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Il diritto umano universale alla conoscenza

Abraham Lincoln

Nel 2003 l’intuizione geniale di Marco Pannella, durante la guerra in Iraq: stop alle balle dei governi.

Il diritto umano universale alla conoscenza, ossia il diritto di conoscere in che modo e perché i governi a vari livelli prendano determinate decisioni che influiscono sui nostri diritti umani e libertà civili, soprattutto per quanto riguarda questioni di “sicurezza nazionale”. I cittadini, infatti, sono scarsamente resi partecipi delle attività dei governi, che spesso agiscono nell’ombra. Continue Reading


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Sono 60 milioni i migranti nel Mondo

migranti forzati mondo

Le migrazioni forzate su scala mondiale provocate da guerre, conflitti e persecuzioni hanno raggiunto i massimi livelli registrati sinora e i numeri sono in rapida accelerazione. È quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Il rapporto annuale riporta una forte escalation del numero di persone costrette a fuggire dalle loro case, con 59,5 milioni di migranti forzati alla fine del 2014 rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. L’incremento rispetto al 2013 è stato il più alto mai registrato in un solo anno.

L’accelerazione principale è iniziata nei primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la principale causa di migrazione forzata a livello mondiale. Nel 2014, ogni giorno 42.500 persone in media sono diventate rifugiate, richiedenti asilo o sfollati interni, dato che corrisponde a un aumento di quattro volte in soli quattro anni. In tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. Se i 59,5 migranti forzati nel mondo componessero una nazione, sarebbe la ventiquattresima al mondo per numero di abitanti.

Il rapporto dell’UNHCR Global trends mostra che nel solo 2014 ci sono stati 13.900.000 nuovi migranti forzati – quattro volte il numero del 2010. A livello mondiale si sono contati 19,5 milioni di rifugiati (rispetto ai 16,7 milioni del 2013), 38,2 milioni di sfollati all’interno del proprio paese (rispetto ai 33,3 milioni del 2013) e 1,8 milioni di persone in attesa dell’esito delle domande di asilo (contro i 1,2 milioni del 2013). Il dato più allarmante è che più della metà dei rifugiati a livello mondiale sono bambini.

“Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un’epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima. È terrificante che da un lato coloro che fanno scoppiare i conflitti risultano sempre più impuniti, e dall’altro sembra esserci apparentemente una totale incapacità da parte della comunità internazionale a lavorare insieme per fermare le guerre e costruire e mantenere la pace”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres.

Italian_04_15Countries_ConflictIl Rapporto dell’UNHCR mostra che in tutte le regioni il numero di rifugiati e sfollati interni è in aumento. Negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continuano a generare nuovi esodi forzati. Nel 2014 solamente 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni.

Nel frattempo, durano da decenni le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, Somalia e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuano a spostarsi o – come si verifica sempre più spesso – rimangono confinate per anni nelle periferie della società, nella paralizzante incertezza di essere degli sfollati interni o dei rifugiati a lungo termine. Tra le conseguenze più recenti e ben visibili dei conflitti in corso nel mondo e delle terribili sofferenze che provocano può essere indicata la drammatica crescita del numero di rifugiati che per cercare sicurezza intraprendono pericolosi viaggi in mare, nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, oltre che nel sud est asiatico.

A livello globale la Siria è il paese da cui ha origine il maggior numero sia di sfollati interni (7,6 milioni) che di rifugiati (3.880.000 alla fine del 2014). L’Afghanistan (2.590.000) e la Somalia (1,1 milioni) si classificano al secondo e al terzo posto.

Anche nel contesto di una forte crescita nel numero di migranti forzati, la distribuzione globale dei rifugiati resta fortemente sbilanciata verso le nazioni meno ricche, mentre le più ricche risultano interessate in misura inferiore. Quasi 9 rifugiati su 10 (86%) si trovavano in regioni e paesi considerati economicamente meno sviluppati. Più di un quarto di tutti i rifugiati erano collocati in paesi che si trovavano classificati nella lista delle Nazioni Meno Sviluppate, compilata dalle Nazioni Unite.

Nell’Unione Europea, i paesi che hanno ricevuto il maggior numero di domande di asilo sono stati la Germania e la Svezia. Nel complesso, a fine anno il numero di migranti forzati in Europa ha raggiunto quota 6,7 milioni, rispetto ai 4,4 milioni alla fine del 2013, con la percentuale più elevate registrate tra i siriani presenti in Turchia e gli ucraini nella Federazione Russa.

L’intensa sofferenza provocata dalla guerra di Siria, con 7,6 milioni di sfollati interni e 3.880.000 rifugiati nella regione circostante e non solo, ha già da sola reso il Medio Oriente l’area geografica da cui ha origine e che allo stesso tempo ospita il maggior numero di migranti forzati nel mondo. Ad aggiungersi all’allarmante crisi siriana, va considerato il nuovo esodo interno di almeno 2,6 milioni di persone in Iraq, che ha portato a 3,6 milioni il totale di sfollati interni alla fine del 2014, cui vanno a sommarsi 309.000 nuovi rifugiati in Libia.

Anche se spesso trascurati, numerosi conflitti in Africa, tra cui la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan, la Somalia, la Nigeria, la Repubblica Democratica del Congo e altri, hanno nel loro insieme provocato un enorme numero di migranti forzati nel corso del 2014, su una scala solo leggermente inferiore rispetto al Medio Oriente. Complessivamente, in Africa sub-sahariana si sono contati 3,7 milioni di rifugiati e 11,4 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni dei quali nuovi sfollati nel 2014. L’incremento complessivo del 17% è stato calcolato escludendo la Nigeria, considerata come anomalia dal punto di vista statistico, dal momento che nel corso del 2014 è cambiata la metodologia per il conteggio degli sfollati interni. L’Etiopia ha sostituito il Kenya come più grande paese di accoglienza di rifugiati in Africa, classificandosi il quinto a livello mondiale.

Da tempo una delle principali regioni di origine di migranti forzati a livello mondiale, il numero di rifugiati e sfollati interni in Asia è cresciuto del 31% nel 2014, raggiungendo la cifra di 9 milioni di persone. L’Afghanistan, in precedenza il principale produttore al mondo di rifugiati, ha ceduto il triste primato alla Siria. Nel 2014 si è anche assistito a continue migrazioni forzate in e dal Myanmar, compresi i Rohingya in fuga dallo stato di Rakhine e nelle regioni di Kachin e di Northern Shan. L’Iran e il Pakistan continuano ad essere due tra i primi quattro paesi che accolgono rifugiati a livello mondiale.

Anche nelle Americhe si è assistito a un incremento delle migrazioni forzate. Nel corso dell’anno il numero di rifugiati colombiani è sceso da 360.300 a 36.300, anche se ciò è avvenuto principalmente a causa di una revisione del numero di rifugiati segnalati dal Venezuela. La Colombia ha continuato, tuttavia, ad avere una delle più grandi popolazioni di sfollati interni del mondo, stimata in circa 6 milioni di persone, con 137.000 nuovi sfollati interni colombiani durante l’anno. L’aumento del numero di persone in fuga dalla violenza delle bande o da altre forme di persecuzione in America centrale ha anche provocato un incremento di 36.800 unità (pari al 44 per cento) nelle domande d’asilo presentate negli Stati Uniti rispetto al 2013.

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Il Medio Oriente in guerra con armi Made in Italy

Italia-armi-Israele

I dittatori, i regimi autoritari e i paesi in conflitto sono da sempre i nostri maggiori acquirenti di armi. Nel nord Africa e in Medio Oriente (Striscia di Gaza, Libia, Iraq, Siria ecc.) si continua a sparare con armi made in Italy.

Nel 2013, abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per 2.725.556.508 euro (ma il valore esatto è di quasi 3 miliardi di euro) con un calo del 7,7% rispetto al record ventennale del 2012. C’è invece una netta diminuzione (-48,5%) nei permessi rilasciati nel 2013, cioè per ordini di armi che verranno consegnate negli anni successivi. E dove esportiamo?

  • Israele (€ 472.910.250),
  • Stati Uniti (€ 419.158.202),
  • Algeria (€ 262.857.947),
  • Arabia Saudita (€ 244.925.280),
  • Turkmenistan (€ 215.821.893),
  • Emirati Arabi Uniti (€ 149.490.989),
  • Belgio (€123.658.464), India (€ 108.789.957),
  • Ciad (€ 87.937.870) e
  • Regno Unito (€ 74.407.416).

Come si può notare tra i primi dieci destinatari delle autorizzazioni all’esportazione solo tre (USA, Belgio e UK) fanno parte delle tradizionali alleanze dell’Italia (Nato e Ue) mentre per la maggior parte si tratta di paesi extra europei, di nazioni in guerra, rette da regimi dispotici o autoritari e da governi responsabili di reiterate violazioni dei diritti umani.

Il maggiore acquirente è Israele soprattutto per l’ordinativo alla Alenia Aermacchi di 30 velivoli addestratori M-346 e altro materiale per un valore complessivo di quasi 473 milioni di euro. Ed è incredibile visto che la Spagna ha già deciso di sospendere in via cautelare l’invio di armi e il Regno Unito, dopo aver reso nota una revisione delle proprie esportazioni militari per le forze armate israeliane, ha dichiarato un possibile blocco di una dozzina di licenze di esportazione di materiali militari impiegati da Israele nel conflitto a Gaza. L’Italia, invece, che è il maggior fornitore nell’Ue di sistemi militari a Israele, non solo non ha annunciato alcuna restrizione, ma il Ministero degli Esteri ha eluso la questione dichiarando in Parlamento che “l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva”.

In Algeria vendiamo elicotteri Agusta Westland AW139 comprensivi di apparecchiature per la visione all’infrarosso, 28 caschi militari e altre amenità per un valore complessivo di € 258.241.013. Prosegue anche la fornitura all’Arabia Saudita dei caccia Eurofighter (denominati El Salaam). Tra le armi esportate all’Arabia Saudita figurano però anche 600 bombe 2000LB Blu 109 attiva per un valore di € 15.600.000 ed inoltre 1000 bombe 500LB MK82 inerte e 300 bombe 2000LB MK84 inerte per complessivi € 8.500.000 tutte prodotte dalla RWM Italia di Ghedi (Rheinmetall Group). E 100mila granate cal. 40/46 MM TP Low Velocity esportate a Riyad da Simmel Difesa per € 6.291.000.

Nei magazzini dell’Esercito Italiano, oltre a decine di migliaia di kalashinkov e Rpg anticarro bottino di sequestri durante la guerra balcanica che dovrebbero esser ora distribuiti ai curdi, si stima siano ammassati 1100 carri armati e 3000 veicoli corazzati. Tra gli altri, ne hanno usufruito il Pakistan, il Libano, i cui soldati nel 2006 fronteggiavano gli israeliani con gli stessi elmetti usati a El Alamein dagli italiani, l’Albania, Panama (grazie agli uffici dell’“ambasciatore” berlusconiano Valter Lavitola) e la Libia pre e post Gheddafi.

Quindi ricapitolando, le forniture di sistemi militari italiani sono sempre più indirizzate verso le zone di forte tensione del Medio Oriente e del nord Africa, invece di inviare un contingente di “peace enforcement” sostenuto dall’Unione europea che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale e non alimenti il conflitto, noi continuiamo ad armarli.

La legge italiana, ricorda la Rete Italiana per il Disarmo, “vieta l’esportazione di sistemi militari verso i Paesi in stato di conflitto armato e ribadisce che eventuali diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri sono da adottare solo dopo aver consultato le Camere”.

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1000 anni di guerre in un video di 5 minuti


Questa video animato, realizzato da un utente di YouTube, mostra tutte le più importanti battaglie che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi dieci secoli. Le dimensioni delle esplosioni sono proporzionali al numero delle vittime. I dati provengono dall’Elenco delle Battaglie presente su Wikipedia. Un video interessante per renderci conto, di quante guerre l’umanità ha dovuto affrontare. E sta affrontando. Mentre scrivo questo post in tutto il mondo si combatte.

  • Africa: 24 Stati e 107 tra milizie-guerrigliere, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti. Punti Caldi: Darfur, Libia, Mali, Nigeria, Puntland, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Somaliland.
  • Asia: 15 Stati e 84 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti. Punti Caldi: Afghanistan, Birmania-Myanmar, Pakistan.
  • Europa: 8 Stati e 57 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti. Punti Caldi: Cecenia, Daghestan.
  •  Medio Oriente: 8 Stati e 91 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti. Punti Caldi: Iraq, Israele, Siria, Turchia, Yemen.
  • Americhe: 5 Stati e 24 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti. Punti Caldi: Colombia, Messico.

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 60
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi separatisti coinvolti 362

(Dati aggiornati al 21 Settembre 2012)


Vite unite dalle guerre di religione. Quando è iniziata la storia? Milioni, o solo seimila anni fa, come è scritto nella Bibbia? L’uomo annienta la verità della Storia per mascherare la sua realtà di essere spesso brutale, capace di alterare e perfino di annullare le vicende grandi e piccole al fine di salvaguardare se stesso.

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Censura in Afghanistan, sparite le guerre dai libri di storia

I sanguinosi colpi di Stato degli anni Settanta, l’invasione Sovietica dell’79, i regimi comunisti supportati da Mosca, la guerra civile e l’ascesa dei talebani, l’invasione della Nato e delle truppe straniere dal 2001 a oggi. Tutto questo non esiste più, è stato cancellato con un colpo di spugna dai libri di storia delle scuole di tutto l’Afghanistan.

Il motivo di questa censura? “Nient’altro che l’interesse della Nazione” ha risposto il ministro dell’Educazione afghano Farooq Wardak, che ha fatto già stampare i libri “rivisti e corretti”, pronti per essere distribuiti all’inizio del nuovo anno scolastico che partirà nella primavera del 2013.

“Negli ultimi 40 anni – spiega Wardak – sono accaduti centinaia di episodi che hanno portato a controversie fortissime nel paese. Mettere sui libri di storia argomenti sui quali non c’è un consenso nazionale significa portare la guerra nelle classi. Invece lo scopo dell’istruzione è portare l’unità, non certo le divisioni”.

Ed è così che molti eventi chiave della storia afghana non vengono neppure menzionati, o al massimo liquidati da una manciata di righe.

“Ad esempio, non si parla affatto della miseria che quest’ultima guerra ha portato, e non si menziona Kabul come zona di scontri e di morti”, commenta ai microfoni della Bbc un giornalista afghano, che ha chiesto di restare anonimo per motivi di sicurezza.

“I libri dicono che il mullah Omar è stato rimosso nel 2001, senza dire nemmeno chi sia. E degli Stati Uniti e della presenza della Nato nel paese non si parla proprio. E’ come se qualcuno stia tentando di nascondere il sole con due dita”.

La reazione della società civile – professori universitari, politici, docenti e giornalisti – non si è fatta attendere.

Tra le accuse principali, quella secondo cui con questa mossa il governo starebbe cercando di accattivarsi le simpatie dei talebani e di altri gruppi di potere prima del ritiro delle truppe straniere. 

I libri “modificati” verranno infatti distribuiti anche nei villaggi che sono rimasti sotto il controllo dei miliziani.

E secondo le autorità promotrici della censura, se i libri contenessero tutte le atrocità commesse dai talebani durante i loro cinque anni di regime, verrebbero senza dubbio messi da parte o gettati via.

“Abbiamo evitato di nominare gli individui e le parti coinvolte in questi conflitti, così come argomenti che potrebbero creare divisioni tra la gente – ha detto il portavoce del ministero dell’Educazione Amanullah Iman –. Il nostro scopo è quello di proteggere l’unità nazionale e di de-politicizzare l’educazione dei ragazzi”.

Iman si riferisce ai continui cambiamenti di corrente e direzione che ha avuto l’istruzione in Afghanistan nelle ultime quattro decadi,  coincisi naturalmente coi turbolenti cambiamenti politici in atto nel paese.

Così, durante l’invasione sovietica negli anni Ottanta, i libri di testo (compresi quelli dei bambini) erano pregni di propaganda comunista. Contemporaneamente gli Stati Uniti diffondevano clandestinamente libri “alternativi” pieni di idee anticomuniste e di resistenza contro i sovietici.

L’avvento dei talebani nel 1996 ha segnato, oltre alla promozione dell’Islam e della guerra santa, l’allontanamento delle ragazze dall’istruzione e la diffusione delle scuole religiose.

Nonostante le buone intenzioni, quello che il governo di Karzai e il ministero dell’Educazione dimenticano, è quanto i libri censurati risultino alla fine essi stessi fortemente politicizzati.

Stampati e pubblicati con l’aiuto dei donatori internazionali, Usa in primis, pare siano stati ‘limati e corretti’ proprio da supervisori americani, anche se non ci sono ancora conferme ufficiali.

Il sospetto è che dietro all’intero progetto ci sia comunque il loro zampino.

“Un paese deve conoscere il proprio passato, anche per cercare di evitare di commettere gli stessi errori in futuro – commenta la parlamentare Elay Ershad –. Il ministero dell’Educazione non ha il diritto di fare il lavaggio del cervello ai bambini e di tenerli all’oscuro sulla storia del proprio Paese”.

“Questo è ancora più vero, in quanto la penetrazione di Internet qui è ancora bassa, e il contatto col mondo esterno è limitato – aggiunge un’altra parlamentare che ha voluto restare anonima –, così i bambini afghani sono molto più dipendenti dai libri di testo”.

“In questo modo, un’intera generazione non saprà mai come e perché l’Afghanistan è diventato quello che è”.

Intanto il ministro Wardak e il suo entourage hanno già cominciato un tour per il paese, visitando scuole, ospedali, moschee, con l’obiettivo di spiegare la bontà del progetto ai ragazzi e alle loro famiglie.

“E’ un vero programma nazionale  – ha ribadito mostrando i nuovi libri –, ci riporterà tutti sotto un unico tetto, incoraggiando finalmente la fratellanza e l’unità della Nazione”.

(Fonte Anna Toro – osservatorioiraq)

Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere. Siba Shakib, regista e documentarista, racconta da anni la vita del popolo afgano e la condizione delle donne: dalla sua esperienza nei campi profughi è nato questo libro che mostra perché, da sempre, il fanatismo religioso è terrorizzato dalla serena forza delle donne.

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