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Monologo sulla Democrazia di Giorgio Gaber

Giorgio Gaber e la Democrazia

Uno straordinario monologo sulla Democrazia, più che mai attuale, recitato dal compianto Giorgio Gaberscik, in arte Giorgio Gaber. Una vera e propria diagnosi di questo Paese ammalato, in bancarotta, un’Italia alla Rovescia, che Gaber, con semplicità ed esilarante mimica, descrive con ironia. Continue Reading


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Il voto



“Secondo me, se va avanti così, va a finire che a votare non ci va più nessuno.
No, dico, è una cosa grave. Grave per chi? Per la gente, no. Per i Partiti, nemmeno, tanto rimane tutto uguale. Lo Stato è lì, bello solido. E allora perché è grave? Ma se in America, che sono sempre più avanti di noi, non va a votare quasi nessuno. Che democrazia, eh! Stiamo diventando americani anche in questo.
E pensare che nel dopoguerra si picchiavano per andare a votare. Si picchiavano nelle strade, gran passione, nelle piazze, scontri, comizi, bianchi, neri, repubblicani, monarchici, destra, sinistra, tutti alle urne, anche le donne finalmente. Il suffragio universale.
Adesso, quella domenica lì, quelli di sinistra vanno a Riccione, quelli di destra vanno in Sardegna… il naufragio universale.
Ma perché fate le elezioni d’estate, che vince sempre il mare.
Il fatto è che la gente non pensa, o forse non sa, che appena gli arriva il certificato elettorale… DLIN!… scatta il suo contributo di lire quattromila che verrà diviso proporzionalmente tra i Partiti. Ma se uno non va a votare, le quattromila lire le paga lo stesso? Certo. Ma come sarebbe a dire? Uno entra in un supermercato, non compra la mostarda perché gli fa schifo, mica gliela fanno pagare. E se gli fanno schifo i partiti? DLIN! Quattromila.
Certo che se le quattromila lire invece di farcele pagare ce le dessero, avrebbero risolto il problema dell’affluenza alle urne.
D’altronde il voto è un diritto-dovere. Anche questa è bella. Che sia un diritto lo abbiamo capito tutti. Che sia un dovere, ultimamente non l’ha capito nessuno.
Che mestiere strano quello del politico. È l’unico mestiere in cui uno dice: «Io sono il più bravo». E se lo dice da sé. E te lo scrive, e te lo grida, nelle piazze, nei comizi. «Io sono l’uomo giusto al posto giusto». Complimenti. Quello che mi piace dei politici è la faccia come il culo.
Eccoli qua. Verifichiamo gli schieramenti. Ci mettiamo davanti a un tavolo con tutti gli omini e…
D’Alema di qua, Berlusconi di qua, belli lontani… per ora.
Veltroni vicino a D’Alema, Fini vicino a Berlusconi. Quando si dice “vicino”, si fa per dire. Bertinotti a sinistra, più a sinistra, ancora più a sinistra…. Oddio mi è sceso dal tavolo. E adesso come faccio? Prodi… lo mando in Europa. Casini vicino a Berlusconi, più indietro, indietro un casino. Di Pietro da questa parte, anche se andrebbe dall’altra, ma non importa. Maledizione! Cossutta mi sta risalendo sul tavolo. Dini, Dini lo bacio… che diventa un gran figo. Segni… Segni lo butto via. Bossi lo metto su un tavolo a parte, che gioca da solo. La Bonino… la Bonino per ora la tengo qui, in sospeso, poi casomai si fa un referendum. Buttiglione… lo metto di qua e lui salta di là, poi salta di qua, e poi salta di là. Sta’ fermo, Rocco! Che mi rovini il giochino! Macché, saltano tutti, Buttiglione, la Pivetti, Scognamiglio, Masi, anche Mastella è sempre lì che si prepara. Ma sì, ma sì, ma sì, saltate pure. Tanto si sa benissimo che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo non cambia.
E allora come si fa a tacciare di sterile menefreghismo uno che non vota? Potrebbe essere un rifiuto forte e cosciente di “questa” politica.
No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede.
È come una specie di resa.
Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini.
E questo non è un diritto. È un dovere”. Giorgio Gaber

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L’illogica allegria

Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino.
A volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.

Lo so
del mondo e anche del resto
lo so
che tutto va in rovina
ma di mattina
quando la gente dorme
col suo normale malumore
mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio o che ne so.

E sto bene
Io sto bene come uno quando sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna.

Io sto bene
proprio ora, proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita così.

È come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente

Io sto bene…
Questa illogica allegria
proprio ora, proprio qui.

Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino.

Giorgio Gaber

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Salviamo ‘Sto paese

Deve esserci un accordo
se ci sta a cuore la salvezza del paese.
Salviamo ‘sto paese? Eh?
C’è bisogno di un’intesa
vogliamo tutti insieme metterci
a pensare seriamente alla ripresa? Eh? economica? Sì?
Bisogna lavorare sul concreto

bisogna rimboccarsi le maniche per incrementare la produzione e assicurare uno stabile benessere sociale a tutti coloro

ai quali noi, per il momento
abbiamo chiesto sacrifici
vogliamo uscire a testa alta dalla crisi? Eh?
Salviamo ‘sto paese? Sì?
Eliminiamo il disfattismo
con della gente che in questa confusione
sappia mettere un po’ d’ordine, eh?
Pubblico. Sì?
Bisogna che lo stato sia più forte

organizzando anche un corpo adeguato e, se necessario, addestrato, non come proposta di violenza

ma per quel nobile realismo
la cui area si é allargata
non puoi negare a certe zone di sinistra, eh?
La buona volontà. Sì?
In questo clima di distensione
possiamo finalmente accordare la fiducia
a tutte le forze, eh? Democratiche. Sì?

Bisogna far proposte in positivo
senza calcare la mano sulle possibili carenze. Lasciamo perdere il pessimismo, l’insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro, l’instabilità, la gente che non ne può più, la rabbia, la droga, l’incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto, la disperazione… Cerchiamo di essere realisti. Non lasciamoci trarre in inganno… dalla realtà!

Italia
depressa ma bella d’aspetto
è un bel paesotto che tenta di essere tutto
con dentro tanti modelli
che mischia, confonde, concilia
riesce a non essere niente
l’Italia
negli anni sessanta fioriva
la gente rideva e comprava la macchina nuova
ma proprio in questi momenti
si insinua uno strano rifiuto
e si contesta lo Stato
d’Italia
bisogna ridare all’Italia
la folle allegria del benessere sano di ieri
senza disordini né guerriglieri.

Salviamo ‘sto paese
salviamo ‘sto paese
per essere felici e spensierati come nel sessa… come nel sessa… come nel sessa… come nel sessantadue.

Giorgio Gaber

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