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L’austerità di Renzi

austerità-Governo-Renzi

“Da quando il Governo Renzi si è insediato sono quattro i documenti di Economia e Finanza che ha presentato (due DEF, aggiornati ambedue durante l’anno a settembre): quattro progetti per come gestire le finanze pubbliche nel quadriennio 2015-2018. Progetti che ci aiutano a rispondere ad una domanda chiave: come è cambiato al riguardo Renzi in questi due anni?

La tabella lo illustra molto bene.

In un certo senso non è mai cambiato: ha sempre promesso all’Europa e soprattutto ad imprese e famiglie italiane che avrebbe ridotto il deficit in 4 anni in percentuale del PIL di circa il 2-2,5% di PIL: 40 miliardi circa con 3 manovre restrittive ed austere. Difficile far ripartire l’economia italiana in questo modo.

Ma quello che più colpisce delle decisioni del Governo è come, a parità di dimensione complessiva delle manovre nel quadriennio, è cresciuta nel tempo la quota di queste manovre che vengono affidate al 2017 e 2018. Dal 43% di aprile 2014, l’aggiustamento che avverrà nel biennio 2017-2018 dichiarato nell’ultima nota d’aggiornamento è dell’89%! Trovare 40 miliardi in 2 anni prima delle elezioni è una bella sfida, ce lo immaginiamo Renzi intento a farlo?

E’ duplice il caos che questa politica genera nelle aspettative degli operatori chiave dell’economia, come famiglie ed imprenditori. Prima di tutto, perdendo fiducia nella verità della programmazione economica, confusi, stentano a prendere decisioni coraggiose per il futuro, come quelle di cui avremmo bisogno per ripartire: consumare ed investire. Secondo, vedendo crescere la quota parte di austerità a venire nei prossimi anni, accrescono – invece di ridurre – il loro timore sul futuro.

Questo dicono i numeri: una politica economica gattopardesca relega l’Italia alla serie B europea”. gustavopiga


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Le multinazionali si preparano a sfruttare i beni comuni

acqua

Il Governo Renzi costruisce la nuova Italia attraverso le vecchie privatizzazioni. Paolo Carsetti del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua.

“I cittadini hanno fatto sentire chiara la loro voce a difesa dei beni comuni; si è raggiunto il top con il referendum 4 anni fa, lo strumento principe di partecipazione garantito dalla Costituzione. Ma l’esito non è stato attuato né a livello giuridico nè politico e ultimamente viene messo pericolosamente, seriamente e convintamente in discussione dall’attuale governo. Quindi è evidente che c’è un grosso problema. C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati. Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal Governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi. Se prima si era aperto lo scontro frontale prevedendo l’obbligo di privatizzazione, oggi non si apre uno scontro così diretto ma di fatto si incentivano e si costruiscono processi di privatizzazione, incentivazione delle cessioni ai privati, si costruiscono meccanismi di fusione perchè si racconta che solo attraverso economie di scala si raggiunge efficienza di gestione e si hanno soldi per investimenti, quindi il tema non è più “privato o pubblico” ma spostato sulla dimensione del soggetto gestore. Bassanini ci racconta che bisogna costruire player nazionali che siano in grado di competere su mercato internazionale: tradotto significa che bisogna dare tutto in pasto alle multinazionali, identificando poli aggregativi in multinazionali già esistenti di cui, evidentemente, per il governo è bene fare gli interessi: Acea, Hera, Iren, A2A nel centro nord; il sud è ancora territorio di nessuno a parte la Campania, dove c’è la mira espansionistica di Acea. Il resto in balia degli eventi.

Insomma, lo Sblocca Italia privatizza in maniera subdola, ci dice che gestore deve essere unico e si deve favorire il gestore più grande presente sul territorio. Poi con la legge di stabilità si sono definiti meccanismi premiali per gli enti locali che cedono quote o che fondono le proprie aziende tra loro. Il risultato è uguale a quello del Decreto Ronchi. Gli enti locali, schiacciati da tagli sempre maggiori, procederanno senza neanche un’esitazione se si dice loro che i proventi derivanti dalla cessione delle proprie azioni potranno essere usati al di fuori del patto di stabilità. Nelle multinazionali verranno ridotte, laddove ci sono, le quote pubbliche che non saranno più maggioritarie, poi si fagociteranno piccole aziende a maggioranza pubblica che sono modelli di gestione efficiente, tariffe ridotte e attenzione all’ambiente. Si ragionerà solo con logiche di mercato e di borsa. E’ di fatto una privatizzazione camuffata. Noi lo diciamo da tempo ma la gente continua a pensare che il referendum abbia salvato qualcosa”.

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Renzi aumenta l’Iva e la benzina #italianostaisereno

Matteo Renzi-#italianostaisereno


Nella finanziaria che non doveva aumentare le tasse spuntano l’aumento dell’Iva ordinaria e delle accise su benzina e gasolio. Il meccanismo è sempre lo stesso. Giocarsi i “jolly” Iva e accise.

La novità è messa nero su bianco all’articolo 45 della bozza della legge di stabilità. E questa volta non si tratta di una “clausola di salvaguardia”, una misura di sicurezza destinata a scattare solo nel caso in cui altri strumenti, come la spending review, dovessero fallire. La legge di Stabilità prevede infatti come clausola di salvaguardia per rinviare il pareggio di bilancio nel 2017 l’aumento di Iva e accise. E a guardare le bozze, la stangata rischia di essere pesante.

Un nuovo aumento dell’Iva standard, spalmato su tre anni per l’aliquota del 22% e su due per quella del 10% (senza però specificare le percentuali di incremento, che dovrebbero aggirarsi intorno al punto percentuale). Nel dettaglio, l’incremento dell’Iva vale 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 nel 2017 e 21,4 nel 2018. E ancora aumenti alle accise per i carburanti, nonostante siano già programmati aumenti delle accise per oltre 2,7 miliardi previsti da vecchie misure, e il taglio delle detrazioni fiscali da 4 mld.

Morale della favola: Renzi con la manovra approvata annuncia in pompa magna 18 mld di tasse tagliate, tagli che saranno però finanziati con altri aumenti di tasse, con il risultato di creare ancora un aumento dei prezzi e delle tariffe in tutti i settori e con un conseguente ulteriore crollo dei consumi e aggravio della crisi.

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Il fallimento dei project bond. E come al solito pagano i cittadini

spreco denaro pubblico

Per la Commissione europea doveva essere la trovata del secolo per dirottare fiumi di capitali privati nella costruzione di grandi opere infrastrutturali. Invece, la prima uscita dei project bond è stata un fallimento totale e a farne le spese saranno adesso i cittadini spagnoli, che dovranno sborsare 1,3 miliardi di euro. Non proprio noccioline per uno dei paesi più colpiti dalla crisi finanziaria.

Alla costante minaccia russa di chiudere i rubinetti del gas nei momenti di maggior tensione geopolitica, Bruxelles e il governo iberico intendevano rispondere con una sorta di magazzino sottomarino dove stoccare ingenti quantità di gas, a cui attingere in caso di emergenza. Ma una serie di terremoti ha affossato il progetto e ora Madrid dovrà risarcire gli investitori privati.

Il progetto Castor, al largo del golfo di Valencia, prevedeva infatti un grande deposito offshore a 1.750 metri di profondità, in grado di stipare fino a 1.300 milioni di metri cubi di gas naturale. Una quantità in apparenza enorme, ma pari ad appena 13 giorni di consumo nazionale.

In Spagna di depositi di gas ce ne sono già tre in attività, ma Castor aveva qualcosa in più. Per finanziare l’opera, il governo spagnolo si era avvalso del 2020 Project Bond Initiative, un programma lanciato nel 2012 dalla Commissione europea e dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) per spingere i mercati a investire nelle grandi opere di “interesse comune”.

L’emissione di bond per 1.350 milioni di euro, garantiti dalla stessa Bei, ha permesso al consorzio Escal UGS di trovare in pochi giorni le risorse necessarie per avviare i lavori. A finanziare l’opera sarebbero stati decine di fondi pensione, istituti di credito e fondi di investimento, oltre ovviamente alla Bei che per alzare il rating dei bond ha investito circa 500 milioni di euro di fondi pubblici, di cui 300 milioni nell’acquisto degli stessi bond

L’iniziativa dei project bond altro non è che una versione raffinata di partnership pubblico-privata in cui attori finanziari come fondi di investimento e fondi pensione possono partecipare direttamente all’operazione, dove a socializzarsi sono sempre e soltanto le perdite. Così è stato per Castor, che dei project bond europei era addirittura il progetto pilota.

Quando il consorzio guidato dalla Acs di Florentino Perez, il presidente del Real Madrid, avviò le manovre di immagazzinamento del gas, centinaia di terremoti iniziarono a susseguirsi senza sosta nel paese iberico, con punte fino a 4.2 gradi della scala Richter. Fu lo stesso Istituto Geografico Nazionale ad accertare la relazione tra le iniezioni di gas naturale di Castor e i movimenti tellurici.

Eppure la faglia al largo delle coste valenciane era già stata mappata, e una seria valutazione di impatto ambientale avrebbe dovuto tenerne conto. Così non è stato, e poco importa se sia dipeso da negligenza o da dolo imputabile all’Escal.

Poco importa perché una clausola vessatoria del contratto di concessione, firmato nel 2008 dal governo Zapatero, prevedeva il recupero dell’investimento anche nel caso di interruzione del progetto “per dolo o negligenza dell’azienda concessionaria”. A causa dei terremoti, la scorsa settimana il governo spagnolo ha quindi deciso di “ibernare” Castor e di indennizzare Escal con 1.350 milioni di euro. Denaro pubblico che servirà per risarcire Escal e per ripagare gli investitori che avevano acquistato i project bond.

A rimborsare il consorzio guidato da Florentino Perez sarà il gestore pubblico del gas, Enagas, che si indebiterà con le banche per pagare Escal e poi girerà il debito ai cittadini spagnoli, che per i prossimi 30 anni si ritroveranno nella bolletta del gas una tassa in più da pagare: la “tassa project bond”, come l’hanno già rinominata tra Barcellona e Valencia.

Un’operazione che tra bond emessi, interessi alle banche e costi di mantenimento della piattaforma offshore, rischia di costare ai contribuenti quasi 3miliardi di euro.

Una cifra enorme che dovrebbe mettere in allerta anche il governo Renzi che, attraverso lo “Sblocca Italia”, intende rilanciare il meccanismo dei project bond. Una misura contro la quale è intervenuto addirittura il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, che pochi giorni fa ha evidenziato i gravi rischi sul piano della normativa anti-riciclaggio, sottolineando peraltro l’inefficacia dello strumento promosso dalla Bei.

Chissà se la lezione spagnola ci eviterà almeno questo nuovo grattacapo.

(Fonte recommon)

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Fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua

acqua-bene-comune

“La ricetta del governo Renzi non cambia nulla e mette in calendario una nuova stagione di privatizzazioni, con il mirabolante obiettivo di incassare 15 miliardi l’anno nei prossimi tre anni. L’attenzione, oltre che sulle grandi aziende partecipate dallo Stato, sarà ancora una volta puntata sui servizi pubblici locali. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sottolinea come gli esiti referendari siano di fatto disattesi e addirittura contraddetti. 27 milioni di italiane e italiani hanno votato per la gestione pubblica e partecipativa dell’acqua nel 2011, per dire no alla privatizzazione dei servizi pubblici locali e ad oggi nessun Governo ha tradotto in pratica il voto democratico dei cittadini. E mentre Confindustria annuncia un prossimo progetto di riforma organica dei servizi pubblici locali, i grandi manager finanziari sono pronti a mettersi al lavoro: da Gamberale, amministratore delegato di F2i, che dichiara “Le privatizzazioni degli asset locali possono rispondere anche alla nuova ondata di interesse da parte degli investitori stranieri in Italia”; al presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Bassanini, che dichiara: “Attraverso il fondo strategico siamo disponibili a sostenere con equity il processo di consolidamento delle utility locali”. Una convergenza delle elites politico-finanziarie con un unico obiettivo: chiudere i conti con la vittoria referendaria sull’acqua e consegnare i beni comuni e i servizi pubblici locali agli interessi dei gruppi finanziari privati. Se questo è il nuovo che avanza, non c’è molto da aggiungere. Ancora una volta, in tutto il Paese e in ogni territorio, il movimento per l’acqua saprà produrre resistenza sociale a questi tentativi fino alla completa affermazione di quanto deciso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano: fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua.” Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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