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Fedeltà al Califfo, l’Isis detta le regole ai giornalisti

Isis

Molti giornalisti locali sono fuggiti quando l’Isis è arrivato, altri, per seguire l’esercito con la bandiera nera, sono stati costretti a rispettare le regole draconiane del gruppo estremista. A dare la notizia è stato il sito di informazione Syria Deeply. Pure le milizie jihadiste avranno al seguito gli inviati “embedded”, ma solo se giureranno fedeltà al Califfo e rispetteranno queste regole emesse direttamente dall’Isis:

  • I giornalisti devono giurare fedeltà al Califfo: sono soggetti alle regole dello Stato Islamico e dunque hanno l’obbligo di giurare fedeltà al loro Imam.
  • Il loro lavoro sarà verificato e controllato dall’ufficio media dell’Isis.
  • I giornalisti possono lavorare con le agenzie di stampa, ma sono vietati tutti i canali satellitari.
  • Divieto assoluto di lavorare con i canali sulla “lista nera” (Al Jazeera, Al-Arabiya e Orient), ritenuti ostili ai paesi islamici.
  • I giornalisti possono coprire eventi all’interno del governatorato senza chiedere il permesso all’ufficio media, ma ogni servizio deve riportare il nome dell’autore.
  • I giornalisti sono autorizzati a scrivere sui loro blog e pubblicare foto, ma l’Isis deve avere gli indirizzi di questi blog e poter interagire.
  • Queste regole non sono definitive, possono cambiare in qualsiasi momento, a seconda delle circostanze e del rapporto di collaborazione offerto dal reporter e il loro impegno per favorire i loro fratelli dell’Isis che lavorano nell’ufficio media.
  • Per esercitare, i giornalisti devono fare richiesta di licenza all’ufficio stampa dello Stato Islamico.

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Campagna contro il lavoro nero nel mercato della comunicazione elettorale

giornalista-freelance

Il 24-25 febbraio ci saranno le elezioni e come sempre oltre alla campagna elettorale parte il mercato-acquisti dei candidati per accaparrarsi un addetto stampa. Per tanti precari del giornalismo queste sono settimane di lavoro, duro lavoro. Spesso però questo avviene senza un contratto. A tal proposito il Coordinamento romano dei giornalisti precari Errori di Stampa, insieme agli altri Coordinamenti nazionali, ha lanciato la “campagna contro il caporalato elettorale” che prevede un “ufficio di vigilanza diffuso contro il mercato nero della comunicazione elettorale”. Perché, come denuncia Errori di Stampa, “spesso lavorare negli uffici stampa elettorali significa accettare condizioni prossime al caporalato. Paghe a nero, sotto l’elegante voce del “rimborso spese”, senza contratto, nessuna garanzia post-elettorale, anche in caso di elezione”. Quindi contratto, di un mese, di due mesi, l’importante è che ci sia contributi compresi. 

Elezioni, elezioni, elezioni. Politiche, regionali, amministrative. In arrivo, per molti precari del giornalismo, ci sono occasioni di lavoro come addetti stampa dei candidati al Parlamento o nei consigli degli enti locali. I nostri telefoni cellulari squillano: “Vuoi fare l’addetto stampa per i prossimi 2, 3, 4 mesi?”. E per chi non ha un lavoro stabile, ma possiede competenza e passione politica, si tratta certamente di un’opportunità importante, un’avventura piena di stimoli e opportunità. Ma a quali condizioni? Spesso lavorare negli uffici stampa elettorali significa accettare condizioni prossime al caporalato. Paghe a nero, sotto l’elegante voce del “rimborso spese”, senza contratto, nessuna garanzia di impegno post elettorale, anche in caso di elezione.

Errori di Stampa lancia quindi una campagna contro il caporalato elettorale e propone la costituzione di un ufficio di vigilanza diffuso, contro il lavoro nero nel mercato della comunicazione elettorale. Serve un codice etico che impegni tutti i politici candidati su questo punto.

Basato su tre principi: i giornalisti devono essere regolarmente assunti con un contratto di collaborazione o con emissione di regolare fattura, per i colleghi che lavorano a Partita Iva; il contratto deve descrivere la mansione svolta dal giornalista-addetto stampa; il contratto deve prevedere il regolare pagamento di contributi Inpgi 2 come lavoro giornalistico autonomo.

Sono regole semplici, pensate per garantire trasparenza e regolarità nei contratti ed emersione del lavoro nero, particolarmente inaccettabile se i committenti sono candidati alle elezioni che si propongono come rappresentanti politici per i cittadini, garanti del principio di legalità. Chiediamo ai politici di sottoscrivere il nostro codice etico, con la promessa di pubblicizzare l’operato virtuoso di chiunque si impegni con noi in questa campagna. I colleghi che ricevono “proposte indecenti” invece ce lo segnalino alla mail [email protected], garantiremo il loro anonimato ma renderemo pubblici i nomi dei candidati oggetto di segnalazione.

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Professione giornalista

Mentre in gran parte dei paesi occidentali la densità della professione giornalistica è in declino, in Italia i giornalisti continuano ad aumentare, sia nell’ Ordine che nella professione, anche se solo il 45% degli iscritti sono ‘’attivi’’ ufficialmente e solo 1 su 5 ha un contratto di lavoro dipendente.

– In Francia nel 2012 il numero dei giornalisti professionali era calato al livello del 2006: 37.286 contro 37.423 di sei anni fa;

– Negli Stati Uniti si contano circa 60.000 giornalisti professionali. Quelli delle testate quotidiane e dei magazine erano 41.600 nel 2010, contro i 56.400 nel 2001 (e 56.900 nel 1990) e nel solo 2011 erano stati tagliati altri 4.190 posti di lavoro.

– Nel Regno Unito i giornalisti sono scesi di circa 10.000 unità dal 2008, da 60 a 50.000 circa.

L’ Italia ha quasi il doppio di giornalisti di Usa e Uk e il loro numero aumenta costantemente.

All’  1 ottobre 2012 l’ Ordine contava 103.036 iscritti (esclusi elenco speciale e stranieri) contro i 102.656 del 31 dicembre 2011 e i 100.487 dell’ anno precedente.

Per quanto riguarda la professione, gli iscritti all’ Inpgi attivi (e non in ‘’sonno’’) erano 43.300 nel 2009, erano diventati 44.906 nel 2010 e sono arrivati a 46.243 alla fine del 2011.

 

Ma a crescere, come si vede dalla tabella, è solo l’ area del lavoro autonomo e parasubordinato(Co.co.co), mentre quella del lavoro dipendente continua a restringersi.

Solo il 19,1% degli iscritti all’ Ordine – meno in giornalista su 5 – ha un contratto di lavoro dipendente.

Nonostante lo stato di crisi di tante testate, i prepensionamenti e il sostanziale blocco del turn over (i praticanti sono scesi da 1.306 del 2009 a 868, mentre dal 2007 al 2011 solo nei tre maggiori gruppi, Rcs, Espresso e Mondadori,  sono stati tagliati quasi 3300 posti, il 21% circa del totale), globalmente quindi il bacino del giornalismo retribuito ufficiale  (i giornalisti iscritti all’ Inpgi e con una posizione ‘’attiva’’) continua a lievitare.

Il problema è che questo dato rappresenta tutti i titolari di reddito da lavoro giornalistico ufficiale:

1)      quelli che fanno giornalismo come professione unica o prevalente (i quasi 20.000 subordinati e i freelance veri, per scelta);

2)      quelli che svolgono altre attività professionali  e fanno anche del giornalismo: i pubblicisti tradizionali;

3)      quelli che fanno prevalentemente giornalismo ma con retribuzioni bassissime e che non riescono a conquistare un contratto ed entrare nel mondo del lavoro stabile. Continue Reading

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287 cronisti minacciati. Siamo un paese libero?

L’associazione Ossigeno per l’informazione, è stato istituita nel 2008 dalla FNSI e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti con la partecipazione di Articolo 21, Liberainformazione, UNCI per documentare e analizzare il crescendo di intimidazioni e minacce nei confronti dei giornalisti italiani, in particolare per i cronisti impegnati in prima linea nelle regioni del Mezzogiorno a raccogliere le notizie più scomode e le verità più nascoste in materia di criminalità organizzata. Ossigeno produce un RAPPORTO annuale e sviluppa iniziative per rafforzare la solidarietà verso i minacciati e far crescere la consapevolezza del fenomeno, indicato nel rapporto Freedom House 2009, insieme al conflitto di interessi in materia radiotelevisiva, fra le cause del declassamento dell’Italia, da paese con informazione giornalistica “libera” in paese con informazione “parzialmente libera”.

Nell’ultimo rapporto, i cronisti minacciati dal 2010 al 2012 risultano essere 287 così ripartite: 257 minacce rivolte a uomini e donne (minacce a singoli o collettive, ovvero a gruppi di giornalisti/e), 10 a operatori anonimi (perlopiù cameraman e fotografi) e infine 20 a intere redazioni. I primi 5 mesi del 2012 raggiungono quasi tutto il 2011 (103 contro 128 minacciati). Le minacce a giornaliste invece nel solo periodo Gennaio-Maggio 2012 sono superiori all’intero 2011 (19 contro 17). Secondo i dati FSNI (2006) la divisione per genere degli iscritti all’ordine è composta dal 31,25% di donne e dal restante 68,75% di uomini, mentre la suddivisione dei cronisti minacciati (tirando via anonimi e minacce di gruppo) è composto sull’intero biennio dal 16% di donne e dall’84% di uomini.

La regione più colpita risulta la Campania, a seguire Lazio, Calabria, Sicilia e Lombardia. Queste 5 regioni coprono infatti il 71,7% delle minacce nel biennio. La suddivisione per area geografica è così composta: Nord 21,6% con 62 casi, Centro 23% con 66 casi di cui solo il Lazio incide per il 18,5% e infine Sud e Isole registrano il 55,4% ovvero 159 casi. Rapportando il numero di iscritti all’Ordine dei giornalisti (dati FSNI 2009) con i casi di minacce si riscontra una classifica capeggiata dalla Calabria con 1,46% di incindenza di minacce, e a seguire Sicilia (0,78%), Campania (0,56%), Lazio (0,25%) e Lombardia (0,08%).

Un altro parametro analizzato è quello della distribuzione delle testate più colpite, oltre 140 in tutto (è stata utilizzata la multiclassificazione in caso di giornalisti operativi per più testate). In evidenza al primo posto la Rai con 21 minacce (aggregazione di Rai, Rai Abruzzo, Rai Calabria, Rai Sicilia, Rai Educational, RaiNews24, televideo Rai, Tg1 e Tg3), seguono La Repubblica e Il Fatto Quotidiano. Il primo quotidiano locale risulta Il Quotidiano di Calabria al 4 posto con 8 minacce, seguito al 6 da un’altra testata calabrese Calabria Ora. La prima trasmissione televisiva è Striscia la Notizia, segue Le Iene (con 4 minacce).

Tra i modi in cui si manifestano questi casi di violenza, l’incidenza maggiore è data dalle aggressioni che registrano il 13,7% ovvero 40 episodi. A seguire Lettere Minatorie (28), Minacce Personali (24), Querele e Denuncie (21) e Proiettili (20).

Siamo ancora convinti di vivere in un paese libero e democratico?

(elaborazione grafica Gerardo Adinolfi – La donna che morse il cane. Storie di croniste minacciate)

La donna che morse il cane. Storie di croniste minacciate. Tre storie di croniste minacciate: Rosaria, Marilena e Marilù. Madri, mogli, figlie, fidanzate. Donne che hanno la sola colpa di aver raccontato con lucidità i fatti della loro terra e delle sue contraddizioni.

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