

Come aiutare i bambini? In America centro-meridionale molte associazioni onlus e no profit lavorano quotidianamente portando aiuto alla popolazione locale con azioni umanitarie e volontariato. Poiché nei paesi dei Caraibi fame e malattie continuano ad essere causa della mortalità infantile, molte di queste onlus operano sul territorio accogliendo bambini in difficoltà, orfani, abbandonati e privi di cure parentali, ai quali garantiscono cure, cibo affetto attraverso le donazioni di chi ha deciso di sostenere un’adozione a distanza.

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