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Mai così poveri negli ultimi 27 anni: Un italiano su quattro a rischio povertà

Un italiano su quattro a rischio povertà

La crisi continua a tenere sotto scacco molte famiglie italiane. Quasi un italiano su quattro è a rischio povertà, un valore che non era mai stato così elevato dalla fine degli anni ’80. 

Lo rivela uno studio di Bankitalia su reddito, ricchezza, crescita e diseguaglianze. Ecco qualche numeretto che spiega il come siamo arrivati fin qua. Continue Reading


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Chiudono 100 imprese al giorno

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Tempi sempre più bui per le imprese italiane. Secondo la Confesercenti nei primi otto mesi dell’anno il saldo delle imprese è negativo per 24.167 unità: sono state aperte 28.929 e ne sono state chiuse ben 53.096. Questo significa che ne sono sparite circa 100 al giorno. Alla ripresa non crede più nessuno, per il 55% siamo entrati in una fase di stagnazione e per il 45% la crisi continua e nel futuro peggiorerà. Per la fine del 2014 solo il 7% delle imprese pensa che la situazione migliorerà, per il 57% resterà invariata e per il 36% peggiorerà. Solo nel bimestre luglio-agosto 2014 circa 5.400 imprese del commercio al dettaglio hanno cessato l’attività (2.600 sono le nuove aperture).

Le nuove attività sembrano destinate ad avere una vita sempre più breve, secondo l’organizzazione delle piccole e medie imprese del commercio e del turismo la crisi ha accorciato notevolmente la vita delle imprese del commercio: a giugno 2014 oltre il 40% delle attività aperte nel 2010, circa 27mila imprese, è già sparito, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. Un’impresa su quattro dura addirittura meno di tre anni.

Chiudono anche imprese che hanno una lunga storia imprenditoriale alle spalle. La nostra associazione ha attivato diversi servizi per aiutare gli imprenditori in difficoltà, ma non tutti richiedono un’assistenza. A volte per pudore: per molti la chiusura dell’attività in cui hanno lavorato per tutta la vita, magari insieme alla famiglia, è una sconfitta personale. Per questo qualcuno chiude senza clamore, magari approfittando delle ferie. In qualche caso è stato il mancato rinnovo della tessera all’associazione ad annunciarci la scomparsa di un’impresa. L’avvio del 2014 è stato peggiore di quanto ci aspettassimo. Anche la stagione dei saldi ha avuto risultati generalmente al di sotto delle aspettative, anche se con grandi differenze territoriali. Siamo entrati nel terzo anno di crisi del commercio, e molte imprese semplicemente non ce la fanno più, schiacciate dalla diminuzione dei consumi delle famiglie e l’aumento della pressione fiscale. Spaventa, inoltre, la doppia batosta Tari/Tasi. Come se non bastasse, sui piccoli commercianti si è abbattuta dal 2012 anche la liberalizzazione delle aperture del commercio. Introdotta dal Salva-Italia del Governo Monti con lo scopo di rilanciare consumi e occupazione, è stata un vero flop: i previsti effetti benefici sono tuttora ‘non pervenuti’, ed il settore ha perso tra il 2012 e il 2013 oltre 100mila posti di lavoro tra imprenditori e dipendenti, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi di beni da parte delle famiglie”. Mauro Bussoni, Segretario Generale Confesercenti

Altro che ripresa alle porte e luce in fondo al tunnel.

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L’Italia spende in armi 27 miliardi di euro all’anno

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Ritengo che non si possa affrontare il problema della povertà, o meglio dell’impoverimento, senza analizzare il pesante contributo degli investimenti in armi e delle guerre. Purtroppo se ne parla troppo poco, soprattutto nei media. Dobbiamo iniziare a prendere di petto questo aspetto fondamentale del nostro Sistema. Per rendercene conto basterebbe prendere i dati rilasciati, anno dopo anno, dal SIPRI, l’autorevole Istituto internazionale con sede a Stoccolma. Prendiamo i dati delle spese militari del 2011. Il SIPRI afferma che in quell’anno siano stati investiti, a livello mondiale, 1.740 miliardi di dollari. Questo equivale a 3,3 milioni di dollari al minuto, 198 milioni di dollari ogni ora, 4,7 miliardi di dollari al giorno. A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli USA con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale. Il SIPRI non ci ha ancora dato le cifre del 2012. Anche il nostro paese è arrivato a cifre astronomiche per le armi. Il SIPRI afferma che nel 2010 l’Italia ha investito 27 miliardi di euro, pari a 38 miliardi di dollari. L’Italia quindi spende in armi, con denaro pubblico, oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni di euro all’ora, 76 milioni di euro al giorno. Se a questo aggiungiamo 15 miliardi di euro già stanziati dal Parlamento per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35, arriviamo a 42 miliardi di euro, l’equivalente della manovra finanziaria del governo Monti “lacrime e sangue”, pagata dagli italiani, con tagli alla scuola, alla sanità, al terzo settore… E così buona parte del popolo italiano si va sempre più impoverendo.
A questo punto sorge spontanea una domanda: “Ma com’è possibile che i governi investano somme così ingenti in armi, in morte?”. Le armi servono e sono sempre servite per difendere chi ha da chi non ha. Un pensiero espresso così bene da Francesco d’Assisi, quando si spogliò nudo e restituì i bei vestiti che indossava a suo padre. Al vescovo d’Assisi, sbalordito per tale gesto, Francesco disse: “Padre, se io ho, devo avere le armi per difendere quello che ho!” Le armi servono oggi a proteggere lo stile di vita del 20% della popolazione mondiale che consuma da sola l’80% delle risorse del pianeta. Il che vuol dire che un miliardo di esseri umani, dei sette miliardi che popolano la Terra, consuma da solo buona parte delle risorse con uno stile di vita non sostenibile. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: tre miliardi di persone vivono con 2,50 dollari pro capite al giorno e oltre un miliardo vive con 1,25 dollaro al giorno. Con i 1.740 miliardi di dollari che abbiamo investito nel 2011 in armi potremmo non solo risolvere il problema della fame e della povertà, ma potremmo trasformare il Pianeta in un paradiso terrestre. Ed invece continuiamo a investire in armi e a fare guerra. Infatti, la guerra è diventata una tale normalità da non fare quasi più impressione. Solo in questi ultimi vent’anni abbiamo partecipato e assistito alla Guerra del Golfo (1991), Somalia (1992-93), Bosnia-Erzegovina (1994-95), Congo (1996-98), Jugoslavia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia (2011) ed ora Mali (2012-2013). Milioni di morti! Solo la guerra in Congo ha fatto almeno quattro milioni di morti! Miliardi di dollari il costo di queste guerre. Solo la guerra in Iraq è costata almeno tremila miliardi di dollari, come afferma il premio Nobel dell’economia, J. Stiglitz, nel libro che porta il titolo La guerra da 3000 miliardi di dollari. Guerre combattute per varie ragioni (dalla guerra umanitaria a quella contro il terrorismo), ma con un unico scopo: il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime per permettere al 20% del mondo di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità consumando l’80% delle risorse del pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano – aveva detto il presidente Bush nel 1991 – non è negoziabile.” E se non è negoziabile, allora non rimane che armarsi fino ai denti, soprattutto con armi nucleari, e fare guerra. “Le armi nucleari proteggono i privilegi e lo sfruttamento -affermava negli anni ’80 il noto arcivescovo di Seattle, R. Hunthausen – . Rinunciare ad esse significherebbe che dobbiamo abbandonare il nostro potere economico sugli altri popoli. Abbandonare queste armi significherebbe abbandonare qualcosa di più dei nostri strumenti di tenore globale, significherebbe abbandonare le ragioni di tale tenore: il nostro posto privilegiato in questo mondo.”

(Fonte Alex Zanotelli – banningpoverty)


La guerra da 3000 miliardi di dollari

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Il Ministro dell’ambiente Clini svela il piano ambientale nazionale

Corrado Clini

 

Bonificare i siti inquinati. Finanziare l’efficienza e il risparmio energetico. Scommettere sulla chimica verde. Coinvolgere i cassaintegrati nella tutela del territorio e le cooperative di giovani nella gestione dei parchi. Sono i progetti “rivoluzionari” del governo Monti, contenuti nel piano ambientale nazionale, tecnicamente denominato “Politiche e misure per la crescita sostenibile dell’Italia”. In questa estratto dell’intervista pubblicata da Panorama, il ministro dell’ambiente Corrado Clini annuncia e spiega molte novità scomode del suddetto piano, “Il governo deve operare su due fronti. Primo, creare un sistema di norme ambientali tanto severe quanto sostenibili. Secondo, utilizzare la leva ecologica per investire nella crescita”.

Ministro, e’ pronto ai cortei sotto casa sua?

E’ una eventualità che metto in conto. Ma non escludo che possano sorgere, in positivo, dei comitati di liberazione ambientale. Confido che l’Italia sia matura per la svolta culturale contro i conservatorismi.

Chi sono i conservatori?

Sono tanti e dall’orientamento politico trasversale; hanno una tradizione consolidata e tutti si nascondono sotto l’ombrello del no. Il problema e’ che nel nostro Paese sorgono improvvisati comitati che utilizzano presunte ragioni ecologiche con il solo obiettivo di consolidarsi politicamente.

Possibile che si discuta ancora, nel 2012, di emergenza rifiuti?

Qui siamo di fronte a un gravissimo ritardo culturale, assecondato da chi, per ragioni politico-elettorali o per interessi economici, ha indicato obiettivi non praticabili. Non e’ un caso che sono in emergenza quei territori che si sono opposti alla gestione integrata ed europea del ciclo dei rifiuti. La logica che porta a bloccare i termovalorizzatori e’ la stessa che frena gli investimenti infrastrutturali, dai rigassificatori alle ferrovie.

Ambiente funzionale alla crescita?

Certo. E i settori trainanti sono energia e acqua. Serve puntare sulle fonti rinnovabili. Nel mondo in recessione e l’unico settore non in crisi e che anzi aumenta il fatturato del 5 per cento in Usa e Cina. Accade perché questi paesi scommettono sul futuro. C’è una grande domanda di investimenti. Perciò sostengo che la politica sugli incentivi statali sia pretestuosa. I vantaggi sono immensi. La sfida, e’ chiaro, non e’ istallare pannelli non italiani ma far crescere un industria e una ricerca nazionali. E’ essenziale la modifica del sistema energetico nazionale. Serve una catena che parte dalla produzione dell’energia e arriva al supporto alle auto elettriche.

Parlare di sostenibilità e’ sempre bello. Intanto alluvioni, frane e disastri vari sono all’ordine del giorno.

E’ vero, ma dobbiamo scommettere sulla politica di prevenzione del danno. Sulla manutenzione straordinaria di fiumi, torrenti, laghi. Finanziandola con quello che chiamo welfare ambientale. Una parte del gettito fiscale deve andare all’ecologia. E poi, invece di erogare la cassa integrazione, si potrebbe impiegare questa forza lavoro nella manutenzione del territorio.

Per i parchi lei pensa invece a cooperative di under 35. La sua e’ una privatizzazione mite?

Senza soldi, e non ce ne sono, i parchi muoiono. Oggi sono gestiti come monumenti, ma sono una cosa viva. La mia idea e’ quella di farci lavorare i giovani, ovviamente nel rispetto delle competenze di questi enti.

Belle parole su alcune sono pienamente d’accordo, ad esempio l’utilizzo dei lavoratori cassaintegrati e anche sulla “privatizzazione” dei parchi ridotti ormai a discariche a cielo aperto. Ma, c’è sempre un mah…. Difficile metterne in pratica una? In tempi brevi? oppure sempre parole parole parole….

 

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