L’immigrazione invade giornali, Tv e social

Nel 2016 la presenza di notizie dedicate al tema dell’immigrazione in prima pagina sui quotidiani è stata ancora alta: con 1.622 notizie, 100 volte superiore rispetto al 2013. Sono solo 12 le giornate in cui, da gennaio a ottobre, non sono presenti titoli sul tema. Mentre nei telegiornali la visibilità̀ del fenomeno migratorio si è attestata su 2.954 notizie in 10 mesi con un calo del 26% rispetto al 2015. Solo 8 i giorni in cui non è presente almeno un servizio in uno dei 7 telegiornali (nel 2015 erano 20), e i picchi di visibilità del fenomeno si registrano in due o tre occasioni e con numeri inferiori al 2015 (32 servizi contro i 53 dell’anno scorso).

È quanto emerge dal quarto rapporto Carta di Roma 2016. L’osservatorio che ha monitorato per 10 mesi il Corriere della Sera, il Giornale, l’Avvenire, l’Unità, la Repubblica e la Stampa, evidenzia una marcata centralità del fenomeno migratorio, con una “continuità” dell’attenzione al tema, dovuta anche all’importanza dello stesso nell’agenda politica italiana ed europea. Continue Reading


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Meganews: Il futuro dei Giornali stampati su richiesta

Meganews

Sicuramente uno dei più grandi problemi della stampa mainstream è che la distribuzione di giornali e riviste è molto costosa. Meganews riviste è una startup svedese che propone un nuovo modello di distribuzione e pubblicazioni di giornali su richiesta. I giornali venduti in queste macchine non sono fisicamente disponibili, ma sono file digitali che vengono stampati al momento.

Dal 19 giugno è in corso in Svezia un esperimento di stampa di giornali su richiesta. Le prime edicole digitali sono state realizzate dalla sezione svedese della Meganews, che per ora le ha installate in un ospedale, un aeroporto, un supermercato e due alberghi.

Le macchine – segnala il blog di Erwann Gaucher – consentono di avere accesso facilmente a circa 200 testate che si possono stampare su richiesta, come spiega nel video in fondo Lars Adaktusson, managing director di Meganews.

E’ il futuro della stampa su carta?  E’ presto per dirlo ma la scommessa è interessante. Per i giornali e per quelli che li vendono, prima di tutto – osserva Gaucher -, e che soffrono entrambi per un sistema di distribuzione inadatto, in deficit cronico e che finisce per non soddisfare né chi li realizza, né chi li distribuisce né chi li acquista…

Certo, è difficile dire che la stampa on demand potrà ‘’salvare i giornali su carta’’, ma essa può occupare uno spazio complementare e interessante nel sistema attuale di distribuzione dei giornali.

Come? Secondo Gaucher,

  • Permettendo alle edicole delle grandi città di restare aperte 24 ore su 24 e sette giorni su sette.
  • Diventando il  nuovo punto di vendita dei giornali in provincia. Infatti – sottolinea Gaucher – la maggior parte dei quotidiani nazionali perdono soldi al di fuori delle grandi città. In Francia,  più del 47% delle copie di le Monde vengono vendute in Île-de-France (58% per le Figaro, 46% per Libé). In 43 dipartimenti Le Monde vende meno di 1.000 copie al giorno e spende un sacco di soldi per stampare e mandare il giornale in tutta la Francia. L’ installazione di edicole a richiesta potrebbe diventare una alternativa interessante.
  • Permettendo agli edicolanti di sbarazzarsi di tutti quei giornali e riviste che si vendono poco (o niente) e che ingombrano gli spazi. Nel 2013 una normale edicola ha circa 2.500 testate diverse e una gestione mostruosa dell’ invenduto e delle rese. Il tutto per un tasso di invenduto che si avvicina al 50%. In Francia, per la  legge Bichet (che risale al 1947) gli edicolanti sono costretti ad esporre giornali che sanno che non venderanno. E’ un principio virtuoso – spiega Gaucher – che ha permesso di evitare che i ‘’grandi’’ distruggano i piccoli ma che ora presenta delle sfumature grottesche. Molti edicolanti affogano sotto riviste di tatuaggi, di motori o di catch indonesiano che vendono pochissime copie ma che riempiono gli scaffali e vanno gestiti, facendo perdere un sacco di tempo. Questi ultimi potrebbero continuare ad essere venduti senza dover essere distribuiti massicciamente.

Resta da capire se questo sistema possa arrivare ad offrire dei costi e delle condizioni significativamente attraenti: sarebbe duro trovare qualcuno disposto a pagare 4 euro per una copia di un quotidiano o ad attendere per 15 minuti che venga stampata, anche se è domenica, come osserva Gaucher. E ci vorrà quindi del tempo per vedere diffondersi delle macchinette per la stampa di giornali accanto a quelle che offrono patatine o bevande nelle stazioni della metropolitana.

Ma, se una tale offerta trovasse un suo pubblico, potrebbe aprire anche delle opportunità redazionali ai giornali offrendo loro la possibilità di proporre delle edizioni continue, realizzate più volte durante il giorno. E in grado di aggiornare cronache e commenti sugli avvenimenti più importanti della giornata a mano a mano che si sviluppano.

Si potrebbe pensare ad esempio al ritorno, a prezzi ragionevoli, delle edizioni multiple che i quotidiani del pomeriggio proponevano ai tempi d’ oro?


(Fonte lsdi)

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Editoria italiana: Persi un milione di copie e -14,3% di investimenti pubblicitari

Fonte: Audipress

Fonte: Audipress

Un milione di copie perse negli ultimi cinque anni. Questi sono i dati riportati dallo studio “La Stampa in Italia 2010-2012”. Più che una crisi è un declino dell’editoria. Il 2012 è stato l’anno peggiore non solo per le copie vendute, ma anche per la pubblicità degli ultimi 20 anni.

L’editoria quotidiana e periodica attraversa una pesante crisi. Gli effetti dell’evoluzione tecnologica appaiono amplificati dalla negativa congiuntura economica e i fattori di criticità risultano ulteriormente accresciuti dal permanere distorici limiti di natura strutturale. Tra essi si segnalano: un assetto del mercato pubblicitario fortemente sbilanciato in favore delle televisioni; l’insufficienza della tutela dei contenuti editoriali nella Rete nei confronti di utilizzatori che non si fanno carico degli oneri connessi alla produzione dell’informazione; le carenze e le inefficienze del sistema distributivo che generano elevati livelli di resa; la limitata praticabilità di alternative alla vendita in edicola per l’inefficienza del servizio postale e/o di altri canali distributivi; la scarsa propensione all’acquisto dei giornali da parte del pubblico italiano, mai adeguatamente stimolata da interventi di sostegno della domanda per incentivarne il consumo.

I risultati dei bilanci delle imprese editrici di quotidiani, che già nel corso del 2011 erano stati caratterizzati da un andamento negativo con ricavi editoriali (‐3,0%), mol (‐6,5%), utili operativi (‐0,4%) tutti declinanti e rapporto Mol/fatturato in calo (dal 5,2 al 5,0%), hanno subito nel corso del 2012 un ulteriore, complessivo peggioramento. Nel 2011, su 52 imprese considerate, quelle in perdita sono state 37, mentre quelle in utile sono state 15. La situazione è notevolmente peggiorata rispetto all’anno precedente, allorquando a registrare perdite, su un universo di 54 imprese editrici di quotidiani, furono 29 imprese, contro le 25 in utile. La somma algebrica di utili e perdite è, per il 2011, comunque positiva (pari a 92,8 milioni di euro), con una leggera flessione rispetto all’anno precedente (93,9 milioni di euro). Sul piano dei costi è proseguita l’azione di contenimento, ma con una decelerazione: dal  ‐7,5% nel 2010 si è passati al  ‐2,8% nel 2011, in gran parte perl’incremento delle materie prime, cresciute del 6,4%. Tra i costi si segnala in particolare il forte aumento del prezzo della carta, di oltre il 15%. Nella struttura dei conti economici delle imprese editrici di quotidiani si registra la forte ripresa dell’incidenza del costo del lavoro sul fatturato: dopo un periodo di stabilità, la percentuale del costo del lavoro sul fatturato (31,6% nel 2010 e nel 2011) è considerevolmente aumentata nel corso del 2012, giungendo a rappresentare il 35,1% del fatturato. Nel 2012, il fatturato dei periodici è stimato in calo del ‐9,5% (da 3.118 a 2.823 milioni di euro), con la componente costituita dai ricavi pubblicitari in diminuzione del 18,0% (da 696 a 571 milioni di euro) e quella costituita dalle vendite in calo del 7,0% (da 2.422 a 2.253 milioni di euro). Dal 2007 il settore registra una riduzione ininterrotta dei ricavi editoriali che, dopo una decelerazione nel 2010 (‐2,2%), hanno ripreso a calare ad un ritmo preoccupante (‐5,1% nel 2011 e ‐9,5% nel 2012).

La flessione delle vendite dei periodici nel 2012 ha riguardato sia i settimanali, che diminuiscono le vendite medie a numero del 6,4% (da 10,928 a 10,225 milioni di copie), che i mensili(‐8,9%, da 10,448 a 9,515milioni di copie). I settimanali, nel 2012, registrano una contrazione delle tirature del 5,2%, della diffusione del 6,9%, degli abbonamenti del 13,0% e delle copie vendute del 6,4%. Tutte le categorie di testate registrano un calo delle vendite, più accentuato per le testate rivolte ai giovani (‐29,9%), per quelle di economia/affari/finanza (‐14,8%) e per i fumetti(‐13,7%). I mensili, nel 2012, registrano una contrazione delle tirature del 6,0%, della diffusione dell’8,2%, degli abbonamenti del 10,8% e delle copie vendute del 8,9%. Tutte le categorie presentano un segno negativo, particolarmente marcato tra i mensili maschili (‐22,5%), quelli di spettacolo/cinema (‐14,9%), di informatica (‐12,9%), indirizzati ai bambini(‐12,7%) e di arredamento (‐12,4%).

A partire del 2012 diminuiscono perla prima volta i lettori. Fino al 2011, a fronte di vendite in calo si è registrata una crescita o una sostanziale tenuta della lettura: la crisi induceva a risparmiare sull’acquisto del giornale, ma le persone non rinunciavano a leggerlo. L’ultima rilevazione (Audipress 2013/I) indica in 21,005 milioni le persone che ogni giorno leggono un quotidiano, con una diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2012 del 14,8% corrispondente a 3,663 milioni di lettori. Parallelamente, l’indice di penetrazione è calato dal 46,8% al 40,7%: in un solo anno sei persone ogni cento che leggevano un quotidiano non lo leggono più! La riduzione del numero dei lettori si è progressivamente accentuata. Nella prima rilevazione del 2012 si è registrato un calo dell’1,0% rispetto alla precedente rilevazione, nella seconda il calo è stato del 3,8%, nella terza del 5,1%; nella prima rilevazione del 2013 il calo registrato è stato del 6,7% rispetto all’ultima rilevazione del 2012.

Leggermente meno marcata la flessione dei lettori dei periodici. L’indagine Audipress/I del 2013 conta 30,171 milioni di lettori di periodici, 3,132 milioni di lettori in meno (‐9,4%) rispetto all’analoga indagine del 2012, quando i lettori erano stati 33,303 milioni. In corrispondenza, l’indice di penetrazione è sceso dal 63,2% al 58,4%. Anche per i periodici, la riduzione dei lettori si è progressivamente accentuata: se nella prima rilevazione del 2012 si registrava una sostanziale tenuta (+0,7%) rispetto alla precedente rilevazione, nella seconda si è registrato un calo dei lettori dell’1,4%, diventato  ‐2,6% nella terza rilevazione del 2012 e ‐5,7% nella prima rilevazione del 2013. Tra i periodici, registrano, nell’ultima rilevazione, una contrazione lievemente maggiore i lettori dei settimanali(‐6,9 %)rispetto a quella dei mensili (‐6,4 % ).

È dal 2001  ‐ con l’unica eccezione del 2006 allorquando si verificò una seppur minima e temporanea inversione di tendenza (+0,9%)  ‐  che il numero delle copie vendute di quotidiani è in costante flessione. La flessione peraltro si è accentuata a partire dal 2008, parallelamente all’insorgere della crisi economica e alla contrazione dei livelli direddito e della capacità dispesa delle famiglie. Nel 2012 la flessione delle vendite è stata del 6,6% (da 4,272 a 3,990 milioni di copie), con una percentuale analoga a quella registrata nel corso del 2011 (‐6,8%). In cinque anni, a partire dal 2007, i quotidiani hanno perso oltre 1,150 milioni di copie, con una riduzione percentuale di oltre 22 punti. L’analisi disaggregata per regione delle vendite conferma il permanere di una sorta di “questione meridionale” nell’informazione, in quanto ai livelli di vendite delle regioni del Nord (86 copie vendute per mille abitanti) e del Centro (76 copie), corrispondono livelli particolarmente depressi nel Mezzogiorno (45 copie), con regioni particolarmente depresse (la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia presentano un dato di copie vendute ogni mille abitanti inferiore a 40). La regione con la più elevata propensione all’acquisto di quotidiani è il Friuli Venezia Giulia (121 copie vendute ogni mille abitanti), seguita dalla Liguria (120 copie), dal Trentino Alto Adige (114 copie) e dalla Sardegna (110 copie). Fanalini di coda la Campania (33 copie vendute ogni mille abitanti), la Basilicata (35 copie), la Puglia e la Sicilia (39 copie).

Nel nostro Paese, il 2012 per il mercato pubblicitario è stato il peggiore anno degli ultimi venti: il totale degli investimenti pubblicitari è stato pari a 7,442 miliardi di euro, il 14,3% in meno rispetto all’anno precedente (8,683 mld di euro). Per la prima volta dal 2003, si è scesi al di sotto della soglia degli 8 miliardi di euro a prezzi correnti. In termini reali, al netto dell’inflazione, si è tornati ai livelli degli investimenti pubblicitari del 1991. Tutti i mezzi, ad eccezione di Internet (+5,3%, da 631 a 664 milioni di euro), hanno registrato un calo, ma la contrazione è particolarmente accentuata nel settore della stampa. Gli investimenti pubblicitari diminuiscono del 17,6% (da 1,356 a 1,117 miliardi di euro) sui quotidiani, del 18,4% (da 852 a 695 milioni di euro) sui periodici, del 15,3% (da 4,624 a 3,917 miliardi di euro) sulla tv, del 10,2% (da 433 a 388milioni di euro) sulla radio. Allargando l’arco temporale di osservazione a partire dall’anno prima dell’esplosione della crisi economica (2007) si rileva come gli investimenti pubblicitarisulla stampa (quotidiani e periodici) siano diminuiti del ‐33,6%. Nello stesso periodo (2007/2012) anche gli investimenti pubblicitari sulla tv sono diminuiti, ma in maniera meno pesante (del 20%) con la conseguenza di una accentuazione dello storico squilibrio del mercato pubblicitario italiano in favore del mezzo televisivo. Nel 2007, la stampa raccoglieva il 32,1% delle risorse pubblicitarie e la tv il 42,1%. La crisi economica accompagnata dall’esplosione della pubblicità su Internet (cresciuta del 147% anche in virtù dei bassi livelli di partenza) ha ridotto la quota pubblicitaria della tv di un punto (dal 42,1 al 41,1% nel 2012) e quella della stampa di oltre sei punti (dal 32,1 al 26,0%). I dati sugli investimenti pubblicitari relativi al primo trimestre del 2013 segnalano l’ulteriore aggravarsi della crisi del mercato pubblicitario in generale e degli investimenti sulla stampa in particolare. Il totale degli investimenti pubblicitari segna, infatti, un calo del 18,9% rispetto al primo trimestre del 2012, calo più accentuato sui periodici (‐22,3%) e, ancor di più, sui quotidiani (‐26,1%).

Nella struttura dei ricavi perdono di peso i ricavi pubblicitari scesi dal 47,0% del 2010 al 46,3% nel 2011. Nel 2012, secondo le proiezioni elaborate da 50 testate, si registra peraltro un’accelerazione del calo dell’incidenza dei ricavi pubblicitari sul totale dei ricavi editoriali. Nel campione omogeneo considerato, la percentuale dei ricavi pubblicitari sul totale dei ricavi editoriali, che era prossima al 50% (per la precisione 49,5%) nel 2010, è scesa nel 2011 al 49,1% e nel 2012, al 47,8%. L’occupazione poligrafica e quella giornalistica sono in forte flessione. Nel 2011 e nel 2012, i poligraficisono diminuiti, rispettivamente, del 5,6% e del 6,7%. Nel 2013 l’ulteriore contrazione del 2,2% ha portato il numero dei poligrafici occupati per la prima volta al di sotto della soglia delle 5mila unità (4.950 per l’esattezza). I giornalisti nel 2011 e nel 2012 sono diminuiti nel complesso, rispettivamente, dell’1,4% e del 4,2%%. Nel 2012 nei quotidiani sono diminuiti del 4,6% (da 6.393 a 6.101 unità) e nei periodici dell’1,4% (da 2.912 a 2.872 unità). Ancora maggiore la contrazione dei giornalisti occupati nelle agenzie di stampa, passati da 1.034 unità nel 2011 a 935 nel 2012 (‐9,6%).

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Cos’è una notizia?

Sembrerebbe una domanda banale, ma non lo è affatto. La dichiarazione di un politico è di per sé una notizia? E un incidente automobilistico? Un concorso per cani? Un fatto di cronaca rosa?

Nel mondo anglosassone, dove tendono a standardizzare e regolamentare tutto, si sono inventati i cosiddetti “valori notizia”. In pratica ci sono una serie di parametri che aiutano il malcapitato giornalista a capire cosa sia o non sia “notiziabile”. Ad esempio, negli USA (ma varrebbe anche in Italia) si può dire che un “morto americano” vale 10 morti canadesi, 30 europei, 100 russi, 1000 cinesi. Sembra un discorso cinico e spietato (e in effetti lo è), ma è innegabile che sapere che è morto un italiano in Libia ci colpisce molto di più che sapere che sono morti 100 cinesi in India. Questo è solo un esempio, ma ce ne potrebbero essere molti altri.

La realtà è che non ci sono parametri oggettivi per decidere che cosa sia una notizia. Nel nostro paese, come sempre, si preferisce affidarsi al famoso “istinto” che porterebbe spericolati giornalisti a scoprire cosa si nasconde dietro i mille misteri.

Anche questa romantica figura del giornalista nostrano è però ormai da tempo in via di estinzione. Oggi possiamo dire che in televisione e nei grandi giornali sono senz’altro in vigore delle selezioni legate ai “valori notizia”. Solo che questi valori non seguono la logica giornalistica, bensì quella degli interessi partitici o economici.

Un giornalista veramente libero e indipendente non può ritenere “notizia” che un politico di opposizione abbia detto che non è d’accordo con un politico di maggioranza. La notizia, semmai, ci sarebbe se questi fossero d’accordo.

Dovrebbe essere considerata “notizia” un fatto che in qualche modo ha rilevanza per la vita, la cultura, la spiritualità o il “sentimento” dei destinatari di un determinato medium. Ad esempio, un terremoto è senz’altro una notizia, così come lo è l’inquinamento. Ma allo stesso tempo, dovrebbero essere notizie anche le buone prassi, i tanti esempi di politiche virtuose, le storie di persone che vivono in modo alternativo, fuori dagli schemi “classici”.

Vediamo ora di affrontare alcuni elementi base del giornalismo, rimandando ai testi specialistici per gli approfondimenti

Le 5 W e i H

Ogni notizia, come si insegna nei bignami di giornalismo, dovrebbe rispondere alle celebri 5 W (e in H) inglesi: Who, What, Where, When, Why, How (Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché, Come). In teoria, ogni articolo di giornale o servizio giornalistico dovrebbe rispondere a queste sei semplici domande. Provate a guardare un tg questa sera o a sfogliare un giornale. Resterete stupiti nel constatare quanto spesso questo non accada…

Il riassunto delle puntate precedenti

In teoria, quando si propone una notizia non bisognerebbe mai dare per scontate le “puntate precedenti”. Accanto agli aggiornamenti su un determinato fatto, bisognerebbe quindi riproporre la notizia “base” in un box sui giornali, o all’inizio del servizio in tv. Questo, in Italia, non accade quasi mai. Ed ecco che un povero italiano rientrato da un lungo viaggio all’estero, sfogliando i quotidiani o guardando i tg serali faticherà enormemente a capire che cosa stia succedendo. Eppure è una regola base del giornalismo. Per lo stesso motivo, un giornalista non dovrebbe MAI scrivere “ieri Berlusconi ha detto”, bensì “ieri il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto”. Non bisogna dare niente per scontato, né i nomi propri, né le cariche istituzionali.

Bad news is good news

Una regola del giornalismo anglosassone afferma che una cattiva notizia “è una buona notizia”, nel senso che le persone sono sempre interessate a qualcosa che non funziona, spesso in modo morboso. Questo è indubbiamente vero, ma compito del giornalista non è soddisfare la morbosità dei suoi lettori, bensì informarli, per cui è fondamentale muoversi anche alla ricerca di buone notizie.

Edizione straordinaria: bambino morde un cane

Se un cane morde un bambino non è una notizia, se un bambino morde un cane sì. Con questo semplice paradosso si vuole racchiudere un concetto importante, già accennato in precedenza: una cosa ipotizzabile, prevedibile e immaginabile non è quasi mai una notizia.

Una spolverata di immagini

Quando montavo i servizi dei telegiornali in una rete privata satellitare, i giornalisti si sedevano accanto a me (senza salutarmi, perché il montatore era visto come un prolungamento della macchina) e registravano il servizio (dopo aver scritto il testo). Poi, tendenzialmente, mi invitavano a ricoprire il parlato con delle immagini didascaliche. Nome del politico, faccia del politico. Nome della piazza, immagine della piazza. E così via. Questo, in gergo, viene chiamato “coprire con una spolverata di immagini”. In realtà, la potenzialità del mezzo televisivo è totalmente inespressa in questo modo. Spesso le immagini possono arricchire quanto viene detto (e non detto) dal parlato. In alcuni casi, funzionano bene proprio se non sono direttamente collegate.

Un ruolo fondamentale è inoltre svolto dal rumore di fondo, dall’audio originale di un determinato luogo o fatto. Alcuni tra i servizi giornalistici televisivi più efficaci (raramente in Italia) non fanno proprio uso di parlato (il cosiddetto “voice over” o “speach”), preferendo far parlare le immagini. Se lo scopo del giornalista è informare, questo probabilmente eviterà di usare secondi preziosi per farci vedere il suo corpo in piedi, col microfono in mano, di fronte al luogo del servizio. Se invece lo scopo del giornalista è appagare il proprio ego o fare carriera…

Il microfono gelato

Il microfono gelato (quello che si tiene in mano come un gelato e si “ficca” sotto la bocca dell’intervistato ha senso solo nel caso delle famose dichiarazioni rubate o di interviste per strada (vox populi). Quando è possibile, però, bisognerebbe sempre microfonare giornalista e intervistato con il “microfono a clip”, che è quasi invisibile e rende il mezzo televisivo molto meno invasivo. Inutile dire che questo nel nostro paese accade raramente…

Le immagini di repertorio

Nel giornalismo anglosassone, quando vediamo delle immagini di repertorio, compare una scritta che avverte gli spettatori. Questo è un accorgimento fondamentale se si vuole evitare di confondere il pubblico: come abbiamo visto, infatti, la tv viene percepita come occhio sulla realtà. Se a un tg vedo dei militari che sparano, penso che quelle immagini vengano dal teatro di guerra in questione. In Italia (come negli altri paesi) spessissimo, invece, le immagini legate alla guerra non sono state girate in quei giorni (e magari nemmeno in quei luoghi). Negli altri paesi questo viene indicato. Da noi no. Con un grave “effetto di realtà negata” ai danni dello spettatore.

Il “pastone” e il modo in cui le notizie vengono proposte in un telegiornale

“C’era una volta e c’è ancora” direbbe qualcuno. Quando si studia giornalismo, vengono insegnate le tecniche grazie alle quali si può esaltare o svilire una notizia, una dichiarazione, un fatto. Se ad esempio voglio dare forza alla maggioranza politica e quel giorno l’opposizione ha scoperto qualcosa di sconveniente per quella maggioranza, io darò la notizia “scomoda” (brevemente) e farò poi seguire i due pareri. Prima quello favorevole e poi quello contrario. Quello contrario, essendo arrivato per ultimo, resterà come punto conclusivo del discorso e nell’inconscio collettivo tenderà a essere percepito come più attendibile…

Se invece l’obiettivo di un giornalista è “buttarla in caciara” e non scontentare nessuno, il modo migliore è quello del “pastone”. Preparo un unico servizio dentro il quale metto un pizzico di notizia e moltissime dichiarazioni. Mario ha detto, Luca ha risposto, Matteo ha commentato e così via. Uno spettatore sano, disconnesso dalla “matrix” quotidiana, esclamerebbe spazientito “e chissene importa non ce lo vogliamo mettere”? Purtroppo questo accade raramente.

Le prime pagine di un giornale

Quante volte avete sentito dire “le prime pagine dei giornali sono tutte uguali”. Oppure, “se prendo il giornale di un anno fa e quello di oggi e li confronto non so quale sia quello nuovo”. La cattiva notizia è che è vero… In effetti, da qualche anno (o decennio) i “grandi giornali” tendono ad assomigliarsi sempre più. Mentre una volta si rincorreva lo scoop, la grande inchiesta, l’intervista esclusiva, oggi si scappa dal “buco” (aver mancato una notizia che gli altri hanno è considerato gravissimo) e si rincorre il politico di riferimento. Ma questo è giornalismo?

Le fonti giornalistiche

Una regola base del giornalismo è la seguente: prima di pubblicare una notizia devi averla verificata attraverso due fondi indipendenti. Questo non avviene quasi mai. Anzi, spessissimo se il primo a lanciare una notizia lo ha fatto in modo superficiale, sbagliando, sarà seguito da tutti gli altri. Ed ecco che tutti i tg e i giornali daranno una notizia falsa…

Le fonti giornalistiche possono essere “persone”, documenti, fotografie e così via. Essendo il discorso sulle fonti uno dei punti cardine del giornalismo, si consiglia vivamente la lettura di testi specifici sul tema.

Le interviste e le domande

Le domande! Ah quante volte avrei voluto entrare fisicamente nel televisore, strappare il microfono al conduttore di questo o quel talk show e fare delle semplicissime domande. Non accade quasi mai… Paradossalmente, poi, nel giornalismo “main stream” vige la legge della soggettività su tutto. Quando due politici discutono sui numeri e le due versioni sono discordanti, una redazione giornalistica dovrebbe immediatamente verificare il dato e darlo agli spettatori. Eppure ciò non accade quasi mai. Ed ecco che anche i numeri diventano opinioni.

L’agenda setting

Gli italiani “critici” sono tendenzialmente convinti che i politici o le multinazionali controllino l’informazione attraverso un apparato che censura certi punti di vista esaltandone altri. Questo potrebbe anche essere vero, ma il vero controllo esercitato dai mass media (di tutto il mondo) non è tanto sul punto di vista delle persone su certi temi, quanto sulla scelta dei temi trattati.

Se infatti le persone hanno una certa autonomia di pensiero nel valutare la veridicità di quanto gli viene proposto, quasi tutti subiscono il fenomeno dell’agenda setting: in poche parole noi parliamo delle cose di cui parlano i media e ci preoccupiamo delle cose di cui parlano i media. Per fare un esempio, ogni volta che i mass media ci raccontano una guerra, il Paese si divide tra favorevoli e contrari e in molti si chiedono perché si sta facendo quella guerra e così via. Ma se i mass media non parlano di una guerra, quella semplicemente non esiste. In questi giorni (primi di aprile) in Italia tutti discutono della Libia, dei processi al Premier e del problema immigrazione. La notizia più importante dal punto di vista giornalistico (la situazione delle centrali nucleari giapponesi) è trattata poco e male. Ed ecco che milioni di persone si angosciano per 3000 immigrati e dormono sonni tranquilli mentre il Giappone rischia di saltare in aria…

Come diventano notizie le non notizie e perché…

Cronaca nera, cronaca rosa, sport, colore e spettacolo sono spesso utilizzati ad arte per distogliere l’attenzione da altri temi. Una volta apprese le basi giornalistiche diventa interessante confrontare i vari tg e notare come viene fatta la scaletta. Provare per credere…

E quindi? Un altro giornalismo è possibile?

E quindi, per fortuna c’è il web (e ci sono le radio). In questo momento storico, l’informazione trova spazio solo attraverso questi due media. E’ fondamentale saperlo. Fondamentale guardare la tv con occhio critico, sviscerandone i meccanismi e scoprendo i diversi livelli di lettura. Guardare un tg o un programma di approfondimento può allora diventare istruttivo: da quello che non viene detto o da come viene detto, posso capire quali sono le notizie vere… Il Web potenzialmente permette di superare molti degli ostacoli che vengono posti al mondo dell’informazione nei mass media tradizionali. Le potenzialità sono enormi. Multimedialità, approfondimenti in tempo reale, riproposizione delle fonti originali, degli approfondimenti, riduzione dei costi di redazione, eliminazione dei costi di distribuzione e stampa e così via. I limiti sono di due tipi:

  • Milioni di italiani ancora non usano internet per informarsi o perché non hanno le necessarie competenze o perché (sembra impossibile ma è vero) non sono raggiunti da connessioni internet dignitose.
  • Il finanziamento dei giornali web è una scommessa tutta da vincere. Al momento, infatti, un giornale che non vuole basare la sua esistenza sui fondi statali o sulla dipendenza da un unico sponsor, non ha grandi alternative di sopravvivenza. Le persone, infatti, al momento non sono disposte a pagare per un servizio che sono abituati a ricevere gratuitamente.

Ma il futuro (e il presente) dell’informazione è sul Web.

(Fonte nuoviocchiperimedia)

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Passato e futuro dei media

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato giovedì 11 ottobre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, analisi, come lascia intuire il titolo, dello tzunami che ha attraversato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cambiamenti e delle prospettive future.

Il rapporto, scritto da Rasmus Kleis Nielsen, ricercatore post dottorando di RISJ, finanziato da The Open Society Foundations di Soros, analizza come i media di sei nazioni occidentali: Finlandia, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna & USA, e due Paesi delle economie emergenti, Brasile ed India, hanno affrontato le enormi trasformazioni dell’ultima decade.

Lo studio, in 75 pagine, dopo la consueta introduzione, si articola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la frammentazione e la fine delle audience massificate, se sia effettivamente la Rete ad aver ucciso i giornali tradizionali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema mediatico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mercato dei media e le prospettive economiche nonché sulle politiche adottate dai media nel periodo considerato.

I risultati del rapporto nel complesso evidenziano come nonostante le trasformazioni, i profondi cambiamenti avvenuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tradizionale, sia televisiva che della stampa, rimangano assolutamente centrali nell’attuale – nuovo – ecosistema informativo. In tutti e 8 i Paesi presi in considerazione le organizzazioni tradizionali continuano ad attirare un numero superiore di persone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una conferma importante del valore dei newsbrand.

La crescente quantità d’informazione disponibile viene ritenuta elemento di arricchimento poiché in base a “provision”, quantità appunto di informazione fornita, “diversity”, eterogeneità e molteplicità delle fonti d’informazione e “reach”, quantità di persone raggiunte dall’informazione, l’incremento è un fattore positivo per la società e la democrazia. Tema che necessita di maggior approfondimento a mio avviso.

Crescendo che però ha un risvolto di forte incremento della competitività come sottolinea Massimo Russo, Content Manager del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che spiega: “operiamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – combattono per un solo obiettivo: catturare l’attenzione delle persone. E questa attenzione nella vita quotidiana è una risorsa scarsa”. Aspetto che inevitabilmente porta ad una frammentazione maggiore dell’audience e, come noto, erode la capacità di vendere spazi pubblicitari basandosi su un pubblico stabilmente rilevante in termini numerici.

Il rapporto continua spiegando che, pur non essendo facile isolare in termini di tendenza complessiva l’importanza di una singola entità, dei giornali cartacei nello specifico, al momento, contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media companies continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decremento delle vendite di giornali cartacei in Finlandia ci vorranno 70 anni ed in Francia 20 prima di arrivare all’attuale livello di vendite di quotidiani in Italia dice lo studio, evidenziando, al di là di ogni altra possibile considerazione, il grave problema di media education, o forse più semplicemente di education tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Internet dipende esclusivamente dall’attuale, e futuro, modello di business di ciascun singolo giornale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi – AstraRicerche su gli internauti italiani e le news il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Internet non ha ucciso i giornali e la questione è stata abbondantemente sovrastimata, analizzando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chiaramente come i vecchi ed i “new media” coesistano, sono più le attuali fasi cicliche di stagnazione e/o recessione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la crescita della Rete. Quello che è avvenuto è che alcune forme di comunicazione pubblicitaria sul Web hanno distolto investimenti pubblicitari dai giornali – di carta – che erano cresciuti nell’illusione della loro permanenza continua.

Il rapporto, che per l’ennesima volta consiglio di leggere integralmente dedicandogli la dovuta attenzione, conclude argomentando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di trasformazione non alla sua fine e che attualmente siamo tanto lontano dalla rivoluzione di Internet quanto lo eravamo nel 1500 dalla rivoluzione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci divertiremo, professionalmente parlando.

(Fonte Il Giornalaio)

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