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Il cuore di un’immensa tenebra

occhio

Mike Davis, nel suo saggio dei primi anni Novanta, Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles, descrive una Los Angeles molto simile agli scenari cupi del film Blade Runner. Davis, infatti, ha dato una visione della metropoli californiana in cui la militarizzazione dello spazio cittadino, l’escalation all’acquisto di armi e la “technoapartheid” imposta da razza e censo sono problemi tanto manifesti quanto trascurati. Los Angeles è diventata in questo modo un’efficace metafora della postmodernità, una “città fortezza”, ossessionata dal controllo, presidiata da un esercito di agenti pubblici e vigilantes privati: una teoria infinita di sofisticati sistemi di sicurezza e inespugnabili blocchi unici di cemento. Il libro di Davis, insomma, pur essendo un saggio molto dettagliato e documentato, sembra quasi una distopia, una visione enfatizzata dalle paure dell’autore. Quando si cerca di descrivere una teoria della sorveglianza postmoderna, infatti, è facile che i modelli più richiamati siano scenari fantascientifici, come quelli di 1984 di George Orwell, di Neuromante di William Gibson, di Fahreneit 451 di Ray Bradbury, fino al film Brazil di Terry Gilliam.

Le distopie della letteratura e del cinema, soprattutto quelle che tentano di immaginare un futuro prossimo per le nostre società, sono sempre state caratterizzate da un’atmosfera di oscura premonizione, che si palesa attraverso concetti ben scelti: spesso si tratta delle capacità di sorveglianza di un apparato tecnologico sofisticatissimo, o di un Grande Fratello che osserva chiunque, oppure della manipolazione di soggetti resi acquiescenti attraverso il controllo. Durante gli ultimi anni, però, la realtà in cui è immerso l’uomo contemporaneo occidentale ha subito mutamenti profondi, divenendo sempre più simile alle narrazioni distopiche di tipo orwelliano. E’ inutile negarlo: viviamo in una società sorvegliata, dove la dimensione privata si fa rarefatta e l’uso intrusivo delle nuove tecnologie, attuato da aziende private e governi, ci sta obbligando a condurre una “vita continuamente pubblica”. La sorveglianza è un elemento talmente intrinseco alla vita quotidiana, che diventa persino difficile spiegare esattamente cosa e quanto è cambiato in poco più di una generazione. Nessuno ci pensa due volte prima di inserire le carte plastificate che contengono i dati di identificazione personale negli sportelli bancari della propria città. Si compilano tagliandi e moduli per ogni operazione, che si tratti di un acquisto, un abbonamento, un prestito in biblioteca. Si effettuano chiamate ai cellulari per comunicare qualsiasi tipo di informazione, senza considerare che si tratta di vere e proprie antenne elettroniche che rilevano la nostra posizione in ogni momento della giornata. E sarebbe inutile ed improduttivo negare quanto sia più comodo, veloce ed efficiente un sistema così organizzato, che garantisce, con un minimo sforzo, l’accesso ad una molteplicità di servizi. Siamo noi stessi ad accettare il gioco, il più delle volte inconsapevoli delle conseguenze legate alle scie di informazioni personali che ogni attività o operazione lascia dietro di sé. Un tempo l’amministrazione dei diritti riconosciuti ai cittadini richiedeva la loro identificazione tramite documenti e dossier personali. Gli stessi diritti ora sembrano essere minacciati da un nuovo tipo di sorveglianza, che fa uso del linguaggio informatico ed estende la sua osservazione a sfere sociali prima private. Tali pratiche di sorveglianza, coadiuvate dall’uso dello strumento elettronico, fanno sì che cresca e si sviluppi il lato consumistico del vivere sociale, e contemporaneamente aumentano le divisioni tra classi.

Il fattore tecnologico è dunque fondamentale affinchè si possa parlare di forme di sorveglianza così altamente dettagliate. Questa interazione tra informatica e pratiche di controllo diviene particolarmente evidente all’interno delle metropoli contemporanee. Nelle informational cities, le élite globali hanno bisogno di molte informazioni per garantire la tranquillità delle loro “comunità recintate”. E’ la paura a star dietro a queste tendenze: la paura di aggressioni, di furti, di violenze, di intrusioni. Il rischio che comporterebbe un accesso indiscriminato a determinate aree porta a proteggersi tramite difese architettoniche che generano profonde divisioni e differenze di vivibilità. La sorveglianza è il mezzo tramite cui la conoscenza delle popolazioni e degli individui è ottenuta al fine di minimizzare rischi di molti tipi. Si tende alla sicurezza ed alla convenienza della vita cittadina. E, inevitabilmente, una caratteristica delle città sorvegliate è che si amplifichino le situazioni di disuguaglianza sociale. C’è chi può permettersi l’accesso a determinate aree e chi no, chi potrà sottoscrivere un’assicurazione per tutelarsi da determinati rischi e chi invece a questi rischi sarà più soggetto. La scena urbana descritta da Ridley Scott in Blade Runner non è più così immaginifica. Si tratta di un vero e proprio digital divide, un sistema di separazione tra coloro che sono in possesso delle informazioni e tutti gli altri. Non riguarda solo le diseguaglianze tra Nord e Sud del mondo, ma anche le interazione interne alle società capitaliste più sviluppate. Si tratta di un digital divide che concerne i differenti livelli di accesso alle informazioni ed ai servizi. La data-immagine, un alter ego costituito dalle informazioni personali raccolte in database elettronici, può compromettere positivamente o negativamente la vita di una persona, influenzarne l’accesso o il rifiuto a determinati servizi, lasciarne in disparte sfumature importanti, appiattendo la sua personalità, che viene classificata secondo criteri predeterminati e scelti in base a stereotipi funzionali. Efficienza, produttività, precisione e prevedibilità, sono le parole chiave che stanno alla base della sorveglianza contemporanea ed alla sua tendenza a creare di ognuno di noi una data-immagine.

Il controllo incrociato tra computer è l’aspetto più impressionante di questo processo in rapido sviluppo, sia esso in contesti statali che commerciali. Esso ha un potenziale enorme, e permette di isolare intere categorie di soggetti in base ai criteri prestabiliti. Il Sistema Informativo Schengen è un ottimo esempio di come questo sistema operi, catalogando ed associando potenziali sospetti sulla base di appartenenze etniche, religiose, razziali. Lo scopo di tali apparati di sorveglianza è chiaramente di totale strumentalità. Le finalità possono andare dal controllo sociale alla manipolazione dei consumi, dalla prevenzione del crimine al rafforzamento burocratico. Il computer matching offre proprio questo vantaggio: si utilizzano gli stessi dati per molteplici e differenti funzioni. La centralizzazione statale, che un tempo permetteva il vecchio tipo di sorveglianza burocratica, che faceva capo al governo centrale, è stata minata da una sempre più frequente circolazione dei dati da ambiti pubblici ad ambiti privati. Un esempio notevole è l’attività compiuta dalle agenzie di assicurazione. Le grandi assicurazioni hanno un grosso potere in ambito economico, e non esitano ad esercitarlo. Il loro potere ed il fatto che operino con il mercato ed i rischi, aumenta la loro esigenza di eliminare il più possibile le incertezze e gli imprevisti. Se si possiedono determinati dati, almeno i rischi sono statisticamente calcolabili. Al calcolo matematico della probabilità non mancano di aggiungersi poi semplici congetture o pregiudizi: non è raro che una compagnia assicurativa rifiuti la polizza sulla vita ad una persona omosessuale poiché ritiene che essa sia più promiscua di un eterosessuale e quindi più soggetta a contrarre malattie infettive che ne mettono a rischio la vita. Continue Reading

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