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L’Ordine dei giornalisti nel Mondo

Ordine dei giornalisti nel Mondo

Negli Stati Uniti ci sono le shield laws, in Belgio c’è il titolo professionale, in Svizzera è guerra delle tessere stampa, in Germania la professione è garanzia d’indipendenza, in Francia è un affare di Stato, nel Regno Unito c’è il liberismo assoluto, in Norvegia e in Svezia tutti hanno la tessera.

Un excursus su come si diventa giornalisti all’estero. Che sfata tanti luoghi comuni sulla “anomalia” italiana. L’ inchiesta a cura di Paolo Pozzi (Tabloid) e Pino Rea (Lsdi). Continue Reading


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Stop ai ciarlatani in televisione

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Lo scorso luglio il BBC Trust, l’organo che governa l’editore radiotelevisivo BBC,  ha preso una decisione chiara: stop ai ciarlatani in televisione. Una scelta ben meditata e sensata, anche se di non facile attuazione. Un’occasione per riflettere sulla situazione italiana.

Presentare “le due campane” per un giornalista è una buona regola per raccontare meglio un argomento complesso. Ma è sempre così? Lo è, per esempio, se si parla di argomenti scientifici? Questo si è chiesta la BBC quando nel 2010 ha iniziato un’analisi per valutare l’imparzialità e la qualità della scienza delle proprie trasmissioni. Per valutare il contenuto scientifico è stato scelto Steve Jones, professore emerito di Genetica presso la UniversityCollege di Londra. L’anno seguente Jones ha presentato i risultati mostrando come, a fronte di una buona trattazione della scienza, si dava troppo spazio a posizioni marginali non riconosciute dalla comunità scientifica. Secondo lo scienziato nella scienza la par condicio non funziona, è un falso equilibrio. Se su un argomento scientifico c’è un chiaro consenso della comunità scientifica, non andrebbe presa in considerazione la teoria “alternativa”, per illudersi di essere imparziali. Non se questa è stata sbugiardata dal resto degli scienziati, perché potrebbe inutilmente confondere chi non è del campo.

E così la BBC ha iniziato un periodo di formazione perché dirigenti e dipendenti riconoscano i ciarlatani e non diano attenzioni a teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica e spesso prive di fondamento. Un addestramento che ha riguardato 200 dirigenti e che ha permesso alla BBC di “evitare il falso equilibrio tra realtà e opinione”.

Una situazione che pare piuttosto distante da quanto sta avvenendo da anni in Italia. Ci sono pochi programmi televisivi che parlano di scienza in maniera corretta e argomentata e quello più conosciuto e apprezzato, SuperQuark, è da tempo “esiliato” nel periodo estivo. Molti altri programmi invece, come Voyager o Mistero, non perdono l’occasione di far sentire tutte le campane. Ma proprio tutte, invitando e dando voce a pseudoesperti che parlano delle teorie più bizzarre, senza che ci sia alcuna verifica, spesso senza nemmeno la controparte che rappresenti la comunità scientifica. Complotti mondiali, UFO, danni provocati dagli OGM o dalle scie chimiche, cure miracolose e altre assurdità hanno sempre spazio in televisione.

Alcuni di questi argomenti non hanno nulla a che vedere con la scienza, come la teoria della Terra piatta, ancora non del tutto abbandonata. Altri sono fonte di grande dibattito ed è qui che molti giornalisti cadono, cercando le campane minoritarie. Ha senso invitare un creazionista quando si parla di evoluzione?

Tuttavia la questione non è così semplice. Come si chiede il giornalista Riccardo Chiaberge sull’unita.it, non si rischia di cadere in una “forma di dogmatismo scientista”? Non sono infatti solo opinionisti e ciarlatani ad avere posizioni diverse, ma anche alcuni ricercatori. Sono tutti da censurare? Forse sì, se presentano dati scorretti o argomentazioni da tempo smentite dalla maggioranza dei ricercatori.

Una forma di censura tout court rischia tra l’altro di incrementare le teorie del complotto, e le posizioni di chi sostiene che gli scienziati non accettino un confronto. E anche la BBC pare aver riflettuto su questo aspetto: “Se la ricerca scientifica può e deve essere scrutinata, – si dice nel Trust – è importante riflettere sull’effettivo peso scientifico di ogni argomento critico per gli annunci scientifici”.

Una questione non marginale che però pare decisamente secondario in Italia. Sarebbe infatti già un ottimo risultato che alcuni giornalisti non considerassero come uniche voci autorevoli medici e opinionisti che dichiarano i danni dei vaccinipseudomediciattivisti anti OGM e anti “vivisezione”.

(Fonte oggiscienza)

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Concorsi Rai, l’accendiamo?

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Affari Italiani ha potuto leggere le domande che la Rai ha posto ai candidati per 40 posti da giornalista. Alcune domande sono proprio sbagliate, altre sono ridondanti, altre ancora inducono volutamente in errore. Risultato: gli esclusi promettono una battaglia senza precedenti, mentre il direttore generale Gubitosi, almeno per ora, si trincera dietro un rigoroso silenzio. Anche dai sindacati non si leva un fiato, mentre i neo-diplomati alla scuola di giornalismo di Perugia vengono assunti in Rai con chiamata diretta, senza concorsi e senza domande-trappola

40 posti per giornalista con contratto in Rai. Si presentano in 196 alla prima prova di selezione, che dovrebbe occuparsi di fare una prima “scrematura”. Ne possono passare solo 100, a patto che abbiano superato i 15 punti, ottenibili con domande a risposta multipla che danno un punto per ogni risposta esatta e ne tolgono 0,3 per ogni risposta sbagliata. I candidati vengono chiamati all’Ergife, ma qualcosa, appena viene aperto il pacco, non torna: le domande sembrano più quelle di un quiz-show che non quelle necessarie per appurare le reali competenze dei candidati. Alcune sono palesemente sbagliate, altre sono talmente vaghe da poter facilmente indurre in errore, altre ancora sono così banali da non potersi neanche considerare probanti. Ma vediamo brevemente i fatti.

La Rai ha a disposizione una pletora di giornalisti professionisti che vengono impiegati per collaborazioni che, in alcuni casi, durano da oltre 20 anni. Ma il contratto rimane un miraggio. E lo rimane (almeno quello giornalistico) anche per molti che, pur avendone i titoli, vengono assunti con mansioni completamente diverse per limitare l’esborso sui contratti. Da Viale Mazzini, però, devono essersi accorti che la stavano facendo un po’ troppo grossa e hanno indetto un concorso per 40 posti da giornalista. Non prima, però, di aver assunto, tramite chiamata diretta, 35 giovani usciti dalla scuola di giornalismo di Perugia con cui la Rai ha un canale privilegiato. Al concorso si presentano 196 tra collaboratori esterni e interni. Obiettivo della prima prova (a risposta multipla) è scremare i partecipanti in modo da portare alla seconda prova scritta (che comprende redazione di testi per radio e televisione, lettura dei testi medesimi, test d’inglese e attitudinale) non più di 100 persone. Condizione fondamentale è ottenere almeno 15 punti. All’apertura delle buste, nei candidati si fa largo uno sgomento che, se non fosse un momento molto serio, sarebbe tutto da ridere.

Alcune domande sono palesemente sbagliate. Come la n° 20: “Quale dei seguenti organi non dipende dal Governo?”: a) Presidente della Regione; b) Prefetto; c) Sindaco. Ovviamente la domanda giusta sarebbe “Quale dei seguenti organi dipende dal Governo”, qualche candidato lo fa notare e il quesito viene dato buono a tutti. Altre domande lasciano molto perplessi perché sembrano più adatte al “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno piuttosto che a un test così importante. È il caso della n°31: “«E’ la stampa bellezza» è una celebre espressione tratta dal film:” a) Quarto potere; b) L’ultima minaccia; c) Cronisti d’assalto. La risposta giusta è la “b”, ma quanti sarebbero stati in grado di rispondere?

Al momento della pubblicazione dei risultati scoppia il pandemonio: nonostante la quasi totalità delle persone abbia superato quota 15 punti, ne vengono ammesse al secondo step solo 100. La delusione cresce quando si viene a sapere che sono stati ammessi alla prova successiva due dipendenti di società concorrenti alla Rai che hanno collaborato con la tv nazionale per molti anni. Come mai in un concorso riservato ai collaboratori, che firmano clausole di non concorrenza, vengono ammessi anche colleghi che collaborano con testate giornalistiche direttamente concorrenti? È il caso, ad esempio, del capo redattore di Radio Vaticana, che non solo viene ammesso alla prova successiva ma che, una volta superatala, viene richiesto all’orale di parlare dell’elezione di Papa Francesco, mentre altri candidati vengono sottoposti a domande che poco o nulla c’entrano con le loro specializzazioni. Oltretutto le prove orali si svolgono a porte chiuse, in barba alla trasparenza di cui tanto si è dibattuto in questi giorni.

Alcuni degli esclusi non ci stanno e decidono di scrivere una lettera al direttore generale Luigi Gubitosi, al direttore dell’ufficio stampa Luciano Flussi e al segretario dell’Usigrai (il sindacato giornalisti della tv di Stato) Vittorio Di Trapani, chiedendo di essere ammessi alla prova successiva per poter dimostrare le proprie capacità. Ad oggi nessuna risposta è ancora pervenuta, ma chi è rimasto fuori promette battaglia, mettendo tutto in mano agli avvocati. Anche perché, almeno a detta loro, ci sono vizi procedurali significativi anche nella chiamata: la mail di convocazione per il concorso è stata inviata solo cinque giorni prima, e non ha raggiunto tutti gli interessati, tanto che alcuni sono stati ammessi con riserva perché non hanno potuto rispondere entro i tempi prestabiliti.

In tutto ciò, c’è ancora un altro fattore che indispettisce non poco: mentre giornalisti con anni di servizio alle spalle devono sottoporsi alle forche caudine di un concorso orchestrato male e gestito peggio, i neo-diplomati alla scuola di giornalismo di Perugia vengono assunti direttamente in Rai a chiamata, senza alcun concorso, in ossequio a un accordo di collaborazione tra la tv di Stato e la scuola perugina che sembra quantomeno singolare. Su Mamma Rai, pochi giorni dopo il caso sui compensi dei conduttori e l’annullamento del programma di Crozza, si abbatte una nuova tempesta.

(Fonte raiwatch)

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Cos’è una notizia?

Sembrerebbe una domanda banale, ma non lo è affatto. La dichiarazione di un politico è di per sé una notizia? E un incidente automobilistico? Un concorso per cani? Un fatto di cronaca rosa?

Nel mondo anglosassone, dove tendono a standardizzare e regolamentare tutto, si sono inventati i cosiddetti “valori notizia”. In pratica ci sono una serie di parametri che aiutano il malcapitato giornalista a capire cosa sia o non sia “notiziabile”. Ad esempio, negli USA (ma varrebbe anche in Italia) si può dire che un “morto americano” vale 10 morti canadesi, 30 europei, 100 russi, 1000 cinesi. Sembra un discorso cinico e spietato (e in effetti lo è), ma è innegabile che sapere che è morto un italiano in Libia ci colpisce molto di più che sapere che sono morti 100 cinesi in India. Questo è solo un esempio, ma ce ne potrebbero essere molti altri.

La realtà è che non ci sono parametri oggettivi per decidere che cosa sia una notizia. Nel nostro paese, come sempre, si preferisce affidarsi al famoso “istinto” che porterebbe spericolati giornalisti a scoprire cosa si nasconde dietro i mille misteri.

Anche questa romantica figura del giornalista nostrano è però ormai da tempo in via di estinzione. Oggi possiamo dire che in televisione e nei grandi giornali sono senz’altro in vigore delle selezioni legate ai “valori notizia”. Solo che questi valori non seguono la logica giornalistica, bensì quella degli interessi partitici o economici.

Un giornalista veramente libero e indipendente non può ritenere “notizia” che un politico di opposizione abbia detto che non è d’accordo con un politico di maggioranza. La notizia, semmai, ci sarebbe se questi fossero d’accordo.

Dovrebbe essere considerata “notizia” un fatto che in qualche modo ha rilevanza per la vita, la cultura, la spiritualità o il “sentimento” dei destinatari di un determinato medium. Ad esempio, un terremoto è senz’altro una notizia, così come lo è l’inquinamento. Ma allo stesso tempo, dovrebbero essere notizie anche le buone prassi, i tanti esempi di politiche virtuose, le storie di persone che vivono in modo alternativo, fuori dagli schemi “classici”.

Vediamo ora di affrontare alcuni elementi base del giornalismo, rimandando ai testi specialistici per gli approfondimenti

Le 5 W e i H

Ogni notizia, come si insegna nei bignami di giornalismo, dovrebbe rispondere alle celebri 5 W (e in H) inglesi: Who, What, Where, When, Why, How (Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché, Come). In teoria, ogni articolo di giornale o servizio giornalistico dovrebbe rispondere a queste sei semplici domande. Provate a guardare un tg questa sera o a sfogliare un giornale. Resterete stupiti nel constatare quanto spesso questo non accada…

Il riassunto delle puntate precedenti

In teoria, quando si propone una notizia non bisognerebbe mai dare per scontate le “puntate precedenti”. Accanto agli aggiornamenti su un determinato fatto, bisognerebbe quindi riproporre la notizia “base” in un box sui giornali, o all’inizio del servizio in tv. Questo, in Italia, non accade quasi mai. Ed ecco che un povero italiano rientrato da un lungo viaggio all’estero, sfogliando i quotidiani o guardando i tg serali faticherà enormemente a capire che cosa stia succedendo. Eppure è una regola base del giornalismo. Per lo stesso motivo, un giornalista non dovrebbe MAI scrivere “ieri Berlusconi ha detto”, bensì “ieri il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto”. Non bisogna dare niente per scontato, né i nomi propri, né le cariche istituzionali.

Bad news is good news

Una regola del giornalismo anglosassone afferma che una cattiva notizia “è una buona notizia”, nel senso che le persone sono sempre interessate a qualcosa che non funziona, spesso in modo morboso. Questo è indubbiamente vero, ma compito del giornalista non è soddisfare la morbosità dei suoi lettori, bensì informarli, per cui è fondamentale muoversi anche alla ricerca di buone notizie.

Edizione straordinaria: bambino morde un cane

Se un cane morde un bambino non è una notizia, se un bambino morde un cane sì. Con questo semplice paradosso si vuole racchiudere un concetto importante, già accennato in precedenza: una cosa ipotizzabile, prevedibile e immaginabile non è quasi mai una notizia.

Una spolverata di immagini

Quando montavo i servizi dei telegiornali in una rete privata satellitare, i giornalisti si sedevano accanto a me (senza salutarmi, perché il montatore era visto come un prolungamento della macchina) e registravano il servizio (dopo aver scritto il testo). Poi, tendenzialmente, mi invitavano a ricoprire il parlato con delle immagini didascaliche. Nome del politico, faccia del politico. Nome della piazza, immagine della piazza. E così via. Questo, in gergo, viene chiamato “coprire con una spolverata di immagini”. In realtà, la potenzialità del mezzo televisivo è totalmente inespressa in questo modo. Spesso le immagini possono arricchire quanto viene detto (e non detto) dal parlato. In alcuni casi, funzionano bene proprio se non sono direttamente collegate.

Un ruolo fondamentale è inoltre svolto dal rumore di fondo, dall’audio originale di un determinato luogo o fatto. Alcuni tra i servizi giornalistici televisivi più efficaci (raramente in Italia) non fanno proprio uso di parlato (il cosiddetto “voice over” o “speach”), preferendo far parlare le immagini. Se lo scopo del giornalista è informare, questo probabilmente eviterà di usare secondi preziosi per farci vedere il suo corpo in piedi, col microfono in mano, di fronte al luogo del servizio. Se invece lo scopo del giornalista è appagare il proprio ego o fare carriera…

Il microfono gelato

Il microfono gelato (quello che si tiene in mano come un gelato e si “ficca” sotto la bocca dell’intervistato ha senso solo nel caso delle famose dichiarazioni rubate o di interviste per strada (vox populi). Quando è possibile, però, bisognerebbe sempre microfonare giornalista e intervistato con il “microfono a clip”, che è quasi invisibile e rende il mezzo televisivo molto meno invasivo. Inutile dire che questo nel nostro paese accade raramente…

Le immagini di repertorio

Nel giornalismo anglosassone, quando vediamo delle immagini di repertorio, compare una scritta che avverte gli spettatori. Questo è un accorgimento fondamentale se si vuole evitare di confondere il pubblico: come abbiamo visto, infatti, la tv viene percepita come occhio sulla realtà. Se a un tg vedo dei militari che sparano, penso che quelle immagini vengano dal teatro di guerra in questione. In Italia (come negli altri paesi) spessissimo, invece, le immagini legate alla guerra non sono state girate in quei giorni (e magari nemmeno in quei luoghi). Negli altri paesi questo viene indicato. Da noi no. Con un grave “effetto di realtà negata” ai danni dello spettatore.

Il “pastone” e il modo in cui le notizie vengono proposte in un telegiornale

“C’era una volta e c’è ancora” direbbe qualcuno. Quando si studia giornalismo, vengono insegnate le tecniche grazie alle quali si può esaltare o svilire una notizia, una dichiarazione, un fatto. Se ad esempio voglio dare forza alla maggioranza politica e quel giorno l’opposizione ha scoperto qualcosa di sconveniente per quella maggioranza, io darò la notizia “scomoda” (brevemente) e farò poi seguire i due pareri. Prima quello favorevole e poi quello contrario. Quello contrario, essendo arrivato per ultimo, resterà come punto conclusivo del discorso e nell’inconscio collettivo tenderà a essere percepito come più attendibile…

Se invece l’obiettivo di un giornalista è “buttarla in caciara” e non scontentare nessuno, il modo migliore è quello del “pastone”. Preparo un unico servizio dentro il quale metto un pizzico di notizia e moltissime dichiarazioni. Mario ha detto, Luca ha risposto, Matteo ha commentato e così via. Uno spettatore sano, disconnesso dalla “matrix” quotidiana, esclamerebbe spazientito “e chissene importa non ce lo vogliamo mettere”? Purtroppo questo accade raramente.

Le prime pagine di un giornale

Quante volte avete sentito dire “le prime pagine dei giornali sono tutte uguali”. Oppure, “se prendo il giornale di un anno fa e quello di oggi e li confronto non so quale sia quello nuovo”. La cattiva notizia è che è vero… In effetti, da qualche anno (o decennio) i “grandi giornali” tendono ad assomigliarsi sempre più. Mentre una volta si rincorreva lo scoop, la grande inchiesta, l’intervista esclusiva, oggi si scappa dal “buco” (aver mancato una notizia che gli altri hanno è considerato gravissimo) e si rincorre il politico di riferimento. Ma questo è giornalismo?

Le fonti giornalistiche

Una regola base del giornalismo è la seguente: prima di pubblicare una notizia devi averla verificata attraverso due fondi indipendenti. Questo non avviene quasi mai. Anzi, spessissimo se il primo a lanciare una notizia lo ha fatto in modo superficiale, sbagliando, sarà seguito da tutti gli altri. Ed ecco che tutti i tg e i giornali daranno una notizia falsa…

Le fonti giornalistiche possono essere “persone”, documenti, fotografie e così via. Essendo il discorso sulle fonti uno dei punti cardine del giornalismo, si consiglia vivamente la lettura di testi specifici sul tema.

Le interviste e le domande

Le domande! Ah quante volte avrei voluto entrare fisicamente nel televisore, strappare il microfono al conduttore di questo o quel talk show e fare delle semplicissime domande. Non accade quasi mai… Paradossalmente, poi, nel giornalismo “main stream” vige la legge della soggettività su tutto. Quando due politici discutono sui numeri e le due versioni sono discordanti, una redazione giornalistica dovrebbe immediatamente verificare il dato e darlo agli spettatori. Eppure ciò non accade quasi mai. Ed ecco che anche i numeri diventano opinioni.

L’agenda setting

Gli italiani “critici” sono tendenzialmente convinti che i politici o le multinazionali controllino l’informazione attraverso un apparato che censura certi punti di vista esaltandone altri. Questo potrebbe anche essere vero, ma il vero controllo esercitato dai mass media (di tutto il mondo) non è tanto sul punto di vista delle persone su certi temi, quanto sulla scelta dei temi trattati.

Se infatti le persone hanno una certa autonomia di pensiero nel valutare la veridicità di quanto gli viene proposto, quasi tutti subiscono il fenomeno dell’agenda setting: in poche parole noi parliamo delle cose di cui parlano i media e ci preoccupiamo delle cose di cui parlano i media. Per fare un esempio, ogni volta che i mass media ci raccontano una guerra, il Paese si divide tra favorevoli e contrari e in molti si chiedono perché si sta facendo quella guerra e così via. Ma se i mass media non parlano di una guerra, quella semplicemente non esiste. In questi giorni (primi di aprile) in Italia tutti discutono della Libia, dei processi al Premier e del problema immigrazione. La notizia più importante dal punto di vista giornalistico (la situazione delle centrali nucleari giapponesi) è trattata poco e male. Ed ecco che milioni di persone si angosciano per 3000 immigrati e dormono sonni tranquilli mentre il Giappone rischia di saltare in aria…

Come diventano notizie le non notizie e perché…

Cronaca nera, cronaca rosa, sport, colore e spettacolo sono spesso utilizzati ad arte per distogliere l’attenzione da altri temi. Una volta apprese le basi giornalistiche diventa interessante confrontare i vari tg e notare come viene fatta la scaletta. Provare per credere…

E quindi? Un altro giornalismo è possibile?

E quindi, per fortuna c’è il web (e ci sono le radio). In questo momento storico, l’informazione trova spazio solo attraverso questi due media. E’ fondamentale saperlo. Fondamentale guardare la tv con occhio critico, sviscerandone i meccanismi e scoprendo i diversi livelli di lettura. Guardare un tg o un programma di approfondimento può allora diventare istruttivo: da quello che non viene detto o da come viene detto, posso capire quali sono le notizie vere… Il Web potenzialmente permette di superare molti degli ostacoli che vengono posti al mondo dell’informazione nei mass media tradizionali. Le potenzialità sono enormi. Multimedialità, approfondimenti in tempo reale, riproposizione delle fonti originali, degli approfondimenti, riduzione dei costi di redazione, eliminazione dei costi di distribuzione e stampa e così via. I limiti sono di due tipi:

  • Milioni di italiani ancora non usano internet per informarsi o perché non hanno le necessarie competenze o perché (sembra impossibile ma è vero) non sono raggiunti da connessioni internet dignitose.
  • Il finanziamento dei giornali web è una scommessa tutta da vincere. Al momento, infatti, un giornale che non vuole basare la sua esistenza sui fondi statali o sulla dipendenza da un unico sponsor, non ha grandi alternative di sopravvivenza. Le persone, infatti, al momento non sono disposte a pagare per un servizio che sono abituati a ricevere gratuitamente.

Ma il futuro (e il presente) dell’informazione è sul Web.

(Fonte nuoviocchiperimedia)

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