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Energie Alternative: Le turbine mareomotrici, sfruttare il movimento delle maree per generare elettricità

energia mareomotrice

Circa il 70-80% della superficie terrestre è ricoperto da acqua e i 3/4 sono distribuiti tra gli oceani. I combustibili fossili che usiamo tutti i giorni per creare energia presto saranno completamente esauriti.

Perché, dunque, non sfruttarne l’energia prodotta sfruttando gli spostamenti d’acqua causati dalle maree (o energia mareomotrice)? Continue Reading


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Le batteria che renderà inutili le reti elettriche tradizionali



Appesa al muro di casa, Powerwall raccoglie energia solare e la conserva per erogarla quando ne abbiamo bisogno. Potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione energetica.

La domanda del titolo è lecita e se la stanno ponendo in tanti. Una batteria da tenere in casa che accumula energia solare e la converte in elettrica, per alimentare tutti i nostri gadget, auto elettrica compresa. Si chiama Powerwall, la produce Tesla e l’ha presentata pochi giorni fa in pompa magna Elon Musk, spiegando che la sua creatura “renderà inutili le reti elettriche tradizionali”.

Sarà vero? Forse si, se pensiamo ai luoghi remoti della Terra non ancora raggiunti dall’elettricità. Per le nostre case il discorso è diverso, ma di sicuro Powerwall potrebbe cambiare un po’ le cose. L’ambizione più alta di Tesla e del suo leader è di sganciarci dalle fonti fossili, sfamando il nostro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili, nonché fermare l’immissione di gas serra nell’aria: “Sembra folle, ma vogliamo cambiare le infrastrutture energetiche di tutto il mondo”, ha dichiarato Musk.

Prodotta da Tesla Energy, un nuovo ramo dell’azienda californiana, Powerwall Home Battery è un parallelepipedo di 130 x 86 x 18 centimetri e pesante 100 chili.

Ha un design sobrio, quasi elegante, con diversi colori disponibili, tanto che la si può appendere al muro di casa senza sfigurare, con l’intervento di un tecnico specializzato (un’ora circa di lavoro).

Contiene una batteria ricaricabile agli ioni di litio che promette di soddisfare le esigenze di un’abitazione tradizionale: collegata ai pannelli fotovoltaici di casa, accumula energia durante il giorno e la conserva, rendendola disponibile in ogni momento, non solo nell’istante in cui viene prodotta. È questo il vero passo avanti proposto da Tesla, la conservazione dell’energia: fino ad ora l’energia solare ottenuta durante le ore diurne veniva immediatamente utilizzata oppure venduta alla compagnia elettrica, per poi essere ricomprata nel momento in cui serviva, con gran dispendio economico e inutili emissioni nocive. Continue Reading

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Lettera delle associazioni ambientaliste e della green economy a Matteo Renzi

riscaldamento-globale

Le principali associazioni ambientaliste del Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club, Comitato Si alle Energie Rinnovabili No al Nucleare e WWF, insieme al coordinamento di associazioni e imprenditori dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, chiedono al nuovo Governo Renzi, di rappresentare l’Italia, nell’UE, con un impegno forte sugli obiettivi 2030 in materia di politiche per il clima.

Illustre Presidente,

le scriviamo all’indomani del suo insediamento a capo del Governo per evidenziare il rilievo e l’urgenza degli impegni che attendono il nostro Paese, già nelle prossime settimane, in materia di contrasto ai cambiamenti climatici. Come saprà è in corso nell’UE un processo di definizione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Il riscaldamento globale è un’emergenza conclamata e sulla quale la comunità scientifica internazionale esprime moniti univoci, indicando con precisione le sfide che ci attendono per salvare il Pianeta e scongiurare un futuro in cui gli eventi metereologici estremi crescano in intensità e frequenza. Il libro bianco “Clima-Energia 2030”, appena adottato dalla Commissione, mostra purtroppo una preoccupante timidezza, in aperta antitesi con gli stessi impegni già assunti dall’Europa per contribuire a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica dei 2°C. Il prossimo 20-21 marzo il Consiglio europeo si riunirà per decidere sui target europei al 2030 in materia di clima ed energia; prima di allora, il 3 e il 4 marzo, sarà la volta dei ministri per l’Ambiente e di quelli con competenze in materia di Energia, anche qui per discutere il futuro dell’Unione nella sfida ai cambiamenti climatici. Saranno, questi, passaggi decisivi per scegliere la strada giusta per l’UE. L’Italia, con il precedente esecutivo, ha già espresso il suo impegno (insieme a Germania, Francia, Danimarca e altri quattro stati) in favore della definizione di tre target ambiziosi e vincolanti per il contenimento delle emissioni di gas serra e lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Questi ultimi due settori sono essenziali e imprescindibili se si vuole agire efficacemente. Alle fonti rinnovabili dobbiamo quasi la metà della riduzione delle emissioni conseguita sin qui con il pacchetto 20-20-20; riguardo all’efficienza, recenti rapporti tecnici, di parte industriale ne mostrano i benefici economici, ambientali e occupazionali, confermando analisi già effettuate dal mondo ambientalista. Si tratta peraltro di settori in cui il nostro Paese ha le potenzialità per esprimersi in termini di primato, specie se accompagnato da politiche tese a fare sistema. Gentile Presidente, le chiediamo di confermare l’indirizzo sin qui espresso dall’Italia e di fare ancora di più, impegnando il nostro Paese a sostegno di tre target vincolanti (emissioni, rinnovabili ed efficienza) per la salvaguardia del clima. Il recente indirizzo del Parlamento europeo, che ha sconfessato la Commissione, costituisce il livello minimo di ambizione da cui partire per costruire un accordo. Il Parlamento ha votato per tre target vincolanti al 2030:

  • riduzione del 40% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990;
  • produzione di almeno il 30% del consumo finale complessivo di energia da fonti rinnovabili;
  • incremento dell’efficienza energetica del 40%.

Questi obiettivi, secondo il Parlamento, “devono essere obbligatori, e messi in atto sulla base di singoli obiettivi nazionali, tenendo conto della situazione e del potenziale di ogni Stato membro”. Noi riteniamo che per raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, come dichiarato più volte dai Capi di Stato e di Governo del Consiglio Europeo, sia necessario andare oltre, ma riconosciamo al Parlamento Europeo il merito di aver ristabilito i termini minimi del confronto. Auspichiamo che la volontà di radicale innovazione da Lei più volte indicata come tratto essenziale del suo impegno di Governo, possa trovare traduzione concreta anche in politiche ambiziose per la salvaguardia del clima e lo sviluppo di un sistema energetico sostenibile. La ringraziamo per l’attenzione e auspichiamo questa nostra possa essere l’inizio di un proficuo confronto; rimaniamo a Sua disposizione per ogni chiarimento.

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Stop ai sussidi per le fonti fossili

No-carbone

In un Pianeta dove le emissioni di CO2 continuano a crescere (+ 20% dal 2000) con effetti ambientali e sociali che si rivelano sempre più drammatici, cambiare modello energetico per ridurre il consumo di petrolio, carbone, gas è una assoluta priorità.

Secondo il Rapporto Green Growth Studies Energy dell’OCSE, la dipendenza dai combustibili fossili del sistema energetico mondiale ha prodotto l’84% delle emissioni di gas a effetto serra. Eppure l’utilizzo di fonti fossili, che sono la principale causa dei cambiamenti climatici, continua a ricevere assurdi sussidi, 5 volte maggiori di quelli alle fonti rinnovabili. Secondo l’International Energy Agency, nel 2012, alle fonti fossili sono arrivati 544 miliardi di dollari, più degli anni precedenti, erano 523 nel 2011 e 412 nel 2010. Contro i 101 andati alle rinnovabili. La stessa IEA, che ha individuato nel Mondo ben 250 differenti meccanismi per finanziare direttamente o indirettamente le fonti fossili, stima che, nel caso in cui non si intraprendono azioni urgenti e concreti, i sussidi alle fonti fossili potranno arrivare, nei prossimi anni a quota 660 miliardi, pari allo 0,7% del PIL mondiale. Va sottolineato inoltre, che normalmente tali aiuti non sono destinati a popolazioni svantaggiate, ma ai produttori petroliferi, che nel 2010 hanno ricevuto il 92% dei sussidi. Del resto solo poche settimane fa lo stesso commissario europeo all’Energia Oettinger è stato al centro di un accusa di censura per non voler rendere pubblici i dati che riguardano i sussidi in Europa nel 2011: il Suddeutsche zeitung ha pubblicato un articolo secondo il quale, una volta noti i dati per cui i sussidi per nucleare e fonti fossili superebbero i 100miliardi di Euro, a fronte dei 30 per le rinnovabili, il commissario sarebbe intervenuto per cancellare questo passaggio del documento. In Gran Bretagna invece, l’accusa nei confronti del Governo è di essere in teoria a favore dell’efficienza, mentre nella pratica sussidia con oltre 4,2 miliardi di dollari le industrie di carbone, petrolio, gas. I principali network ambientalisti chiedono che questi sussidi siano aboliti e che si acceleri sulla decarbonizzazione delle economie. Questo stop, da solo, permetterebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate, ovvero il 5,8% al 2020, contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di 2°C. Sono queste le ragioni alla base di campagne come quella portata avanti da 350.org, con “End Fossil Subsidies”, o di quella “Stop Coal Finance” che si propone di convincere banche e grandi investitori a concentrare i loro sforzi economici su progetti sostenibili, fatti di rinnovabili, efficienza e risparmio energetico. Un impegno pubblico a ridurre drasticamente il sostegno economico alle fonti fossili fu preso ufficialmente nel 2009 al G20 di Pittsburgh “encourage wasteful consumption, distort markets, impede investment in clean energy sources and undermine efforts to deal with climate change”. Ma da allora nulla è avvenuto. E’ la stessa Agenzia internazionale dell’energia a sottolineare i motivi per cui i Paesi dovrebbero tagliare i sussidi per le fonti fossili:

– Crea una distorsione dei mercati e crea ostacoli agli investimenti nelle energie pulite
– Svuota i bilanci statali a favore degli importatori
– Aumenta le emissioni di CO2 e aggrava l’inquinamento locale
– Incoraggia lo spreco energetico – Accelera il declino delle esportazioni
– Minaccia la sicurezza energetica con aumento delle importazioni
– Incoraggia il contrabbando di carburante
– Scoraggia gli investimenti nelle infrastrutture energetiche
– Sproporzionatamente a vantaggio della classe media e ricca
– Diminuisce la richiesta totale di energia in risposta ai prezzi elevati.

I sussidi alle fonti fossili in Italia. Incredibile ma vero. I sussidi alle fonti fossili non esistono nel dibattito pubblico e politico italiano. Addirittura nel documento di Strategia Energetica Nazionale approvata nel 2013, il tema dei sussidi alle fonti fossili, semplicemente, non compare! Eppure stiamo parlando di 4,4 miliardi di sussidi diretti distribuiti ad autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, e di 7,7 miliardi di sussidi indiretti tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, sconti e regali per le trivellazioni, per un totale di 12,1 miliardi di Euro a petrolio, carbone e altri fonti che inquinano l’aria, danneggiano la salute, e che sono la principale causa dei cambiamenti climatici. Se e’ comprensibile che Assoelettrica o il sindacato degli autotrasportatori siano contrari ad affrontare l’argomento, perché beneficiano di questi soldi, oggi e’ inaccettabile che ancora vi sia la censura sui numeri dei sussidi da parte del Governo e dell’Autorità per l’energia che in questi mesi ben altro atteggiamento ha avuto nei confronti degli incentivi alle fonti rinnovabili che, come noto, contribuiscono a ridurre i gas serra. Governo e Parlamento devono fare chiarezza su questa situazione inaccettabile, presentare un quadro e monitorare le diverse forme di sostegno, come esenzioni al pagamento di tasse, riduzione dei costi dell’energia, sussidi e finanziamento alle imprese sia pubbliche che private. Per un Paese importatore di fonti fossili come l’Italia è ancora più assurdo che esistano ancora sussidi di questo tipo, che creano dipendenza nei settori industriali e di domanda, con conseguenze anche economiche pesanti. Basti pensare che la spesa nazionale per l’approvvigionamento di energia dall’estero, costituita dal saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni, nel 2012 è stata pari a 64,4 miliardi di euro, era di 62,7 miliardi nel 2011 e 52,9 nel 2010. Perché sussidiamo carbone che viene da Indonesia e Sud Africa, petrolio che viene da Russia e Arabia Saudita, gas da Algeria e Russia quando oggi le fonti rinnovabili sono competitive e l’efficienza energetica è da tutti considerata un investimento strategico (Ministro Zanonato compreso) ma poi ignorata. Eppure negli ultimi due anni tutta l’attenzione mediatica e politica si è concentrata sul peso crescente della componente legata agli incentivi alle fonti rinnovabili. E’ un tema serio, è stato giusto intervenire, ma parliamo comunque del 14,9% della spesa delle bollette dei cittadini legata alle “vere” energie pulite. Del restante 85,1% e delle tante voci che nel bilancio pubblico italiano contribuiscono direttamente o indirettamente a avvantaggiare le fonti fossili deve essere ancora fatta piena luce e Legambiente chiede all’Autorità di lavorare in questa direzione. Non è questa la sede per ricordare i vantaggi prodotti dalle fonti rinnovabili in termini sia economici che occupazionali e ambientali, nè occorre ricordare quanto sia dovuto alla dipendenza nella produzione di energia da fonti fossili che importiamo dall’estero il fatto che la spesa annua delle famiglie per l’elettricità è passata dal 2003 ad oggi da 338 euro a 516, con un aumento di quasi il 53%. Ma è in particolare la voce legata al prezzo delle fonti fossili ad essere lievitata passando da 106,6 euro a 293,96! D’altronde, un aumento di questa dimensione ha una spiegazione ovvia, siamo un Paese in balia degli eventi che accadono intorno al prezzo del greggio tra conflitti, speculazioni, interessi delle imprese. Dobbiamo smettere di dare retta alle lobby che fermano un cambiamento che è nell’interesse dei cittadini e del Pianeta. A dimostrarlo sono i dati del contributo delle fonti rinnovabili nei primi 10 mesi del 2013 che con 91 TWh generati in Italia, hanno raggiunto il 39% della produzione netta e al 34,2% rispetto alla domanda di elettricità. Non solo, proprio la produzione da energia pulita ha permesso di ridurre, come non accadeva da anni, il prezzo di acquisto dell’energia elettrica nella borsa italiana (PUN), proprio perché si riduce lo spazio per il termoelettrico e aumenta la concorrenza. Il problema italiano è che la politica invece di capire la portata di questo cambiamento, di aiutarne la prospettiva e generare vantaggi per le famiglie, concentra tutta l’attenzione nel tagliare gli incentivi alle rinnovabili e nell’introdurre nuovi sussidi per le fonti fossili.

Leggi il Rapporto completo di Legambiente

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La rivoluzione energetica tedesca

sostenibilità-fonti-rinnovabili-indipendenza-energetica-fonti-energetiche-alternative

La Germania è senza dubbio, fra le grandi nazioni, una di quelle maggiormente impegnate nell’attuazione di politiche energetiche serie, a lungo termine e nel segno della sostenibilità.

La promozione delle fonti rinnovabili è forte e sostenuta da scelte condivise prese dal governo nazionale e dalle amministrazioni locali. Ma sarebbe miope pensare che la transizione verso un’energia alternativa sempre più carbon free sia solo un processo top-down promosso dai decisori politico-istituzionali (come ci suggerisce Giles Parkinson in articolo apparso su RENewEconomy).

Non bisogna, infatti, dimenticare la “spinta dal basso”, ovvero le iniziative dei cittadini tedeschi nell’adozione di fonti energetiche alternative. Cosa li spinge? Si possono individuare ragioni quali il desiderio di indipendenza energetica, nuovi modi per alleggerire le bollette o l’adesione ideale a temi quali l’eco-sostenibilità.

In questo contesto, le comunità rurali e le aziende agricole che le popolano appaiono decise sostenitrici delle rinnovabili. E in particolare di soluzioni “customizzate”, concepite per le proprie e particolari esigenze.

I casi sono diversi e raccontano di un’integrazione stretta tra tecnologia e territorio, tra bisogno e risposta concreta al suo soddisfacimento. La storia del villaggio di Freiamt (e dei suoi abitanti), a nord di Friburgo, va in questa direzione. La famiglia Reinhold, per esempio, per diversificare i guadagni (era il periodo della “mucca pazza”) e abbassare i costi energetici, ha investito in un impianto a biogas per produrre energia elettrica e calore. Ora le due piccole turbine che hanno costruito sviluppano una capacità complessiva di 360kW. Il calore residuo viene ceduto alla scuola e alle case vicine, i rifiuti liquidi dalla biomassa vanno, invece, ad aziende limitrofe. A breve, un’altra turbina fornirà calore per la piscina e l’ostello.

La famiglia Schneider, oltre ai pannelli solari sul tetto della casa e del fienile, ha installato una stufa che utilizza trucioli di legno al posto del petrolio. Inoltre ha accettato di ospitare due turbine eoliche di proprietà della comunità all’interno dei suoi terreni.

Esempi simili a quelli menzionati, rendono Freiamt – un insieme di cinque piccole frazioni ai confini della Foresta Nera – una comunità energeticamente molto performante, in grado di produrre più del 200 per cento del suo fabbisogno di elettricità (sono 4.200 gli abitanti). Cinque turbine, due impianti a biogas, 251 tetti solari, circa 150 collettori solari termici, stufe legno e quattro centrali ad acqua fluente sono la “forza di fuoco” messa in campo.

E Freiamt non è un caso isolato. Nella regione, come nel resto della Germania, esistono altri villaggi che condividono la prospettiva del borgo a nord di Friburgo. C’è Weisweil, dove i 1.200 abitanti possono vantare circa 700w di solare fotovoltaico pro capite. C’è Forchheim, dove un impianto di biogas da 1,7 MW renderà l’area indipendente dall’acquisto del costoso gas proveniente dalla Russia.

Ma qual è il motore principale per questa “rivoluzione energetica”? Secondo Erhard Shulz, fondatore della locale Accademia dell’Innovazione, “è il senso di indipendenza che si prova”. Indipendenza dai combustibili fossili e dal nucleare. E, sotto un certo aspetto, anche indipendenza economica.

(Fonte industriaenergia)

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