In Italia cibo, internet, servizi postali e telefoni più cari della media Ue

In Italia il cibo costa il 13% in più che nel resto d'Europa

Siamo il Paese d’Europa con i salari più bassi e la tassazione più elevata, ma siamo anche quello Stato dove il cibo costa tredici volte di più che nel resto d’Europa. Internet, servizi postali e telefoni addirittura il 20% più cari della media Ue. È quanto emerge dagli ultimi dati dei prezzi al consumo diffusi da Eurostat.

Volete sapere quali sono gli unici Paesi in cui il cibo costa più che da noi? Svizzera, Norvegia, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, Austria e Finlandia. Paesi con un pil pro capite decisamente più alto rispetto a quello nostrano. Continue Reading


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Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare domestico?

Sprechi alimentari

Perché rifiutiamo, scartiamo, sprechiamo? Cosa ci spinge a un gesto che in ogni cultura è considerato negativo? Lo spreco richiama nel linguaggio comune lo sperperare, il dissipare, lo scialacquare. Verbi questi che stridono se accostati a qualsiasi bene, ma ancor di più se legati al cibo, bene primario essenziale, che consumiamo nelle nostre case. È proprio questo l’anello “debole” della filiera agroalimentare. Per capire cosa accade nelle nostre economie domestiche è nato l’Osservatorio che fa da “sentinella” agli sprechi fra le quattro mura: Waste Watcher, ideato da Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna, in collaborazione con SWG, società di ricerche di mercato, e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna (DISTAL). Waste Watcher 2014/Knowledge for Expo si propone di fornire alla collettività strumenti di comprensione delle dinamiche sociali, comportamentali e degli stili di vita che generano e determinano lo spreco delle famiglie, al fine di costituire una base di conoscenza comune e condivisa, in grado di orientare le politiche e le azioni di prevenzione dello spreco alimentare degli attori pubblici e privati. L’indagine è basata su una ricerca di tipo socio-economico svolta scientificamente, basata su opinioni e autopercezioni, non su misurazioni oggettive né dello spreco, né di altre dimensioni.

Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare domestico? “Lo spreco complessivo di cibo, dai campi alla filiera al bidone della spazzatura domestico, vale complessivamente 8,1 miliardi di euro all’anno, ovvero 6,5 euro settimanali a famiglia per 630 grammi circa di cibo sprecato” ha spiegato il Presidente di Last Minute Market Andrea Segre’, alla presentazione del Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo. “Studiare meglio le cause e i comportamenti familiari sara’ il primo passo per garantire policies adeguate di prevenzione dello spreco. Per questo Waste Watcher propone sin d’ora di attivare anche in Italia i ‘Diari di famiglia’, come già succede negli altri Paesi europei: si tratta di monitoraggi e rilevazioni scrupolosamente annotate da centinaia di famiglie campione, a proposito del consumo e soprattutto dello spreco settimanale. In questo modo potremo arrivare a dati del tutto realistici, laddove i monitoraggi finora effettuati possono registrare la percezione personale sullo spreco in famiglia”. La tendenza è verso una lieve riduzione dello spreco di cibo: erano infatti 8,7 miliardi secondo il monitoraggio pilota di Waste Watcher dell’ottobre 2013. “Ma i dati seguono l’andamento generale di riduzione dei consumi”, ha sottolineato Andrea Segrè.

Non sprecare sembra essere il nuovo comandamento degli italiani: il 63% degli intervistati desidera un’Italia vigile contro gli sprechi, prima ancora di un’Italia equa (39%), solidale (22%), tollerante (12%), sicura (42%), e in generale rispettosa dell’ambiente (47%). Ma c’è di più: l’81% degli italiani controlla se il cibo scaduto è ancora buono prima di gettarlo (era il 63% solo pochi mesi fa, nel gennaio 2014) e il 76% porta o vorrebbe portare a casa il cibo avanzato al ristorante. Il 30% degli intervistati lo fa con una certa frequenza, il 46% vorrebbe farlo ma non trova i contenitori al ristorante ed è troppo timido per chiederli. Il cibo, secondo gli italiani (60%), è il comparto su cui maggiormente si concentra la piaga dello spreco: più che per l’acqua (37%) o l’energia elettrica (20%). Coerentemente, in un’ottica di riduzione dello spreco ma anche di svolta culturale sulle tematiche ambientali connesse, gli italiani chiedono provvedimenti. In particolare auspicano (8,3 in scala da 1 a 10) una vera e propria campagna di educazione alimentare nelle scuole, oltre ad informazioni diffuse sul tema spreco (le considera utili il 94% degli italiani), a partire dai danni che lo spreco di cibo provoca anche rispetto all’ambiente.

Le etichette giocano un ruolo chiave: gli intervistati sollecitano un sistema chiaro per le modalità di consumo. Il 90% afferma di leggerle sistematicamente per verificare la scadenza dei prodotti e l’83% dichiara di conoscere la differenza tra “data di scadenza” (within) e “preferenza di consumo” (best before). Ma solo il 67% di chi ritiene di saperlo (54% del totale del campione) ha dimostrato di conoscere realmente il significato. Anche la tecnologia entra in campo come guida di riferimento per contenere lo spreco: fra le innovazioni auspicate dagli intervistati primeggiano la tecnologia intelligente per gli imballaggi del cibo, con packaging che virano di colore e possono monitorare la freschezza dei cibi (76%); ma anche sistemi di controllo delle temperature del frigorifero (75%) e sistemi di pianificazione della spesa (67%).

Il Rapporto 2014 sullo Spreco domestico di Waste Watcher – Knowledge for Expo si articola in cinque ambiti di indagine: l’approccio allo spreco alimentare, le abitudini alimentari degli italiani, la misurazione dello spreco alimentare domestico, gli strumenti per contrastarlo e il profilo dei nuclei familiari tra attenzione e disattenzione allo spreco. Lo spreco domestico in Italia, nel complesso, parrebbe attestarsi a livelli inferiori rispetto a quello monitorato in altri Paesi europei: nei quali, tuttavia, si utilizza un sistema incrociato di rilevazioni legate ai diari alimentari e alla quantificazione dei rifiuti nel bidone della spazzatura, strumenti che portano a rilevare – secondo la letteratura scientifica di settore – uno spreco doppio rispetto alla sola percezione degli intervistati. In generale, l’atteggiamento riguardo allo spreco alimentare varia conseguentemente all’età, alla sensibilità per l’ambiente, al tempo disponibile, ai figli, alla responsabilità sociale dell’intervistato.

Sono sei i cluster individuati con il Rapporto 2014: sei tipologie di consumatori che compongono il quadro complessivo dell’opinione pubblica, segmentando l’universo dei nuclei familiari:

  • virtuosi (22%): questo gruppo raccoglie la parte più sensibilizzata al tema dello spreco alimentare; lo inquadra sia come una immoralità, sia come un danno ambientale. Con queste motivazioni forti alle spalle riesce a sprecare veramente pochissimo.
  • attenti (27%): il loro atteggiamento è attento allo spreco ma con qualche licenza. Anche questo gruppo è caratterizzato sia dalla sensibilità ai temi ambientali che dalla valutazione morale sullo spreco; ma con un’intensità leggermente minore. La differenza sostanziale è che in questo cluster vi sono più coppie con figli. Sprecano poco.
  • indifferenti (10%): quelli che formano questo gruppo non hanno che una marginale attenzione ai temi della salvaguardia dell’ambiente e non ritengono che lo spreco alimentare produca dei danni. Nonostante questa condizione queste famiglie sprecano relativamente poco, meno della media delle famiglie italiane. La causa del loro comportamento corretto è di origine economica; è un gruppo che ha dei redditi limitati ed è il contenimento della spesa a motivarli nel non sprecare. Sprecano sotto la media nazionale ma più dei gruppi precedenti.
  • incoerenti (26%): accade spesso, nella società, che “si predichi bene e si razzoli male”. Questo gruppo si muove proprio così: segnala l’importanza dell’ambiente, percepisce il danno dello spreco e la sua immoralità, condivide i provvedimenti utili alla riduzione di questo fenomeno; però spreca.
  • spreconi (4%): si tratta di un piccolo cluster ma è significativo di un atteggiamento sociale, relativo non solo a questo tema; “io non ho responsabilità”, è la società che deve pensarci. Questo gruppo ha scarso interesse per l’ambiente e non ritiene che vi siano conseguenze più generali dovute allo spreco; per di più avendo anche una media capacità economica non vive neanche questo deterrente rispetto allo spreco alimentare domestico.
  • incuranti (11%): questo gruppo mostra di cogliere la problematicità dello spreco, ma come tema a se stante; non si scalda troppo per l’ambiente e, soprattutto, non ha interesse ad approfondire le conseguenze e le interdipendenze dello spreco alimentare.

Riassumendo: 1/3 della produzione mondiale non raggiunge i nostri stomaci. Ovvero 1 miliardo e 600 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via. L’80% sarebbe ancora consumabile:

  • 32% produzione agricola (510 milioni di t)
  • 22% post raccolta e immagazzinaggio (355 milioni di t)
  • 11% industria alimentare (180 milioni di t)
  • 13% distribuzione (200 milioni di t)
  • 22% consumo domestico (345 milioni di t)

Il totale dello spreco alimentare nei paesi industrializzati (222 milioni di t) equivale alla produzione alimentare dell’Africa Sub Sahariana (230 milioni di t).

  • ACQUA: L’acqua necessaria per produrre il cibo che si spreca a livello mondiale è pari a 250 miliardi di litri. È il consumo di New York City per i prossimi 120 anni (fino al 2134).
  • SUOLO: Il suolo necessario per produrre la quantità di cibo sprecata è pari a 1,4 miliardi di ha. Il 30% della superficie agricola utilizzabile mondiale.
  • CO2: La quantità di CO2 prodotta dalla produzione, trasformazione, conservazione, trasporto del cibo sprecato è pari a 3,3 miliardi di t di CO2. È il terzo inquinatore dopo Cina (7,3 milioni di t) e USA (6,9 milioni di t).
  • $: Il costo del cibo sprecato è pari a 750 miliardi di dollari. Il PIL della Svizzera.
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Agroalimentare: Su 100 euro di spesa solo 3 euro finiscono nelle tasche degli agricoltori

agroalimentare italiano

L’agroalimentare è un asset strategico del Paese. Il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge una rilevante porzione dell’economia italiana, rappresentandone il 13,2% degli occupati (3,3 milioni di lavoratori) e l’8,7% del PIL (119 miliardi di euro). La centralità delle imprese che operano nella filiera è immediatamente percepibile anche in virtù dei 76 miliardi di euro di retribuzioni annualmente sostenute, dei 23 miliardi di euro di investimenti e di un contributo erariale che, al netto dei contributi ricevuti dalle imprese, supera i 20 miliardi di euro.

Tante e fortemente integrate sono le imprese che operano nei diversi anelli della filiera: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione. A tali soggetti si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione.

Considerando anche l’indotto generato, l’agroalimentare arriva a rappresentare il 13,9% del PIL italiano, un peso tra l’altro in tendenziale crescita dal 2008 in poi (in corrispondenza degli anni di crisi economica). Questi numeri chiariscono la rilevanza socio-economica dell’agroalimentare. Tuttavia, la sostenibilità di tale valenza è messa a rischio da ritardi strutturali, legati sia al tessuto imprenditoriale che alle inefficienze del “Sistema Paese”, che limitano la competitività della filiera e ne frenano l’ulteriore sviluppo, nonostante un ampio potenziale ancora inespresso.

Tra le criticità del tessuto produttivo c’è anzitutto la ridotta dimensione delle imprese, cui si affianca un grado di concentrazione della fase distributiva non ancora allineato a quanto avviene nei principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Ciò contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e a ridurre la possibilità di raggiungere economie di scala utili alla riduzione dei costi di produzione.

Allo stesso tempo, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, buona parte del made in Italy alimentare richiede l’approvvigionamento di importanti produzioni agricole di base (come cereali, soia, carni bovine e suine, latte) dall’estero; fattore questo che sposta una parte rilevante del valore delle vendite alimentari al di fuori dei confini nazionali. A queste peculiarità, si aggiungono gli effetti che derivano dai deficit infrastrutturali e dagli elevati costi “di sistema”; a titolo esemplificativo, le imprese italiane, tra cui quelle dell’agroalimentare, sostengono:

  • un costo del trasporto su gomma delle merci (1,59 €/km) superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto a quelle francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto a quelle tedesche (1,35 €/km);
  • un costo dell’energia elettrica (0,22 €/kWh) superiore del 70% alla media comunitaria (0,13 €/kWh).
  • addetti ed occupati nelle imprese della filiera (agricole, industriali, distributive, commerciali e della ristorazione), per un valore di 35 euro;
  • imprese di altri settori che con la filiera agroalimentare intrattengono relazioni commerciali (imprese di trasporto, logistica, di fornitura energetica, di packaging, ecc.), per un valore di 34 euro;
  • imprese della filiera agroalimentare tramite il rinnovo del proprio capitale aziendale (ammortamenti), per un valore di 11 euro;
  • Stato, a titolo di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA) incassate, per un valore di 9 euro;
  • sistema finanziario, tramite le rendite incassate sui capitali erogati in prestito, per un valore di 5 euro;
  • imprese estere, per le esportazioni nette (al netto delle importazioni) verso l’Italia, per un valore di 3 euro;
  • imprenditori, tramite gli utili conseguiti, per un valore di 3 euro.

Queste criticità strutturali, di filiera e di sistema, provocano un aggravio di costi che si ripercuote sia sulla competitività delle imprese che sulla formazione dei prezzi alimentari al consumo.

Con riguardo al primo aspetto, basti pensare all’enorme potenziale non ancora sfruttato sul fronte dell’accesso ai mercati esteri. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, le esportazioni alimentari italiane sono meno della metà di quelle tedesche (rispettivamente 27 e 57 miliardi di euro). Allo stesso tempo, la propensione all’export dell’Italia in questo settore è decisamente inferiore a quella di tutti i principali competitor europei (21% per l’Italia, 23% per la Spagna, 25% per la Francia e 31% per la Germania).

Le difficoltà dell’agroalimentare nazionale nello sfruttare appieno l’indiscussa immagine e riconoscibilità del food made in Italy nel mondo (asset su cui la gran parte dei concorrenti europei non può contare) scaturiscono dalle criticità strutturali di filiera e di “sistema Paese” che, impattando sui costi di produzione e conseguentemente sul livello dei prezzi, limitano la competitività delle imprese italiane. D’altronde, le stesse motivazioni aiutano a spiegare perché la gran parte del valore della spesa alimentare degli italiani serva a sostenere i costi di produzione, mentre una parte davvero marginale si riferisce agli utili delle imprese che, a vario titolo, operano all’interno della filiera.

Nel quadriennio 2008-2011, gli italiani hanno speso mediamente ogni anno 216 miliardi di euro per alimenti e bevande (comprendendo sia i consumi domestici che i cosiddetti consumi “fuori casa”). Di tale valore, solo poco più di 7 miliardi sono stati trattenuti, a titolo di utili, dalle imprese che operano nelle diverse fasi della filiera (figura 1).

La produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari richiede una serie di processi che contribuiscono alla formazione dei prezzi al consumo. Una prima importante porzione del valore della spesa alimentare – 73,5 miliardi di euro – è funzionale a sostenere l’acquisto, da parte delle imprese della filiera, di beni e servizi da aziende appartenenti ad altri settori economici: ci si riferisce ad esempio ai servizi di trasporto e logistica, promozionali o ancora all’acquisizione di mezzi tecnici o beni funzionali al packaging dei prodotti agroalimentari.

È poi da considerare come il reperimento dei capitali di debito (spesso di origine bancaria) necessari all’attività delle imprese della filiera abbia un costo di circa 10 miliardi di euro. A tale somma vanno poi aggiunti ben 7 miliardi di euro destinati ad imprese estere per ripagare le importazioni nette (saldo negativo della bilancia commerciale) di prodotti agroalimentari. A contribuire alla formazione dei prezzi alimentari sono anche i costi relativi agli investimenti realizzati dalle imprese agroalimentari (ammortamenti) e le imposte pagate da queste ultime all’Erario; queste due voci assorbono rispettivamente 22,5 e 20 miliardi di euro.

Quasi 76 dei 216 miliardi di euro sostenuti dalle famiglie italiane per consumi alimentari servono poi a ripagare il costo delle retribuzioni degli occupati nei vari anelli della filiera.

Figura 1 – Distribuzione dei consumi alimentari (in mrd €): media 2008-2011

Grafico1
Fonte: Nomisma

In sintesi, ciò che è più interessante notare è che solo una parte minoritaria del valore dei consumi alimentari ha come beneficiari finali imprese e addetti della filiera agroalimentare: dei complessivi 216 miliardi di euro annualmente spesi, meno della metà e precisamente 83 miliardi di euro remunerano imprenditori (7 miliardi di euro di utili) e lavoratori (76 miliardi di euro di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi di euro che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale (ammortamenti) delle imprese operanti nella filiera.

La maggior parte del valore della spesa alimentare (51%) è destinata invece ad attori esterni alla filiera: imprese di altri settori economici (73,5 miliardi di euro), Stato (20 miliardi di euro), sistema finanziario (10 miliardi di euro) e imprese estere (7 miliardi di euro).

Rapportando la distribuzione dei consumi alimentari su ogni 100 euro di spesa, la residualità degli utili diviene ancora più chiara (figura 2). Più in dettaglio, destinatari e beneficiari finali di tale somma sono, nell’ordine:

Figura 2 – Distribuzione per ogni 100 € di spesa alimentare: dinamica
Grafico2
Fonte: Nomisma

Riassumendo, del prezzo pagato dai consumatori italiani per beni alimentari ben il 97% serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma di tutti gli utili conseguiti dalle imprese dei diversi anelli della filiera raggiunge appena il 3%. Se tale quota si è mantenuta piuttosto stabile nel corso degli anni, ciò che invece è emerso è stato il progressivo spostamento di valore al di fuori della filiera.

Se agli inizi del decennio scorso il costo dei beni e servizi realizzati da imprese di altri settori economici assorbiva il 22% della spesa alimentare, tale quota è salita al 29% nel triennio 2004-2006 e al 34% nel quadriennio 2008-2011. Tale progressione è in buona imputabile alla crescita dei costi per utenze, energia, trasporto e logistica, vale a dire costi direttamente o indirettamente riconducibili a gap infrastrutturali del sistema Paese.

Specularmente, sul totale della spesa alimentare delle famiglie perde peso la quota di valore che resta all’interno della filiera, e in particolare quella funzionale a remunerare i lavoratori, passata dal 38% nel periodo 2004-2006 al 35% nel quadriennio 2008-2011.

In questo quadro, l’acceso dibattito che spesso domina l’attenzione mediatica su “chi” e “quanto” guadagna all’interno della filiera agroalimentare non sembra trovare grande fondamento. Al di là della diversa capacità di creare utile nelle varie fasi della filiera, il dato di fatto più significativo è la marginale importanza di utili e di presunte “azioni speculative” nella formazione dei prezzi finali.

Questo perché il livello e l’andamento dei prezzi al consumo sono quasi interamente legati a quanto avviene sul fronte dei costi di produzione. È quindi la riduzione dei costi il tema su cui concentrare l’attenzione, per creare nuovi spazi di reddito senza procurare un aggravio sul prezzo pagato dai consumatori. Tutto ciò è possibile, a patto però di mettere finalmente mano in maniera risoluta ai deficit strutturali che ancora oggi contraddistinguono imprese e “sistema Paese”.

(Fonte nomisma)

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L’olio made in Italy fatto dai cinesi

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Lo scaffale del supermercato è un trionfo di antichi frantoi e colline toscane. Ma spesso è semplicemente un falso. Perché da anni l’olio italiano non si fa quasi più, lo si fabbrica. Lo abbiamo regalato ai signori del falso made in Italy che han fatto man bassa di marchi nazionali. Da allora ci è toccato comprarlo da loro e mandarlo giù, anche se del buon extravergine che era sulle nostre tavole è un ricordo annacquato di miscele industriali spagnole, tunisine e greche smerciate come prodotto italiano. Ora potremmo fermare i predoni stranieri dell’oro verde, riprenderci un pezzo di quella tradizione che rischia invece di finire ancora più lontano, nelle mani di concorrenti cinesi pronti a spremere il buon nome del made in Italy.

Persa la moda, la chimica, l’industria dolciaria, la nautica il copione si ripete oggi sulla filiera agroalimentare dell’olio d’oliva che proprio in queste settimane si rimette in moto per la campagna 2013-2014. Comunque andrà la raccolta – stimata al rialzo del 10% con una produzione superiore a 5 milioni di quintali – il prezzo al chilo lo farà sempre Madrid. Perché l’Italia è il primo rivenditore al mondo, ma il primo produttore è la Spagna.

Un paradosso che nasce con lo shopping di storici marchi nazionali acquistati dalla grande industria olearia senza che nessuno alzasse un dito per tutelare un settore che vale due miliardi e impiega manodopera per 50 milioni di ore lavorative. È accaduto venti anni fa, nel 1993, con l’operazione Cirio-De Rica-Bertolli a favore della multinazionale Unilever, sta accadendo oggi con il gigante iberico Deoleo – 1,5 miliardi di fatturato, un quinto del mercato globale dell’olio d’oliva – che cinque anni fa ha acquistato tre grandi marchi nazionali. Da allora in Italia l’extravergine non si fa più, si fabbrica e si trasforma. E tutto è cambiato.

Le grandi industrie avevano intravisto la possibilità di “vestire” di italian sounding miscele comunitarie che un frantoio tradizionale non l’hanno mai visto e di farle arrivare sugli scaffali del mondo a prezzi imbattibili, con etichette italiane. La materia prima è coltivata su larga scala in Tunisia, Grecia, Marocco e Spagna secondo modelli intensivi. Le olive non  vengono avviate immediatamente alla spremitura ma sono stoccate e poi sottoposte a processi industriali di miscelazione, addizione correttiva e deodorazione. Viaggiano poi per nave e per terra e infine arrivano negli stabilimenti italiani per le ultime lavorazioni, imbottigliamento, etichettatura. Le miscele comprate a 25-50 centesimi al chilo arrivano così sugli scaffali a 2-3 euro, col risultato che il consumatore porta in tavola un olio-low cost, commestibile ma di modesta qualità, pensando d’aver fatto un buon affare.

Nulla di illegale, visto che la normativa europea ha assecondato le istanze dei grandi dell’olio consentendo la commercializzazione con marchi nazionali ancorché frutto di produzioni di origine comunitaria, purché indicata in etichetta. Certo, basta poi andare in qualunque supermercato per riscontrare la difficoltà di leggerla. In ogni caso per i primi anni le cose sono andate benone: anzi, grazie al network di Deoleo i marchi nazionali Bertolli, Dante, Carapelli si sono spinti in 50 Paesi e sono penetrati nei mercati emergenti. Nel frattempo, però, la posizione dominante dell’industria olearia straniera ha costretto la filiera corta delle 6mila produzioni agricole nazionali nel recinto delle denominazioni geografiche protette, percepite come costose dal consumatore in un confronto impari tra oli altrettanto “italiani” ed “extra- vergini”. Ora qualcosa nel sistema si è inceppato. E forse potrebbe sollecitare una riflessione pubblica sulla politica agricola italiana, proprio a partire dall’olio.

Il più grande tra i giganti, appunto Deoleo, è in ginocchio e rischia di trascinare a terra i gioielli dell’olio italiano che ha messo in pancia. Nell’ultimo anno l’aumento del prezzo della materia prima (+30%) e la crisi dei consumi (-10%) hanno i ridotto i margini di un modello industriale basato sulla quantità. Le banche che a suo tempo salvarono il gruppo hanno deciso oggi di sfilarsi, segno che quel modello non è più ritenuto profittevole. La controprova arriva anche dal prezzo: il 35% di Deoleo potrebbe essere ceduto tra i 210 ai 280 milioni di euro, poco più di un terzo di quanto sborsò cinque anni fa per il solo marchio Bertolli. Insomma, l’Eldorado dell’olio industriale è arrivato a un punto di non ritorno?

“Chi pensava di spremere all’infinito il credito cumulato dall’Italia nella vendita di immagine di prodotti di qualità e di cultura del buon cibo è costretto a ricredersi. Il made in Italy non è una risorsa inesauribile”, spiega Coldiretti esprimendo preoccupazione per il destino dei tre marchi in vendita che potrebbero finire in mani cinesi, le uniche a contare su un portafoglio largo e ad aver investito massicciamente in colture d’olivi in nord Africa. Eppure anche su questa vicenda la politica non c’è, nonostante lo Stato sia chiamato a raccogliere i cocci sostenendo la cassa integrazione per i primi 55 addetti, su 285, negli stabilimenti di Tavarnelle (Firenze) e Inveruno (Milano).

OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA DOP UMBRIA LATTINA 5 LITRI

(Da Il Fatto Quotidiano del 07 Ottobre 2013)

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