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Krugman: “Per uscire dalla crisi la Grecia deve abbandonare l’euro”

Grecia-Euro

Alla luce della vittoria del “no” alla troika in Grecia, P. Krugman sostiene che i veri europeisti dovrebbero esultare. Fortunatamente, si è evitato che le istituzioni europee rovesciassero un altro governo democratico, imponendo politiche che loro stesse ammettono fallite. Come sottolinea il Nobel, l’unica plausibile uscita dalla crisi per la Grecia è un’uscita dall’eurozona, uscita per la quale i maggiori costi – la crisi bancaria e finanziaria – sono ormai stati pagati.

“Domenica l’Europa ha schivato un proiettile. Smentendo molte previsioni, gli elettori greci hanno fortemente sostenuto il rifiuto alle richieste dei creditori da parte del loro governo. E anche i più ardenti sostenitori dell’Unione europea dovrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Naturalmente, i creditori non la metterebbero in questo modo. La loro versione dei fatti, ripresa da molti nella stampa finanziaria, è che il fallimento del loro tentativo di costringere la Grecia alla sottomissione è un trionfo dell’irrazionalità e dell’irresponsabilità sui buoni consigli dei tecnocrati.

Ma la campagna di sopraffazione — il tentativo di terrorizzare i greci privando le loro banche di finanziamenti e minacciando il caos generale, il tutto con l’obiettivo quasi dichiarato di disarcionare l’attuale governo di sinistra— è stato un episodio vergognoso per un’Europa che afferma di credere ai principi democratici. Se quella campagna fosse riuscita, si sarebbe stabilito un terribile precedente, anche se i creditori avessero avuto ragione.

Per di più, non ce l’hanno. La verità è che i sedicenti tecnocrati europei sono come medici medievali che insistono nel salassare i loro pazienti — e quando il loro trattamento fa ammalare ancor di più i pazienti, essi chiedono di togliere ancora più sangue. Una vittoria del “Sì” in Grecia avrebbe condannato il paese ad altri anni di sofferenza nell’attuare politiche che non hanno funzionato e addirittura, come dice l’aritmetica, non possono funzionare: l’austerità probabilmente riduce il PIL più velocemente di quanto si riduce il debito, quindi tutta la sofferenza non serve a niente. La schiacciante vittoria del “no” offre almeno una possibilità di una via di fuga da questa trappola.

Ma come gestire questa fuga? C’è un modo per la Grecia di rimanere nell’euro? E questo è in ogni caso auspicabile?

La questione più immediata riguarda le banche greche. Prima del referendum, la Banca Centrale Europea ha tagliato il loro accesso a ulteriori fondi, facendo precipitare il panico e costringendo il governo a imporre la chiusura delle banche e i controlli di capitali. La Banca Centrale deve ora affrontare una scelta difficile: se riprendesse il normale finanziamento sarebbe come ammettere che il congelamento precedente era politico, ma se non lo facesse, in pratica costringerebbe la Grecia ad introdurre una nuova moneta.

In particolare, se il denaro non inizia a scorrere da Francoforte (la sede della Banca centrale), la Grecia non avrà altra scelta se non cominciare a pagare salari e pensioni con i.o.u.s, (in inglese I Owe You, ossia “pagherò”, cambiali NdVdE) che sarebbero de facto una valuta parallela — e che potrebbero presto trasformarsi nella nuova dracma

Supponiamo che, al contrario, la Banca centrale riprenda la normale erogazione dei prestiti, e che la crisi bancaria si risolva. Rimane ancora la questione di come rilanciare la crescita economica.

Durante i negoziati falliti che hanno portato al referendum di domenica, il punto critico centrale era la richiesta della Grecia di una riduzione permanente del debito, per rimuovere le incertezze che gravavano sulla sua economia. La troika — le istituzioni che rappresentano gli interessi dei creditori — ha rifiutato, ma ora sappiamo che un membro della troika, il Fondo Monetario Internazionale, aveva concluso in modo indipendente che il debito della Grecia non può essere ripagato. Cambieranno atteggiamento ora che è fallito il tentativo di deporre la coalizione di sinistra al governo?

Immaginate, per un momento, che la Grecia non avesse mai adottato l’euro, che avesse semplicemente fissato il valore della dracma a quello dell’euro. Cosa suggerirebbero di fare le semplici analisi economiche di base? La risposta, a stragrande maggioranza, sarebbe che dovrebbe svalutare — lasciare scendere il valore della dracma – sia per incoraggiare le esportazioni sia per uscire dal ciclo della deflazione.

Naturalmente, la Grecia non ha più una propria moneta, e molti analisti erano soliti affermare che l’adozione dell’euro era una decisione irreversibile— dopo tutto, ogni accenno di uscita dall’euro avrebbe scatenato una devastante crisi bancaria e una crisi finanziaria. Ma a questo punto la crisi finanziaria c’è già stata, così che i maggiori costi di un’uscita dall’euro sono stati pagati. Perché, allora, non godere dei benefici?

L’uscita greca dall’euro avrebbe lo stesso, grande successo della svalutazione dell’Islanda nel 2008-09, o dell’abbandono dell’Argentina della sua politica un-peso-un-dollaro nel 2001-02? Forse no — ma consideriamo le alternative. A meno che la Grecia non ottenga davvero una grossa cancellazione del debito, e forse anche se la ottenesse, lasciare l’euro offre la sola via di fuga plausibile dal suo incubo economico senza fine.

E cerchiamo di essere chiari: se la Grecia alla fine lascia l’euro, non significa che i greci sono cattivi europei. Il problema del debito della Grecia comporta che ci siano dei creditori irresponsabili tanto quanto dei debitori irresponsabili, e in ogni caso i greci hanno pagato per i peccati del loro governo molte volte. Se non riescono a prosperare all’interno della moneta comune europea, è perché quella moneta comune non offre nessun aiuto ai paesi in difficoltà. La cosa importante ora è fare tutto il necessario per terminare l’emorragia”. Paul Krugman – traduzione vocidallestero


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Ignominia d’Europa

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Un’accusa durissima, in forma di poema di Günter Grass, premio Nobel per la Letteratura, nei confronti di un’Unione europea che con il suo atteggiamento sta “condannando alla miseria” il Paese che le “prestò la culla”, la Grecia.

Prossima al caos, perché non all’altezza dei mercati,
lontana sei dalla terra che a te prestò la culla.

Quello che, con l’anima hai cercato e consideravi tuo retaggio,
ora viene tolto di mezzo, alla stregua di un rottame.

Messo nudo alla gogna come debitore, soffre un Paese
al quale dover riconoscenza era per te luogo comune.

Paese condannato alla miseria, la cui ricchezza,
ben curata, orna i musei: preda che tu sorvegli.

Coloro che, in divisa, con la violenza delle armi funestarono il Paese
ebbro d’isole, tenevano Hölderlin nello zaino.

Paese a stento tollerato, di cui un tempo tollerasti
i colonnelli in veste di alleati.

Paese privo di diritti, al quale un potere che i diritti impone,
stringe sempre più la cintola.

Sfidandoti, veste di nero Antigone e dovunque lutto
ammanta il popolo di cui tu fosti ospite.

Eppure fuori dai confini il codazzo dei seguaci di Creso
ha ammassato tutto ciò che d’oro luccica nelle tue casseforti.

Trangugia infine, butta giù! gridano i claqueur dei Commissari,
ma Socrate ti restituisce irato il calice colmo fino all’orlo.

Malediranno in coro gli Dei ciò che possiedi,
quando il tuo volere esige di spossessare il loro Olimpo.

Priva di spirito deperirai senza il Paese
il cui spirito, Europa, ti ha inventata.

Günter Grass

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La vera storia del debito greco, costretta a comprare armi da Germania e Francia

Angela-Merkel-Grecia-spese-militari

“In un dibattito in Parlamento, il leader della coalizione di estrema sinistra (Syriza) Alavanos (Alekos, ndr) ha proposto che le spese militari fossero tagliate del 50%. Karamanlis (Kostas, ex primo ministro greco, ndr) ha rifiutato questa proposta”. Siamo nel 2009. A parlare è Daniel Speckhard, ambasciatore statunitense in Grecia. E a rivelare queste parole è Wikileaks, in un cablo non classificato, nemmeno oggi. Insomma, tra i tanti sorvegliati speciali dai servizi segreti americani, c’era anche la Grecia che, già nel 2009, stava pensando di ridurre le spese per far quadrare i conti. Alla fine, come detto, la proposta non passò: la spesa militare nel tempo è rimasta alta, anche per l’opposizione di vari organi internazionali, quegli stessi organi che oggi chiedono ad Alexis Tsipras (e ai governi precedenti) di tagliare altri capitoli di spesa.

IL DOCUMENTO
A riprova di quanto detto, un dossier pubblicato proprio in questi giorni dalla Nato e di cui La Notizia è venuto in possesso: la spesa militare greca nel 2014 ha assorbito il 2,2% del Pil (pari circa a 4 miliardi di euro). Esattamente come nel 2013. Certo, come ci dice Francesco Vignarca della “Rete per il disarmo”, “un taglio c’è stato. Si è passati dai 6 miliardi del 2009 ai 4 di oggi. Il punto però è il paragone con altri settori dove il taglio è stato più drastico, più importante. Il taglio sulla spesa militare non lo è stato. La Germania, che da cinque anni bastona sui conti greci, non ha mai chiesto di tagliare la spesa militare”. Non solo. Circa due settimane, era stata la Commissione europea ad avanzare la proposta di una risistemazione dei conti greci che prevedeva un taglio della spesa militare. Ma a bocciare la proposta ci hanno pensato prima il Fondo Monetario Internazionale e poi la stessa Nato, per bocca direttamente del segretario generale Jens Stoltenberg. Ma non è finita qui. Nella controproposta presentata ieri all’Europa da Tsipras, c’era un altro riferimento diretto alla spesa militare: taglio – questa l’intenzione del governo ellenico – di 200 milioni quest’anno e 400 milioni l’anno prossimo. Niente da fare: noi, ha detto Jean-Claude Juncker, non trattiamo più. Perlomeno fino al referendum. Insomma, continua Vignarca, “ci sono diverse istituzioni, nazionali e internazionali, che obbligano a non tagliare la spesa militare. E magari sono le stesse che dicono: tagliamo le pensioni, il welfare e via dicendo”.

IL RAPPORTO
Ma non è finita qui. È curioso, infatti, andare anche ad esaminare il rapporto pubblicato dalla Nato. Se infatti, in termini assoluti, ci sono Paesi la cui spesa militare è decisamente più alta rispetto a quella ellenica, è il rapporto con il Pil che lascia senza parole. Pochi, infatti, sono gli Stati che spendono, in relazione al prodotto interno lordo, più della Grecia. L’Italia si ferma intorno all’1%, per dire. La stessa Germania ha speso in armamenti l’1,2% del Pil nel 2014, la Francia l’1,8. Nessuno, insomma, investe (e spende) come la Grecia. Anzi, la spesa preventivata dai governi precedenti a quello di Tsipras aveva previsto, come detto, anche un ulteriore aumento per il 2015: il budget avrebbe toccato quota 4,2 miliardi, raggiungendo il 2,3%. La domanda, allora, è perché mai la spesa militare si mantenga così alta, nonostante la volontà greca di tagliare la spesa.

LA GERMANIA FA AFFARI
Proviamo a dare una risposta. Chi sono, chiediamoci ad esempio, i maggiori Paesi che fanno affari militari con la Grecia? Secondo i dati del ministero della difesa greco, tra gli altri, proprio la Germania. Strano? Forse no, se si pensa allo scandalo scoppiato tempo fa secondo cui al ministero della difesa greco venivano pagate mazzette (per 18 milioni) per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon, carri armati Leopard 2A6 Hel, missili Stinger e i caccia F-15. Chi li produce? La Krauss-Maffei Wegmann. Tedesca, manco a dirlo.

(Fonte lanotiziagiornale)

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Come si può risolvere la crisi della Grecia?

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La vicenda ellenica è una questione di democrazia, Stato sociale, sovranità. Un paese cicala può diventare un paese formica, ma serve l’intelligenza politica – anche dei creditori.

Proviamo a immaginare la Grecia in un mondo senza euro e senza Unione Europea.

Per cominciare, i trasferimenti di capitali che si sono avuti negli ultimi anni dai paesi dell’euro verso Atene non ci sarebbero stati.

La ragione è da cercarsi nella moneta ellenica: una moneta debole che nessuno avrebbe voluto, se non in cambio di interessi proibitivi. Non arrivando del denaro da fuori, la spesa pubblica in deficit – in deficit perché in Grecia non si raccoglievano le imposte nella misura necessaria – sarebbe stata finanziata con l’emissione di poche obbligazioni (che pochi, anche greci, avrebbero voluto) e soprattutto con l’emissione di moneta. La quale, se offerta in eccesso, avrebbe (come ha fatto) alimentato l’inflazione. Con dazi elevati e una moneta debole le importazioni di beni sarebbero state frenate. Le esportazioni greche di beni erano (e sono) poco importanti, mentre rilevano quelle dei servizi turistici. Insomma: la Grecia era un paese povero, con un equilibrio economico precario, la cui importanza dipendeva dalla collocazione geografica.

Vediamo ora Atene nell’euro e nell’Ue. La moneta comune annulla il problema del cambio. Si investe in Grecia comprando il suo debito pubblico in euro, ed euro si ricevono alla scadenza dell’obbligazione. Annullato il rischio cambio, il rendimento delle obbligazioni scende. E scende molto, al punto da rendere attraente l’emissione di obbligazioni per finanziare il deficit pubblico. Il nuovo debito pubblico, infatti, costa molto poco. La spesa pubblica greca può così aumentare senza che vi sia una gran necessità di alzare le imposte. Allo stesso tempo, si ha la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali. Insomma, la crescita è trainata dalla spesa pubblica in deficit, finanziata dagli acquisti di obbligazioni del Tesoro ellenico soprattutto di origine estera.

Due numeri. Dal 1990 alla crisi del 2008, il pil greco senza inflazione passa da 100 a 165 – nello stesso periodo quello italiano e tedesco passano da 100 a 130. Il pil greco sale molto, ma la qualità dell’ascesa è modesta: la produttività totale dei fattori nel periodo resta, infatti, invariata – anche in Italia resta invariata nel 1990-2008, mentre in Germania cresce (pag. 5, qui). Scoppia la crisi e il pil greco si contrae da 165 a 125 – quello italiano cala da 130 a 115, mentre quello tedesco sale da 130 a 135.

Mentre cresceva il debito pubblico, non sorgevano le condizioni strutturali per onorarlo nel lungo termine, come si evince dalla dinamica della produttività. Dov’è finito il controvalore del gran debito? Nella spesa per i salari ai dipendenti pubblici, nelle pensioni, nelle opere pubbliche.

Sorge la domanda: possibile che dall’estero nessuno si sia accorto di niente e che quindi sia arrivata lo stesso una massa di denaro sproporzionata alla forza economica di lungo termine dell’Ellade? Il sistema bancario europeo era esposto verso la Grecia per 100 miliardi di euro nel 2005, miliardi che sono diventati ben 300 prima della crisi del 2008. Da allora l’esposizione è scesa a meno di 50 miliardi. Il sistema finanziario non si è perciò mostrato “lungimirante”, forse perché contava di essere salvato in caso di crisi grave. Sei “formica” quando crei le condizioni per la tua solvibilità, sei “cicala” se sperperi senza pensare ai tuoi obblighi verso i creditori.

Le formiche dell’Eurozona, in primis le banche francesi e tedesche, pensavano (o facevano finta di pensare) che anche i greci fossero delle formiche fino alla crisi, ma poi si sono (piuttosto) velocemente convinte che erano solo delle detestabili cicale.

Scoppia la crisi e Atene volens nolens tenta affannosamente di diventare una formica. In Grecia vi erano ben – considerando la popolazione nel complesso – 907.251 dipendenti pubblici nel 2009. A fine 2014 erano 651.717, ossia un 25% in meno (pag.290, qui). Immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi. Il deficit pubblico greco sul pil è passato dal 15% del 2009 al 2,5% l’anno scorso. Anche qui, immaginate l’impatto politico della stessa riduzione in altri paesi.

Insomma: la Grecia ultimamente si sta comportando da formica, ma la crescita non si è palesata, nonostante il debito pubblico durante la crisi del 2010-2012 sia all’80% finito in mano alla Trojka e costi solo il 2% – come quello tedesco, la metà di quello italiano. L’economia greca, già povera di suo, si è contratta al punto che i pur modesti debiti giunti a scadenza sono pari alla metà circa del pil di un mese. Da qui l’impossibilità di pagarli, in assenza di crescita, a meno che il debito giunto a scadenza non venga tosto rinnovato.

Assumiamo che il racconto fin qui fatto sia veritiero. Abbiamo esaurito l’argomento? No, perché vanno ancora osservate le problematiche nascoste, che sono quelle relative all’interazione fra integrazione economica, Stato nazionale e democrazia. Per evitare un discorso astratto, partiamo dalla vicenda pensionistica.

Le pensioni – in un sistema detto “a ripartizione”, laddove lo Stato è intermediario fra chi lavora e chi si è ritirato, con i primi che versano le pensioni ai secondi – sono finanziate dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. In Grecia avviene lo stesso, ma i contributi erano pari a due terzi delle pensioni erogate prima della crisi e sono diventati pari a poco più della metà durante la crisi. Il sistema pensionistico greco ha anche dei beni reali e finanziari, che però rendono poco: alla fine, la differenza fra le entrate del sistema pensionistico e le sue spese – con le seconde che sono il doppio delle prime – è a carico del bilancio pubblico. Questa differenza è pari a 13 miliardi di euro l’anno ogni anno: un esborso pari al 15% delle entrate statali.

Come mai il sistema pensionistico è sottofinanziato? I contributi dei datori di lavoro sono in linea con quelli degli altri paesi, ma non lo sono quelli dei lavoratori. Come mai? I lavoratori autonomi sono molto numerosi e con un reddito modesto, come si può immaginare che siano in un paese di servizi turistici.

I greci “privati” non vanno in pensione molto prima degli altri europei, ma contribuiscono meno – quando sono attivi – al funzionamento del sistema pensionistico. I greci “pubblici” vanno, invece, in pensione molto prima degli altri europei. Perciò abbiamo un sistema incapace di finanziare le pensioni senza il contributo dello stato. Senza il contributo dello Stato le pensioni sarebbero dimezzate. Le pensioni in un paese per il quale si può parlare di “famiglia allargata” sono molto più che delle pensioni, perché compensano la mancanza di servizi pubblici estesi. I nonni mantengono i nipoti disoccupati, potremmo dire. Per tagliare la pensione ai nonni dovresti dare un sussidio di disoccupazione o un reddito di cittadinanza ai nipoti, potremmo aggiungere. Oppure ancora, dimezzare le pensioni e non offrire i servizi pubblici estesi. (Auguri alle prossime elezioni…)

Se la Grecia fosse in grado di finanziare agevolmente le pensioni pur con tutte le loro distorsioni – alcuni sono privilegiati, come i pensionati statali, e il sistema pensionistico nel complesso svolge anche il compito improprio di “Stato sociale” – nessuno potrebbe dire niente. Insomma, se i greci votano per dei governi che tengono in vita questo sistema pensionistico, essi esercitano la propria “sovranità”. Nel momento in cui diventano un paese insolvente – ossia incapace di pagare il debito pubblico, che si è potuto accumulare grazie all’integrazione economica – debbono soddisfare le richieste dei creditori. Questi vorrebbero un sistema pensionistico moderno, ossia che distribuisca solo pensioni e che non assolva altri compiti: un sistema che però esiste solo nelle economie con una base industriale forte e Stato sociale diffuso.

Insomma, i creditori vogliono la Germania in Grecia. La democrazia esercitata in uno Stato sovrano, in assenza di crisi economica, probabilmente manterrebbe il sistema pensionistico attuale, che serve molti e diffusi interessi. In questo caso, avremmo una “sovranità” che tiene in vita un sistema arcaico. La pressione a cambiare sistema spinge, invece, verso la “modernità”, ma limita la sovranità.

Dove sta l’intelligenza politica del debitore? Supponiamo che voglia modernizzare il paese, ma che non ne abbia la forza politica. L’occasione si presenta con i creditori che ti inseguono. Non puoi posporre le decisioni, pena la crisi finanziaria. Qual è allora la soluzione? Rendere – nella misura del possibile – morbida la modernizzazione. La sovranità la eserciti negoziando condizioni morbide per riformare il sistema.

Dove sta l’intelligenza politica del creditore? Nel concedere le condizioni morbide. Anche perché, se la Grecia diventasse insolvente, fra Germania e Francia andrebbero persi circa 150 miliardi di euro. Che cosa racconterebbero a quel punto Merkel e Hollande ai loro elettori? Che hanno prestato una montagna di denaro a un paese che era ultra-esposto con le banche estere, paese che poi è fallito?

(Fonte Limesonline)

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Tsipras l’ultima speranza greca

Tsipras-Grecia

In Grecia la crisi economica si è diffusa rapidamente al pari di un virus infettivo, ha aggredito il sostrato sociale tramite canali di trasmissione privilegiati, quali il bilancio pubblico, il mercato del lavoro e quello finanziario, che hanno generato a loro volta disastrose reazioni a catena. È l’impietosa fotografia contenuta nel rapporto “Gioventù ferita” di Caritas Italiana. Numeri, dati e testimonianze raccolte dall’organismo pastorale della Cei.

Per quanto riguarda il settore pubblico, per difendersi dal rapido peggioramento delle sue stesse finanze, il Governo di Atene, sotto la pressione della Troika, ha scatenato una “difesa immunitaria” aggressiva sotto forma di programmi di austerity che hanno al contempo aumentato le imposte e ridotto la spesa per i servizi pubblici. Questo ha prodotto conseguenze dirette sui redditi delle famiglie e nel mercato del lavoro: nel settore pubblico le misure di austerità hanno prodotto numerosi licenziamenti (15.000 fino al termine del 2014), mentre il settore privato ha risentito del calo della domanda relativa a merci e servizi. Infine, il mercato finanziario è stato fortemente colpito dalla diminuzione della ricchezza privata, causata dal deterioramento degli asset e dell’accesso limitato al credito, mettendo in crisi molte banche nazionali e locali, generando ulteriore disoccupazione e impoverimento delle famiglie. In particolare, negli ultimi cinque anni il numero di bambini e di famiglie greche che non riescono a soddisfare le fondamentali esigenze materiali ed educative è aumentato esponenzialmente. Gli elevati tassi di disoccupazione, che gareggiano con quelli raggiunti durante la Grande Depressione del 1929, hanno reso tante famiglie incapaci di assicurare cure basilari, protezione e opportunità, cui ciascun bambino ha diritto.

La Grecia, al pari dell’Italia, è l’unico Paese europeo senza un piano per contrastare la povertà, ed è priva di un reddito di inclusione sociale in grado di inserire nella società anche i cittadini più poveri. A questo si somma la trappola generazionale costruita ad hoc dalla crisi economica, in cui giovani formati e istruiti vivono una realtà potenziale fatta di “non ancora” e di aspettative frustrate; dove la speranza di una vita produttiva da adulti appare una chimera lontana, un’irraggiungibile terra promessa.

Nel 2013, tre milioni e 904 mila persone, il 35,7% su una popolazione di quasi 11 milioni di abitanti, erano a rischio povertà, mentre come riportato dal rapporto UNICEF Figli della Recessione (pubblicato nell’ottobre 2014), nel 2011, a solo due anni dallo scoppio della crisi, 440 mila bambini in età scolare (il 20,1% del totale) risultavano soffrire di malnutrizione. Situazione inevitabile in un Paese nel quale la disoccupazione è quasi triplicata nell’arco di quattro anni: passando dal 9,6% del 2009 al 27,5% del 2013. Dopo un anno si è verificato un leggero rimbalzo (dovuto anche al boom turistico dell’estate 2014), che ha portato il tasso di disoccupazione generale al 25,8% (in Italia è al 13,4%), mentre quella giovanile, nella fascia di età 15-24, è al 49,5% (in Italia i dati più recenti l’attestano al 43,3%).

Dal 2008 al 2013 il reddito delle famiglie è calato, tra perdita di ricchezza e aumento dell’inflazione, del 40%. Così, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE), riferito al 2014, il 17,9% dei greci non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno, una percentuale superiore a quella di Paesi con reddito pro-capite più basso come il Brasile e la Cina. Il 58% della popolazione, è ormai a rischio povertà. Nel 2013 più di 70 mila persone hanno riconsegnato le targhe della propria auto non potendola più mantenere, anche a causa dell’aumento esponenziale delle imposte. Circa 350 mila famiglie nel 2013 sono rimaste senza elettricità per morosità, e il 37% non ha usufruito di un adeguato riscaldamento nelle abitazioni. Solo nel 2012 il consumo di gasolio da riscaldamento è diminuito dell’80% e migliaia di greci sono tornati a utilizzare le stufe a legna, con un aumento dell’inquinamento atmosferico nelle grandi città, per l’uso di materiale combustibile non sempre naturale, e il diffondersi del taglio incontrollato dei boschi e dei giardini pubblici cittadini.

I tagli alla spesa pubblica hanno colpito duramente tutti i servizi. Secondo il già citato rapporto dell’Ocse, dal 2008 ad oggi la spesa complessiva per la protezione sociale e sanitaria in Grecia è diminuita del 18%, ma secondo altre fonti i tagli si attesterebbero ormai oltre il 25%. A febbraio 2013, l’Associazione medici democratici tedeschi, venuta in Grecia per documentarsi sulle ripercussioni della crisi, ha affermato che il sistema sanitario della Grecia presentava una situazione “scioccante”, analoga a quella di “una zona di guerra”.

Ad essere fortemente colpiti dalla crisi economica sono anche bambini e giovani, le cosiddette “nuove generazioni”. Difficile immaginare un futuro positivo per i figli della grande recessione e per la Grecia stessa, colpita nel vivo su due fronti; infatti, se da un lato il Paese continua a perdere sangue vivo nella forma e nella sostanza di giovani laureati che abbandonano la nazione per motivi economici, dall’altro non ha i mezzi necessari per garantire un’infanzia dignitosa a un alto numero di bambini. Una stima dell’UNICEF, relativa all’impatto della crisi sul reddito medio dei nuclei familiari con bambini, indica che fra il 2008 e il 2012 le famiglie greche hanno perso l’equivalente di 14 anni di progresso. Un Paese che non può investire sulle nuove generazioni è un Paese che rischia di trovarsi a breve senza futuro.

La crisi come una guerra, il paese a un bivio e Alexis Tsipras nuovo premier della Grecia è l’ultima speranza: “Ciò che ci ha chiesto il popolo della Grecia è qualcosa che non si può discutere: dobbiamo mettere fine all’austerità. Lavoreremo insieme per ricostruire il nostro Paese sull’onestà e sull’amicizia. La Grecia presenterà le sue vere proposte all’Ue, un nuovo piano radicale per i prossimi quattro anni. Collaboreremo con i nostri amici europei per trovare una nuova soluzione e per far tornare l’Europa verso la crescita e verso la stabilità e per far risorgere i valori europei come la democrazia e la solidarietà. Il nostro obiettivo è ridare una dignità alla Grecia”.

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