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La balla dei 30 Euro agli immigrati

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Un partito politico estremista ha fatto circolare questa foto di un documento che si suppone venga dalla Sardegna (e non sono qui a dire che sia un falso, è probabilmente vero, ma va spiegato per bene), il documento appunto spiega come siano in arrivo 40+successivi 40 immigrati da ospitare, e spiega quanto sia da destinarsi come cifra massima di spesa, (IVA ESCLUSA)…ma chi l’ha condiviso evidentemente ha più fretta di provocare sdegno che fare calcoli, la cifra dei 30 euro (più iva) è la massima possibile da destinarsi (in tutti i casi simili) a TUTTE le necessità dell’immigrato…e ricordo, la cifra è massima, si fa una gara d’appalto tra le strutture che possano ricevere gli immigrati (rifugiati in attesa di decisione di dare loro asilo o meno) e quella che farà la richiesta più BASSA (quindi MENO di 30 euro) vincerà l’appalto! Spiegare queste cose è importante visto che anche le forze politiche NON VOGLIONO che le capiate per bene!

E’ da tempo che circolano storielle sul quantitativo di soldi che si danno (in mano) agli immigrati, così, per legge…solo in questa settimana me l’avete segnalato da diverse fonti svariate volte.

Il trafiletto giornalistico che circola in questi giorni è questo:

Trenta euro al giorno con colazione, pranzo, cena e soggiorno in alloggio adeguato. È la cifra stabilita dalla prefettura per ogni ospite straniero che riceverà inoltre  l’assistenza alla formalizzazione della richiesta di protezione internazionale; il servizio di pulizia; la fornitura di biancheria e abbigliamento adeguato alla stagione; i prodotti per l’igiene personale; un pocket money di 2,50 euro al giorno; una tessera/ricarica telefonica di 15 euro all’ingresso.

Allora, in prima cosa non si tratta di una “legge” sul territorio, ma stiamo parlando di bandi d’appalto che i comuni fanno dietro indicazione ministeriale sul territorio, i bandi sono al ribasso, me i 30 euro sono la cifra massima erogata pro capite. Ovvero, delle strutture concorrono per offrire ospitalità a questi immigrati (in strutture che devono rispettare determinati requisiti) , in cambio dallo Stato queste strutture ricevono 30 euro a profugo che viene ospitato, 30 euro con cui devono farci stare dentro l’affitto del locale, le spese di gestione dello stesso, la pulizia, il vitto e 2,50 al giorno da dare al facente richiesta. Quindi quella citata non è la cifra che viene data all’ospite straniero (che riceve “solo” 2,50€ al giorno e 15 euro di carta telefonica una tantum), ma la cifra che s’intasca la struttura che offre l’accoglienza…anche usare la parola s’intasca è errato, quanto sono 30 euro al giorno per un mese? Circa 900 euro, a cui vanno sottratti 75+15 (2,50*30gg+ tessera telefonica), ne restano 810, con cui io struttura devo provvedere a vitto, alloggio e abbigliamento, oltre ad assistenza in lingua…in tasca anche alla struttura credo rimanga proprio poco. E queste cifre mirabolanti per quanti ospiti sono previste? Non posso darvi cifre precise, visto che gli articoli che circolano (come sempre) non hanno riferimenti di luogo e date. Ma andando a cercare un bando d’appalto ho trovato quello di Salerno, dove l’appalto complessivo per un anno non supera il milione di euro (cifra massima erogata). Essendo oltretutto una gara al ribasso immagino che chi vince ne chieda almeno 3 euro di meno, quindi numeri ancora più bassi.

Oltre al fatto che queste cifre che vengono erogate dallo Stato vengono SEMPRE da fondi in compartecipazione con gli altri paesi membri dell’Unione Europea, fondi che sono già stati stanziati per quelle finalità e non possono andare ad aiutare eventuali famiglie d’italiani in crisi.

Insomma, non è vero che vengono dati 30 euro al giorno agli immigrati, non è vero che vengono dalle nostre tasse, non è vero che sono tantissimi soldi. Per fare un esempio concreto la provincia di Salerno ha un tasso di disoccupazione di circa il 17% su una popolazione lavorativa di circa 700000, il 17% di 700.000 è 119.000 anime, diciamo che solo la metà di esse abbia davvero bisogno di qualche aiuto in più, con il milione di euro disponibile per i profughi ognuno di quei disoccupati avrebbe ricevuto poco meno di 17 euro all’anno in più in tasca. Una pizza? Invece quei 90 profughi (si perché si tratta di cifre che coprono al più una 90ina di persone all’anno, non migliaia) ci campano un anno!

Riuscire a raccontare le cose non è un modo per difendere qualcuno o qualcosa, ma solo un modo per fare corretta informazione, le tante testate che ho visto non la sanno fare, eppure sono lette ogni giorno da migliaia di persone … giornalismo, lo state facendo male!

(Fonte butac)

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Il giornalismo nel 2014

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I giornali, per sopravvivere, dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati e sempre più grandi lavori collettivi. Questa, in sintesi, l’interessante analisi dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo

La fine dell’anno è tradizionalmente occasione di classifiche e di previsioni per il prossimo futuro. Lasciamo per un attimo da parte le prime, e concentriamoci sulle seconde, per quanto spesso lascino il tempo che trovano. Pochi settori sono in fase di profonda mutazione e cambiamento come quello del giornalismo; ed è davvero difficile capire cosa ci riserverà il 2014. Si può provare ad azzardare qualche scenario, prendendo spunto da un lavoro certosino realizzato questo mese dal Nieman Journalism Lab. Il Lab ha intervistato 43 esperti, ciascuno dei quali ha dato la propria versione di quel che ci si può attendere dall’anno che viene. Molte risposte sono variazioni di una stessa ipotesi, ed è dunque possibile tratteggiare alcune macro tendenze di fondo.

Una è senz’altro l’ubiquità del responsive design, declinato in vari modi. Ovvero, inteso non soltanto come capacità del layout del sito di un giornale di adeguarsi al dispositivo su cui viene visualizzato senza che sia necessario il ricorso ad app esterne, ma anche come capacità, da parte dell’offerta di news, di adeguarsi al contesto in cui è immerso l’utente. Katie Shu, di Medium, parla di una sorta di “Google Now per le news”, l’informazione appropriata, al momento giusto e attraverso il mezzo più adatto, sia esso un testo, un’immagine, un video o un commento sonoro. Le redazioni potranno attingere a una serie di dati forniti dai dispositivi – le informazioni di localizzazione (grazie al Gps), l’inclinazione (accelerometro e giroscopio), se l’utente è fermo o in movimento, l’ora del giorno e le condizioni meteorologiche – e associarli ad altre info reperiti da diverse fonti: per esempio, gli impegni della giornata, tratti da Google Calendar, per servire il contenuto più accattivante.

Cory Hawk, senior editor per le news digitali al Washington Post, definisce questo genere di giornalismo “adaptive journalism” e il termine tiene conto anche di altri risvolti interessanti che hanno a che fare con il modo in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il modo di fare questo mestiere. Uno, già in voga, è l’utilizzo di gadget come tablet e smartphone, come “secondo schermo”: l’esempio classico è quando si guarda la partita di calcio o gli exit poll delle elezioni tenendo d’occhio al contempo la conversazione sul tema che si sta dipanando su Twitter. L’altro è l’imminente arrivo di nuovi device, i “wearables” o gadget da indossare. È ancora presto, ma è già possibile immaginare nuove forme di fruizione delle news sugli occhialini di Google piuttosto che sugli smartwatch.

E nuove forme di storytelling. Ci sono già startup come Watchup che stanno sperimentando, in partnership con organizzazioni come Reuters, Pbs, Ap e Euronews, la creazione di palinsesti video pensati appositamente per Google Glass. E sono apparsi i primi esempi di documentari indipendenti girati con lo stesso dispositivo. Così come i droni forniranno anche a piccole organizzazioni la possibilità di realizzare riprese aeree di alta qualità, così gli occhialini – una volta risolte le questioni relative alla difesa della privacy, potranno consentire a singoli reporter, anche non esperti di video, di fare a meno dei cameraman.

Dell’influsso dei social media sul lavoro delle redazioni, se n’è già parlato molto, negli anni scorsi. Ma sarà difficile non farlo ancora. Vicende come quella degli attentati alla maratona di Boston, in cui molti errori sono stati commessi da media ansiosi di restare al passo con la velocità travolgente delle news hanno mostrato quanto ancora l’incorporazione dei contenuti generati dagli utenti necessiti di una profonda “alfabetizzazione” di redattori e cronisti. Man mano che questa aumenterà, gli Ugc verranno sfruttati in maniera sempre più strutturata: costruendo storie con mini video su Instagram e Vine, usando le informazioni di geolocalizzazione per collocare nello spazio geografico la conversazione su un certo tema e per mobilitare i “citizen journalist” che si trovano nelle vicinanze di un certo evento.

Le dinamiche della condivisione online influenzeranno probabilmente anche il modo in cui organizzazioni differenti collaboreranno fra loro: nell’epoca del Web 2.0 è più importante che una storia circoli in Rete, piuttosto che il fatto di conservarne gelosamente l’esclusiva. Questo implica, non solo accettare l’esistenza di siti come l’Huffington Post o The Verge che riprendono (talvolta al limite del plagio) contenuti altrui, ma anche adoperare partnership e alleanze per far sì che una certa storia raggiunga la massa critica sufficiente ad alimentare il dibattito online. Un grande esempio di questo tipo di dinamiche è stato quest’anno – come sottolinea Dan Gillmor – il modo in cui il Guardian, il Washington Post e altre testate, come il New York Times hanno unito le proprie forze per tenere alta l’attenzione sulla vicenda Datagate e sulle rivelazioni del leaker Edward Snowden.

I giornali di carta, dal canto loro, dovranno rinnovare profondamente i propri contenuti, se non vogliono diventare, come scrive Juan Antonio Giner, solo una “collezione di notizie vecchie, storie già risapute e qualche commento (…) contenuti obsoleti, di cui nessuno ha bisogno e per cui nessuno sarà disposto a pagare”. Qualcosa che in realtà sta già accadendo: i lettori più giovani sanno ormai a stento cosa significhi l’esperienza della lettura su supporto fisico; non ne hanno bisogno, visto che, ben prima che il giornale arrivi in edicola, sanno già tutto grazie a Internet. Fino ad oggi la carta ha resistito perché la pubblicità su cellulosa continua ad essere molto più redditizia di quella fatta di pixel.

Ma gli inserzionisti vanno dove si trovano gli “eyeball”, gli occhi delle gente, e si stanno facendo sempre più scaltri: non saranno disposti ancora a lungo a pagare certe cifre per avere scarsi ritorni. Per questo i giornali dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati, sempre meno commenti delle “firme” (che faticano sempre più a competere con blogger ultra specializzati che conoscono ogni minima piega degli argomenti di cui scrivono), sempre più grandi lavori collettivi, di quelli che lasciano il segno.

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