Le innocenti evasioni delle multinazionali

evasione fiscale-multinazionali

La chiamano ottimizzazione fiscale. È la strategia che permette alle società di pagare le tasse dove conviene di più. Ed è parte del loro business model. Ma le cose stanno cambiando. L’articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99 in edicola, dove raccontiamo in esclusiva l’evasione contestata alle major in Italia. E come combattere le loro strategie fiscali.

Mc Donald’s vende molti più panini in Francia che in Lussemburgo, ma la sua filiale lussemburghese registra profitti ben più elevati. Questo perché i ristoranti francesi della catena di fast food per utilizzare i locali che li ospitano e gli arredi al loro interno  pagano un considerevole affitto all’azienda che ne è proprietaria, che poi sarebbe Mc Donald’s Lussemburgo. Un circolo vizioso privo di senso? Non proprio. Perché l’aliquota fiscale sui redditi delle aziende nel Granducato è molto più bassa di quella francese, quindi spostando i suoi profitti da un Paese all’altro la multinazionale americana dell’hamburger risparmia un bel po’ in tasse. Ecco un classico esempio di “ottimizzazione fiscale”, ovvero di strategia teoricamente legale ma sostanzialmente scorretta con cui un’azienda presente in diversi Paesi sfrutta le lacune nelle regole del commercio estero per pagare meno tasse possibile. L’abitudine è radicata nei meccanismi industriali e finanziari da decenni, ma da qualche anno a questa parte è diventata uno dei grandi nemici della comunità internazionale, determinata a mettervi fine. Continue Reading

Condividi:

I marchi più potenti e ricchi del mondo nel 2016

Brand Finance Global
Da 10 anni, Brand Finance, società leader di consulenza e valutazione dei brand, analizza migliaia di marchi per realizzare la “Brand Finance Global 500 2016”, la classifica dei principali marchi del mondo ordinati per valore economico di questo importante asset intangibile. I marchi sono anche classificati in relazione alla forza, al ritorno di immagine presso tutti gli stakeholder (consumatori, dipendenti , analisti finanziari, ecc) e al ritorno di business (crescita, margine, quota di mercato ecc).

La mela morsicata della Apple si conferma il marchio di maggior valore al mondo, con un valore pari a US$145,9 miliardi grazie ad un incremento del 14%, seguito da Google (94.184 miliardi) e da Samsung (83.185 miliardi).

Solo nove i marchi italiani presenti in graduatoria: Generali (la prima tricolore al 120mo posto), Eni, Enel, Telecom Italia, Gucci, Fiat, Ferrari, Unicredit e Prada. Precipita il marchio Volkswagen, reduce dallo scandalo delle emissioni, che scende dal 57mo al 18mo posto.

La società di consulenza stila poi anche la classifica dei marchi più “potenti”, quelli con la tripla A: in questo caso a svettare è la Disney, che emerge soprattutto grazie alle acquisizioni di ESPN, Pixar, Muppets, Marvel, Lucasfilm e al grande successo di Star Wars VII “Il risveglio della forza”. Lo scorso anno, Lego aveva strappato la prima posizione a Ferrari soprattutto grazie ritorno di immagine, e di business, di Lego Movie. Terzo L’Oréal, leader mondiale nella bellezza.

Complessivamente i marchi presenti nel rapporto, rispetto al 2016, hanno avuto un incremento di valore pari al 6%. I marchi italiani presenti in classifica perdono complessivamente il 10% in valore, che corrisponde esattamente alla riduzione del 10% del valore dell’euro, dell’ultimo anno nei confronti del dollaro.

Condividi:

Stop al mercato mortale dell’avorio

elefanti-avorio
Il mercato dell’avorio uccide 100 elefanti al giorno: è un massacro che loro vivono con orrore perché capiscono benissimo cosa sta accadendo alla loro specie. Raccogliamo un milione di voci in difesa di queste creature meravigliose, e le faremo arrivare a tutti i dipendenti di Yahoo nel mondo così che possano pretendere una svolta dall’interno.

Google, Amazon e altri grandi siti si rifiutano di vendere l’avorio mentre Yahoo è uno dei pochi grandi negozi online rimasti, ma con la giusta pressione possiamo farli smettere. L’azienda sta perdendo i suoi migliori dipendenti e sta offrendo milioni per convincerli a rimanere. Uno scandalo internazionale può aggravare la crisi e di fronte a questo rischio potrebbero decidere di smettere di lucrare sulla vita degli elefanti.

Il commercio dell’avorio sta portando gli elefanti all’estinzione e Yahoo ci fa affari da capogiro vendendo collanine e gingilli in aste online in Giappone! Abbiamo l’occasione per mettere fine a questo traffico ma dobbiamo agire ora.

Tre anni fa, 1 milione e 400mila avaaziani e sostenitori del WWF si unirono all’appello di Leonardo DiCaprio alla Prima Ministra tailandese affinché facesse qualcosa contro il mercato nero dell’avorio nel suo paese. Lasciammo così tanti messaggi sulla sua pagina Facebook che venne temporaneamente chiusa! Fu obbligata ad ascoltarci e si impegnò a mettere fine al commercio irregolare. E proprio questa settimana una petizione lanciata ad Hong Kong ha contribuito a un cambio di direzione storico verso l’abbandono del commercio di avorio. Ora possiamo aggiungere un’altra vittoria per proteggere questi meravigliosi animali”.

Agisci ora, firma e condividi con tutti.

Condividi:
0

La classifica mondiale delle 25 multinazionali dove si lavora meglio

google

Google è la migliore azienda del mondo in cui lavorare. Sul podio finiscono anche Sas Institute (Ict) e WL Gore (tessile). Nella lista stilata, dalla società “Great Place to Work“, su 25 aziende non figura nessuna italiana. La ricerca è stata realizzata intervistando più di 6.600 aziende (che contano in totale 12 milioni di dipendenti) in tutto il mondo dalla fine del 2014 alla metà del 2015. Il 91% dei quasi due milioni di lavoratori rappresentati sostiene di essere orgoglioso di dire agli altri che lavora per la sua azienda, l’89% è felice di cosa riesce a creare lavorando e l’88% sente di contribuire al benessere delle comunità circostanti mentre l’87% ritiene di lavorare in un ottimo posto.

“Purtroppo”, spiega l’ad di Great place to work Italia Alessandro Zollo, “analizzare il clima aziendale non è ancora pienamente nella cultura delle imprese italiane. Lo è invece nelle sedi italiane delle multinazionali estere, infatti 8 delle 25 in classifica lo sono anche per la loro sede italiana. Il problema è racchiudibile in due concetti: meritocrazia e leadership. Se non riusciamo a mettere in campo credibili processi di selezione, valutazione e promozione dei più meritevoli e finché non formiamo i nostri manager per gestire il business senza ricorrere all’autorità e alla verifica del tempo trascorso in ufficio, ma piuttosto insegnando loro a diventare un punto di riferimento per i propri collaboratori, non entreremo mai in questa speciale classifica”.

  • 1. Google

    Google56,040 employees
    www.google.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Argentina, Brazil, Canada, India, Japan, Switzerland, United States

  • 2. SAS Institute

    SAS Institute13,741 employees
    www.sas.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Australia, Belgium, Germany, Italy, Mexico, Portugal, Spain, Netherlands, United States

  • 3. W. L. Gore & Associates

    W.L. Gore & Associates10,000 employees
    www.gore.com
    Industry: Manufacturing & Production | Textiles and textile products
    Listed in: China, France, Germany, Italy, Spain, United Kingdom, United States

  • 4. NetApp

    NetApp12,810 employees
    www.netapp.com
    Industry: Information Technology | Storage/Data Management
    Listed in: Australia, Canada, China, France, Germany, India, Japan, Switzerland, Netherlands, United Kingdom, United States

  • 5. Telefónica

    Telefónica123,700 employees
    www.telefonica.com
    Industry: Telecommunications
    Listed in: Argentina (2), Central America (One Operation), Chile, Colombia, Ecuador, Mexico, Peru (3), Venezuela

  • 6. EMC

    EMC70,000 employees
    www.emc.com
    Industry: Information Technology | Storage/Data Management
    Listed in: Australia, Austria, Brazil, China, Denmark, France, Germany, India, Ireland, Italy, Korea, Saudi Arabia, Mexico, Poland, Spain, Switzerland, The Netherlands, Turkey, United Arab Emirates, United Kingdom

  • 7. Microsoft

    Microsoft128,000 employees
    www.microsoft.com
    Industry: Financial Services & Insurance
    Listed in: Argentina, Canada, Chile, Colombia, Denmark, Germany, Greece, India, Italy, Japan, Mexico, Norway, Peru, Poland, Portugal, Spain, Turkey, United Kingdom

  • 8. BBVA

    BBVA108,000 employees
    www.bbva.com
    Industry: Information Technology | Software
    Listed in: Argentina, Chile, Mexico (2), Paraguay, Peru, Venezuela

  • 9. Monsanto

    Monsanto22,400 employees
    www.monsanto.com
    Industry: Biotechnology & Pharmaceuticals | Biotechnology
    Listed in: Argentina, Belgium, Brazil, Canada, China, Costa Rica, France, Guatemala , India, Italy, Mexico, Spain

  • 10. American Express

    American Express53,500 employees
    www.americanexpress.com
    Industry: Financial Services & Insurance | Banking/Credit Services
    Listed in: Argentina, India, Japan, Mexico, United States

  • 11. Marriott

    Marriott182,972 employees
    www.marriott.com
    Industry: Hospitality | Hotel/Resort
    Listed in: Brazil (2), India, Mexico (4), Peru, United Arab Emirates, United States

  • 12. Belcorp

    Belcorp10,185 employees
    www.belcorp.biz
    Industry: Retail
    Listed in: Bolivia, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Mexico, Peru

  • 13. Scotiabank

    Scotiabank86,932 employees
    www.scotiabank.com
    Industry: Financial Services & Insurance | Banking/Credit Services
    Listed in: Canada, Chile, Costa Rica, Dominican Republic, El Salvador, Mexico (3), Panama, Peru, Puerto Rico

  • 14. Autodesk

    Autodesk8,823 employees
    www.autodesk.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Australia, Canada, China, Germany, United Kingdom, United States

  • 15. Cisco

    Cisco70,112 employees
    www.cisco.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Brazil, Chile, Costa Rica, Italy, Saudi Arabia, Mexico, Norway, Poland, Portugal, Spain, United Kingdom, United Kingdom

  • 16. Atento

    Atento150,000 employees
    www.atento.com
    Industry: Professional Services | Telephone Support/Sales Centers
    Listed in: Argentina, Brazil, Colombia, El Salvador, Guatemala, Mexico, Peru, Puerto Rico, Uruguay

  • 17. Diageo

    Diageo28,000 employees
    www.diageo.com
    Industry: Manufacturing & Production | Beverages
    Listed in: Brazil, Canada, Central America & Caribbean, Chile, Ireland, Mexico

  • 18. Accor

    Accor142,896 employees
    www.accor.com
    Industry: Hospitality | Hotel/Resort
    Listed in: Argentina, Brazil, Chile, India, Mexico, Peru, United Kingdom

  • 19. Hyatt

    Hyatt97,000 employees
    www.hyatt.com
    Industry: Hospitality
    Listed in: China, Germany, India, United Arab Emirates, United Kingdom, United States

  • 20. Mars

    Mars74,141 employees
    www.mars.com
    Industry: Manufacturing & Production | Food Products
    Listed in: Australia, Austria, Belgium, Brazil, Central America & Caribbean, Chile, China, Denmark, France, Greece, Ireland, Italy (2), Japan, Korea, Poland, Portugal, Spain, Sweden, Switzerland, United States

  • 21. Cadence

    Cadence6,405 employees
    www.cadence.com
    Industry: Information Technology | Software
    Listed in: Canada, India, Korea, United Kingdom, United States

  • 22. Hilti

    Hilti22,000 employees
    www.hilti.com
    Industry: Manufacturing & Production
    Listed in: Canada, Denmark, Germany, Mexico, Poland, Sweden, Switzerland, Turkey, United States

  • 23. EY

    EY193,295 employees
    www.ey.com
    Industry: Professional Services
    Listed in: Canada, Costa Rica, Dominican Republic, Guatemala, Mexico, Panama, United States

  • 24. H&M

    H&M132,000 employees
    www.hm.com
    Industry: Retail | Clothing
    Listed in: Austria, Canada, China, Denmark, Finland, Netherlands, Turkey

  • 25. Novo Nordisk

    Novo Nordisk39,062 employees
    www.novonordisk.com
    Industry: Biotechnology & Pharmaceuticals | Pharmaceuticals
    Listed in: Finland, Greece, Mexico, Netherlands, United States

Condividi:
0

Monetizzare le vite dei cittadini

internet spy

“Il lusso c’è già, solo che non è distribuito in modo uniforme. Questa, almeno, è la tesi di Hal Varian, capo economista di Google. La “regola Varian” dice che per prevedere il futuro basta guardare cosa i ricchi hanno già e calcolare che le classi medie lo avranno tra cinque anni e i poveri tra dieci.

Secondo Varian questo vale per la storia di molte tecnologie, dalla radio agli smartphone. Quali sono le cose che i ricchi hanno oggi e i poveri avranno tra dieci anni? Varian scommette sugli assistenti personali. Anziché camerieri e autisti, avremo automobili che si guidano da sole, robot che fanno le pulizie e app onniscienti in grado di monitorarci, informarci e avvisarci in tempo reale. Secondo Varian “questi assistenti digitali saranno così utili che tutti ne vorranno uno, e tutti gli allarmi sulla privacy che si sentono oggi sembreranno antiquati e infondati”.

Google Now, uno di questi assistenti virtuali, controlla le email, le ricerche e gli spostamenti e ci ricorda le prossime riunioni o i prossimi viaggi, mentre verifica pazientemente le condizioni meteo e il traffico in tempo reale. L’accostamento tra camerieri e app può sembrare ragionevole, ma in realtà è fuorviante. Quando assumiamo un assistente personale, la transazione è semplice e diretta: paghiamo la persona per i servizi prestati (il più delle volte in contanti) e finisce lì. Si potrebbe sostenere che la stessa logica vale per gli assistenti virtuali: cediamo a Google i nostri dati al posto dei contanti e in cambio abbiamo un servizio. Ma nessuno si aspetta che un assistente personale faccia una copia di tutte le nostre lettere e dei nostri documenti per lucrarci sopra. Per gli assistenti virtuali, invece, questa è l’unica ragion d’essere. In realtà veniamo fregati due volte: la prima quando cediamo i nostri dati in cambio di servizi relativamente banali, la seconda quando quegli stessi dati vengono usati per organizzare la nostra esistenza in modo assai poco trasparente e desiderabile. Questo secondo aspetto, che considera i dati come unità di scambio, non è stato ancora pienamente compreso. Ma, di fatto, è la capacità di sfruttare i dati per modellare il nostro futuro a trasformare le informazioni in uno strumento di dominio.

Mentre il denaro è anonimo, i dati non sono altro che una rappresentazione della vita sociale. Google Now funziona solo se l’azienda che lo gestisce riesce a portare grossi pezzi della nostra esistenza (comunicazioni, viaggi, letture) sotto il suo grande ombrello. Una volta acquisite, queste informazioni possono essere monetizzate. Nulla di tutto questo succede ai ricchi quando assumono un assistente. In quel caso l’equilibrio di potere è chiaro: è il padrone che domina il servo, e non il contrario, come nel caso di Google Now e dei poveri. In un certo senso sono i poveri i veri assistenti virtuali di Google, perché aiutano l’azienda ad accumulare dati che poi vengono monetizzati.

Varian non si pone una domanda ovvia: perché ai ricchi serve un assistente personale? Forse perché vogliono più tempo libero. Ma anche con i gadget di Google i poveri non avranno mai lo stesso tempo libero dei ricchi. Le applicazioni ci fanno risparmiare tempo, peccato che poi lo passiamo a lavorare per pagare un’assicurazione più costosa o lo usiamo per mandare un’altra email di lavoro o per compilare i moduli di un sistema burocratico digitalizzato.

Facebook, il principale concorrente di Google, usa lo stesso trucco con la connettività. Il progetto Internet.org, lanciato in America Latina, nel sud est asiatico e in Africa, dovrebbe aumentare l’accesso a internet nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Ma è un accesso molto particolare: Facebook e pochi altri siti sono gratuiti, mentre per qualsiasi altra cosa gli utenti devono pagare. Così le persone che possono permettersi di usare servizi non collegati a Facebook sarebbero pochissime. Ecco di nuovo la regola Varian. A prima vista, i poveri accedono a quello che i ricchi hanno già: il collegamento a internet. Ma i ricchi pagano in contanti, mentre i poveri pagano con i loro dati, che Facebook monetizzerà per pagare l’intera operazione Internet.org. Non si tratta di beneicenza: a Facebook interessa l’“inclusione digitale” come a uno strozzino interessa l’“inclusione finanziaria”.

Per raggiungere chi si connette grazie a Internet.org, qualsiasi fornitore di servizi (nell’istruzione, nella sanità o nel giornalismo) dovrà collegare le sue app a Facebook. I poveri avranno i servizi che i ricchi hanno già, ma solo coprendo i costi con i loro dati e quello che rivelano della loro vita sociale. La connettività gratuita offerta da Facebook è di fatto un gigantesco derivato che inanzia lo sviluppo della sua infrastruttura. Facebook ofre a questi paesi la connessione in cambio del diritto di monetizzare le vite dei loro cittadini quando questi avranno guadagnato abbastanza.

La regola Varian andrebbe corretta: per prevedere il futuro, basta guardare cosa hanno fatto le aziende petrolifere e le banche negli ultimi due secoli e applicarlo alla Silicon valley, il nuovo fornitore di infrastrutture per tutti i servizi di base. In quel futuro non basteranno gli assistenti virtuali, ci sarà un gran bisogno anche di psicoterapeuti virtuali”. Evgeny Morozov, sociologo, esperto di tecnologia e informazione (da Internazionale N. 1100)

Condividi: