Apple, Facebook e Google sono le aziende tecnologiche più green del pianeta

Click Clean è il report annuale di Greenpeace USA che analizza l’impronta energetica dei grandi operatori di data center e di circa 70 tra siti web e popolari applicazioni. Nel 2017 la percentuale di elettricità globale utilizzata dal settore informatico supererà addirittura il 12% (era il 7% nel 2012). Per questo è importante capire quali politiche energetiche intraprendono le aziende leader a livello mondiale. Continue Reading


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India: Il villaggio che dopo 30 anni si illumina grazie all’energia solare

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Grazie ad un progetto promosso da Greenpeace India, ora, il villaggio di Dharnai è il primo dell’India ha godere di illuminazione pubblica, elettricità per le proprie case e per irrigare i campi, migliori strutture sanitarie e la sicurezza di avere strade illuminate, grazie all’elettricità ricavata da pannelli fotovoltaici. Dopo 30 anni “di buio” finalmente è arrivata l’energia elettrica. Una micro-rete 100% solare che fornisce elettricità alle 2.400 persone che vivono nel villaggio. Il sistema da 70 kilowatt (kW) alimenta le 450 case degli abitanti, 50 attività commerciali, due scuole, una struttura sanitaria e, inoltre, sono stati installati dieci sistemi di pompaggio ognuno per l’irrigazione. Un sistema di accumulo a batterie garantisce l’energia elettrica giorno e notte. Il progetto è costato 340mila euro, pagati da Greenpeace International con i partner BASIX e CEED, una banca per il micro-credito che si occuperà della manutenzione e della riscossione delle bollette e un centro di formazione, potrebbe diventare un modello rivoluzionario in grado di fornire energia affidabile a milioni di persone nel mondo.

Il governo indiano ha cercato di bloccare i fondi che Greenpeace International devolve a Greenpeace India per sostenere le sue campagne, con l’accusa di ostacolare lo sviluppo del Paese con le campagne contro carbone, nucleare e OGM. Ma il progetto è andato avanti lo stesso e, dopo due mesi di test con risultati positivi, il 20 luglio è stata lanciata la micro rete, inaugurata dall’abitante più anziano del villaggio (80 anni) che ha avuto l’onore di attivare ufficialmente il nuovo sistema di energia. 

Mentre l’India stava crescendo a passi da gigante, siamo rimasti bloccati qui per gli ultimi 30 anni, cercando tutti i modi per ottenere energia elettrica. Siamo stati costretti a lottare con lampade a cherosene e generatori diesel molto costosi. Ma ora posso dire con orgoglio che Dharnai è leader nell’innovazione. Abbiamo stabilito la nostra identità di un villaggio autosufficiente di energia e in grado di competere con il paese nella sua corsa alla crescita“, ha detto Kamal Kishore, un residente di Dharnai.

In India 300 milioni di persone ancora aspettano  l’energia elettrica, più di un terzo della popolazione rurale. Ma la storia di Dharnai va ben oltre l’India. Un quarto della popolazione mondiale non ha accesso all’elettricità. Oltre un miliardo di persone nel mondo vivono quindi senza energia elettrica. Per loro la micro rete alimentata da energia solare e finalmente attivata in questo villaggio indiano può essere un nuovo modello di sviluppo, sottolinea Greenpeace, in grado di portare finalmente energia pulita ed affidabile a quei milioni di persone che vivono, ancora oggi, al buio. Tutte le comunità senza elettricità, e i loro governi, possono finalmente fare un enorme passo avanti, sviluppando questi sistemi solari innovativi ed evitando i sistemi energetici del passato, costruendo così un sistema di energia pulita di cui possono avere il pieno controllo.

Questa storia dimostra un futuro diverso, sostenibile e di speranza per milioni di persone nel mondo che ancora oggi vivono senza fornitura di energia elettrica. Il cambiamento verso un nuovo Mondo è possibile.

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Moda e tessuti tossici

Greenpeace, ad aprile 2012, ha analizzato i capi d’abbigliamento di venti famose case di moda. In questa pagina riporto alcuni esempi di cosa hanno trovato, come l’uso diffuso di nonilfenoli etossilati che a contatto con l’ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell’uomo. Le analisi chimiche eseguite da Greenpeace su 141 articoli dei 20 principali brand di moda (Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blažek, C & A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H & M, Zara, Levi, Victoria ‘s Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Vancl) dimostrano il collegamento tra gli impianti di produzione tessile, principali responsabili dell’avvelenamento dei corsi d’acqua, e la presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti finali.

E’ importante sottolineare che per i livelli di sostanze chimiche trovati nei vestiti non è noto se costituiscano un rischio diretto per la salute di chi li indossa. Quando vengono rilasciate nell’ambiente, però, queste sostanze possono avere effetti pericolosi sulla salute dell’uomo e di altri organismi. Per risolvere il problema, le grandi aziende della moda devono eliminare completamente queste sostanze dai tessuti e trovare delle alternative sicure per produrre i propri capi d’abbigliamento.

“Vendendo prodotti contaminati da sostanze chimiche pericolose, le marche più famose del fashion ci stanno trasformando in vittime inconsapevoli della moda che inquina. Le sostanze trovate da Greenpeace, infatti, contribuiscono all’inquinamento dei corsi d’acqua in tutto il mondo, sia durante la produzione che nel lavaggio domestico” – ha spiega Li Yifang, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Asia orientale.

Greenpeace chiede ai marchi dell’abbigliamento di impegnarsi ad azzerare l’utilizzo di tutte le sostanze chimiche pericolose entro il 2020, come già hanno fatto alcuni importanti marchi tra cui H&M e M&S, e di imporre ai loro fornitori di rivelare alle comunità locali i valori di tutte le sostanze chimiche tossiche rilasciate nelle acque dai loro impianti. 

Giubbotto Benetton: contiene nonilfenoli etossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.T-shirt Benetton: contiene tracce di ftalati tossici (inclusi DEHP e BBP), usati durante la lavorazione o dovuti a contaminazione post lavorazione.T-shirt C&A: contiene tracce di ftalati tossici (incluso BBP), usati durante la lavorazione o dovuti a contaminazione post lavorazione.Impermeabile Gap: contiene nonilfenoli etossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.Cardigan Vancl: contiene nonilfenoli etossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.Jeans Zara: contengono coloranti che, in certe condizioni, possono rilasciare un'ammina cancerogena. Contengono inoltre nonilfenoli etossilati che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.Jeans Zara: contengono coloranti che, in certe condizioni, possono rilasciare un'ammina cancerogena. Contengono inoltre nonilfenoli etossilati che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.Giubbotto Zara: contiene nonilfenoli etossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.Pantalone Zara: contiene nonilfenoli etossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano in composti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.

Per maggiori info scarica la denuncia pubblicata nel rapporto internazionale “Toxic Threads – The Fashion Big Stitch-Up che Greenpeace ha lanciato da Pechino con una sfilata shock,  e visita la pagina Principali sostanze tossiche da eliminare.
Firma la petizione mondiale per convincere Zara, il più grande rivenditore al mondo di abbigliamento, ad adottare con urgenza un piano ambizioso e trasparente per eliminare le sostanze tossiche dalle sue filiere di produzione www.greenpeace.org/italy/zara.
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Il Greenfreeze una tecnologia verde per la refrigerazione

A furia di usare i condizionatori, si sa, facciamo un gran male al Pianeta terra. Eppure un’alternativa c’è. E non è morire di caldo. Ma sono i refrigeranti naturali, noti e usati per i frigoriferi a partire dal 1993 quando Greenpeace inventò (senza brevettarlo) il sistema Greenfreeze, basato sull’utilizzo di refrigeranti naturali a basso impatto: miscele di idrocarburi (propano, butano, ciclopentano), acqua, aria e anidride carbonica.Oggi nel mondo ci sono più di 650 milioni di frigoriferi Greenfreeze, in Cina la loro quota è del 75% (dato 2010, UNEP). Nel 2012 la tecnologia Greenfreeze rappresenta il 40% della produzione globale, ma entro il 2020 si arriverà all’80%. L’impulso a questa innovazione venne dalle conseguenze del protocollo di Montréal che, nel 1987, mise al bando i clorofluorocarburi (Cfc) utilizzati per la tecnologia del freddo, ma corresponsabili del buco dell’ozono. Di conseguenza, nel 1996, i Paesi industrializzati hanno cessato la produzione di Cfc e da allora ci rinfreschiamo con gli idrofluorocarburi (Hcfc e Hfc) che non bucano l’ozono, ma producono l’effetto serra. Le alternative agli HFC esistono in quasi tutti gli ambiti di applicazione: per frigoriferi e condizionatori domestici, e per quelli commerciali; per condizionatori portatili; nei processi industriali e per le schiume isolanti. Se l’attuale trend d’utilizzo non venisse modificato, nel 2050 il comparto della refrigerazione peserebbe per il 27 per cento sul surriscaldamento globale. E l’allarme, lanciato anche alla conferenza di Rio, riguarda i condizionatori, che nei Brics (soprattutto India e Cina) rientrano tra i nuovi status symbol per il ceto medio, con un mercato che cresce al ritmo del 20 per cento annuo e una produzione di 500 mila tonnellate che per ora utilizza quasi esclusivamente i dannosissimi clorofluorocarburi. Per questo Greenpeace chiede a quei governi il varo di incentivi fiscali per le aziende che accettino di eliminare gli Hfc, convertendosi all’uso dei refrigeranti naturali.

Greenfreeze: la situazione italiana. Sul mercato italiano ci sono prodotti di importazione, che in alcuni casi occupano una quota di mercato significativa e interessante. In ogni caso per valutare la diffusione della tecnologia Greenfreeze in questi settori è necessario circoscrivere l’analisi ai marchi più grandi.

La ricerca industriale si concentra sulle tecnologie con il minore impatto ambientale, sull’autonomia degli impianti in caso di perdita di corrente e sui sistemi per la segnalazione di guasti e malfunzionamenti. A ciò bisogna aggiungere la tendenza ad aumentare il livello di recupero e riciclo delle componenti. Parlando nello specifico della tecnologia Greenfreeze, è importante segnalare che se da un lato l’attenzione dei consumatori è rivolta all’efficienza energetica, dall’altro c’è poca conoscenza riguardo i gas refrigeranti. De Longhi è l’unica azienda italiana di condizionatori portatili. A lungo l’azienda si è impegnata nella creazione di prodotti a basso impatto sull’ambiente.

Nel settore della grande distribuzione assistiamo a una graduale concentrazione delle industrie. Le maggiori catene della grande distribuzione alimentare presenti in Italia sono: Coop Italia; Conad; Auchan; Selex; Esselunga e Carrefour. Queste catene coprono più del 50% del mercato. Tutte le catene di supermercati sono coinvolte nel processo di miglioramento del livello di efficienza energetica: il consumo di energia rappresenta, infatti, una voce molto importante dei costi operativi. Manca, tuttavia, la spinta a comunicare all’esterno questo tipo di attività e anche la tendenza a elaborare strategie sistematiche e diffuse. Le aziende che hanno fornito in maniera tempestiva e puntuale le informazioni sulle tecnologie Greenfreeze adottate all’interno dei loro punti vendita sono Coop Italia, Auchan e Carrefour. Quest’ultima in particolare ha fornito un documento completo sulle proprie attività.

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Il carbone di Enel fa un morto al giorno

Abbiamo le prove. Delle persone che Enel ha già ucciso e ucciderà in Italia con il suo carbone: 366 morti premature nel 2009una al giorno, che potrebbero arrivare a 500, se l’azienda metterà in atto il suo piano di espansione con le centrali di Porto Tolle e Rossano Calabro.
Abbiamo le prove. Dei danni sanitari, ambientali ed economici che le centrali a carbone di Enel hanno generato in Italia: 1,8 miliardi di euro nel 2009.

Sono i dati shock contenuti in uno studio che il Reparto Investigazioni Climatiche di Greenpeace ha commissionato all’istituto indipendente di ricerca olandese SOMO. Lo studio utilizza il metodo impiegato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) per stimare i danni delle emissioni atmosferiche causate dagli impianti industriali, e lo applica ai dati di emissione di un database della stessa EEA.

Che le emissioni delle centrali elettriche a carbone di Enel sono veleno lo sapevamo già. Grazie allo studio SOMO ora sappiamo anche quali sono le conseguenze: una morte prematura al giorno.

Lo scenario potrebbe essere ancora più tragico. La metodologia applicata nella ricerca, infatti, analizza solo un numero ristretto di inquinanti ed emissioni, tralasciando gli impatti di agenti come nichel, cadmio, mercurio, arsenico, piombo o di materiali radioattivi come l’uranio.

Le nostre indagini dimostrano sempre più che Enel è un killer spietato. Non solo un killer del clima, ma un killer e basta. Nonostante conosca bene tutti questi dati, li ignora, li nasconde e continua a puntare sul carbone, facendo centinaia di vittime. Quando diciamo Enel e carbone, parliamo di circa mille morti premature all’anno in Europa, e danni complessivi, nel continente, per circa 4,3 miliardi di euro.

Secondo lo studio SOMO, la realizzazione degli impianti a carbone Enel di Porto Tolle e Rossano Calabro costerebbe fino a 95 casi in più di morti premature ogni anno e danni stimabili in ulteriori 700 milioni di euro l’anno.

Enel elettricità prodotta in Italia 2010

Come si vede, l’asset produttivo dell’azienda poggia strategicamente su due fonti principali: il carbone e l’idroelettrico, con una quota significativa di produzione nucleare in Europa e una quota di produzione (relativamente crescente negli ultimi anni) da impianti a gas a ciclo combinato. E’ da sottolineare come il parco idroelettrico dell’azienda sia principalmente costituito, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, da impianti realizzati nel novecento, ovvero si tratta di un parco produttivo sostanzialmente non in espansione da decenni, eredità di piani infrastrutturali di un’altra epoca.

Greenpeace chiede a Enel di salvare vite umane. Può farlo dimezzando la produzione elettrica da carbone da qui al 2020 e portandola a zero al 2030, e investendo contemporaneamente in fonti rinnovabili per compensare la perdita di produzione. Ferma anche tu Enel killer. Entra nella nostra squadra.

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