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Gli sprechi di Frontex: Seicento milioni di euro spesi in dieci anni

Frontex

La Commissione Ue insiste nel dire che Frontex non ha i fondi e i mezzi per sobbarcarsi l’emergenza immigrazione, ma sarà vero oppure è una mossa per lasciare a noi la patata bollente? Il quotidiano Il Tempo ha calcolato che in 10 anni Frontex, l’agenzia europea per coordinare il pattugliamento delle frontiere, ci è costata ben 600 milioni. Abbiamo speso un fiume di soldi anche per i rimpatri. Dal 2008 al 2012 ben 60,7 milioni, 26 pagati dall’Italia e 34,6 dall’Ue. 

Spulciando nei bilanci di Frontex, viene a galla una storia decennale che evidenzia come le risorse a disposizione dell’Agenzia siano cresciute esponenzialmente dal 2005 fino a toccare cifre da capogiro, per andare a diminuire negli ultimi anni. E se la maggior parte dei fondi vengono impiegati per le “attività operative” (in realtà sempre meno), molto elevate e in crescita sono le “voci” riferite al personale, all’amministrazione, oltre che all’affitto della sede. Dalla sua nascita, Frontex ha ricevuto dall’Unione, quindi dai Paesi che la compongono, Italia compresa, poco meno di 650 milioni di euro.

Come si può leggere alla voce “budget”, prosegue l’analisi del quotidiano, sul sito di Frontex, i fondi sono stati di 89.578.000 nel 2012, di 93.950.000 nel 2013 e di 89.197.000 nel 2014 (ogni anno si riferisce a quello precedente). Lo staff di Frontex è formato da 317 persone. Negli ultimi tre anni la spesa è aumentata: se nel 2012 la cifra prevista in budget era di 19 milioni 150mila euro, nel 2013 era di 20 milioni e 20mila euro, mentre nel budget 2014 è di 20 milioni e 40mila euro. Nello stesso periodo a crescere è stata la voce “recruitment”, cioè selezione del personale: 114mila, 167mila e 150mila rispettivamente nel 2012, 2013 e 2014. Quanto alle “missioni amministrative”, negli ultimi tre anni la spesa è diminuita, passando da 500mila euro nel 2012 a 300mila attuali. Aumentata, invece, la spesa delle infrastrutture sociomediche del personale: negli stessi anni è passata da 61mila euro a 65mila. Il budget per le “altre spese” relative allo staff è passato dai 725mila euro del 2012 agli 895mila del 2013, per poi scendere agli 800 di quest’anno.

Nel bilancio dell’ultimo anno si può leggere che i fondi impiegati per spese amministrative sono stati pari a 32,9 milioni di euro. Alla voce “altre spese amministrative”, è riportato che le risorse impiegate per l’affitto di locali e spese ad essi associate, arrivano a 5 milioni 140mila euro nel 2014, mentre l’anno prima erano stati di 4 milioni 696mila e nel 2012 di 3 milioni e 805mila. Per l’elaborazione dati, telecomunicazioni e statistiche, invece, dagli oltre 4 milioni del 2012 si è passati ai 2 milioni e 350mila del 2013, per tornare a superare di nuovo i 4 milioni quest’anno. Spese in crescita anche per le “proprietà mobili”: dagli 80mila euro del 2012 ai 375mila del 2014.
In aumento anche la “spesa corrente per l’amministrazione”: 720mila euro nel 2012, 814 l’anno dopo e 1 milione 690mila euro quest’anno. Negli ultimi tre anni, poi, sono stati impiegati 230mila euro per spese postali, quasi 2 milioni per convegni “non operativi” e 2 milioni 330mila euro per “informazione e trasparenza”. Se cresce la “spesa amministrativa”, diminuisce quella che conta.

Pur essendo le voci di spesa più grosse, per le “operazioni e progetti pilota verso le frontiere terrestri”, si è passati dai 5 milioni 800mila euro del 2012 ai 9 milioni e 300mila dell’anno successivo per scendere quest’anno a 9 milioni e 80mila euro. Quanto alle “frontiere aeroportuali”, le cifre sono molto più basse: 6 milioni e mezzo di euro negli ultimi tre anni. Infine, per le operazioni alle frontiere marittime, il budget del 2012 parla di 28 milioni 750mila euro, quello del 2013 di 27 milioni 942mila e quest’anno, in netta flessione, 21 milioni 440mila euro. Diminuite anche le spese per la progettazione e gestione della cooperazione operativa, che passano dagli oltre 10 milioni del 2012, agli 8.850.000 dell’anno dopo fino ai 9 milioni 497mila euro di quest’anno.

Per le operazioni congiunte si è passati dai 46 milioni e 993mila euro del 2012 ai 48 milioni 382mila euro del 2013, il budget del 2014 è di 42 milioni di euro. Per l’analisi del rischio si è passati da 1 milioni e 400mila euro del 2012 a 1 milione 360mila del 2014, mentre la spesa per il Centro operativo di Frontex è passata da poco più di un milione del 2012 ai quasi 3 milioni del 2013 fino a scendere a 710mila euro del 2014. Per Eurosur (sistema europeo di sorveglianza creato nel dicembre 2013), la cifra messa a budget nel 2014 è di quasi 4 milioni di euro.

E per concludere, per la sede di Frontex, che si trova Varsavia, in Polonia (due piani di un grattacielo per oltre 7mila metri quadrati), la spesa è di 5 milioni di euro all’anno (nel 2005 si aggirava intorno ai 120mila euro).


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Europa, Italia e MareNostrum: Il triangolo dell’ipocrisia

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“Diciassette cadaveri recuperati, circa duecento persone sopravvissute, più o meno altrettante disperse. Il primo naufragio nelle acque pattugliate dalle navi di MareNostrum dopo la tragedia del 3 ottobre è un vero e proprio schiaffo all’Italia ed all’Europa. Al governo italiano perché per mesi ci ha raccontato che l’operazione militare/umanitaria della Marina M. avrebbe risolto tutti mali, all’Europa perché per mesi, nonostante la strage dell’Isola dei Conigli, non ha saputo andare al di là di qualche monito ed alla ridefinizione delle regole operative di Frontex. Così un pò tutti, come chi sa di avere la coscienza sporca, scaricano le loro responsabilità trasformando l’ennesima tragedia in una occasione per far precipitare la polemica intorno al tema dell’asilo. Uno scaricabarile bizzarro tra Italia e Istituzioni europee che fa risuonare come fastidiose anche le parole di solidarietà pronunciate in queste ore. Ma state tranquilli, la politica non è per niente abituata a far seguire alle parole i fatti.

Intanto però è bene cercare di addentrarci in questa coltre di fumo che ci viene consegnata dalle dichiarazioni ufficiali, per evitare di diventare spettatori passivi di un orrendo spettacolo. Una cosa è certa. Complice il sacrificio di centinaia di vite umane (migliaia in questi vent’anni), nel corso di questi mesi, alcuni elementi hanno fatto breccia nel discorso pubblico in maniera impensabile solo fino a pochi mesi fa. E se è vero che alle parole non seguono i fatti, è vero anche che spesso rappresentano il segno di una crisi.

Mare Nostrum doveva salvare tutti. Ed invece, nonostante i pattugliamenti delle navi militari, che pure nel corso di questo periodo hanno prodotto respingimenti, sparatorie e prassi illegittime a bordo delle navi, nel Mar Mediterraneo si continua a morire. Così sembra sempre meno un tabù pronunciare la fatidica frase “canale umanitario”. La soluzione, è evidente, non può che essere quella dell’apertura di percorsi di ingresso autorizzato e sicuro per chi fugge dalle persecuzioni. E’ un discorso, questo, entrato nel lessico della politica (poco a dire il vero) e di molte organizzazioni internazionali fino a poco prima poco avvezze a sposare un’ ipotesi di questo tipo. Certo, per molti questa stessa rivendicazione ha un valore piuttosto ambiguo, configurandosi, nella pratica, come possibile occasione per esternalizzare la gestione del diritto d’asilo fuori dai confini dell’Europa, come richiesto dal Ministro dell’Interno Alfano, ma lo spazio che si è aperto attorno a questa ipotesi, al di là delle modalità più disparate e contradditorie con cui poi potrebbe essere praticata, è il segno di una crisi senza precedenti del dispositivo di gestione dei confini del Mediterraneo e al tempo stesso una rivendicazione che rappresenta una forzatura del meccanismo di controllo delle frontiere europee.

E’ forse Giusi Nicolini a proporre la versione più semplice e chiara di questa soluzione sposata ormai da migliaia di persone che hanno sottoscritto già dopo il 3 ottobre l’appello di Melting Pot Europa: “Il diritto d’asilo va chiesto a terra. Va offerto l’asilo ai rifugiati prima che salgano su quei barconi” – dice la Sindaca di Lampedusa – e la “banalità” di questa descrizione fa impallidire le retoriche di ogni parte in causa.

Ma la partita più grossa, in questo gioco di polemiche e tentennamenti, la fa certamente la questione dei confini interni e della cosiddetta latitanza dell’UE. In queste ore si sprecano le dichiarazioni. Un fiume di parole che ha fatto impazzire le agenzie di stampa. Renzi, Alfano, Shulz, Malmström, Mogherini, La Russa, Salvini, Orlando, tutti in fila a dire la loro sulla tragedia, tutti a commentare il dramma, tutti a richiamare l’Europa e le sue responsabilità. Non vi è dubbio. La questione dei confini interni all’Europa, dal regolamento Dublino per i richiedenti asilo, alle disposizioni di Shengen e della Direttiva 38 per gli altri soggetti (compresi i cittadini degli stati membri) è un nodo centrale per lo stesso spazio europeo. Non vi è oggi normativa più fastidiosa e incomprensibile di quella che ingabbia migliaia di persone in fuga in luoghi in cui non vogliono stare, senza permetter loro di raggiungere i parenti, gli amici, le città in cui sperano, a torto o a ragione, di costruirsi un futuro degno. Ma davvero siamo di fronte ad un’Europa che abbandona l’Italia?

A guardare i numeri dei rifugiati accolti in Italia lo scorso anno non si direbbe. Almeno confrontandoli con quelli delle mete più ambite dai richiedenti asilo. A fronte di 435mila domande d’asilo presentate nel 2013, la Germania ne ha raccolte 127mila, pari al 29% del totale, seguita dalla Francia, con 65mila (15%), dalla Svezia con 54mila (13%) e dal Regno Unito con 30mila (7%), a cui segue l’Italia con 28mila, domande, solo il 6% del totale.

In questo gioco di numeri e dichiarazioni che assomiglia ad una diatriba bilaterale tra UE ed Italia rimane molto di non detto. L’Italia è parte di questa Europa che commemora i morti e abbandona i vivi. Ed è la stessa che tace sulla possibilità di aprire canali umanitari, che approva norme palesemente in contrasto con l’ordinamento europeo, che abbandona i richiedenti asilo e i rifugati in un un modo molto più che disarmante. Il suo sistema di accoglienza, riconosciuto ormai in tutta Europa come inadeguato e spesso incapace di garantire protezione degna ai richiedenti asilo, fa acqua da tutte le parti, sempre dominato dal discorso sull’invasione, palesemente improvvisato, strutturalmente inadeguato, registrato ordinariamente sotto la voce “emergenza”, anche a fronte dell’ultimo incremento di posti SPRAR passati in pochi anni da 3 mila a 12 mila. Si tratta di un paese in cui migliaia di rifugiati vivono in posti di fortuna o in stabili occupati, unica risorsa in grado di garantire loro un tetto certo sopra la testa. E tanto basta a giustificare le resistenze degli altri stati europei sul tema dei confini interni e del diritto di spostarsi e stabilirsi in un paese diverso da quello di primo approdo. Fino a quando il sistema italiano avrà queste caratteristiche, per gli altri stati risulterà impensabile “aprire” i confini interni perché questo significherebbe attrarre a sé migliaia di persone.

Dal punto di vista delle normative la questione presenta pressoché le stesse caratteristiche. Il sistema comune d’asilo esiste solo sulla carta, mentre proprio quello dell’accoglienza risulta essere il terreno più debole anche sul piano europeo. Gli strumenti per far fronte a situazioni come quelle di questi mesi (destinate per la verità ad aggravarsi progressivamente), sembrano assolutamente inadeguati ed obsoleti. Se ne parlò a lungo anche durante le primavere arabe del 2011, quando anche in quell’occasione l’Italia richiamava la responsabilità europea. L’opzione che l’UE offre agli stati membri è del tutto eccezionale ed è racchiusa nella Direttiva 55. Si tratta dell’istituzione della protezione temporanea a fronte di arrivi massicci di sfollati, che può essere richiesta all’UE dagli Stati. Ma anche se tale procedura fosse attivata, (cosa tra l’altro mai ipotizzata in questo periodo) non si riuscirebbe ad andare oltre ad una concezione “distributiva” dei richiedenti asilo, che verrebbero destinati per quote tra i diversi paesi disponibili a farsene carico. In tutto questo il grande assente rimane proprio il nocciolo della questione, cioè il diritto di ognuno di scegliere il luogo in cui vivere, senza il cui riconoscimento, anche il diritto d’asilo non potrà mai risultare pieno. Perché se è chiara a tutti la legittimità della fuga dalla guerra e dalla persecuzione, non è altrettanto chiaro il conseguente dovere di accogliere chi fugge, senza che questi debba passare attraverso il vaglio di condizioni e requisiti e o attraverso percorsi forzati e confinati. Tutto questo, così come le dichiarazioni dei rappresentanti delle istituzioni europee che invocano i controlli delle autorità libiche per prevenire le partenze, ci aiuta a comprendere come in questa vicenda sia francamente difficile individuare buoni e cattivi.

Europa ed Italia insieme sembrano avere in comune un problema su tutti: non è tanto il fatto che nessuno venga perseguitato, torturato o muoia in mare, il loro interesse, ma che “per favore”, lo faccia lontano dalle nostre coste, lì dove la coscienza della politica può dichiararsi pulita, lì dove è sempre possibile indignarsi senza assumersi responsabilità, parlare senza fare, invocare i diritti umani senza mai farli prevalere sugli interessi del confine, che si tratti delle famiglie siriane in fuga, dei giovani che scappano dal Corno d’Africa, delle ragazze seviziate in Nigeria, dei condannati a morte dell’Egitto o dei torturati della Libia.

E’ allora legittimo guardare all’Italia che richiama la necessità di apertura delle frontiere interne come ad una pioniera in questo spazio di egoismi e chiusure? Per rispondere basta spostare di poco lo sguardo dal Canale di Sicilia ai porti dell’Adriatico, lì dove le autorità italiane, impegnate in una battaglia a suon di dichiarazioni contro l’UE, respingono i migranti in fuga dalla Grecia sui tragehtti. E’ allora possibile rappresentare l’Italia come lo Stato della barbarie contro i migranti a fronte di un’ Europa garante dei diritti? Il rifinanziamento di Frontex, le gabbie di Dublino, la gestione delle frontiere greche, così come di quelle spagnole, l’irrinunciabile presenza dei campi di detenzione come condizione di appartenenza all’UE, il suo continuo richiamo a pattugliamenti e controlli, la lotta retorica ai trafficanti, ci dicono assolutamente il contrario.

La verità è che, dopo anni di politiche europee incentrate sull’utilizzo selettivo del confine per catturare e “gestire” gli importanti processi di “attrazione” di forza lavoro che hanno caratterizzato lo scorso decennio, con la crisi dell’Eurozona e la contemporanea esplosione di conflitti intorno ai suoi confini, l’Europa si trova completamente spoglia di fronte a questo scenario. Anche lo spettacolo andato in scena per anni intorno all’isola di Lampedusa, quello che ha sempre appiccicato ai richiedenti asilo l’etichetta di clandestini invasori, fatica a reggere. I dispositivi europei di gestione delle frontiere, che hanno sempre pensato al diritto d’asilo come ad un meccanismo residuale, si trovano oggi di fronte ad una vorticosa sollecitazione. Migliaia di persone la cui condizione è immediatamente riconducibile alle categorie richiamate dalla Convenzione di Ginevra e dalle direttive in materia d’asilo stanno mettendo in crisi come non mai la geometria europea di gestione delle frontiere. Non che i processi migratori degli ultimi anni siano mai stati pacificati e normalizzati. Ciò che è però certo oggi è che il deficit di legittimità della politica europea dei confini presenta un carattere disarmante. E questo spazio aperto è anche una occasione imperdibile per cercare di cambiare il segno a questa Europa che sta stretta a molti. Il rischio, altrimenti, è quello di consegnarla nelle mani di chi sulla pelle dei migranti ha costruito fortune elettorali, economiche, politiche. Quelle dei respingimenti e del razzismo, ma anche quelle dell’accoglienza caritatevole e del “perbenismo”.

Affermare uno spazio Euromediterraneo della libertà di movimento, della libertà di restare o di scegliere dove andare, non è più una questione rinviabile. Si tratta di una cifra fondamentale per misurare la possibilità di una uscita dalla crisi europea che non sia quella auspicata dalle forze nazionaliste. In molti hanno cercato di metterlo nero su bianco solo pochi mesi fa, quando sull’isola più famosa del Mar Mediterraneo fu scritta la Carta di Lampedusa. Oggi si tratta di praticare quanto affermato. Non è certo cosa facile, se non altro perché centinaia di associazioni e collettivi si trovano a confronto con un’enorme macchina politica, militare, culturale, che lavora continuamente per ristabilire l’”egemonia europea” sul Mediterraneo. Ma alcune cose sembrano alla nostra altezza.

Di fronte a migliaia di persone accolte poco e male possiamo dare forza ad una rete di sostegno ed accoglienza da Sud a Nord, intrecciando le tante realtà europee che si stanno muovendo nella stesa direzione. Possiamo insieme lanciare una sfida materiale ai confini che frammentano l’Europa al suo interno per praticare la libertà di movimento. Ma abbiamo anche la necessità di riconnettere queste dimensioni con le tante occasioni in cui i movimenti mettono in discussione gli attuali squilibri nella distribuzione della ricchezza. Perché se è vero che questo paese è tra i peggiori d’Europa quanto a garanzie per i rifugiati, è vero anche che qualsiasi ipotesi di accoglienza, pessima o degna che sia, non può che fare i conti con uno scenario di crisi drammatico, in particolare negli stati del sud europeo.

Ed è forse questa più di altre la verità che la politica non racconta. La capacità di dare risposta a migliaia di persone in fuga passa anche attraverso la necessità di ridisegnare completamente un paese dilaniato dall’impoverimento e dalla precarietà, dove oltre il 40% dei giovani sono disoccupati, mentre la rendita finanziaria e le speculazioni continuano a divorare ricchezze. Ed allora, la rivendicazione di percorsi di accoglienza degna, non può che intrecciarsi alle battaglie per il reddito e la casa, alle lotte per la conquista di nuovi dispositivi di redistribuzione della ricchezza. Allora si che potremmo riscoprire senza difficoltà che c’è posto per tutti”. Nicola Grigion – Progetto Melting Pot Europa

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Ma davvero spendiamo troppo per accogliere gli immigrati?

rotte immigrazione

Un miliardo e 668 milioni di euro tra il 2005 e il 2012. Questo è il costo per l’Italia delle politiche anti-immigrazione calcolato dall’associazione Lunaria. Così divisi: 1,38 miliardi sono soldi nostri e 281 milioni dati dalla Ue. Alla cifra vanno aggiunti i soldi per Frontex, l’agenzia europea che deve proteggere le frontiere Ue; e Eurosur, il sistema europeo di sorveglianza. Risorse investite per rifiutare, espellere, rimpatriare, in sintesi, cacciare i migranti dal nostro paese.

“Non possiamo spendere 45 euro al giorno quando un disabile italiano prende 10 euro al giorno, non è possibile, non è normale, non è giusto”. Oppure “Noi moriamo disoccupati voi pensate a Rom e immigrati”. Lo ripete continuamente, come un mantra, il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Come sempre, in mancanza di proposte concrete, si torna sulla questione economica. Ma davvero spendiamo troppo per accogliere gli immigrati? L’immigrazione costituisce davvero un rischio per la sostenibilità del nostro sistema economico e di welfare? E cosa si intende quando si parla di spesa per l’accoglienza?

L’allarme che tanto appassiona i movimenti xenofobi e nazionalisti, le preoccupazioni che agitano molti dei nostri amministratori locali, la prudenza che contraddistingue il governo delle politiche migratorie, si riferiscono, secondo le stime relative all’anno 2011, al 2,07% della spesa pubblica complessiva se consideriamo congiuntamente la spesa sociale imputabile (con qualche riserva) ai cittadini stranieri e gli stanziamenti destinati alle politiche di contrasto, di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti. Se invece restringiamo il campo di osservazione alle politiche per così dire “dedicate”, gli stanziamenti per le politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti rappresentano lo 0,017% della spesa pubblica complessiva rispetto allo 0,034% di incidenza degli stanziamenti destinati alle politiche del rifiuto.

Le risorse destinate alle politiche finalizzate all’accoglienza e all’inclusione sociale dei cittadini stranieri comprendono gli interventi pubblici destinati a supportare la prima accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati e le iniziative finalizzate a favorirne l’inserimento abitativo, scolastico, economico e sociale. Tra queste, vi rientrano le attività di assistenza legale e sociale, di insegnamento della lingua italiana, di orientamento al lavoro, di formazione professionale, oltre ai progetti rivolti in modo specifico ai minori e ai giovani “figli dell’immigrazione”, le azioni utili a rafforzare gli uffici pubblici che operano in questo ambito, le attività di mediazione culturale e interculturale e gli interventi di sostegno all’autorganizzazione dei migranti. Quali sono le risorse che finanziano questo tipo di interventi?

Le principali fonti di finanziamento che supportano queste attività sono:

– i fondi gestiti dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche sociali del Ministero del Lavoro
– il Fondo Europeo per l’integrazione dei cittadini di Paesi Terzi (FEI) 2007-2013
– i fondi che finanziano il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR)
– il Fondo Europeo per l’asilo (FER) 2008-2013
– le risorse messe a disposizione dal PON “Sicurezza Sud 2007-2013 per la promozione di progetti di inclusione sociale dei migranti.

A questi si aggiungono, per il periodo 2011-2012, gli stanziamenti predisposti per la cosiddetta “Emergenza Nord-Africa”, dichiarata il 12 febbraio 2011 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in seguito alla ripresa (dopo circa due anni di sbarramento delle rotte del mare, conseguenza degli accordi italo-libici) degli arrivi di cittadini migranti provenienti dai paesi coinvolti dalle cosiddette “primavere arabe”. La tabella qui di seguito riporta l’ammontare di fondi pubblici stanziati negli ultimi anni per le politiche di accoglienza e inclusione sociale: per ogni risorsa viene esplicitata la fonte e lo stanziamento medio desumibile per un singolo anno.

risorse pubbliche immigrazione

In totale, tra il 2005 e il 2012 le risorse pubbliche destinate alle politiche di accoglienza ed inclusione sociale dei cittadini stranieri sono state pari a 2 miliardi e 313mila euro: per la sola gestione dell’emergenza Nord-Africa, però, sono stati stanziati 1 miliardo e 521mila euro. Detraendo questi stanziamenti “straordinari”, l’ammontare delle risorse “ordinarie” destinate alle politiche di accoglienza e inclusione sociale scende a 791 milioni e 708mila euro, con una media annuale pari a 123 milioni e 871mila euro.

Il sistema di accoglienza ordinario incide dunque in modo molto limitato sul complesso della spesa pubblica nel nostro paese. Facendo un rapporto tra quanto viene speso annualmente per le politiche di accoglienza e inclusione sociale e gli ultimi dati ISTAT disponibili sulla spesa pubblica al netto degli interessi per l’anno 2011, che è pari a 719 miliardi e 746 milioni, si ottiene un valore pari allo 0,017%. E’ questa la percentuale della spesa pubblica destinata all’accoglienza e all’inclusione dei cittadini di origine straniera. Si può tranquillamente affermare che i cittadini stranieri “pesano” molto meno sul nostro sistema di welfare rispetto alla quota di popolazione che rappresentano. Le politiche di accoglienza, di inclusione sociale dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati sono evidentemente lasciate in secondo piano nell’agenda politica nazionale.

Sarebbe auspicabile, quindi, un cambiamento di rotta delle politiche migratorie e sull’immigrazione nazionali fondato sulla consapevolezza del fatto che il tema di oggi non è quello della garanzia della “sicurezza” dei cittadini italiani messa in pericolo dall’arrivo di donne e uomini di altri continenti, né quello dell’insostenibilità della presenza straniera sul piano occupazionale o del sistema di welfare, né quello di far convivere “differenze” culturali incompatibili tra di loro. La realtà che le politiche pubbliche sono chiamate a governare è piuttosto quella di assicurare una prospettiva di vita dignitosa a tutti i cittadini, in una società che è già meticcia da tempo.

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