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Agricoltura un anno di crisi. Regge l’export e il made in Italy

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Il 2012 per l’agricoltura italiana può essere considerata una delle annate più difficili degli ultimi 20 anni, brusco calo produttivo e crisi della domanda interna, complice la crisi del Paese. Ma l’export e il made in Italy continuano a crescere. Questa è la fotografia che emerge dall’Annuario dell’agricoltura italiana 2012, pubblicato dall’INEA.

All’interno del sistema economico nazionale l’agricoltura ha risentito più di altri settori del complessivo andamento recessivo che ha colpito il Paese nel corso del 2012. La variazione negativa del valore aggiunto è stata netta (-4,4%), segnando una caduta che segue due anni di già scarsa vivacità. Il cattivo risultato, peraltro, è stato attenuato dall’incremento dei prezzi dei beni prodotti dal settore primario (+5,2%), che è venuto meno al suo tradizionale ruolo di contenimento inflattivo, consentendo però il mantenimento del peso dell’intera branca agricoltura, silvicoltura e pesca (Asp) sul Pil nazionale stabile al 2%. 

Il valore della produzione dell’attività agricola in senso stretto si è collocato appena al di sotto dei 50,5 miliardi di euro correnti, ma in termini reali si è registrata una riduzione dei livelli produttivi (-3,2%) che, congiuntamente al contenimento dell’impiego di fattori intermedi (-1,9%), confermano la pesante battuta d’arresto del settore primario. Sul risultato finale hanno influito in misura drastica, da un lato, i ridotti investimenti settoriali, fortemente condizionati dalle sempre più critiche condizioni di accesso al credito, dall’altro, le difficili condizioni di contesto. Tra queste ultime, un ruolo particolare ha avuto l’andamento climatico, che in più fasi ha funestato l’attività produttiva, a cui si sono associati i danni derivanti dalla diffusione di alcune specifiche fitopatie (aflatossine, micotossine, cinipide) che hanno colpito molte produzioni e penalizzato il livello qualitativo di importanti comparti, oltre agli effetti catastrofici connessi al sisma che ha colpito l’area padana nella primavera del 2012.

A farne le spese sono state in prevalenza le coltivazioni agricole, a vantaggio del comparto zootecnico e delle attività di supporto all’agricoltura; queste ultime, in particolare, vantano la migliore dinamica settoriale del 2012, poiché registrano l’unica significativa variazione positiva, sia in termini correnti (+5,6%), che in termini reali (+1,3%), che trova conferma in tutti i singoli contesti regionali, inserendosi in un consolidato processo di rafforzamento ben evidenziato dai dati di medio periodo. Di segno opposto, invece, è risultato l’andamento delle attività secondarie, che mostrano un calo significativo soprattutto in termini reali (-2,6%).

Le negative dinamiche settoriali, a prima vista, sembrerebbero non aver inciso sul lavoro, poiché il numero degli occupati è rimasto nel complesso pressoché immutato e di poco inferiore a 850.000 persone, di cui il 29% rappresentato da donne.

L’Italia continua a mantenere la fetta più consistente del registro dei prodotti Dop e Igp dell’ue (pari a 1.167, comprese anche le Stg), segnando un ulteriore incremento delle registrazioni, giunte a quota 252. La maggior parte delle nostre specialità si concentra nei prodotti dell’ortofrutta e dei cereali, nei formaggi, negli oli extravergine d’oliva e nei salumi. Nel periodo 2004-2012 si è registrato un consistente aumento delle aziende agricole (+38,7%), degli allevamenti (+50%), della superficie impiegata (+40,7%) e dei trasformatori (+22%).

L’Italia si colloca al primo posto anche per quanto riguarda i vini a indicazione geografica, con 521 registrazioni tra Docg, Doc e Igt. Le superfici investite a tali vini sono stimate in circa 355.000 ettari, ovvero oltre la metà del totale delle superfici vitate. La loro produzione, attestatasi nella vendemmia 2012 a circa 29 milioni di ettolitri, rappresenta una quota sempre più rilevante del vino complessivamente prodotto in Italia (70%).

Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, nel 2012, sono pervenute al sistema europeo per i controlli alimentari 3.516 notifiche, circa l’8% in meno rispetto al 2011, relative a prodotti alimentari (82,1% del totale), mangimi (9,4%) e materiali a contatto con gli alimenti (8,5%). L’Italia, con 517 notifiche (15% del totale), è al primo posto per numero di segnalazioni, distinguendosi per l’efficacia dei propri sistemi di controllo.

Nel 2012 l’industria alimentare italiana ha rafforzato la sua posizione segnando una delle poche variazioni positive del valore aggiunto (+3,4% a prezzi correnti; +0,5% a valori concatenati) all’interno del manifatturiero, sostenuta da una crescita del fatturato (+2,3%) in linea con quanto registrato negli ultimi anni. Tale crescita è attribuibile prevalentemente alla componente del mercato estero (+5,6% dell’indice di fatturato di riferimento), che ha rappresentato la principale opportunità per l’espansione del settore agro-alimentare nazionale. I risultati sono stati positivi anche grazie ai buoni risultati conseguiti dalle esportazioni di gran parte dei prodotti associati alla reputazione del nostro Paese: il cosiddetto made in Italy. Tra questi, spiccano in particolare gli ottimi risultati conseguiti dai vini – soprattutto gli spumanti (+15,8%) –, dai prodotti dolciari (+15,2%), dai salumi e dai formaggi. Oltretutto, sembrano presenti ancora importanti margini di crescita per le esportazioni del settore, basti pensare alle opportunità connesse alla riappropriazione di quote di mercato oggi occupate dal cosiddetto Italian sounding.

Sul fronte strutturale, i primi dati del censimento dell’industria e dei servizi (2011) dell’Istat mostrano una contrazione del numero delle imprese operanti nell’industria alimentare (-14% nel decennio), che ammontano così a 54.931, cui si sommano 2.874 imprese operanti nel comparto delle bevande (-4,3%), per un totale di 57.805 imprese nell’intero aggregato. Il numero complessivo di addetti è di 420.312, pari a poco meno dell’11% del totale manifatturiero. Nonostante le dinamiche osservate, permane la forte incidenza di micro imprese di carattere artigianale, soprattutto per la presenza di quelle specializzate nella produzione di prodotti da forno e farinacei (64,5% dell’intero settore), cui si associa spesso la forma di conduzione come impresa individuale, che rappresenta quasi la metà del totale.

Segnali incoraggianti derivano anche dagli ultimi dati disponibili sul mondo della cooperazione agro-alimentare, che confermano il ruolo di assoluto rilievo delle forme organizzate in Italia. Infatti, anche nel 2012 le quattro centrali di rappresentanza (Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agci- Agrital e Ascat-Unci) evidenziano, pur nella differenza di risultati, andamenti in prevalenza positivi, soprattutto in relazione al fatturato. A livello internazionale, un riconoscimento dell’importante ruolo svolto dal sistema cooperativo è giunto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha proclamato il 2012 come “Anno internazionale delle cooperative”, al fine di mettere in risalto il contributo che queste danno allo sviluppo socio-economico, riconoscendo il loro impatto sulla riduzione della povertà, sull’occupazione e sull’integrazione sociale. Gli obiettivi principali alla base di questa iniziativa sono quelli di promuovere la formazione e l’espansione delle cooperative e incoraggiare i governi ad adottare politiche che ne favoriscano la formazione, la crescita e la stabilità. Una delle componenti che ha inciso in misura più negativa sulle dinamiche del settore agro-alimentare nel 2012 è rappresentata dalla ridotta capacità di spesa dei consumatori, connessa alla caduta della disponibilità di reddito e alla conseguente perdita di potere d’acquisto delle famiglie (-4,8%). Le difficoltà si sono tradotte principalmente nella riduzione generale dei consumi, sia sul fronte della qualità, che della quantità, coinvolgendo spese impensabili fino a solo qualche anno fa, tra le quali proprio quelle per generi alimentari. Nel complesso, i consumi per alimenti e bevande non alcoliche, in termini correnti, hanno fatto registrare una contrazione della spesa (-0,4%), attestatasi a 138,8 miliardi di euro, mentre la contrazione a valori concatenati è risultata molto maggiore (-2,9%), per effetto della crescita dei prezzi dei generi alimentari (+2,5%).

La dimensione della crisi ha impresso un rapido mutamento nelle dinamiche di acquisto, già profondamente rimodulate da cambiamenti a carattere strutturale (composizione delle famiglie), teso a evitare gli sprechi, ridurre il budget di spesa media, contenere i pasti extra-domestici. All’interno di questi processi, tuttavia, i consumatori hanno mostrato propensione all’acquisto di prodotti molto diversi – low cost e promozioni, accanto a prodotti di qualità, passando per il biologico, il salutista e i prodotti pronti per l’uso – selezionando canali di vendita molto differenziati. In questo quadro emergono anche fenomeni di grande preoccupazione; infatti risultano in aumento le condizioni di grave disagio nutrizionale, con il 15,8% della popolazione totale che vive in una situazione di povertà relativa, non riuscendo ad assicurarsi un apporto calorico adeguato (Istat). Al contempo, cresce anche il numero di italiani in sovrappeso o obesi, proprio all’interno delle fasce più deboli della popolazione, dove è più frequente il consumo di alimenti ricchi di zuccheri e addizionati con grassi di scadente qualità.

Gli effetti sui consumi alimentari si sono riverberati su un ripensamento strategico del settore della distribuzione di generi alimentari in Italia, che ha mostrato un incremento del valore delle vendite presso la grande distribuzione (+1,4%), a fronte di una diminuzione significativa nelle piccole superfici del dettaglio tradizionale (-2,7%). Le maggiori insegne della distribuzione hanno mostrato un forte orientamento al prezzo, rafforzando le linee di prodotto di primo prezzo, le vendite promozionali e la pressione pubblicitaria. Accanto a questa strategia è proseguita anche la tendenza alla caratterizzazione dei prodotti: l’italianità, la tipicità, la sostenibilità ambientale e sociale.

Prosegue, infine, la propensione ad acquistare direttamente dal produttore agricolo, sia direttamente in campagna che dai mercati contadini o tramite i gruppi di acquisto solidale (Gas). Un altro fenomeno che si sta sviluppando sempre di più è quello degli degli hobby farmer, ovvero le persone che coltivano e curano un fondo agricolo per il consumo domestico. Cresce infine anche il numero di attività commerciali definite no store, cioè realizzate al di fuori della rete di vendita in sede fissa, tra le quali in particolare i distributori automatici di latte crudo e di acqua.


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La truffa del mercato libero di gas e luce

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Un indagine dell’Autorita’ per l’energia (AEEG) ha messo nero su bianco quello che da tempo tutti sanno, ma fanno finta di nulla: il mercato libero di gas e luce e’ un flop per i consumatori!! I prezzi di luce e gas per famiglie e imprese che hanno scelto il mercato libero sono piu’ pesanti di quelle dei consumatori rimasti in quello tutelato, ancora la maggioranza. Secondo l’indagine, per la luce sul mercato libero si spende il 12,8% in piu’ e per il gas il 2% in piu’. Battaglia che l’Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (Aduc) conduce e conosce da tempo.

Secondo l’Aeeg la luce del mercato libero costa il 12,8% in piu’ di quella del mercato protetto, percentuale che si attenua al 2 per la differenza tra i due mercati del gas. Associazioni come la nostra sono subissate da richieste di consigli e interventi in questo ambito, dove, tra l’altro, la normativa e’ meno garantista di quella delle tlc. Stiamo parlando di contratti stipulati per il solo fatto di aver ingenuamente fornito copia della propria bolletta a qualcuno che, bussando alla porta di casa, spesso si spaccia come inviato dai gestori del mercato protetto; contratti dove talvolta le firme dell’utente sono false e messe dai venditori o, piu’ spesso, carpite vantando condizioni che poi non sono tali. Contratti che vengono anche carpiti per telefono dopo che, ingenuamente da parte dell’utente, viene fornito il numero cliente e viene fatto il passaggio al nuovo gestore. Situazione dove ad aziende serie si sommano altre che hanno strutture di vendita con veri e propri delinquenti che carpiscono contratti ai soggetti piu’ deboli, essenzialmente anziani e stranieri che hanno poca dimestichezza con lingua e “abitudini dei nostri modi di fare mercato”. In tutto questo intruglio, lo specchietto per le allodole che viene utilizzato e’ sempre quello del risparmio rispetto al mercato protetto.

Come faranno a sostenerlo ora che l’Aeeg ha detto il contrario? Sicuramente continueranno a farlo “finche’ dura”. Rispetto alla normativa in vigore, a differenza di quella delle tlc, l’utente e’ molto meno difeso: per chiedere l’intervento dell’Aeeg a fronte di un mancato reclamo ufficiale senza esito, occorre aspettare 40 giorni dopo aver interessato il proprio gestore. E se le bollette contestate non vengono onorate, il servizio viene straccato (nelle tlc invece le bollette contestate vengono sospese fino a conclusione della vicenda). Per concludere, siccome siamo in Italia, la mancanza di certezza e’ anche elemento di favoreggiamento dell’illecito e della truffa. Ci sono gestori, come Enel ed Eni per esempio, che hanno la medesima sigla sia nel mercato protetto che in quello libero… e va da se’ che i venditori di quello libero si presentano sempre con la solita sigla, spesso anche senza dire la differenza dei due mercati, per far passare un utente dal protetto al libero. Se questo e’ il libero mercato, noi di Aduc siamo Babbo Natale!!! E si conferma quello che da anni stiamo ripetendo a tutti coloro che ci chiedono un consiglio: non optate per il mercato libero, che’ di libero ha solo la liberta’ di buona parte dei gestori nel prendere in giro gli utenti.

Ricordiamo che per tornare al servizio Maggior tutela dell’energia elettrica in ogni momento e senza oneri, è necessario chiamare Enel servizio elettrico (non Enel del mercato libero) al numero verde 800900800. Invece per confrontare e scegliere le migliori offerte visitate questa pagina.

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9,11 miliardi di Euro i sussidi italiani alle fonti fossili

TOP 10 DELLE BANCHE CHE INVESTONO SUL CARBONE

TOP 10 DELLE BANCHE CHE INVESTONO SUL CARBONE

In questi ultimi dieci anni sono state proposte, in Europa, più di 50 nuove centrali elettriche a carbone. Investire in una tecnologia obsoleta di un impianto a carbone, con i danni ambientali e alla salute che ne derivano è una follia, è ora di guardare al futuro, investendo sulle rinnovabili che garantiscono un futuro più luminoso e salutare per noi e per i nostri figli.

Le 50 nuove centrali elettriche a carbone

Le 50 nuove centrali elettriche a carbone proposte

In un Pianeta dove le emissioni di CO2 continuano a crescere (+ 20% dal 2000) con effetti ambientali e sociali che si rivelano sempre più drammatici, cambiare modello energetico per ridurre il consumo di petrolio, carbone, gas è una assoluta priorità. Eppure l’utilizzo di fonti fossili, che sono la principale causa dei cambiamenti climatici, continua a ricevere assurdi sussidi che invece dovrebbero andare alle fonti pulite e efficienti. Secondo l’International Energy Agency nel 2012 i sussidi alle fonti fossili nel Mondo sono arrivati a 630 miliardi dollari, in crescita rispetto agli scorsi anni, erano 523 nel 2011 e 412 nel 2010.

L’abolizione di questi sussidi permetterebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate, ovvero il 5,8% al 2020, contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di 2°C. Sono queste le ragioni alla base di campagne come quella portata avanti da 350.org, con la campagna “End Fossil Subsidies”, o di quella “Stop Coal Finance” che si propone di convincere banche e grandi investitori a concentrare i loro sforzi economici su progetti sostenibili, fatti di rinnovabili, efficienza e risparmio energetico. Secondo il Rapporto Green Growth Studies Energy, dell’OCSE, la dipendenza dai combustibili fossili del sistema energetico mondiale ha prodotto l’84% delle emissioni di gas a effetto serra.

Uno studio, sempre dell’OCSE, ha provato a ricostruire la situazione a livello internazionale, con una prima stima approssimativa e incompleta nei diversi Paesi del mondo. L’immagine descrive i Paesi del mondo dove il peso dei sussidi è più rilevante.

SUSSIDI alle FONTI FOSSILI

Un impegno a ridurre drasticamente il sostegno economico alle fonti fossili fu preso ufficialmente al G20 di Pittsburgh “encourage wasteful consumption, distort markets, impede investment in clean energy sources and undermine efforts to deal with climate change”. Ma da allora nulla è mai avvenuto. Inoltre, mentre da più parti si sentono accuse contro il peso degli incentivi alle fonti pulite è incredibile quanto pesino in confronto i sussidi alle fonti rinnovabili: per le fonti pulite 88 miliardi, per quelle inquinanti 630 miliardi di dollari.

E’ la stessa Agenzia internazionale dell’energia a sottolineare i motivi per cui i Paesi dovrebbero tagliare i sussidi per le fonti fossili:
– Crea una distorsione dei mercati e crea ostacoli agli investimenti nelle energie pulite
– Svuota i bilanci statali a favore degli importatori
– Aumenta le emissioni di CO2 e aggrava l’inquinamento locale
– Incoraggia lo spreco energetico
– Accelera il declino delle esportazioni
– Minaccia la sicurezza energetica con aumento delle importazioni
– Incoraggia il contrabbando di carburante
– Scoraggia gli investimenti nelle infrastrutture energetiche
– Sproporzionatamente a vantaggio della classe media e ricca
– Diminuisce la richiesta totale di energia in risposta ai prezzi elevati

Sussidi pubblici alle fonti fossili nei principali Paesi del Mondo nel 2010
Stati Uniti 15.087,32
Germania 10.376,07
Australia 7.356,31
Regno Unito 5.646,42
Spagna 3.547,18
Francia 3.463,56
Svezia 3.335,47
Belgio 2.286,43
Italia 2.051,60
Canada 2.025,82
Norvegia 953,07
Olanda 471,67
Giappone 416,09
Nuova Zelanda 40,82
Totale 62.683,19

La situazione italiana. Secondo i dati dell’OCSE l’Italia nel 2010 ha sostenuto il settore energetico fossile con oltre 2 miliardi di dollari americani, ovvero 1,6 miliardi di Euro. E’ una stima largamente per difetto, ma almeno è un primo conteggio delle diverse forme di sostegno, come esenzioni al pagamento di tasse, riduzione dei costi dell’energia, sussidi e finanziamento alle imprese sia pubbliche che private. Governo e Parlamento in vista delle prossime elezioni dovranno fare chiarezza su questa situazione inaccettabile, che produce inquinamento locale e globale, impatti sulla salute delle persone. Nel documento di Strategia Energetica Nazionale presentato dal Governo Monti a Ottobre il tema dei sussidi alle fonti fossili, semplicemente, non esiste! Eppure l’insieme di questi sussidi è un macigno sulla possibilità di innovare il sistema energetico italiano, di ridurre emissioni di CO2 e inquinamento, e di creare benefici per famiglie e imprese.

Per un Paese importatore di fonti fossili come l’Italia (l’ 80,5% di combustibili rispetto al fabbisogno energetico nazionale) è ancora più assurdo che esistano ancora sussidi di questo tipo, che creano dipendenza nei settori industriali e di domanda, con conseguenze anche economiche enormi (62 miliardi di Euro di bolletta energetica nel 2011). Secondo “L’impact assessment” svolto dalla Commissione Europea nel 2007 nell’ambito degli studi che hanno portato alla definizione del c.d. “Pacchetto Clima-Energia” mediante l’implementazione delle misure di sostegno alle rinnovabili si otterrebbe una riduzione del 13% dell’inquinamento in atmosfera. Inoltre alle emissioni inquinanti NOx, SO2 e PM 2,5 sono riconducibili oltre 19 mila casi di morte, il raggiungimento degli obiettivi UE consentirebbe una riduzione dei decessi e dei costi sanitari compresi tra 12 e 26 miliardi di Euro annui. Insomma l’Italia ha tutto l’interesse a fermare i sussidi e a puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per punti, eccoli i più rilevanti sussidi alle fonti fossili in Italia.

Una stima più credibile è che complessivamente nel 2011 i principali sussidi diretti sono stati pari a 4,52 miliardi di Euro distribuiti ad autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, mentre quelli indiretti sono pari a 4,59 miliardi di Euro tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, sconti e regali per le trivellazioni, per un totale di 9,11 miliardi di Euro. Legambiente chiede che in Italia siano aboliti tutti i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili.

IMPRESE EUROPEE CHE INVESTONO NEL CARBONE

IMPRESE EUROPEE CHE INVESTONO NEL CARBONE


Con tutta l’energia possibile. Petrolio, nucleare, rinnovabili: i problemi e il futuro delle diverse fonti energetiche. Dal petrolio al nucleare, dal carbone al sole, dal gas naturale al vento, dai biocombustibili all’idrogeno, dall’acqua alla geotermia. Dalla penna del “guru” italiano dell’energia un libro che spiega tutti gli elementi essenziali, i problemi, le potenzialità di ciascuna delle fonti di energia di cui il mondo dispone e fa “piazza pulita” degli errori più comuni commessi da chi parla di energia. Con un linguaggio semplice e avvincente che non va a scapito del rigore scientifico, Leonardo Maugeri illustra i dilemmi che gravano sulla maggiore sfida del nostro secolo: superare la dipendenza dalle fonti fossili la cui combustione è causa di sofferenze per la Terra.

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La politica energetica italiana alla rovescia. E i rigassificatori li paghiamo noi

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Nella storia energetica italiana, compare ogni tanto una “manina” misteriosa che ritocca le leggi per dare una mano alle varie lobby, contro i loro possibili competitori. Basti ricordare l’aggiunta della parola “assimilabili” alla legge sul Cip6 del 1992, che ha portato a sprecare decine di miliardi in aiuti a fonti “finto-rinnovabili” (ma, stranamente, contro quello scandalo non si levarono voci indignate, come accade oggi per gli incentivi alle rinnovabili …), o gli emendamenti conosciuti come “Salva Alcoa” 1 e 2, che hanno favorito un piccolo numero di proprietari di impianti fotovoltaici a danno del resto del settore e dell’interesse comune.
Recentemente si è venuto a sapere di un’altra discutibile iniziativa legislativa del genere che, potenzialmente, ha rischiato di costarci molto, molto salata.

Anche se la cosa non è andata (per ora, almeno) in porto, la storia del “fattore di garanzia” per i rigassificatori è illuminante su come venga fatta la politica energetica in questo Paese. È da una quindicina di anni che in Italia ci si è resi conto di essere troppo dipendenti dal gas naturale (che produce ormai circa il 40% dell’energia italiana, e oltre la metà dell’elettricità), una fonte che, a differenza delle altre, ci lega quasi esclusivamente a determinati fornitori (Olanda, Russia, Libia, Algeria), quelli collegati con gasdotti, rendendo questa fornitura strategica soggetta a improvvise interruzioni per guasti, guerre e contrasti politici.

Come è noto, in attesa che le rinnovabili diminuiscano questa dipendenza, c’è un solo modo per differenziare l’offerta di gas naturale, rendendola un po’ meno a rischio, ed è quello di costruire impianti in grado di ricevere via mare gas naturale liquefatto (GNL), rigassificarlo e immetterlo nella rete. Così i fornitori possono moltiplicarsi (dal Qatar, alla Nigeria e domani, forse, gli Usa del gas da fracking) e si possono comprare partite di metano dal miglior offerente del momento, senza legarsi le mani, come accade con i gasdotti, con contratti di lunga durata a prezzo fisso. Contratti che contengono spesso pure clausole capestro, tipo il take-or-pay, che costringerà l’Eni a pagare (o a farci pagare) 1,5 miliardi di euro per metano prenotato, ma non consumato negli anni scorsi.

Ma di rigassificatori, fino all’apertura nel 2009 di quello galleggiante di fronte al delta del Po, in Italia ne esisteva solo uno, molto piccolo (3,4 milioni di mc/giorno sui quasi 200 milioni consumati in Italia), a Panigaglia, in Liguria. Nonostante l’Italia sia uno dei massimi consumatori di metano al mondo (71,3 miliardi di metri cubi nei 2011, terzi in Europa, di cui solo 7,7 autoprodotti) e nel nostro Paese il gas sia pagato dai clienti finali circa il 20% più della media europea, nessuno sembrava interessato a venire a costruire rigassificatori qui, persino negli anni pre-crisi, quando le previsioni dei consumi futuri di metano erano stratosferiche.

La ragione principale della mancanza di queste infrastrutture in Italia non è tanto, come si pensa, l’opposizione delle popolazioni a questi impianti (quella è relativamente recente, e con trasparenza, garanzie e compensazioni, si può provare a superarla), ma il fatto che la rete di distribuzione del gas è di Snam Rete Gas, cioè dell’Eni, la società che possiede, in quote più o meno ampie, tutti i gasdotti che collegano l’Italia con l’estero, e che quindi ha potenzialmente i mezzi per annullare qualsiasi vantaggio di prezzo del GNL. Non a caso, prima del 2009, l’unico che abbia costruito un rigassificatore in Italia è stata la stessa Snam. Questa commistione fra monopolista della rete e quasi monopolista delle forniture è ormai considerata insostenibile per il peso che fa gravare sui costi dell’energia in Italia, tanto che il governo Monti ha predisposto, attraverso una complessa procedura, il distacco fra i due nei prossimi anni, sperando che ciò favorisca concorrenza e abbassamento dei prezzi.

Nel 2000 però tutto questo era ancora lontano e, nel decreto 164/00, il Governo di allora chiese all’Autorità per Energia e Gas, Aeeg, di predisporre misure, entro il 2001, per agevolare l’installazione di rigassificatori nel nostro Paese, assicurando eque tariffe per trasporto, uso degli stoccaggi strategici e rigassificazione, soprattutto per gli impianti nel Meridione. Sostanzialmente, si chiese all’Aeeg di aprire “a forza” il mercato italiano al GNL e alla libera concorrenza. Risultato? Solo nel 2005, e solo dopo due eventi traumatici, un inverno molto freddo e le dispute Russia-Ucraina, che hanno ridotto per qualche giorno il passaggio del gas verso l’Europa Occidentale, l’Aeeg produce la delibera 178/05, per favorire l’installazione di nuovi rigassificatori.
Ma in questa delibera, l’incentivo consiste essenzialmente in un “fattore di garanzia”, così definito:

13.2 Il fattore correttivo di cui all’articolo 10, comma 10.3, è sostituito da un fattore garanzia, che assicura, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari all’80% di ricavi di riferimento. Tale copertura è riconosciuta dal sistema tariffario del trasporto e ha durata per un periodo di 20 anni.

In pratica, invece di garantire tariffe eque, in grado di rendere il gas di tutti competitivo, si promette ai gestori dei rigassificatori il rimborso del valore del gas (che poi i consumatori pagheranno in bolletta) fino all’80% (ridotto poi al 71,5% in una delibera del 2008) della capacità massima dell’impianto, nel caso, magari per un calo del mercato o per le troppo alte tariffe di trasporto, non si riuscisse a venderlo. Un guadagno garantito, scaricato sulle bollette di tutti, che sarebbe andato avanti per la bellezza di 20 anni. Sarebbe come se in una città dove l’acquedotto è pieno di buchi e ostruzioni, il Comune pagasse per 20 anni ai cittadini acqua minerale pari all’80% dei loro consumi potenziali, invece di riparare la rete. O, in altre parole, invece di affrontare il problema delle strozzature del mercato del gas, cosa che sarebbe dispiaciuta a poteri molto forti, ci si preparava a scaricarlo sui consumatori.

Forse anche per queste condizioni straordinariamente favorevoli, da quel momento sono in effetti fioccate in Italia le richieste per aprire rigassificatori, arrivando nel 2011 a un massimo di 15 domande per nuovi impianti sparpagliati per tutta la penisola (su un totale di 21 richieste in tutta Europa) che, se realizzati, avrebbero più che raddoppiato la nostra fornitura potenziale di gas, sommandosi anche, oltre che ai 4 gasdotti esistenti, anche al nuovo gasdotto dall’Algeria, il Galsi, in funzione dal 2014, e (forse) al gasdotto South Stream dai Balcani.

Un’alluvione di gas, insomma, che non si capisce come gli italiani avrebbero mai potuto consumare, tanto più che, fra il 2005 e il 2012, per crisi economica e concorrenza di fotovoltaico ed eolico, i consumi di gas in Italia sono passati da 79 a 71 miliardi di mc/anno. E, anche nell’ottica del famoso “hub del gas” in cui alcuni vorrebbero trasformare l’Italia, probabilmente, avremmo anche avuto enormi problemi a esportare altrove questi miliardi di metri cubi, visto che gli altri Paesi si stanno attrezzando autonomamente per avere il gas che gli serve.

Non ci si può non chiedere, quindi, quanto ci sarebbe costato questo favoloso ‘fattore di garanzia’ (e i contratti take-or-pay dell’Eni con la Russia), se tutti i 15 rigassificatori fossero entrati in funzione, destinati, molto probabilmente, a stare fermi o lavorare al minimo per anni e anni. Ma proprio questo boom “virtuale” di rigassificatori, ha portato qualcuno a scoprire e denunciare l’incredibile regalo che ci si preparava a fare.

“Siamo venuti a conoscenza nel 2010 del fattore di garanzia per i rigassificatori – dice Adriano Varrica, portavoce di Sonia Alfano, deputata al Parlamento Europeo, come indipendente nella lista Italia dei Valori – grazie ai rappresentanti del comitato che si oppone al progetto del rigassificatore Enel di Porto Empedocle in Sicilia, che avevano attentamente studiato la delibera Aeeg. Immediatamente abbiamo realizzato che poteva configurarsi come un aiuto di Stato, e Alfano ha fatto domanda per un parere in merito da parte dell’Autorità di Vigilanza sul Mercato della Commissione Europea“. Questa, per qualche anno ha fatto orecchie da mercante, ma dopo tre successive domande sul punto, da parte del gruppo della Alfano, la UE ha deciso a giugno 2012 di aprire un’ inchiesta per possibili aiuti di Stato. E l’Aeeg, il 31 ottobre successivo, con la delibera 451/12, ha deciso di sospendere il fattore di garanzia, citando anche la decisione della UE fra i motivi del provvedimento.

All’Aeeg spiegano quanto accaduto in modo un po’ diverso. “Innanzi tutto – spiega il Direttore Infrastrutture Andrea Oglietti – il fattore di garanzia è stato introdotto nel 2005, in un momento molto critico per la sicurezza del sistema, con ben due emergenze gas in meno di 12 mesi. Erano comunque previste fin dall’origine limitazioni: l’incentivo non era previsto per infrastrutture non aperte a terzi e, in ogni caso, non oltre il raggiungimento di una capacità di rigassificazione di 95 milioni di mc/giorno a livello nazionale (che non sono pochi: la metà dei consumi giornalieri di gas in Italia, ndr). Da allora, lo scenario gas è profondamente cambiato: in vista della definizione del nuovo periodo di regolazione, che inizierà l’1 gennaio 2014, l’Autorità ha pertanto valutato opportuno sospendere quel meccanismo, per ridisegnarlo in coerenza con la Strategia Energetica Nazionale e tener conto dei nuovi scenari in cui si muove oggi il mercato del gas, non solo a livello italiano, ma comunitario e mondiale”.

Quindi l’apertura di un’inchiesta UE sul fattore di garanzia, non c’entra nulla con il ripensamento dell’Autorità e, forse, anche con l’annullamento di gran parte dei progetti di rigassificatori, proposti quando il fattore esisteva? “No, l’Autorità ha deciso la sospensione per i motivi spiegati prima. Le difficoltà di alcuni progetti di rigassificatori mi pare siano da imputare alle mutate condizioni del mercato, inclusa la difficoltà a reperire gas liquefatto a prezzi competitivi, oltre che, in alcuni casi, a difficoltà autorizzative a livello locale”.

Ma non sarebbe stato meglio liberalizzare il mercato del gas per rendere l’Italia appetibile a chi vende gas naturale liquefatto, piuttosto che prevedere di far pagare i difetti del nostro mercato ai consumatori? “Salvo l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni, non ci sono impedimenti regolatori alla realizzazione di nuovi rigassificatori che, certamente, possono favorire lo sviluppo della concorrenza nel mercato liberalizzato. Il fattore di garanzia era stato pensato per favorire la realizzazione di impianti anche ad accesso libero, propria di una prospettiva pro-competitiva. Peraltro, mi pare giusto ricordare che, a oggi, il fattore di garanzia non ha comportato alcun costo aggiuntivo per i consumatori italiani”.

Quindi il fattore di garanzia sarà cancellato? “Come detto, l’Autorità sta ripensando i meccanismi di regolazione e incentivazione per i rigassificatori anche nella prospettiva di renderli coerenti con le scelte di strategia energetica nazionale che saranno definite dal Governo. E sia il rigassificatore di Rovigo che quello di Livorno, che dovrebbe entrare in esercizio entro il prossimo autunno, non essendo aperti a terzi, non accedono al fattore di garanzia”.

Resta un’ultima considerazione da fare: spesso i tecnocrati guardano con compatimento e un bel po’ di arroganza ai “Comitati del NO!” che sorgono quando si propongono grandi progetti infrastrutturali. Sicuramente a volte queste proteste sono esagerate e irrazionali, ma bisogna riconoscere che spesso “ci azzeccano”, individuando “istintivamente” problemi che ai supertecnici, dall’alto della loro competenza specialistica, sfuggono. Se in questo caso, come in quello del nucleare o anche del primo progetto TAV, le cose fossero andate in porto come volevano “gli esperti”, ci saremmo trovati con infrastrutture ipertrofiche e talvolta devastanti per l’ambiente, con ricadute di costi spaventosi, a carico non di chi aveva preso le decisioni sbagliate, ma di tutti.

Magari discutere più apertamente dei progetti comuni da portare avanti con i “cittadini incompetenti”, invece di decidere fra tecnici e far poi ingoiare a forza le decisioni al territorio (e scaricare sulla comunità i costi dei progetti), porterebbe non solo a sveltire i tempi di realizzazione, ma anche a migliorare i progetti stessi.

(Fonte energiafelice)

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La bolla del petrolio

Riscaldamento Globale

Negli ultimi due anni l’attenzione dei mezzi di comunicazione verso il fenomeno del riscaldamento globale e’ diminuita drasticamente. I cambiamenti climatici sono un tema di cui non si parla più. E tutto per colpa dell’industria dei combustibili fossili(petrolio,gas e carbone),che paga per insabbiare il problema. Ma perché le grandi industrie petrolifere, che potrebbero investire i loro immensi profitti nelle energie rinnovabili, preferiscono negare l’evidenza? Semplice: perché il loro valore dipende in gran parte dalle riserve di combustibili fossili che, se il problema del riscaldamento globale fosse preso sul serio, non sarebbero sfruttate. Sottoterra ci sono riserve per un valore di 20mila miliardi di dollari. Per tutelare l’ambiente, la cosa più logica sarebbe lasciarle dove sono. In questo modo si eviterebbe di rilasciare nell’atmosfera una quantità enorme di CO2, che farebbe aumentare la temperatura globale di oltre due gradi, la soglia massima tollerabile dal nostro ecosistema.

Dal punto di vista economico, però, una scelta simile sarebbe catastrofica, soprattutto per gli azionisti e i dirigenti delle industrie petrolifere e per i cittadini dei paesi dove queste industrie sono statali, come il Venezuela. Il punto e’ che i modelli alla base del nostro sistema economico sono in contrasto con le regole della chimica e della fisica.

Sopra le nostre teste aleggia la bolla del petrolio. Dobbiamo disinnescarla al più presto.

(fonte Tomdispatch, Stati Uniti – Bill Mckibben)


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