Cara Mogherini, racconti la verità sulla guerra in Siria

Federica Mogherini

Una lettera aperta indirizzata a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. È assordante il silenzio sui crimini di guerra in Siria. Capire cosa sta succedendo è doveroso. Può ancora definirsi guerra, un conflitto dove vengono fatti saltare in aria convogli di aiuti umanitari? Dove vengono deliberatamente bombardati ospedali e scuole? Dove le regole umanitarie vengono dolosamente ignorate? Vogliamo giustizia e verità. È possibile?

“Gentile Federica Mogherini, mi permetto di scriverLe perché in questi giorni è rimbombato nelle mie orecchie un assordante silenzio: il suo. Continue Reading


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Tutti devono vergognarsi

Aylan Kurdi

Io non l’ho postata la foto di quel bambino con la maglietta rossa. Non l’ho fatto e sono stato a guardare. L’ho vista riprodursi e ripetersi e ho cercato di capire se sarebbe davvero riuscita a correre e a soffiare come il vento, se sarebbe stata capace di spalancare le porte e le finestre tirandosi dietro gli umori e gli sguardi e l’attenzione. Aspetto ancora di capire e di vedere cosa può davvero quella fotografia. Altre fotografie non hanno potuto fare molto. Documentare è essenziale per capire e per riuscire a vedere. Serve sempre a scuotere, a svegliare dal torpore. Ma cosa è che ci scuote di quella foto che altre non hanno potuto? Io ricordo il respiro affannoso di un bambino con la pancia gonfia e le mosche intorno al naso. È un bambino nero, lontano che veniva vicino grazie a quel respiro, quell’ansimare più forte dell’immagine stessa. È uno spot fatto per scuotere, per svegliare. Si prefigge un primo risultato immediato che consiste nel premere un tasto con su scritto “dona”. Un risultato che certamente è riuscito a raggiungere, magari anche migliaia di volte.

Quella foto del bambino sulla spiaggia non ha lo stesso fine. Ne ha uno più grande, vuole spalancare porte e finestre, vuole arrivare dove prima non arrivava il vento. Ricordo altre foto che avevano questo scopo come quelle delle tre bare bianche con gli orsacchiotti di peluche della strage di Lampedusa. Di fronte a quella immagine i potenti d’Europa hanno ripetuto a lungo che non sarebbe mai più successo.

Tra pochi giorni saranno passati due anni da quei giorni di ottobre e ci troviamo di fronte ad altre fotografie ancora più crude, più violente, capaci di schiaffeggiare, e in quelle foto riponiamo la speranza che siano capaci di raggiungere un risultato concreto, che sappiano fermare la morte dei bambini che annegano in mare.

Chissà se davvero riesce a tirarsi dietro gli umori e gli sguardi e se riuscità a spalancare porte e finestre quella foto. Perché questo è un mondo capace di masticarle quelle immagini e di produrne migliaia più violente con il significato opposto, che vogliono serrare porte e finestre per non fare entrare nessuno, neanche il vento.

Qualche giorno fa è stato denunciato un ragazzo di venti anni per istigazione all’odio razziale. Scriveva menzogne e le pubblicava su internet. Disegnava con le parole immagini terribili di “negri stupratori di bambine”. Fatti mai accaduti, completamente inventati, ma capaci di far scattare la serratura delle porte e delle finestre. Quelle storie fasulle si moltiplicavano su internet, sui social, e guadagnavano centinaia di click, di “mi piace”. L’obiettivo del ragazzo era proprio questo: ogni click per lui erano soldi che derivavano dagli sponsor della sua pagina di menzogne. Una macchina bugiarda e devastante che riusciva a raccogliere consenso a pacchi. È in questo contesto che naviga la foto di quel bambino con la maglietta rossa.

Ho visto un altro bambino recentemente. Nella piazza della stazione di Budapest insieme a migliaia di persone che cercano di prendere un tremo per l’Europa, diceva parole essenziali con l’aria stanca di chi ha camminato a lungo: “se fermate la guerra in Siria, nessuno di noi vorrà più venire in Europa. Fate semplicemente questo, fermate la guerra in Siria e noi torniamo a casa nostra”. Non ho sentito parole più semplici fino ad ora. Parole che forse sanno disegnare uno scenario più forte della compassione e dello strazio che suscita un bambino morto.

C’è un’altra fotografia che dovrebbe suscitare una reazione forte. È la fotografia di un viceministro italiano sorridente, seduto accanto ad Isaias Afewerki, dittatore eritreo. Scattata recentemente, segna la riapertura dei rapporti diplomatici tra Roma ed Asmara che hanno l’obiettivo dichiarato di fermare i flussi migratori in uscita da quel paese, scappano cinquemila ragazzi al mese dall’Eritrea. Un paese dove “governa la paura” è scritto in un rapporto delle Nazioni Unite che è costato minacce e l’adozione di una scorta per i membri della commissione. Forse quella fotografia diplomatica che nessuno ha commentato, avrebbe potuto e dovuto produrre un effetto concreto, una reazione capace di scuotere e svegliare dal torpore soprattutto se legata alla notizia che l’Europa intende concedere al regime eritreo 300 milioni di euro in “aiuti allo sviluppo”. Significa che aiutiamo lo sviluppo di un paese governato da un dittatore sanguinario e gli chiediamo di fermare chi scappa dal suo regime e, allo stesso tempo, salviamo dal mare i superstiti dei naufragi.

Forse questa fotografia dovrebbe scuotere davvero, dovrebbe svegliare dal torpore e le porte e le finestre dovrebbero davvero riuscire a spalancarsi. Almeno per chiedere spiegazioni e capire dove inizia tutto questo e cosa, realmente, possiamo fare per fermarlo.

(Fonte articolo21)

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Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono


“Questo non è un appello. Non è una petizione. Non raccogliamo firme, né cerchiamo consensi. Vogliamo solo offrire qualche spunto di riflessione per il dibattito che si sta sviluppando al seguito dei “venti di guerra” che provengono dallo scenario internazionale che oggi ci consegna una sponda del Mediterraneo in fiamme, dalla Siria alla Libia, dall’Egitto al Libano (oltre naturalmente alla Palestina). Sull’altra sponda del Mediterraneo si affacciano i paesi occidentali, compresa l’Italia, impotenti sul piano politico, ma molto attivi sul piano del commercio delle armi, che vanno ad alimentare i massacri. In fondo al Mediterraneo ci sono migliaia di profughi in fuga dalle guerre. Noi possiamo fare poco o niente sul piano immediatamente efficace per impedire il massacro. Nessuna sacrosanta richiesta ai potenti di fermare la guerra ha restituito la pace ai popoli. Non è accaduto a Belgrado, né a Bagdad, né a Kabul e nemmeno a Tripoli. Non accadrà a Damasco. Nè è nostro compito scegliere le parti per le quali parteggiare – tra dittatori di lungo corso, militari golpisti e fondamentalisti jihadisti – laddove la verità è sempre la prima vittima delle guerre e le responsabilità tra oppressori e oppressi non sono separabili con l’accetta. Quel che possiamo e dobbiamo fare nell’immediato è stare dalla parte delle vittime, accogliere e portare soccorso, alleviare le sofferenze, salvare singole vite. E’ già molto, ma non basta. Come non basta condannare l’intervento armato e i suoi mandanti. E’ necessario, ma non basta. La Siria è piombata in una guerra “civile” (si fa per dire) a causa di una ventennale dittatura (accettata, tollerata, sostenuta dalle grandi potenze) che non ha acconsentito ad alcuna riforma, ma ha fatto precipitare il paese in una escalation di violenza. A sua volta, l’opposizione pacifica al regime è stata presto messa ai margini da una preponderante contrapposta violenza armata, anche di matrice fondamentalista jihadista (accettata, tollerata, sostenuta da altre potenze). Gli Stati Uniti con l’Arabia da una parte, la Russia con l’Iran dall’altra, l’Europa, la cosiddetta “comunità internazionale”, sono stati a guardare la mattanza, con efferatezze da entrambe le parti, che ha prodotto finora quasi 100mila morti, sopratutto – come in tutte le guerre – tra i civili inermi: nessun tentativo di mediazione internazionale tra le parti, nessun intervento massiccio di intermediazione civile, nessuna presenza di osservatori internazionali, nessuna richiesta di cessate il fuoco da parte degli alleati di una parte e dell’altra, nessuna interruzione del flusso di armi ad entrambe le parti in guerra. A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo – come tutte le guerre – aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche – nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti – un grave di segno di impotenza della comunità internazionale. Del resto, tutti gli interventi militari internazionali in zone di conflitto (spesso avviate con pretesti risultati, a posteriori, costruiti a tavolino) non hanno portato ad alcuna stabilizzazione democratica e pacifica in nessuno scenario – dall’Iraq al Kosovo, dalla Somalia alla Libia, all’Afghanistan – ma hanno ulteriormente disastrato popolazioni e territori, aprendo ulteriori focolai di guerra, odio e terrorismo. Chi è responsabile di una guerra assassina in Afghanistan, con stragi di civili, non può farsi paladino dei diritti umani, nascondersi dietro il paravento di un intervento umanitario per punire l’uso di gas contro altri civili. L’opzione militare in Siria sarebbe destabilizzante per l’intera area, anche se l’obiettivo dichiarato è di un intervento limitato e mirato. Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. L’unica vera stabilizzazione al rialzo è sempre quella per i profitti delle multinazionali delle armi, unici soggetti che da tutte le guerra ne escono comunque trionfanti e pronti a ricominciare. Non a caso, esattamente un anno fa, il 31 agosto 2012, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dichiarava che la spesa militare globale annua, mai così alta nella storia dell’umanità, divisa per i giorni dell’anno, è “di 4,6 miliardi di dollari al giorno, somma che, da sola, è quasi il doppio del bilancio delle Nazioni Unite per un anno intero”. Il meccanismo è, dunque, sempre lo stesso: si impedisce alle Nazioni Unite di agire per la pace con tutti i mezzi diplomatici e operativi possibili e necessari, privandole di quelle risorse che, invece, vanno a gonfiare le spese globali per gli armamenti. Per cui la guerra continua planetaria, che si sposta da uno scenario conflittuale all’altro, è sempre di più una profezia che si autoavvera. Registriamo positivamente che in quest’ultima occasione il governo italiano abbia voluto finalmente prendere una posizione autonoma, diversa dagli alleati della Nato, rivendicando il ruolo delle Nazioni Unite e riconoscendo al Parlamento la sovranità delle scelte di politica estera. Ci vuole anche altro, come l’immediata sospensione della produzione e commercio di armi con i paesi belligeranti (comprese le cosiddette armi leggere), ma sappiamo riconoscere i segnali in controtendenza. A questo punto torna la domanda: ma noi cosa possiamo fare? Oltre ad esprimere la nostra irremovibile contrarietà a questa nuova escalation internazionale della guerra siriana, foriera di imprevedibili effetti a catena su tutto lo scenario mediorientale, non ci dobbiamo stancare di operare e di chiamare tutti alla necessaria opera per la pace e la nonviolenza. Il nostro compito è operare bene e con convinzione, là dove siamo e possiamo, per il disarmo e la riduzione delle spese militari globali e nazionali, per il sostegno alle campagne contro il commercio italiano delle armi usate in tutte le guerre vicine e lontane, per la promozione dei Corpi civili di pace come forze di intervento preventivo nei conflitti, per la difesa civile non armata e nonviolenta attraverso la formazione di giovani volontari civili, per sviluppare politiche culturali ed educative fondate sulla nonviolenza, per incalzare i nostri governi ad operarsi per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite che possano operare davvero con una legale e democratica polizia internazionale, come superamento degli eserciti, per il rispetto del diritto e la difesa degli aggrediti. Contro la guerra e per la pace c’è sempre qualcosa da fare. Con la nonviolenza, tutti i giorni.” Movimento Nonviolento

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