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Verso un mondo multipolare

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Sulla base di numerosi indicatori e dati utilizzati all’interno del rapporto intitolato “The End of Globalization or a More Multipolar World” (La fine della globalizzazione o un mondo più multipolare), Credit Suisse ha creato un “orologio della globalizzazione“, che presenta lo sviluppo della globalizzazione e del multipolarismo in forma graduata rispetto ai valori medi di lungo termine.

The Credit Suisse Globalization ClockLa figura a lato evidenzia che nei primi anni Novanta la globalizzazione era dominata dagli USA e dai paesi europei, mentre nel periodo 2000- 2005 vi è stata una fase più fiacca di globalizzazione e di multipolarismo, trainata dalla crescita delle tecnologie dell’informazione e dal consolidamento del potere militare di importanti paesi avanzati durante i conflitti in Iraq e Afghanistan. Da allora il mondo si è spostato nel primo quadrante dell’orologio, una posizione ottimale, ed è diventato più globalizzato e più multipolare al tempo stesso: una tendenza accentuata dall’indebolimento economico dei mercati sviluppati e dalla crescita delle economie emergenti. Il PIL mondiale si sta spostando verso est. Ad esempio, in futuro tra le 50 città più importanti figureranno Delhi, Shanghai, Mumbai e Pechino. Un segno dei tempi di cambiamento che stiamo vivendo, nei quali i paesi emergenti dimostrano d’avere il titolo e il diritto di contribuire alle grandi scelte mondiali. Piaccia o no, è quello in cui viviamo.

Questo rapporto mostra i tre scenari seguenti: quello di una “globalizzazione prospera”, dell'”emergenza di un mondo multipolare a livello economico, politico e sociale” e lo scenario più drammatico della “fine della globalizzazione”.

Scenario 1: la globalizzazione prosegue. Il primo scenario è quello in cui prosegue la globalizzazione. Ciò significa che il dollaro continua ad assumere un ruolo di primus inter pares nel mondo delle divise, che in generale le multinazionali occidentali dominano il panorama commerciale globale, e che il tessuto giuridico e istituzionale internazionale è ancora di natura occidentale. In termini economici, la volatilità macroeconomica è bassa, il commercio è in crescita con qualche battuta d’arresto dovuta a interventi protezionistici, e l’economia di Internet cresce oltre i confini nazionali. Sul piano socio-politico, un’evoluzione significativa è rappresentata dal miglioramento dello sviluppo umano, con società più aperte.

Scenario 2: un mondo multipolare. Il secondo scenario si basa sull’ascesa dei paesi asiatici e su una stabilizzazione nell’eurozona: in termini generali, l’economia poggia su tre pilastri – Americhe, Europa e Asia (guidata dalla Cina). In particolare, in questo scenario prevediamo lo sviluppo di nuove istituzioni internazionali che si sostituiranno a organismi quali la Banca mondiale, la nascita della “democrazia controllata” e una versione più regionale dello Stato di diritto, fenomeni migratori più regionali tra zone rurali e urbane piuttosto che oltre i confini nazionali, l’aumento di centri finanziari regionali e nuovi sviluppi nel settore bancario e finanziario. Per quanto riguarda le imprese, il cambiamento significativo sarebbe l’ascesa di campioni regionali, che in molti casi si sostituirebbero alle multinazionali globali. Vi potrebbero inoltre essere miglioramenti non omogenei sul fronte dello sviluppo umano, che porterebbero a economie locali più stabili e più ricche, sulla scia di un ininterrotto trend dei consumi nei mercati emergenti. In Europa, l’UE limita la propria crescita espansiva e prospera, mentre il processo di ristrutturazione bancaria e aziendale consente di snellire l’economia.

Scenario 3: la fine della globalizzazione. Il nostro terzo scenario è più negativo, pur se meno probabile, e ricorda il crollo della globalizzazione nel 1913 e il conseguente scoppio della Prima guerra mondiale. Nonostante il mondo sia stato colpito dalla crisi finanziaria globale e dagli attacchi terroristici negli ultimi anni, questi sviluppi hanno probabilmente accresciuto anziché ridotto la cooperazione tra le nazioni. Vi sono comunque rischi per la globalizzazione. Fra le tendenze e gli sviluppi vi sono il rallentamento della crescita economica e degli scambi commerciali con in più la possibilità di uno shock macroeconomico (per indebitamento, disparità e immigrazione), un aumento del protezionismo, uno scontro geopolitico/militare tra grandi potenze, guerre valutarie, eventi climatici, l’ascesa di movimenti politici antiglobalizzazione ad ampia base e l’opposizione alle multinazionali, oppure un’inversione di tendenza nei processi di transizione alla democrazia.

Lo sviluppo della globalizzazione, così come si è caratterizzato negli ultimi decenni, si fondava sull’assunto della superiorità del mercato rispetto alle istituzioni. Con la globalizzazione è stato creato un mercato mondiale non governato, dove la concorrenza e la ricerca del massimo profitto hanno avuto piena libertà d’azione. Se guardiamo al passato, scopriremo che il mondo multipolare, un Ordine basato su un principio multipolare, non è mai esistito. Il multipolarismo è dunque un progetto, un piano, un’idea di futuro, non una mera inerzia o un’insulsa resistenza alla globalizzazione. Il multipolarismo osserva il futuro ma lo vede in maniera radicalmente diversa dai sostenitori del globalismo e si sforza di dare vita alla sua visione. La filosofia multipolare conviene sul fatto che il presente ordine mondiale sia imperfetto e richieda una profonda trasformazione. Nei prossimi decenni l’ordine economico internazionale sarà caratterizzato dalla competizione fra grandi mercati interni “governati”, cioè da sistemi continentali capaci di perseguire un proprio progetto economico e sociale. L’uomo può tornare a essere il centro dei processi, non più la sola ricerca del profitto.

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Nuovo disordine mondiale

capitalismo di Stato

“La crisi non è solo finanziaria e coinvolge anche aspetti politici, sociali e militari in un gioco di rimandi continuo. Dunque, la sua soluzione non può prescindere dall’esame anche degli aspetti non strettamente finanziari, per capire cosa stiamo rischiando.

La globalizzazione, in atto da un trentennio, associa strettamente gli sviluppi tecnologici ai progetti politici di un nuovo ordine mondiale. Tutto ciò è caratterizzato da una straordinaria velocità che modifica lo sviluppo delle dinamiche sociali, politiche, economiche, producendo interdipendenze molto più complesse del passato, al punto che c’è chi si spinge a parlare di “ipercomplessità”.

La globalizzazione è stata proposta come l’estensione a tutto il Mondo della modernizzazione. Una benefico tsunami che aumenta la ricchezza, produce convergenza economica, elimina l’arretratezza, spazza via dittature e diffonde democrazia e benessere.

Il mondo occidentale ha costruito la sua identità recente intorno alla categoria di “modernizzazione” ed ha giustificato la sua proiezione espansionista con il compito di espandere la civiltà moderna in tutto il mondo.

Questa stessa radice troviamo nel “progetto globalizzazione”, naturale sviluppo della modernizzazione, discorso esplicitato in particolare da Francis Fukuyama, la cui opera è il manifesto ideologico di quel progetto. Per Fukuyama, il modello sociale occidentale era il punto di arrivo non migliorabile cui la storia tende. Ne deriva, quindi, una visione del resto del mondo come “Occidente imperfetto” in via di rapida assimilazione al suo modello.

Se quello di Fukuyama era il manifesto ideologico, Samuel Huntington ha scritto il manifesto politico di quel progetto. Con maggiore realismo, egli sostiene che modernizzazione non significa occidentalizzazione e che gli equilibri di potenza stanno mutando. Pertanto, sta emergendo un ordine mondiale fondato sul concetto di civiltà e la pretesa occidentale di rappresentare valori universali è destinata a scontrarsi con l’Islam e la Cina. La sopravvivenza dell’egemonia occidentale dipende dalla capacità degli occidentali di accettare la propria civiltà come qualcosa di peculiare ma non universale e di unirsi per rinnovarla e proteggerla dalle sfide degli altri. Dove Fukuyama sognava un mondo uniformato in un’unica grande democrazia liberal-capitalistica, Huntington pensa ad un Mondo ancora diviso in modelli culturali diversi ed antagonistici, ma sotto la salda direzione imperiale americana.

C’è un terzo manifesto, di natura economica, che riassume il progetto della globalizzazione:  il cosiddetto Washington consensus. L’espressione, formulata nel 1989 da John Williamson, definisce 10 direttive di politica economica destinate ai paesi in stato di crisi, e che costituiscono un pacchetto di riforme “standard” indicate  dal Fmi e dalla Banca Mondiale (entrambi hanno sede a Washington): politica fiscale finalizzata al pareggio di bilancio, riaggiustamento della spesa pubblica, riforma del sistema tributario, adozione di tassi di interesse reali (cioè al netto dell’inflazione) positivi, tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato, liberalizzazione del commercio e delle importazioni, liberalizzazione degli investimenti esteri, privatizzazione delle aziende statali,
deregulation e tutela del diritto di proprietà privata.

Questa piattaforma neoliberista venne poi in gran parte assorbita dagli accordi di Marrakech (1994) che dettero vita all’organizzazione mondiale per il commercio (Wto).

La globalizzazione economica prometteva il riequilibrio delle disuguaglianze mondiali ed, attraverso questa dinamica convergente, lo sviluppo economico avrebbe assicurato l’espansione della democrazia e l’abbattimento dei regimi autocratici. Naturalmente, tutto questo avrebbe comportato un “urto” culturale, ma lo shock da globalizzazione sarebbe stato ampiamente compensato dai vantaggi.

In parte le promesse della globalizzazione si sono avverate: Cina ed India, ad esempio, da economie rurali ed arretrate sono diventate potenze emergenti a forte vocazione manifatturiera. Ma le cose stanno andando in modo molto diverso da quello previsto e lo skock da globalizzazione si sta rivelando molto più duro e contraddittorio. Se è vero che si sono prodotte delle convergenze, è altrettanto vero che si sono prodotte nuove asimmetrie, se è vero che i flussi finanziari, migrativi, culturali, commerciali attraversano in continuazione le frontiere in un Mondo sempre più integrato, è anche vero che si sono prodotte nuove linee di faglia più profonde del passato.

Inoltre, la globalizzazione non ha affatto prodotto la “fine della povertà”. Emblematico, in questo senso, il caso indiano, dove l’enorme crescita economica convive con le sacche di estrema miseria di sempre. Il capitalismo post coloniale non produce alcuna convergenza sociale fra i diversi paesi perchè, più che mai, è “capitale senza nazione”: estrae da ogni parte plusvalore che accumula  in quell’ U-topos che è “Riccolandia”.

Soprattutto, contrariamente alle aspettative, la globalizzazione neo liberista non ha prodotto quel “nuovo ordine mondiale” cui aspirava; semmai siamo di fronte ad un “nuovo disordine mondiale”.

Il mondo è più integrato dal punto di vista economico e delle comunicazioni, ma lo è di meno dal punto di vista politico. Le culture tradizionali, che si era pensato destinate a scomparire presto, hanno resistito (Huntington aveva visto più lontano di Fukuyama) e, pur subendo l’urto della penetrazione culturale dell’Occidente, hanno prodotto sintesi impreviste.

Uno dei bersagli del progetto neo liberista è stato l’ordinamento westfalico basato sulla sovranità degli stati nazione: il governo del Mondo sarebbe spettato ad una fitta rete di organismi sovranazionali (dall’Onu al Wto, dal Fmi alla Bm ed alla serie di intese continentali come la Ue, il Nafta, il Mercosur ecc.), dunque, lo stato nazionale aveva sempre meno ragion d’essere. La ritirata  dello Stato dall’economia era la sanzione di questa detronizzazione. Parve che lo Stato nazionale sarebbe stato ridotto ai minimi termini per sottrazione di poteri sia verso l’alto che verso il basso e ci fu chi vide il suo completo annullamento in un nuovo “Impero”, non identificabile con nessuno degli Stati nazione esistenti.

In realtà, il deperimento della sovranità nazionale non era affatto omogeneo ed universale, perchè aveva una sua rilevantissima eccezione negli Usa, monopolisti della forza a livello internazionale. Almeno sulla carta, nemmeno una alleanza di tutti gli altri stati del Mondo avrebbe avuto possibilità di vittoria contro gli Usa.  Diversamente da quello che teorizzavano Negri ed Hardt, gli Usa non erano subordinati ad alcuna altra istituzione: erano superiorem non recognoscens e, pertanto, pienamente sovrani. Anzi, unico vero sovrano nel nuovo ordine imperiale.

Ma nel giro di una quindicina di anni le cose sono rapidamente mutate: le sostanziali sconfitte in Iraq e Afghanistan hanno dimostrato le  fragilità di un esercito che, imbattibile in campo aperto, è inadeguato in uno scontro asimmetrico; nello stesso tempo, la crisi ha obbligato prima a contenere e dopo a ridurre la spesa militare americana, mentre cresce quella asiatica (soprattutto di Cina, India, Giappone, Viet Nam, Corea ecc.). Nello stesso tempo, il deperimento degli stati nazionali non è affatto proceduto omogeneamente in tutto il mondo ed, anzi, in paesi come la Cina, la Russia, l’India, il Brasile, l’Indonesia, il Sud Africa si è registrato un rafforzamento dei rispettivi stati. E tutto questo sta aprendo un dibattito molto fitto: se Prem Shankar Jha ritiene che gli Stati nazione stiano effettivamente deperendo, ma solo per esse sostituiti  dal “caos prossimo venturo”, Robert Cooper distingue fra paesi premoderni (al limite della disintegrazione, come la Somalia), paesi moderni (i paesi emergenti che perseguono i propri interessi nazionali attraverso lo strumento statuale) e paesi  “post moderni” (Ue e Giappone che rinunciano a parti della sovranità statale per adeguarsi alle dinamiche della globalizzazione neo liberista), con gli Usa in posizione critica fra la seconda e la terza opzione.

Soprattutto, la grande sorpresa è stato il protagonismo economico degli stati emergenti. India, Cina e paesi arabi hanno costituito fondi sovrani assai cospicui per centinaia di miliardi di dollari, inoltre fra le dieci maggiori compagnie mondiali per ricavi, quattro sono controllate dal relativo Stato: tre  cinesi (Sinopec Group, China National Petroleum Corporation, State Grid) ed una giapponese (Japan Post Holding). In Brasile le società controllate dallo Stato sono il 38%, in Russia il 62% in Cina addirittura l’80%, e “The Economist” (da cui traiamo questi dati) è giunto a chiedersi se il modello emergente non sia un nuovo “capitalismo di Stato”. Lasciamo impregiudicata la questione se quella di capitalismo di stato sia la definizione migliore o se dovremmo parlare di “neopatrimonialismo” o cercare altre definizioni più aderenti alla tradizione cinese, quel che rileva è che sta emergendo un ordine economico opposto di quello voluto da Whashington Consensus”. Aldo Giannuli

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H.G. Wells e la distruzione dello stato nazionale sovrano

Nuovo Ordine Mondiale

H.G. Wells, fondatore e stratega della Round Table britannica, scrisse nel 1928 il libro intitolato “The Open Conspiracy: Blue Prints for a World Revolution (La cospirazione aperta: modelli di una rivoluzione mondiale New York: Doubleday, Doran and Company). In quest’opera Wells, più noto al pubblico per i suoi libri di fantascienza, presenta la ricetta per instaurare un unico governo mondiale, un’impresa che, anche nell’arco di più generazioni, prevede il reclutamento degli individui e l’allestimento delle istituzioni che occorrono per costituire il “direttorato” mondiale di “un nuovo ordine mondiale”. A Wells non interessa avversare il fascismo o il comunismo perché questi due fenomeni sono da lui reputati solo degli esperimenti del “nuovo ordine”, o sue espressioni immature, che saranno superati dal nuovo ordine fondato sulle sue idee.

“La Cospirazione Aperta non è tanto una forma di socialismo — chiosa Wells — quanto un progetto più ampio che ha fagocitato e assimilato tutto ciò che c’era di digeribile nei suoi predecessori socialisti”. Poi arriva anche a suggerire che i giovani dovrebbero essere cooptati nella Cospirazione Aperta attraverso organizzazioni come “i Fasci in Italia”. La Cospirazione Aperta ha un unico scopo, che non è né di destra né di sinistra: la distruzione dello stato nazionale sovrano.

Wells la mette così: “Questa è la mia religione … Questo libro espone nella forma più piana e chiara possibile le idee essenziali della mia vita, le prospettive del mio mondo. Gli altri miei scritti, con rare eccezioni, non fanno che esplorare, sperimentare, illuminare, commentare e infiorare la questione essenziale che cerco di mettere a nudo fino alle sue fondamenta e di esporre inequivocabilmente … Questi sono gli scopi che mi guidano ed i creteri di tutto ciò che faccio … è un piano per tutti i requisiti umani”.

Wells espone i mezzi con cui conta di raggiungere tre scopi ripugnanti, naturalmente in nome della necessità di porre fine alla guerra ed alla povertà, e di “salvare” l’uomo da sé stesso:

1) Porre fine per sempre allo stato nazionale e sostituirlo con un governo mondiale retto da un’élite Atlantica: “La Cospirazione Aperta si fonda sul disdegno nei confronti dell’idea di nazione, e non c’è motivo per cui essa dovrebbe tollerare governi nocivi o avversi mantenutisi in questo o quel territorio umano. Rientra nei poteri delle comunità atlantiche imporre la pace sul mondo e garantire libertà di movimento e di parola da un capo all’altro del mondo. Su questo la Cospirazione Aperta deve insistere”. Wells poi spiega meglio: per porre fine alla guerra la Cospirazione Aperta potrebbe dover ricorrere alla guerra. L’impegno alla pace mondiale ed alla fine dei conflitti, spiega, non significa l’abolizione degli eserciti, dei soldati e dei mezzi militari. Quello che c’è da vedere, aggiunge, è a chi saranno fedeli questi guerrieri. La Cospirazione Aperta dovrà avvalersi di guerrieri “illuminati”: “Fin dall’inizio la Cospirazione Aperta si schiera apertamente contro il militarismo … ma ripudiare per principio il servizio militare … non comporta necessariamente negare la necessità dell’azione militare a vantaggio del bene comune mondiale, per sopprimere il brigantaggio delle nazioni, né intende impedire l’addestramento militare dei membri della Cospirazione Aperta, … La nostra lealtà al governo attuale, diremo, dipende dal suo comportamento sano ed adulto”.

2) Controllo demografico secondo i limiti stabiliti da un “direttorato mondiale” creato dalla stessa élite. I mezzi usati per limitare la crescita democrafica sono quelli della “scienza” (eugenetica, sterilizzazione, e controllo delle nascite) e il completo controllo economico da parte del “direttorato” sulla generazione del credito e sulla distribuzione di cibo, acqua e abitazioni. La Cospirazione Aperta “si rivolge alla biologia per … la regolazione della quantità e della distribuzione controllata della popolazione mondiale”. E senza un controllo di questo tipo l’umanità è spacciata. Così, al posto del Bene Comune, come ad esempio auspicato dalla Costituzione degli USA, Well propone una forma di welfare selettivo in cui il direttorato mondiale elimina la crescita demografica al fine di perfezionare la razza. Questa non è soltanto una necessità materiale, spiega Wells, ma di natura più profonda giacché sotto la Cospirazione Aperta l’uomo “non sarà lasciato con la sua anima intricata, perseguitato da paure mostruose e irrazionali e preda di impulsi malvagi … Si sentirà meglio, sarà meglio disposto, penserà, vedrà, gusterà, e ascolterà meglio dell’uomo di oggi. E tutte queste cose sono semplicemente possibili per lui. Esse ora sono al di fuori dei suoi desideri tormentati, lo eludono e canzonano, perché a determinare la sua vita sono il caso, la confusione e lo squallore. Tutti i doni del destino per lui sono inibiti e sfuggenti. Deve continuamente sospettare e temere”.

3) Eliminare per sempre “l’illusione” che l’uomo sia fatto ad immagine di Dio, e che come tale, abbia la capacità di compiere il bene. Piuttosto, sostiene Wells, l’uomo è un “animale imperfetto”: geloso, furioso, molto irrascibile, e “di cui non c’è fidarsi nell’oscurità”. “L’uomo è un animale malvagio”, afferma Wells, con una “comune disposizione ad essere stupido, indolente, abitudinario e protettivo”. Nell’uomo gli impulsi creativi sono ben più deboli “di quelli decisamente distruttivi”. Ribadendo che la natura umana è distruttiva Wells spiega: “Costruire è cosa lunga e laboriosa, comporta interruzioni e delusioni, mentre distruggere dà una forte eccitazione istantanea. Tutti sappiamo quanto piace il colpo risolutivo. Questi impulsi debbono essere controllati dal direttorato mondiale”. Wells giunge ad articolare la sua nuova religione in sei “requisiti essenziali di base”:

1. La completa ammissione, pratica oltre che teorica, della natura provvisoria dei governi esistenti e della nostra subordinazione ad essi;
2. La determinazione a limitare in ogni modo possibile la possibilità che questi governi alimentino conflitti e impieghino individui e risorse a scopo militare, e che essi interferiscano con l’instaurazione di un sistema economico mondiale;
3. La determinazione a sostituire alla proprietà privata, locale o nazionale, del credito, dei trasporti e della produzione dei generi essenziali, un direttorato mondiale responsabile che serva i fini comuni della specie;
4. Il riconoscimento pratico della necessità di controlli biologici mondiali, ad esempio della popolazione e delle malattie;
5. Assecondare un minimo di libertà individuale e di benessere nel mondo;
6. Il dovere supremo di subordinare la vita personale alla creazione di un direttorato mondiale all’altezza di questi compiti e di promuovere il progresso generale della conoscenza, della capacità e del vigore dell’umanità”.

Nel ricapitolare infine questi requisiti essenziali Wells attacca esplicitamente la qualità essenziale dell’anima umana, quella qualità che distingue l’essere umano dall’animale. Sostiene infatti che gli adepti della Cospirazione Aperta “ammettono che la nostra immortalità è condizionata e si colloca nella specie e non nella nostra essenza individuale”. Dopo aver letto la Cospirazione Aperta Bertrand Russell, anch’egli esponente della Tavola Rotonda britannica, scrisse a Wells affermando: “Non credo che vi sia nient’altro con cui potrei dirmi più completamente d’accordo”.

Una continuità ininterrotta

Gli obiettivi principali della cospirazione di Wells, per sua ammissione, sono “gli Stati Uniti e gli Stati dell’America Latina”. In questi paesi, spiega Wells, “non è così radicato quel guazzabuglio composto di tradizioni, di fedeltà, di classi privilegiate, di patrioti ufficiali … che è proprio delle comunità della vecchia Europa”. Anche la Russia è vista da Wells come un elemento molto importante da inglobare nella Cospirazione Aperta. Egli arriva ad affermare che, nonostante l’impegno formale verso il “proletariato” ostentato dall’Unione Sovietica, la Cospirazione Aperta “potrebbe governare a Mosca … prima che a New York”.

All’America Wells attribuisce un’importanza impareggiabile a motivo della sua crescente potenza economica. Per lui il Sistema Americano di Economia Politica, la politica economica di Alexander Hamilton, è il vero nemico della Cospirazione Aperta, e delle grande finanza. Nel 1928 scrisse: “Le industrie americane non hanno più alcuna giustificazione pratica per la protezione, la finanza americana starebbe meglio senza di essa”, ma senza un successo della Cospirazione Aperta, spiega, questo protezionismo persisterà tenacemente. Non c’è dubbio che le istituzioni create in America soprattutto attorno a Yandell Elliott e Robert Strausz-Hupe, corrispondono completamente alle specificazioni elencate da Wells per porre fine al Sistema Americano. Alla scuola di questi due esponenti dell’eredità della Confederazione Sudista, si formarono i personaggi che hanno deciso gran parte della politica estera e strategica degli Stati Uniti nell’ultimo trentennio.

Le istruzioni di Wells agli adepti della sua “nuova religione” continuano così:

“Attraverso speciali organizzazioni ad hoc, società per la promozione della ricerca, centri studi della difesa, per la catalogazione mondiale, per la traduzione di documenti scientifici, per la diffusione della nuova conoscenza, il surplus delle energie degli aderenti alla cospirazione aperta possono essere dirette verso fini completamente creativi e si può costruire una nuova organizzazione mondiale” per sostituire, ma inglobandole, “care vecchie istituzioni come la Royal Society di Londra, le varie Accademie delle Scienze europee ecc. che oggi sono diventate inadeguate…”

Scrivendo la Cospirazione Aperta Wells si riprometteva di reclutare una rete mondiale di cospiratori capaci di operare, entro gli ambiti nazionali, a favore della sovversione globale di tutti gli stati nazionali, a favore della riduzione “scientifica” delle popolazioni di pelle scura, e affermare il dominio di una oligarchia mondialista sotto la leadership anglo-americana.

“L’opera politica della Cospirazione Aperta” scrive Wells, “va condotta su due livelli impiegando metodi completamente diversi. La sua principale idea politica, la sua strategia, è indebolire, dissolvere, incorporare o superare i governi esistenti … Benché un paese o un distretto rappresenti una ripartizione inopportuna e sia destinata alla fine ad essere assorbita in un sistema di governo più ampio ed economico, questo non vuol dire che la sua amministrazione non debba essere condotta intanto a cooperare con gli sviluppi della Cospirazione Aperta”. Quindi, continua Wells, nessuno dev’essere escluso dalla Cospirazione Aperta, vuoi per motivi di classe, di attività o di nazionalità. Piuttosto: “La Cospirazione Aperta dev’essere sostanzialmente eterogenea. Giovani uomini e donne possono essere raccolti in gruppi organizzati in maniera non dissimile dai Sokols boemi o dai Fasci italiani …”

Quando la Cospirazione Aperta di Wells apparve nelle librerie, istituzioni come il Rhodes Trust, la Tavola Rotonda, la Società Fabiana, il Royal Institute of International Affairs, e la sua succursale newyorkese del Council on Foreign Relations erano già pienamente impegnati a reclutare le schiere degli agenti, agenti di influenza e agenti provocatori sotto lo stendardo multicolore della cospirazione mondialista. L’opera di Wells non fece che focalizzare queste forze chiarendo nel modo migliore gli obiettivi a lungo termine e sottolineando la necessità di reclutare i migliori e i più brillanti — non importa quanto corrotti —, coloro che Wells chiamava “la minoranza seria”. Evidentemente questa cospirazione è oggi quanto mai viva, e il suo nome è “globalizzazione”.

Michele Steinberg

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Aiuti dal Fondo aggiustamento globalizzazione per i 1.146 licenziati della VDC Technologies

VDC Technologies

Tra il 2008 e il 2011, le importazioni dalla Cina nella UE-27 di apparecchi di telecomunicazione e di registrazione e riproduzione del suono sono aumentate del 18,7%. Durante lo stesso periodo, la quota delle importazioni nella UE-27 di tali prodotti è aumentata dal 44% al 52,2%. Ciò ha avuto profonde conseguenze sui livelli occupazionali provocando nel periodo 2008-2011 la perdita a livello dell’intera UE di 121.000 posti di lavoro circa nel settore della fabbricazione di computer e di prodotti ottici ed elettronici, pari a una riduzione del 7%.

VDC Technologies azienda italiana leader nel settore, è stato uno dei maggiori fabbricanti di televisori nella UE. Alla fine del 2009, l’azienda ha tuttavia chiuso definitivamente il sito di Frosinone, anche a causa di una riduzione della domanda di apparecchi con schermo al plasma e del calo dei prezzi di mercato dei televisori. Nonostante una serie di iniziative tese a rinvigorire l’azienda e i negoziati in vista di un suo eventuale rilevamento, non è stato raggiunto un accordo con i creditori e la società nel giugno 2012 è stata dichiarata fallita, con circa 100 milioni di euro di deficit. 

La Commissione europea ha proposto di fornire all’Italia 3 milioni di Euro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per aiutare 1.146 ex lavoratori della VDC Technologies SpA e la sua controllata Cervino Technologies Srl a trovare un nuovo posto di lavoro. La proposta sarà ora sottoposta all’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri dell’UE. Gli esuberi si concentrano nella provincia di Frosinone (regione Lazio). Lazio colpita profondamente dalla crisi con un PIL, nel 2011, diminuito dello 0,3% e con un calo delle nel 2012 delle esportazioni dei principali settori industriali della regione. L’occupazione totale del Lazio è scesa dello 0,2% nel 2011 e dello 0,7% nel primo trimestre del 2012. Il tasso di disoccupazione è passato dall’8,5% del 2009 al 10,8% del 2012.

Le misure cofinanziate dal FEG dovrebbero aiutare i 1.146 i lavoratori ad affrontare le difficoltà maggiori nella ricerca di un nuovo posto di lavoro attraverso orientamenti per lo sviluppo della carriera, la valorizzazione delle competenze, la formazione, il sostegno all’imprenditorialità e varie forme di indennità. Il costo stimato complessivo del pacchetto ammonta a 6,02 milioni di Euro circa, la metà dei quali erogati dal FEG.

Ma che cos’è il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione? Il Fondo, proposto dal Presidente della Commissione Barroso, offre un sostegno a coloro che hanno perso il lavoro a seguito di importanti mutamenti strutturali del commercio mondiale dovuti alla globalizzazione, ad esempio in caso di chiusura di un’impresa o delocalizzazione di una produzione in un paese extra UE, oppure a seguito della crisi economica e finanziaria mondiale. Il FEG dispone di una dotazione annua massima di 150 milioni di euro per il periodo 2014-2020 e può finanziare fino al 60% del costo di progetti destinati ad aiutare i lavoratori in esubero a trovare un altro impiego o avviare una propria attività. In linea di massima, il Fondo può intervenire soltanto in caso di oltre 500 esuberi da parte di un’unica impresa (inclusi i suoi fornitori e produttori a valle), oppure di un elevato numero di esuberi in un determinato settore o in regioni confinanti. I casi che prevedono un intervento del FEG vengono gestiti ed attuati dalle amministrazioni nazionali e regionali. Ogni progetto ha una durata di 2 anni.

Dall’inizio della sua attività, nel 2007, il FEG ha ricevuto 118 domande che hanno richiesto interventi per 500 milioni di Euro circa a sostegno di oltre 106.000 lavoratori. Sta crescendo il numero di settori e di Stati membri dai quali provengono domande di aiuto al FEG che solo l’anno scorso ha erogato più di 73,5 milioni di euro, destinati all’assistenza dei lavoratori in 11 Stati Membri (Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia).

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Il futuro dell’agricoltura è nella rilocalizzazione

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Il miglior modo per rendere il nostro sistema alimentare più resiliente è chiaro: decentralizzarlo e rilocalizzarlo.

Negli ultimi decenni il sistema alimentare degli Stati Uniti e della maggior parte delle altre nazioni si è globalizzato. Il cibo viene scambiato in quantità enormi: non solo il cibo di lusso (come caffè e cacao), ma anche le derrate alimentari di base come grano, mais, patate e riso. La globalizzazione del sistema alimentare ha portato dei vantaggi: la popolazione dei paesi ricchi ha ora accesso ad un’ampia varietà di cibi in ogni momento, inclusi frutta e verdura fuori stagione (come le mele in maggio o gli asparagi in gennaio) ed alimenti che non possono essere prodotti localmente (come l’avocado in Alaska). Trasporti a lungo raggio rendono possibile la distribuzione del cibo da aree in cui abbonda a luoghi in cui è scarso. Mentre nei secoli passati il fallimento regionale di una coltivazione poteva portare ad una carestia, ora i sui effetti possono essere neutralizzati tramite l’importazione, relativamente poco costosa, di cibo dall’estero. Tuttavia, la globalizzazione del sistema alimentare crea anche una vulnerabilità sistemica. Al crescere del prezzo del carburante, aumentano i costi dei prodotti d’importazione. Se la disponibilità di carburanti fosse drasticamente ridotta da qualche evento economico o geopolitico transitorio, l’intero sistema potrebbe collassare. Un sistema globalizzato è inoltre più soggetto a contaminazioni accidentali, come visto recentemente con il caso della melamina, una sostanza tossica finita nel cibo in Cina. Il miglior modo per rendere il nostro sistema alimentare più resiliente contro questi rischi è chiaro: decentralizzarlo e rilocalizzarlo.

La rilocalizzazione avverrà inevitabilmente, prima o poi, come effetto del calo della produzione del petrolio, dato che non esistono sorgenti di energia alternative in vista che possano essere introdotte in tempi brevi per prendere il posto dei derivati petroliferi. Pertanto se vogliamo fare in modo che il processo di Transizione si sviluppi in modo positivo, piuttosto che catastrofico, bisogna che sia pianificato e coordinato. Questo richiederà uno sforzo appositamente mirato a costruire infrastrutture dedicate all’economia alimentare regionale, adatte a sostenere un’agricoltura diversificata ed a ridurre il quantitativo di combustibile fossile che è alla base della dieta Nordamericana.

Rilocalizzare significa produrre localmente una frazione maggiore del fabbisogno alimentare di base. Nessuno dice che dovremmo eliminare completamente il commercio alimentare: questo danneggerebbe sia gli agricoltori che i consumatori. Piuttosto, è necessario fissare delle priorità alla produzione inmodo tale che le comunità possano fare maggiore affidamento su fonti locali per gli alimenti di base, mentre le importazioni a lungo raggio dovrebbero essere riservate ai cibi di lusso. Le derrate alimentari basilari legate alla tradizioni locali, generalmente di basso valore e di conservabili a lungo, dovrebbero venire coltivate in tutte le regioni per motivi di sicurezza alimentare. Una simile decentralizzazione del sistema alimentare produrrà maggiore resilienza sociale, capace di contrastare le fluttuazioni del prezzo del combustibile. Saranno anche minimizzati, ove appaiano, i problemi relativi alla contaminazione del cibo. Nel contempo, rivitalizzare la produzione locale di alimenti aiuterà a rinnovare l’economia del territorio. I consumatori potranno godere di cibo di qualità migliore, più fresco e di stagione. Sarà ridotto l’impatto dei trasporti sul clima. Ogni nazione e regione dovranno escogitare la propria strategia di rilocalizzazione del sistema alimentare basandosi su un’ampia valutazione iniziale di debolezze e punti di forza. I punti deboli dovrebbero essere identificati tramite l’analisi delle numerosissime modalità di dipendenza dell’approvvigionamento locale di alimenti dalla disponibilità e dal costo del combustibile fossile, attraverso tutte le fasi del sistema di produzione agroalimentare e della filiera distributiva. Le opportunità saranno diverse a seconda delle comunità e delle regioni agricole, benché esistano molte azioni che i governi possono intraprendere quasi ovunque:

Incoraggiare la produzione ed il consumo del cibo locale offrendo supporto alle strutture a questo scopo necessarie come i mercati contadini (farmers’ market).
• Inserire all’interno del sistema di gestione dei rifiuti installazioni per la raccolta dei residui di cibo da convertire in compost, biogas e mangime animale, da fornire a contadini e allevatori locali.
• Richiedere che una percentuale minima degli acquisti di cibo per scuole, ospedali, basi militari e carceri sia approvvigionata entro un raggio di 100km.
• Creare una normativa sulla sicurezza alimentare in base alla scala di produzione e distribuzione, in modo che un piccolo produttore che vende i suoi prodotti direttamente non sia soggetto alle stesse onerose regole di una multinazionale.

Gli agricoltori stessi devono ripensare le loro strategie: la maggior parte delle aziende orientate all’esportazione dovrà spostare la produzione verso alimenti di base per il consumo locale e regionale, uno sforzo che richiederà sia una analisi dei mercati locali che la scelta di varietà adatte per questi mercati; il movimento Community Supported Agriculture (Supporto all’Agricoltura di Comunità-CSA) fornisce un modello di organizzazione aziendale che si è dimostrato vincente in diverse aree. I piccoli produttori che affrontano significativi esborsi di capitali durante questa transizione possono costituire cooperative informali per l’acquisto di macchinari ad esempio trebbiatrici per i cereali, mulini o presse per la lavorazione dei semi oleosi o microturbine idrauliche per produrre elettricità. La scelta di rilocalizzare il sistema alimentare sarà più difficile per alcune nazioni e regioni rispetto ad altre. Dovrebbero essere incoraggiate la creazione di orti urbani e anche di piccoli allevamenti (di polli, anatre, oche e conigli) all’interno delle città, ma anche così sarà necessario approvvigionare la maggior parte del cibo dalla campagna circostante, trasportandolo alle comunità urbane e periurbane senza utilizzare combustibile fossile. In questo senso la rilocalizzazione dovrebbe essere vista come un processo e uno sforzo generale e non come un obiettivo assoluto da raggiungere.
*Estratto da “La Transizione Agroalimentare”

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