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Il giornalismo nel 2014

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I giornali, per sopravvivere, dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati e sempre più grandi lavori collettivi. Questa, in sintesi, l’interessante analisi dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo

La fine dell’anno è tradizionalmente occasione di classifiche e di previsioni per il prossimo futuro. Lasciamo per un attimo da parte le prime, e concentriamoci sulle seconde, per quanto spesso lascino il tempo che trovano. Pochi settori sono in fase di profonda mutazione e cambiamento come quello del giornalismo; ed è davvero difficile capire cosa ci riserverà il 2014. Si può provare ad azzardare qualche scenario, prendendo spunto da un lavoro certosino realizzato questo mese dal Nieman Journalism Lab. Il Lab ha intervistato 43 esperti, ciascuno dei quali ha dato la propria versione di quel che ci si può attendere dall’anno che viene. Molte risposte sono variazioni di una stessa ipotesi, ed è dunque possibile tratteggiare alcune macro tendenze di fondo.

Una è senz’altro l’ubiquità del responsive design, declinato in vari modi. Ovvero, inteso non soltanto come capacità del layout del sito di un giornale di adeguarsi al dispositivo su cui viene visualizzato senza che sia necessario il ricorso ad app esterne, ma anche come capacità, da parte dell’offerta di news, di adeguarsi al contesto in cui è immerso l’utente. Katie Shu, di Medium, parla di una sorta di “Google Now per le news”, l’informazione appropriata, al momento giusto e attraverso il mezzo più adatto, sia esso un testo, un’immagine, un video o un commento sonoro. Le redazioni potranno attingere a una serie di dati forniti dai dispositivi – le informazioni di localizzazione (grazie al Gps), l’inclinazione (accelerometro e giroscopio), se l’utente è fermo o in movimento, l’ora del giorno e le condizioni meteorologiche – e associarli ad altre info reperiti da diverse fonti: per esempio, gli impegni della giornata, tratti da Google Calendar, per servire il contenuto più accattivante.

Cory Hawk, senior editor per le news digitali al Washington Post, definisce questo genere di giornalismo “adaptive journalism” e il termine tiene conto anche di altri risvolti interessanti che hanno a che fare con il modo in cui le nuove tecnologie stanno trasformando il modo di fare questo mestiere. Uno, già in voga, è l’utilizzo di gadget come tablet e smartphone, come “secondo schermo”: l’esempio classico è quando si guarda la partita di calcio o gli exit poll delle elezioni tenendo d’occhio al contempo la conversazione sul tema che si sta dipanando su Twitter. L’altro è l’imminente arrivo di nuovi device, i “wearables” o gadget da indossare. È ancora presto, ma è già possibile immaginare nuove forme di fruizione delle news sugli occhialini di Google piuttosto che sugli smartwatch.

E nuove forme di storytelling. Ci sono già startup come Watchup che stanno sperimentando, in partnership con organizzazioni come Reuters, Pbs, Ap e Euronews, la creazione di palinsesti video pensati appositamente per Google Glass. E sono apparsi i primi esempi di documentari indipendenti girati con lo stesso dispositivo. Così come i droni forniranno anche a piccole organizzazioni la possibilità di realizzare riprese aeree di alta qualità, così gli occhialini – una volta risolte le questioni relative alla difesa della privacy, potranno consentire a singoli reporter, anche non esperti di video, di fare a meno dei cameraman.

Dell’influsso dei social media sul lavoro delle redazioni, se n’è già parlato molto, negli anni scorsi. Ma sarà difficile non farlo ancora. Vicende come quella degli attentati alla maratona di Boston, in cui molti errori sono stati commessi da media ansiosi di restare al passo con la velocità travolgente delle news hanno mostrato quanto ancora l’incorporazione dei contenuti generati dagli utenti necessiti di una profonda “alfabetizzazione” di redattori e cronisti. Man mano che questa aumenterà, gli Ugc verranno sfruttati in maniera sempre più strutturata: costruendo storie con mini video su Instagram e Vine, usando le informazioni di geolocalizzazione per collocare nello spazio geografico la conversazione su un certo tema e per mobilitare i “citizen journalist” che si trovano nelle vicinanze di un certo evento.

Le dinamiche della condivisione online influenzeranno probabilmente anche il modo in cui organizzazioni differenti collaboreranno fra loro: nell’epoca del Web 2.0 è più importante che una storia circoli in Rete, piuttosto che il fatto di conservarne gelosamente l’esclusiva. Questo implica, non solo accettare l’esistenza di siti come l’Huffington Post o The Verge che riprendono (talvolta al limite del plagio) contenuti altrui, ma anche adoperare partnership e alleanze per far sì che una certa storia raggiunga la massa critica sufficiente ad alimentare il dibattito online. Un grande esempio di questo tipo di dinamiche è stato quest’anno – come sottolinea Dan Gillmor – il modo in cui il Guardian, il Washington Post e altre testate, come il New York Times hanno unito le proprie forze per tenere alta l’attenzione sulla vicenda Datagate e sulle rivelazioni del leaker Edward Snowden.

I giornali di carta, dal canto loro, dovranno rinnovare profondamente i propri contenuti, se non vogliono diventare, come scrive Juan Antonio Giner, solo una “collezione di notizie vecchie, storie già risapute e qualche commento (…) contenuti obsoleti, di cui nessuno ha bisogno e per cui nessuno sarà disposto a pagare”. Qualcosa che in realtà sta già accadendo: i lettori più giovani sanno ormai a stento cosa significhi l’esperienza della lettura su supporto fisico; non ne hanno bisogno, visto che, ben prima che il giornale arrivi in edicola, sanno già tutto grazie a Internet. Fino ad oggi la carta ha resistito perché la pubblicità su cellulosa continua ad essere molto più redditizia di quella fatta di pixel.

Ma gli inserzionisti vanno dove si trovano gli “eyeball”, gli occhi delle gente, e si stanno facendo sempre più scaltri: non saranno disposti ancora a lungo a pagare certe cifre per avere scarsi ritorni. Per questo i giornali dovranno puntare sui lunghi reportage, sul fact checking, sui contenuti di qualità difficili da copiare e altamente piacevoli e istruttivi da scorrere. Sempre meno flash di agenzia rimontati, sempre meno commenti delle “firme” (che faticano sempre più a competere con blogger ultra specializzati che conoscono ogni minima piega degli argomenti di cui scrivono), sempre più grandi lavori collettivi, di quelli che lasciano il segno.


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La pitonessa Santanchè con 14 milioni di debiti

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Daniela Santanchè, in arte Pitonessa, è una signora molto impegnata. Scudo umano al servizio di Silvio Berlusconi, fa il diavolo a quattro sui giornali e in tv. Interviste, discorsi, polemiche: tutto quanto fa spettacolo per tenere alta la tensione sul fronte politico. Anche a costo di esagerare, scatenando una faida tra falchi e colombe nelle fila dei parlamentari berluscones. Che volete? Lei è fatta così. Chiedere moderazione a Daniela Santanchè è un po’ come pretendere coerenza da Scilipoti. Mission impossible. E così la Pitonessa tira dritta per la sua strada, magari abbassando il volume per qualche giorno. Una faticaccia, anche per una donna a cui tutti, avversari compresi, riconoscono un’eccezionale capacità di lavoro.Solo che di questi tempi, oltre a difendere l’amico Silvio dal “golpe ordito dalle procure”, la più rumorosa delle Erinni del Cavaliere è costretta ai salti mortali con un altro obiettivo. Indossato il tailleur d’ordinanza, la manager Santanchè sta cercando di stendere una rete di sicurezza attorno alle sue aziende, assediate da perdite e debiti.

Mica facile. Soldi ne girano pochini, di questi tempi, nel gran mondo della pubblicità. E anche la pasionaria del Pdl, una che ha sempre goduto di entrature importanti nelle aziende e nei giornali, deve remare controcorrente per tenere a galla Visibilia, la concessionaria che ha creato dal nulla nel 2007 e gestisce, tra l’altro, la raccolta pubblicitaria del “Giornale” berlusconiano.

La battaglia politica e quella aziendale sono intrecciate l’una con l’altra. Il crollo del tempio di Arcore sarebbe un colpo pesante, forse definitivo, per gli affari della signora di Cuneo, nata Garnero prima di prendere e mantenere il cognome del primo marito, il chirurgo estetico Paolo Santanchè da cui ha divorziato nel 1995.

Non c’è tempo da perdere, allora. Il tesoro di famiglia va messo in sicurezza il più presto possibile, sperando in un futuro berlusconiano e nella ripresa dell’economia. Un piano perfetto. E i soldi? Per il momento Santanchè gioca di sponda. Visibilia ha bisogno urgente di liquidità? Ecco apparire all’orizzonte Canio Mazzaro, che poi sarebbe il secondo marito della Pitonessa. I due si sono separati qualche anno fa ma adesso sono tornati a far causa comune. Questione di affari, non di cuore. Daniela Santanchè è la compagna di Alessandro Sallusti, il direttore de “il Giornale”. Mazzaro invece è appena uscito da una storia con Rita Rusic, l’attrice nota anche come ex moglie di Vittorio Cecchi Gori.

L’ultima conferma della rinnovata alleanza è di pochi giorni fa. Bioera, una piccola azienda quotata in Borsa, investe 900 mila euro in Visibilia. La somma, in apparenza esigua, non deve ingannare. A giochi fatti il nuovo azionista avrà il 40 per cento della concessionaria di pubblicità, che l’anno scorso ha visto diminuire il fatturato del 20 per cento (da 26 a 21 milioni) e ha un bilancio in traballante pareggio (rosso di 30 mila euro) appesantito da oltre 14 milioni di debiti con le banche. Ecco, allora, che i soldi di Bioera servono a riequilibrare una situazione patrimoniale preoccupante soprattutto per i banchieri che in passato hanno generosamente finanziato i business della deputata più azzurra che c’è.

Nessun problema, se non fosse che tutta l’operazione corre sul filo sottilissimo del conflitto d’interessi. Sì, perché giusto qualche mese fa, nel maggio scorso, Daniela Santanchè si è comprata il 14,5 per cento di Bioera, che è controllata da Mazzaro. Dunque, marito e moglie, separati nella vita, si danno una mano l’uno con l’altra. In mezzo però ci sono i piccoli azionisti. Quelli di Bioera, che vende cosmetici biologici, un’attività che a prima vista appare piuttosto lontana da quella di Visibilia. Che c’azzeccano le creme con le inserzioni pubblicitarie? Va detto che la coppia Mazzaro-Santanchè ha rispettato tutte le formalità del caso, quelle imposte dalle legge per tutelare gli interessi dei soci di minoranza.

Bioera ha anche convocato un’assemblea degli azionisti per allargare l’oggetto sociale all’attività di holding, così da mettersi al riparo da eventuali ricorsi. Forse però si poteva fare di meglio. Mazzaro, per dire, ha affidato l’incarico di valutare la congruità dell’investimento (fairness opinion) allo Studio Morri Cornelli Associati, ovvero i professionisti di fiducia dello stesso Mazzaro. E questa non pare esattamente una garanzia di indipendenza agli occhi dei piccoli azionisti, probabilmente già preoccupati del fatto che Bioera, uscita dal tunnel del concordato preventivo, spenda 900 mila euro, pari a quattro volte l’utile consolidato del 2012, per investire in una società di pubblicità. Gli amministratori di Bioera non hanno di questi timori. Sono sicuri che “la combinazione dei business attualmente condotti dalle due società permetterà la creazione di valore per tutti gli azionisti”, come si legge nel prospetto informativo pubblicato nei giorni scorsi, quando è stato reso noto l’affare tra i due ex coniugi. Eccesso di ottimismo? Lo capiremo nei prossimi mesi.

Per il momento i vantaggi di gran lunga maggiori li porta a casa la coppia Mazzaro- Santanchè. Vantaggi immediati, vantaggi cash. Frutto di un doppio gioco di sponda. Nel maggio scorso, come detto, la deputata Pdl ha comprato il 14,5 per cento di Bioera per 2,4 milioni. L’operazione ha messo fine a una lunga disputa, con tanto di ricorsi incrociati in tribunale, tra Mazzaro e un importante azionista di minoranza, il fondo First Capital. Quest’ultimo, il 24 maggio scorso, ha girato le sue quote alla deputata Pdl, che le ha comprate a un valore doppio del prezzo di Borsa di quei giorni. Titoli strapagati, a dir poco. Tre mesi fa non era facile capire il senso di una simile operazione, a parte l’evidente favore a Mazzaro. Il quale è così riuscito a garantire una buonuscita (a spese altrui) a un ingombrante azionista. Con l’ingresso di Bioera nel capitale di Visibilia, annunciato pochi giorni fa, lo scambio è evidente a tutti e il cerchio dei favori reciproci finalmente si chiude.

C’è almeno un elemento in più, però che va tenuto presente. La manager Santanchè, come detto, ha speso 2,4 milioni per rilevare il pacchetto di titoli Bioera. Documenti alla mano si scopre che quei soldi arrivano dalle casse di Visibilia. L’operazione è infatti stata formalmente portata a termine dalla D1 Partecipazioni, una società costituita ad hoc e controllata per intero dalla deputata. A sua volta, però, D1 partecipazioni ha preso a prestito da Visibilia il denaro necessario a comprare la quota nell’azienda quotata in Borsa e controllata da Mazzaro.

Quindi, tirando le somme, lo schema è il seguente: D1 Partecipazioni investe in Bioera che investe in Visibilia che presta soldi a D1 Partecipazioni. Ecco fatto. Il cerchio si chiude una volta per tutte, in quella che appare come un’apoteosi del conflitto d’interessi. L’altra novità di questi giorni è che, come ha reso noto la stessa società, Visibilia si prepara a chiedere la cassa integrazione per una parte dei suoi 22 dipendenti (15 a tempo indeterminato). Quindi, mentre da una parte la deputata Pdl è costretta ad affidarsi agli aiuti pubblici per superare la crisi, dall’altra la stessa Santanchè mette mano alla cassa di Visibilia per investire nell’azienda dell’ex marito. Il quale, peraltro, nel giro di due mesi ha già in parte restituito il favore, girando 900 mila euro a Visibilia. Soldi non suoi, ci mancherebbe, ma sborsati da Bioera, che è quotata in Borsa.

Denaro ben speso? Non è detto. Coi tempi che corrono, e i bilanci che hanno, Bioera e Visibilia potrebbero anche rivelarsi investimenti azzardati. E allora, in casi come questi, è meglio avere a portata di mano un paracadute. L’onorevole Santanché, per esempio, l’anno scorso ha ricevuto 16 mila euro lordi al mese come presidente di Bioera. Un incarico, quest’ultimo, con deleghe operative limitate e che certo non ha occupato a tempo pieno la parlamentare-manager, già impegnata (con relativi compensi) come numero uno di Visibilia e, a partire da febbraio, anche come deputata.

Mazzaro invece, che è direttore generale di Bioera, nel 2012 ha ricevuto dal gruppo, comprese le aziende controllate e collegate, circa 460 mila euro. Non basta. Grazie a un complicato gioco societario l’ex marito della Pitonessa è riuscito a finanziare per 500 mila euro la sua Pierrel, un’altra società quotata in Borsa da lui presieduta. Solo che i soldi sono arrivati da un’ex controllata di Bioera che Mazzaro ha venduto a se stesso con perfetta scelta di tempo. Fine dei giochi. Di prestigio.

(Fonte L’Espresso – Vittorio Malagutti)

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