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La lungimiranza tedesca

Art.10-Costituzione-siriani-Monaco


Aprire le frontiere per accogliere i migranti è una sfida epocale. Un gesto di coraggio e di lungimiranza: sociale, economica e politica. Una rivoluzione.

“Benvenuti a Monaco, salite sull’altro treno sulla banchina dove riceverete aiuto. È questo il messaggio che si sentiva dagli altoparlanti della stazione ferroviaria di Monaco, dove cittadini tedeschi e stranieri (turchi, siriani, dal Ghana e dalla Palestina da anni regolari in Germania) hanno accolto l’arrivo di treni carichi di migranti con applausi e cantando l’Inno alla gioia.

È una lezione di Storia quella che ha impartito la Merkel in questi giorni all’Europa riluttante e meschina. Accogliendo i rifugiati, richiamando severamente gli altri Paesi che fanno parte dell’Unione europea a rispettare i valori fondanti del Vecchio continente, a evitarne il fallimento morale, perché l’Europa deve saper affrontare la natura di questo dramma, e la sua complessità storica. La Francia si è impegnata ad accogliere 24mila rifugiati nei prossimi due anni. La Spagna ne accoglierà 15mila. In Grecia solo oggi sono arrivate seimila persone.

Negare l’accoglienza sarebbe stato “negare la democrazia o il governo della legge”. Per i tedeschi, un diritto della Costituzione. Come per gli italiani (art. 10, lo ricordiamo a Salvini).


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La Germania è il modello da seguire?

angela-merkel

Negli ultimi dieci anni l’economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d’Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le “controriforme” di oggi, non vanno verso l’aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese – anche se imposte – da alcuni paesi della periferia. Se questi sapranno tenere duro, usciranno dalla crisi più competitivi; e la pole position di Berlino non è garantita per sempre.

Dieci anni fa, la Germania era considerata il malato d’Europa: la sua economia era impantanata nella recessione mentre quella degli altri paesi europei era in ripresa, il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’eurozona, il suo sistema finanziario era in crisi ed essa non riusciva a rispettare le norme europee sul deficit eccessivo. Oggi, invece, la Germania viene presentata come un modello da seguire. Nel valutare questo ribaltamento di condizioni, è utile operare una distinzione tra le misure di competenza dello Stato e quelle che ricadono nell’ambito d’azione delle parti sociali e della società in generale.

La sola area in cui la responsabilità di un governo è chiara e non controversa è quella della finanza pubblica. Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell’eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica – che nel 2003 era pari a quasi il 46% del pil, e quindi superiore alla media dell’eurozona – è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella “grande recessione”, la Germania aveva un’incidenza della spesa sul pil fra le più basse d’Europa.

Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell’epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l’adozione dell’euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell’elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un’analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda.

La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L’elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell’area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l’economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all’intensa concorrenza internazionale; ma anche in quel settore la performance tedesca non è la migliore fra i grandi paesi dell’eurozona. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero. Una riforma sostanziale del terzo settore sarebbe stata quindi auspicabile per generare incrementi significativi della produttività dell’economia: ma nel 2003 tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sull’industria, e la riforma non c’è stata.

Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell’età pensionabile e controllo degli affitti. Va detto per inciso che nessun paese meridionale, e forse nessun altro paese membro, potrebbe introdurre un pacchetto di misure di questo tipo senza ricevere aspri rimproveri da Bruxelles (e da Berlino). Il che dimostra che il sistema di coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area dell’euro è completamente asimmetrico. Comunque, tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.

Salario minimo. È prevista un’ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all’ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull’esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull’occupazione.
Riduzione dell’età pensionabile. Un’importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l’età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L’andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l’aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell’Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.

La conclusione generale è che alcuni elementi del “modello tedesco” potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell’area dell’euro. Un dura turo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l’ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l’Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell’Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L’elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un’aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.

Per fortuna, alcuni paesi periferici si vedono oggi costretti dai loro creditori a intraprendere riforme drastiche, non solo del mercato del lavoro, ma anche del settore dei servizi. Sono queste le riforme che – anche se inizialmente subite sotto imposizione – consentono un certo ottimismo, perché nel tempo favoriranno la produttività e la flessibilità, portando i paesi che le attuano a diventare più competitivi. La lezione che dobbiamo cogliere dalle alterne sorti dei paesi dell’area dell’euro negli ultimi dieci anni è che bisognerebbe evitare di prefigurare il futuro sulla base delle difficoltà di un dato momento. Le riforme intraprese oggi in alcuni paesi periferici sono molto più profonde di quelle attuate dalla Germania nei suoi momenti di difficoltà. I paesi che avranno il coraggio di persistere nello sforzo di riforma potrebbero uscirne molto più snelli e competitivi. Quelli che invece non ne saranno capaci (e l’Italia deve riuscire a evitare questo scenario), si troveranno bloccati nella trappola di una bassa crescita ancora per molto tempo. Quali saranno le condizioni dei singoli paesi fra dieci anni è materia del tutto incerta, ma la pole position tedesca non è garantita per sempre. I posizionamenti dei vari paesi nella graduatoria dell’economia europea potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

*Daniel Gros – Aspen Institute Italia

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Salvini e l’ossatura padana della Nazionale

Balotelli

“In questa Nazionale ci sono troppi oriundi. Non mi piace il giro dei passaporti, quello del nonno, del trisavolo, dello zio e così via. E non mi piace che uno possa scegliersi la Nazionale che vuole. Thiago Motta per esempio  con l’Italia non c’entra un fico secco. Quando dicono di essere italiani questi oriundi non ci credono. Spesso lo fanno solo per questioni economiche, ma dal loro punto di vista fanno anche bene, visto che a loro è permesso farlo.  Io al massimo consentirei tre stranieri per squadra. Io sono legato a Gullit, Van Basten e Rijkard, però non mi piacciono questi mercenari che passano da una squadra all’altra della stessa città… dal Milan all’Inter, dall’Inter al Milan. Fosse per me lo vieterei assolutamente, è una cosa che non esiste. Vorrei che tutte le partite iniziassero insieme alle 14 di domenica, come un tempo. Per Sky è un problema? E chi se ne frega. Per me il calcio comincia e finisce col Milan. In questa Nazionale, comunque, abbiamo un’ossatura padana: ci sono Buffon, De Sciglio, Marchisio, Pirlo. Balotelli? Non mi piace e lo dico da ultrà milanista. Sarà politicamente scorretto, ma non mi piace perché non ha testa. Vorrei assolutamente che il Milan lo cedesse, così ne compriamo altri tre. Se vince la Germania, mi vedo già Angela Merkel che saltella con la sua pancetta. Sarebbe inguardabile e imbarazzante. Ma se vincesse la coppa del Mondo mi fregherebbe poco, perché tanto ha già vinto la sua coppa del Mondo in economia”. Matteo Salvini a La Zanzara su Radio 24

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La Mafia alla conquista della Germania

Mafia-Germania

Chi ha detto che in Germania la mafia non c’è? I reporter di Irpi raccontano l’indagine della polizia tedesca e italiana che ha svelato un network che abbraccia edilizia, droga e corruzione politica.

La mafia non esiste. Men che meno in Germania. Questo è ciò che dichiara il governo tedesco, e cio a cui crede la gente. Ma i dati ufficiali sono inesatti, e la verità è tristemente all’opposto. La Mafia è sempre più presente in Germania. Ed è forte, molto forte. Soltanto analizzando le carte giudiziarie di indagini ancora in corso, portate avanti in collaborazione dai pool antimafia italiani e dalla Polizia Federale Criminale Tedesca, la BKA, che il quadro complessivo emerge. Ci potrebbero essere addirittura più di 1200 membri della Mafia, in Germania. La Mafia c’è. Ma nelle statistiche si troverà solo se la si cerca.

“La mafia in Germania ha infiltrato ogni settore. Dalle costruzioni, alle energie alternative, dalla gestione dei rifiuti all’azionariato di grandi aziende o banche. Comprano voti e influenzano le elezioni tramite la corruzione,” dice Roberto Scarpinato, Procuratore Generale del pool antimafia di Palermo.

Operazione scavo: molto più di un evasione fiscale. È il 17 gennaio 2013, e 17 persone vengono arrestate. Alcune in Germania, alcune su rogatoria internazionale a Licata, una piccola cittadina dell’agrigentino. ‘Operazione Scavo’, la battezzano gli inquirenti. Sembrava solo un’operazione contro l’evasione fiscale, aziende edili aperte da siciliani in Germania che non versavano le tasse. Ma presto si scopre che sotto c’era molto di più.

Romagnolli

Grazie a documenti ottenuti in esclusiva da FUNKE Mediengruppe e da ricerche congiunte portate avanti dal caporedattore David Schraven e dai giornalisti del centro di giornalismo d’inchiesta IRPI in collaborazione con Grandangolo il Giornale di Agrigento, Wired può oggi raccontare una storia inedita.

Qualcuno, un giorno, deve avere incaricato Gabriele Spiteri, originario di Licata e frequentatore di Colonia dagli anni ’90, e Rosario Pesce, di Riesi ma in Germania dal 1972, di gestire quella che gli investigatori tedeschi hanno soprannominato la Baumafia, la ‘mafia delle costruzioni’. Spiteri a Colonia, Pesce a Dortmund. Quello che c’era nel mezzo, ovvero Essen e Bochum, veniva spartito a seconda degli affari e dei momenti.

I due dovevano coordinare i cosiddetti ‘procacciatori di prestanome’, i quali dovevano trovare tra parenti e amici in Sicilia dei poveri diavoli che si vendessero per poche migliaia di euro. I procacciatori erano senza dubbio il commercialista pregiudicato Massimo Erroi, Biagio Schiliro, Agatino Farinato, Vincenzo Spiteri fratello di Gabriele e Salvatore Vedda (fino a che non ha deciso di iniziare a collaborare con le autorità tedesche). Dopodiche, tra gli arrestati e indagati ci sono Domenico Iacopinelli, Giuseppe Cannizzaro, Lisa Maria Farruggio, Giovanni De Caro, Salvatore Animamia, Fabrizio Randazzo, Antonio Cavaleri, Angelo Cambiano, Michele Farchica, Antonio Donato, Giuseppe Micchiche e Gabriele Fiordaliso.

Usando questi prestanome, Spiteri e Pesce aprivano una serie di aziende edili che avevano il solo scopo di operare come ‘shell companies’, ovvero come scatole per il riciclaggio. Il meccanismo funzionava in questo modo: il denaro veniva trasferito sui conti correnti delle aziende in questione per pagare delle fatture false, a cui non corrispondeva alcun servizio di costruzione. A quel punto il prestanome ‘titolare’ li ritirava in contanti. Il 90% della somma veniva riconsegnata all’imprenditore che aveva comprato la fattura falsa, il 10% invece va ai ‘manager’ Spiteri e Pesce, che li usano per pagare i commercialisti, i prestanome, e i macchinoni per se stessi.

Un sistema geniale. Da milioni di soldi trasferiti legalmente, creano milioni di fondi neri, rimpiegabili o nella Baumafia, o per corrompere politici o per finanziare altre attività illecite. Un passaggio di denaro che viene prima ‘sporcato’ e poi prontamente ripulito. Questo, emerge dalle indagini della BKA, e’ stato fatto per almeno 430 aziende. Di certo, non è Spiteri – bocciato tre volte alle elementari – l’ideatore di questo sistema.

La Baumafia di Spiteri e Pesce era crimine ‘disorganizzato’. I due discutevano praticamente ogni giorno, e spesso, venivano fissati degli incontri per risolvere i contenziosi. Le discussioni dovevano avvenire in alcuni specifici luoghi d’incontro: il Bistrot “La Mirage” a Dortumund, e il Bar Italia90 a Colonia, gestito, quest’ultimo, da Mario Giangreco.

Gabriele Spiteri stesso dalla fine del 2011 gestiva un bar a Colonia, il Jolly Bar, anch’esso luogo di incontro della Baumafia. Il banco di prova lo avevo avuto dal 2009 al 2010 a Licata, quando anche li aveva gestito un bar. Più che un bar, ci dicono i Carabinieri, un buco nero del traffico di cocaina. Un affare, quello della cocaina, che Spiteri aveva importato anche in Germania, e più precisamente, nella sua panetteria a Colonia, la Pasticceria Centro Italia. I clienti ordinavano coca via telefono: “pasta in bianco senza salsa”. O, in caso di grossi quantitativi, si parla di auto bianche. Cento, duecento grammi di coca a settimana le vendite.

Ma Spiteri è egli stesso un consumatore. Un vizio che porta anche a casa in Sicilia, nelle feste che da a Licata, nella villa – oggi sequestrata – che si è costruito grazie ai guadagni di anni di presunta illegalità in Germania.

“Spiteri consumava tanta cocaina quanta l’intera Colonia”, racconta agli investigatori Calogero Di Caro di Ravanusa, classe 1963. Arrestato assieme ai fratelli Spiteri egli è, per gli investigatori tedeschi, un collaboratore di Spiteri, uno allo stesso piano. Eppure viene chiamato ogni qualvolta ci sia un problema da risolvere e – aggiungono le indagini – sembrerebbe quello con contatti più in alto. Per chi conosce la Mafia, è lampante che né Spiteri né Pesce agissero per conto proprio. I due erano stati messi li, con ordini precisi, e avevano un bel mastino alle calcagna, Calogero Di Caro.

Calogero Di Caro: il mastino.  Di Caro ai tedeschi dice di non essere mafioso: “Alcuni anni fa le autorità italiane si erano sbagliate, ma è stato tutto chiarito.”

Non esattamente. Di Caro viene scarcerato nel 1994 dopo due anni e quattro mesi di carcere per avere preso parte ad un omicidio di mafia. All’epoca, conosciuto col soprannome di Lillo Aglialuoro, era guardaspalle di Vito Mirabile, un uomo del boss Angelo Ciraulo, poi fatto ammazzare da Giuseppe Falsone in una guerra di potere che ha spostato il comando del mandamento da Ravanusa a Campobello di Licata per molti anni.

Morto Ciraulo, Di Caro decide di collaborare con la giustizia e fa trovare un arsenale. Ma il suo pentimento è considerato parziale dalle autorità, che non lo considerano affidabile. Seppure in primo tempo ‘condannato a morte’ dai boss rimasti Di Caro, viene lasciato vivere ed, evidentemente, crescere. Nell’ombra, deve avere fatto carriera fino ad arrivare in Germania. Si reca infatti a Colonia appena riesce, alla fine degli anni novanta, uscito dal carcere.

Treffen Kneipe

Lì si fa strada aprendo un’azienda di pulizie, e poi si da alla Baumafia. Il fascicolo della polizia tedesca su Di Caro si ispessisce. Viene condannato per evasione fiscale, estorsione, rapina, truffa, aggressione. Dal fascicolo emergono anche contatti nel mondo del traffico di droga e prostituzione.

Ma chi aveva dato a Di Caro il potere d’azione all’interno della Baumafia? Un suggerimento emerge grazie ad un curioso episodio che si svolge attorno al Jolly Bar di Spiteri a Colonia, a metà gennaio 2013. Appena prima dello scattare delle manette. È il 14 gennaio, e in un’intercettazione Spiteri parla con Biagio Schiliro di un nuovo arrivo, un ragazzo, Angelo Bugiada, classe 1977, di Gela.Molto probabilmente un nuovo prestanome. La polizia interviene. È il momento in cui scattano gli arresti per tutti i 17 della Baumafia. Viene fermato anche Bugiada, interrogato, e rilasciato. Ma poche ore dopo viene fermato nuovamente, mentre si trova in un auto speciale. Un’auto registrata a nome di Angelo Occhipinti.

Non un uomo qualsiasi. Nato a Licata nel 1954, Occhipinti ha una caratura criminale ben più significativa di Calogero Di Caro. Già a fine anni ‘80, secondo la DIA, Occhipinti operava in Germania in strettissimi rapporti con Carmine Ligato, un influente boss della ‘Ndrangheta. Referente di tutte le operazioni commerciali fra mafia agrigentina e ‘Ndrangheta, Occhipinti già nel 1997 era sotto il radar della polizia tedesca.

Absperrung

In Sicilia era uomo di Giuseppe Falsone, e pare fosse stato il boss agrigentino in persona ad indicarlo come capomandamento di Licata in suo nome.

Occhipinti, assieme a Pasquale Cardella, aveva preso il controllo della cittadina dopo il quadruplice omicidio di Brunco-Lauria-Greco-Cellura. Nel 2011, Occhipinti finisce in carcere per estorsione, e Cardella cerca di tenere il mandamento per se. Poco dopo Occhipinti esce, ma il suo riferimento, il boss Giuseppe Falsone, latitante per molti anni, era stato catturato. A quel punto, Occhipinti mira a scavalcare i suoi partner e a prendere per se il controllo di Licata, andando a chiedere la benedizione dell’allora capomandamento di Canicattì, Calogero Di Caro (omonimia con il Di Caro della Baumafia, n.d.r.). Perchè la sua auto fosse a disposizione del giovane Angelo Bugiada non è chiaro, ma la presenza di Occhipinti in Germania potrebbe indicarlo come il capo mandamento di Colonia. E si spiegherebbe a chi risponde Di Caro, e tutta la ‘squadra scavo’ di Colonia.

Chi sgarra muore. Gabriele Spiteri deve forse la vita alla BKA tedesca. Perchè per comportamenti paragonabili ai suoi, l’abuso di cocaina e l’inaffidabilità, in passato era stato eliminato qualcuno di ben più importante di lui.

“Si, la Mafia oggi non uccide più, visto che seguiamo la pax mafiosa e il ‘business model’ dettato da Matteo Messina Denaro”, racconta un ex-killer di Cosa Nostra sentito in esclusiva dal progetto Mafia in Deutschland. “Ma se le cose si mettono male, si uccide. E certo, non lo si fa in Germania, dove è importante non destare alcun sospetto.”

L’omicidio è quindi una soluzione di extrema ratio, ma sempre utilizzata se serve a proteggere gli affari. Lo dicono chiaramente due recenti ed efferati omicidi di palmesi di Manneheim, entrambi voluti in Sicilia. Uno, quello di Calogero Burgio, crivellato di colpi a Palma, sotto casa, come avvertimento. L’altro, poco dopo, una tipica lupara bianca, per gli sfortunati Giuseppe Condello e Vincenzo Priollo. Quest’ultimo solo un autista, ma l’altro, Condello, niente meno che il capo mandamento di Mannheim.

Interview AufmacherMa perché Condello è stato eliminato?

Ce lo racconta in esclusiva l’ex-killer di Cosa Nostra trapanese, che i due morti ammazzati li aveva conosciuti in passato e incontrati di nuovo in Germania.

“Condello era il capo mandamento a Mannheim. Sono stiddari, ma ormai Stidda e Cosa Nostra sono la stessa cosa. Da quando comanda Matteo Messina Denaro la regola è una: il business. Oggi non si spara più, a meno che non sia strettamente necessario. E la condanna a morte di Condello è stata discussa tra tutti gli altri capi mandamento dell’agrigentino. Nessuno si decideva. Ma Condello era ormai un cane pazzo, fuori controllo, usava troppa cocaina ed era uscito di testa, non era più affidabile.” Condello cane-pazzo aveva infastidito il capo di capi, Denaro, ci racconta l’ex-killer: “Che aveva detto ai capi mandamento agrigentini o ci pensate voi, o ci penso io.”

E così, la condanna a morte è stata firmata. A fine gennaio 2012 Condello è stato ammazzato assieme a Priolo e infilato in un cunicolo di uno scolo d’acqua nelle campagne di Palma di Montechiaro. Condello faceva la spola, nonostante una misura restrittiva, seguendo quella logica mafiosa che necessita prima di tutto la presenza costante nel mandamento italiano, e, in secondo luogo, nel suo riflesso tedesco.

Ma quello che conta non è l’omicidio in se, bensì che sotto Matteo Messina Denaro la mafia abbia cambiato volto, e abbia fatto un patto, perfettamente funzionante in Germania, tra varie province mafiose. Parliamo di Trapani, che tiene le redini, Palermo ed Agrigento.

Questo è stato confermato anche dalle nostre ricerche. In particolare emerge dai legami che l’azienda tedesca CEON intratteneva con alcune delle aziende della galassia Di Caro in Germania. Questa azienda è controllata dalla famiglia Bologna-Perlongo, parenti molto stretti di Matteo Bologna, condannato a 22 anni per traffico internazionale di droga. La famiglia Bologna, di Partinico, è riconosciuta essere vicina ai Vitale, boss di quella zona del Palermitano.

Quanto sia sbagliato pensare che la Baumafia sia solo un piccolo gruppo di criminali auto-organizzati ce lo confermano le dichiarazioni di un nuovo pentito. Parliamo di Giuseppe Tuzzolino, un architetto che – nonostante le indagini della DDA di Palermo nascondano ancora la maggior parte dei dettagli – si è scoperto essere stato il braccio destro di Condello nell’organizzare truffe milionarie proprio nel Comune di Palma di Montechiaro. Truffe che però, assicura Tuzzolino, vanno ben oltre il Comune di Palma. Arriverebbero infatti proprio fino in Germania, nella rete di milioni di fondi neri che la BKA ha soprannominato Baumafia.

Le connessioni con la politica. La Baumafia della Nord-Reno Westfalia sembra avere capito come trovare supporto anche al di la dei semplici affiliati mafiosi. Ha capito che per nascondere meglio il suo volto, deve lavorare anche sulla politica. E lo fa in due modi. Innanzitutto cercando di permeare quella tedesca: o con la corruzione, o la compravendita di voti.

A Norimberga alcuni anni fa si è messa a punto una vera e propria strategia della mafia per la compravendita dei voti. Gli italiani in Germania potevano votare il candidato prescelto e guadagnarsi in cambio 50 euro, una pratica ben conosciuta in Sicilia. Il secondo metodo che sembrerebbe essere stato adottato è quello del sostegno ai politici italiani in Germania, almeno a giudicare dagli innumerevoli bigliettini da visita di politici italiani, tutti vicini alla destra di Berlusconi, che Calogero Di Caro, l’uomo di punta della ‘squadra scavo’, aveva nella sua agenda sequestrata.

Contatti con politici italiani in Europa. Interrogato dagli inquirenti il Baumafioso dice: “Si trattava solo di politica”. Un grande senso civico, quello di Calogero Di Caro, che, racconta lui stesso, si occupava “di tirare su voti per i parlamentari italiani all’estero”. E lo ha fatto anche per il pidiellino siciliano Massimo Romagnoli, durante la scorsa campagna elettorale. Riscuotendo un certo successo. Nel 2006 infatti, Romagnoli viene eletto deputato alla Camera con 8.700 voti provenienti dall’estero. La maggior parte di questi erano stati raccolti proprio a Colonia.

È possibile che Massimo Romagnoli non sospettasse minimamente con chi se la facesse Di Caro, ma quest’ultimo lo cita anche durante l’interrogatorio con la BKA tedesca. Agli inquirenti racconta di avere avuto una richiesta di aiuto da parte di Massimo Erroi, il commercialista della Baumafia, quando questo si trovava in carcere in Germania. Gli serviva un passaporto. Di Caro dice di avere pensato a Romagnoli. Poi, dice di essersi “mosso con i miei contatti e in quattro settimane glielo ho fatto avere.”

Massimo Romagnoli nega di aver mai ricevuto tale richiesta. “Conosco Calogero Di Caro, mi ha aiutato con la campagna elettorale,” ha spiegato a IRPI, “aveva un’impresa di pulizie. Ma questo Massimo Erroi è la prima volta che lo sento nominare.” “Personalmente non ho mai ricevuto richieste di questo tipo” continua Romagnoli, al momento impegnato con Forza Italia nella campagna elettorale per le elezioni europee “ne da Di Caro, ne da nessun altro.”

ScarpinatoRoberto Scarpinato, Procuratore Generale a Palermo, è categorico quando parla del potere di seduzione intrinseco a Cosa Nostra. “La mafia in Germania vuole che i tedeschi pensino che non esista. Non ha più bisogno di essere violenta. Può sedurre con il capitale. Certo, c’è ancora una faccia violenta della Mafia, in Italia, ma si mostra solo quando il potere di convincimento dei soldi non basta. In realtà, il mondo oggi rischia di essere conquistato dalla Mafia tramite la seduzione del capitale, e paesi come la Germania sono ad alto rischio. Quando non si cerca di capire la fonte dei soldi, e si accetta l’ingresso indiscriminato di capitale nel proprio paese, allora è la moralità stessa di un popolo che è a rischio. In tempi di crisi come oggi, il potere del denaro e della corruzione possono diventare un’epidemia che scuote una società dalla fondamenta. La Germania deve decidere se accogliere la Mafia, o combatterla.”

Foto di Funke Mediagruppen
I disegni a fumetto sono di Vincent Burmeister. Grazie a Jenny Mainusch per l’aiuto con la traduzione di documenti giudiziari dal tedesco all’italiano.
(Fonte irpi)

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Coppa del Mondo Brasile 2014: Scommettiamo che?

WorldCup-Coppa del Mondo-Brasile 2014

Mancano solo due mesi alla Coppa del Mondo del 2014. La manifestazione prenderà il via i primi di giugno, e i tifosi in Italia e in tutto il mondo sono in trepidante attesa! Non importa quale nazione sostenete, quali giocatori seguite, o dove si svolge la Coppa del Mondo, l’evento offre intrattenimento e suscita meraviglia ogni quattro anni. Inoltre, è naturalmente considerato da molti come il miglior evento sportivo sulla Terra. Ma la Coppa del Mondo significa anche per gli appassionati delle scommesse, un momento di svago e divertimento.

Il tentativo indovinare i risultati delle partite è un hobby popolare per qualsiasi appassionato di sport, e l’idea di rischiare un po’ di soldi su queste previsioni da ai fan un “brivido” personale allo sport. Quindi è naturale che la Coppa del Mondo ispira una grande quantità di scommesse sportive in tutto il mondo! Ma spesso, con tutto l’hype di un evento come questo, gli analisti e il pubblico delle scommesse diventano troppo facilmente collegati ad un dato, un’idea o previsione, e dimenticano di analizzare il torneo strategicamente. Per questo motivo cercherò di aiutarvi.

Chi è la squadra favorita a vincere il torneo? Su quale squadra conviene scommettere per il passaggio del girone? Utilizziamo la sezione sport di Gioco Digitale, per analizzare alcune delle quote e determinare un paio di puntate popolari e “sicure”.

Brasile (4,00): Vincitore della Coppa. Cominciamo con il pronostico più scontato: il Brasile vincerà la Coppa del Mondo. È sicuramente il favorito, attualmente e quotato a 4.00, distaccando tutte le altre squadra. Tuttavia, sarebbe saggio dare un’occhiata da vicino anche agli altri top team prima di scommettere ciecamente sul Brasile. Il vantaggio di casa può essere grande, ma questa è una squadra giovane e si affida ad una stella ancora più giovane, il campione del Barcellona Neymar, con limitata esperienza internazionale. È giusto pensare che se le partite non venissero giocate in Brasile, sia l’Argentina che la Germania e la Spagna possano ritenersi sullo stesso livello. Quindi quando scommettiamo non facciamoci troppo condizionare, solo dal “fattore casa”. Anche se indubbiamente il Brasile resta la favorita numero uno.

Germania (6,50): Vincitore della Coppa. Si consiglia di tenere d’occhio anche i tedeschi, nonostante molti ritengano improbabile che una nazionale europea possa vincere i prossimi Mondiali in Brasile. Tra questi, Sport Mediaset cita la profezia del presidente della Fifa Joseph Blatter. Inoltre, le condizioni climatiche in Brasile saranno molte diverse e questo inciderà sicuramente sul torneo e sulle squadre europee non abituate a queste variazioni di clima. Detto questo, i tedeschi possono avere quote molto interessanti per chiunque crede che una squadra europea possa vincere il torneo.

Uruguay (2.60): Primo nel Gruppo D. “Il gruppo della morte”, vede l’Uruguay tra i favoriti. L’Italia è poco più avanti a 2,50, l’Inghilterra è terza a 3,30, con Costa Rica lontana quarta quotata a 50.00. Questo è un gruppo molto difficile da prevedere. Mentre l’Italia sembra avere un leggero vantaggio come favorita, l’Uruguay potrebbe avere delle difficoltà a battere gli inglesi, squadra giovane e ambiziosa. Anche il Costa Rica, non deve essere trascurato, infatti è stata l’unica squadra che ha dato qualche problema agli Stati Uniti nel girone di qualificazione. L’Uruguay è una scommessa pericolosa ma io me la giocherei.

Bosnia Erzegovina (6,00):  Primo nel Gruppo F. Argentina (1.25) è la chiara favorita per la vittoria nel Gruppo F, ma è sorprendente vedere la Bosnia come accreditata al secondo posto nel gruppo. La Nigeria è dietro, a 8.50, ma molti sostengono che la gara tra queste due squadre che stanno dietro l’Argentina dovrebbe essere molto interessante. Iran (50.00) non ha praticamente alcuna possibilità. La Nigeria potrebbe essere la più forte squadra africana ai Mondiali del 2014 e potrebbe passare il turno. Noi italiani ricordiamo bene un 2-2 con i nigeriani a Londra nel novembre 2013, come una dimostrazione della capacità della squadra africana. Scommettere sulla Nigeria potrebbe essere azzardato, ma dare la Bosnia favorita per il secondo posto non è così scontato.

Queste sono solo alcune osservazioni per coloro che hanno una passione per le scommesse. Se diamo uno sguardo alle quote, alle previsioni per i gruppi e comunque alle quotazioni in generale, saremo tentati a giocarci le più semplici e prevedibili. Ma è proprio li che sta il bello delle scommesse, azzardare. Perchè la palla è pur sempre rotonda, frase banale ma vera, e nessuno di noi sa cosa accadrà! Io vado a giocarmi la vittoria dell’Italia, azzardo o non azzardo sempre italiano e speranzoso rimango.

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